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	<title>La zona morta &#187; Biografie</title>
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		<title>TERRY BROOKS</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Jul 2023 22:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[Terry Brooks è nato a Sterling l’8 gennaio 1944 ed è uno dei maggiori scrittori statunitensi di romanzi fantasy. Ha studiato letteratura inglese all&#8217;Hamilton College e si è laureato in legge alla Washington &#38; Lee University. Prima di dedicarsi alla scrittura ha praticato la professione di avvocato. Attualmente vive tra Seattle e le Hawaii con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=68723" rel="attachment wp-att-68723"><img class="alignleft size-full wp-image-68723" title="terry brooks" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/terry-brooks.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a>Terry Brooks è nato a Sterling l’8 gennaio 1944 ed è uno dei maggiori scrittori statunitensi di romanzi fantasy.</p>
<p>Ha studiato letteratura inglese all&#8217;Hamilton College e si è laureato in legge alla Washington &amp; Lee University. Prima di dedicarsi alla scrittura ha praticato la professione di avvocato. Attualmente vive tra Seattle e le Hawaii con la moglie Judine.</p>
<p>Il suo primo romanzo, intitolato “La spada di Shannara” uscito nel 1977, diventò un best seller mondiale e rimase nella classifica del New York Times dei libri più venduti per oltre cinque mesi. Col tempo, la produzione di Brooks è andata discostandosi dai canoni tipici del fantasy. La sua vasta produzione si struttura in vari cicli o saghe.</p>
<p>Circa a metà della stesura della Trilogia del Verbo e del Vuoto, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=55410">George Lucas</a>, il creatore di “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=36948">Star Wars</a>”, chiese personalmente a Terry di scrivere il romanzo “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=52968">Star Wars Episodio I: La Minaccia Fantasma</a>”. Terry, essendo un fan della saga, accettò e andò al Ranch Skywalker per discutere il progetto con Lucas e, un mese prima dell&#8217;uscita del film nei cinema, il libro fu pubblicato riscuotendo grandi successi sia da parte dei fan di Brooks sia da quelli di “Star Wars”.</p>
<p>Le sue opere sono dedicate principalmente al cosiddetto Ciclo di Shannara, che si compone di diversi sotto-cicli, a cominciare dal primo, ovvero la Trilogia di Shannara.</p>
<p>I primi tre romanzi pubblicati (“La spada di Shannara”, “Le Pietre Magiche di Shannara” e “La Canzone di Shannara”) sono ambientati nel mondo delle Quattro Terre, che Brooks racconta essere nient&#8217;altro che il nostro mondo devastato da spaventose guerre (le “Grandi Guerre”). Le Quattro Terre sono popolate da diverse razze: gli Umani, che vivono al Sud; i Nani, che vivono a Est; gli Gnomi e i Troll, barbari e generalmente malvagi, al Nord; gli Elfi, infine, a Ovest, che sono i discendenti della razza più antica delle Quattro Terre. In passato erano dotati di poteri magici, ma ora, umanizzati, non sono più in grado di usarli. I primi tre libri raccontano le vicissitudini della famiglia &#8211; umana &#8211; degli Ohmsford, i cui membri sono gli ultimi discendenti dell&#8217;antica famiglia elfica di sangue reale di Shannara, e dunque detentori di latenti poteri magici. Filo conduttore della storia è il druido Allanon, uno stregone che aiuta gli Ohmsford nelle tremende imprese da affrontare contro il Male. Questi primi tre volumi si dividono in tre generazioni della famiglia degli Ohmsford: il primo è Shea, un giovane ragazzo adottato, che verrà a conoscenza dell’esistenza del druido Allanon e quindi delle sue regali discendenze elfiche. Egli dovrà affrontare un lunghissimo viaggio per trovare la mitica spada di Shannara, ma non lo farà da solo: con lui partirà una compagnia di amici e guerrieri per aiutarlo a trovare la spada e a sconfiggere il terribile Signore degli Inganni. 50 anni dopo, nel libro “Le Pietre Magiche di Shannara”, tocca al nipote di Shea, il giovane Wil Ohmsford, salvaguardare la ragazza elfa Amberle che dovrà riportare in vita l&#8217;Eterea, il meraviglioso albero elfo che con la sua magia teneva lontani i demoni dalle proprie terre. Contro le terribili creature che dovrà affrontare, Wil avrà l&#8217;appoggio delle Pietre Magiche affidategli dal nonno Shea. E infine, in “La Canzone di Shannara” saranno i due figli di Wil Ohmsford, Brin e Jair, a intraprendere un disperato viaggio fino alla sorgente del male, l&#8217;Ildatch.</p>
<p>Con la Tetralogia degli Eredi di Shannara, nel 1990 Terry Brooks torna a raccontare le vicende delle Quattro Terre, in quello che certamente è il suo ciclo più celebre. Esso si compone di quattro libri: “Gli eredi di Shannara” (1990), “Il druido di Shannara” (1992), “La regina degli Elfi di Shannara” (1993) e “I talismani di Shannara” (1994). Stavolta i nemici da affrontare sono gli Ombrati, mostruose creature di natura sconosciuta che devastano le terre e si cibano di magia, e la Federazione, una spietata entità politica degli Uomini ostile a qualsiasi forma di magia, che ha ridotto i Nani in schiavitù e costretto alla diaspora il popolo degli Elfi. Lo spirito del druido Allanon convoca dunque i discendenti degli Ohmsford e assegna a ognuno di loro un compito necessario per salvare le Quattro Terre: ritrovare la scomparsa Spada di Shannara, riportare in patria il popolo elfico, riportare nel mondo reale la fortezza dei druidi di Paranor. La storia è dunque incentrata sul tentativo di riportare nel mondo la magia necessaria per sconfiggere il potere degli Ombrati.</p>
<p>“Il primo re di Shannara”, scritto nel 1996, è un romanzo a sé stante ed è un preludio a tutte le opere successive della serie di Shannara. Narra della Seconda Guerra delle Razze, della distruzione dell&#8217;ordine dei druidi, della forgiatura della Spada di Shannara, dello scontro con il Signore degli Inganni. Vi sono riferimenti e approfondimenti su tematiche comparse nei precedenti sette libri.</p>
<p>Nella Trilogia del Viaggio della Jerle Shannara, Brooks racconta le vicende successive al ciclo degli Eredi di Shannara. Essa si compone di tre libri: “La strega di Ilse” (2000), “Il labirinto” (2001) e “L&#8217;ultima magia” (2002). Le vicende sono ambientate quasi completamente al di fuori delle Quattro Terre, in un continente al di là dello Spartiacque Azzurro dove si trova una città fantasma dell&#8217;epoca delle “Grandi Guerre”. Compito dei nuovi discendenti degli Ohmsford è impadronirsi della formidabile fonte di potere e magia che si trova nei meandri di questa città, ma la spedizione comandata dal druido Walker Boh e dal principe degli Elfi è ostacolata dalle forze della strega di Ilse e del suo misterioso maestro, il Morgawr. Elemento peculiare di questa trilogia è il modo in cui Brooks racconta il confronto tra il mondo magico di Shannara e quello tecnologico del nostro mondo prima delle “Grandi Guerre”.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=68724" rel="attachment wp-att-68724"><img class="alignright size-medium wp-image-68724" title="terry brooks 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/terry-brooks-2-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a>Arriviamo ora alla Trilogia del Druido Supremo di Shannara: direttamente successiva a quella de “Il viaggio della Jerle Shannara”, questa trilogia è l&#8217;ultima in ordine di tempo scritta da Brooks ed è il proseguimento delle vicende narrate nel ciclo precedente (è ambientata, infatti, vent&#8217;anni dopo). Si compone di tre libri: “Jarka Ruus” (2003), “Tanequil” (2004) e “La regina degli Straken” (2005). La vicenda è nuovamente ambientata nelle Quattro Terre, con alcune deviazioni in un mondo parallelo, quello del Divieto abitato dai Demoni descritto da Brooks in “Le Pietre Magiche di Shannara”. Protagonista centrale di questo nuovo sotto-ciclo è Grianne, la strega di Ilse della trilogia precedente.</p>
<p>Arrivato a questo punto, Terry Brooks decide di tornare indietro e scrive la Trilogia della Genesi di Shannara: il 29 agosto 2006 infatti segna l&#8217;uscita in America di “I figli di Armageddon”, il primo libro della trilogia pre-Shannara che narra le vicende durante l&#8217;ultimo periodo della distruzione del Vecchio Mondo (le famose “Grandi Guerre” citate nelle varie saghe di Shannara). La nuova opera riprende personaggi ed eventi lasciati in sospeso alla fine della Trilogia del Verbo e Vuoto e introduce particolari (personaggi, amuleti&#8230;) che ritroveremo nelle saghe di Shannara; una vera e propria testa di ponte che ci conduce nella trasformazione del nostro mondo in quello delle Quattro Terre. Il secondo libro della saga, pubblicato negli Usa a fine agosto 2007, è intitolato “Gli elfi di Cintra”, mentre il terzo libro, pubblicato negli USA il 26 agosto 2008 è intitolato “L&#8217;esercito dei demoni”.</p>
<p>Di seguito prosegue con il Dittico delle Leggende di Shannara, composto da “L&#8217;ultimo cavaliere” e “Il potere della magia”, che è il seguito della precedente trilogia. Gli eventi narrati in questi libri si svolgono 500 anni dopo la fine di “L&#8217;esercito dei demoni” quando Falco si è tramutato in nebbia per difendere gli abitanti della valle da un attacco di missili nucleari.</p>
<p>La Trilogia degli Oscuri Segreti di Shannara invece si colloca temporalmente dopo la Trilogia del Druido Supremo di Shannara. Nel primo volume “I guardiani di Faerie” si narrano le vicende che ruotano attorno alla ricerca di una parte delle Pietre Magiche, scomparse da decenni. La cerca viene guidata da un esiguo gruppo di Druidi a capo di un gruppo eterogeneo messo sulle tracce delle pietre dalla giovane Alphenglow Elessendil, druido elfo, incappata in un diario segreto. La ricerca porterà in un&#8217;area irta di pericoli con conseguenze drammatiche per tutti i personaggi coinvolti. Gli altri due volumi sono: “Il fuoco di sangue” (2014) e “Lo spettro della strega” (2015).</p>
<p>Nella Trilogia dei Difensori di Shannara il protagonista, a differenza dei precedenti, è un discendente della famiglia Leah, stirpe da sempre amica e sostegno degli Ohmsford ed è composta dai romanzi: “I difensori di Shannara -</p>
<p>La lama del druido supremo” (2015), “Il figlio dell&#8217;oscurità” (2016) e “La figlia dello stregone” (2017).</p>
<p>L’ultima, per ora, in ordine di tempo è la Quadrilogia della Caduta di Shannara, composta da: “La pietra nera della magia” (2018), “L&#8217;invasione degli Skaar” (2019), “Lo Stiehl letale” (2021) e “L&#8217;ultimo druido” (2022).</p>
<p>Terry Brooks però non è solo Shannara. Come dicevamo si è occupato anche di altri cicli e altri volumi, fra i quali uno dei più importanti e interessanti è sicuramente il Ciclo di Landover, una delle due saghe di Brooks non ambientate nelle Quattro Terre. Essa prende le mosse dal nostro mondo di oggi, e protagonista è Ben Holiday, un avvocato in crisi dopo la morte precoce della moglie (il personaggio di Ben presenta una forte identificazione con Brooks stesso). Ad Holiday viene offerta la possibilità di uscire dal vuoto della sua attuale vita tramite un curioso annuncio su un catalogo di prodotti natalizi: “Regno magico in vendita!”. Inizia così una serie di straordinarie avventure in un mondo parallelo dominato dalla magia di cui Ben, dopo grandi difficoltà, riuscirà a diventare legittimo re, aiutato da una serie di strani compagni: un mago maldestro, un cane parlante, due fedeli coboldi e una donna albero di cui Ben s&#8217;innamorerà. Lo scopo di fondo di questo ciclo di Brooks è quello di rovesciare completamente i tradizionali schemi della fantasy, parodiandoli con garbo, ma mantenendo inalterata la struttura romanzesca e non disdegnando di affrontare anche temi seri e profondi come già nelle opere di Shannara.</p>
<p>Il confronto tra il mondo magico e il nostro mondo è oggetto delle più riuscite delle storie del ciclo, che si compone di sei libri: “Il magico regno di Landover” (1986), “L&#8217;unicorno nero” (1987), “Mago a metà” (1988), “La scatola magica di Landover” (1994), “La sfida di Landover” (1995) e “La principessa di Landover” (2009). Terry Brooks aveva reso noto che era in corso la lavorazione di un film sul primo romanzo del ciclo, che avrebbe dovuto dirigere il regista Stephen Sommers, ma che è poi stato tutto annullato.</p>
<p>Altro ciclo che esula da Shannara, almeno in parte, è la Trilogia del Verbo e Vuoto, tre libri che sono notoriamente i più singolari della produzione di Brooks. Questa saga è ambientata nel nostro mondo contemporaneo, nello specifico la società nordamericana della fine dello scorso secolo. Protagonista è Nest Freemark, una ragazza di invidiabili capacità atletiche e dotata di poteri magici ereditati dalle donne della famiglia sue antenate. Responsabilità che Nest ha preso su di sé per proteggere &#8211; insieme al curioso e antipatico compagno Pick, un silvano dalle dubbie origini &#8211; il parco della sua città natia di Hopewell dalle forze del Vuoto che costantemente lo minacciano. La sua vita che, pur permeata di magia, scorre al ritmo di quella dei suoi coetanei adolescenti, viene complicata dal ritorno del suo passato, nello specifico di suo padre, un Demone del Vuoto determinato a renderla sua alleata nella lotta per il Caos a favore del Vuoto. Ma John Ross, Cavaliere del Verbo, uno dei campioni del Bene dotato di grandi poteri magici e di grande carisma, compare anch&#8217;egli per tentare di impedirlo. Il suo compito è combattere i Demoni, orrende creature che assumono fattezze umane e portano nell&#8217;umanità violenza e disperazione, pur mantenendo un atteggiamento sadico e indifferente. Nest è continuamente contesa dal Verbo e dal Vuoto per i suoi poteri e i tre romanzi della trilogia ne raccontano le vicende che la legano sempre più indissolubilmente a John Ross: “Il demone” (1997), “Il cavaliere del Verbo” (1998) e “Il fuoco degli angeli” (1999).</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=68725" rel="attachment wp-att-68725"><img class="alignleft size-medium wp-image-68725" title="terry brooks 3" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/terry-brooks-3-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" /></a>L&#8217;importanza di queste opere sta nel modo in cui Brooks racconta con crudo, cinico realismo le brutture della civiltà occidentale corrosa da mali, visibili e invisibili, incarnati anche simbolicamente nella figura dei Demoni che non devono fare altro che agire da cattivi consiglieri per scatenare tragedie che uomini alla deriva già covano dentro. A questi Brooks contrappone la figura del Cavaliere del Verbo e delle difficoltà di chi, come questi, si pone l&#8217;obiettivo di salvare dalla distruzione una società che pare ormai condannata da se stessa. Le vicende del Verbo e del Vuoto sono state comunque poi riprese da Brooks nella sua nuova trilogia, “La genesi di Shannara”, che così fa da ponte tra questa saga e la sua creazione più nota, narrando il declino definitivo della società moderna che dalle sue ceneri farà risorgere un mondo nuovo, quello di Shannara appunto.</p>
<p>Non dimentichiamo poi che Terry Brooks ha scritto altri romanzi al di fuori della canonica produzione fantasy.</p>
<p>Citiamo ad esempio “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=873">Hook &#8211; Capitan Uncino</a>” (1991), trasposizione del film di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=62115">Steven Spielberg</a>, “e Star Wars: Episodio I &#8211; La minaccia fantasma” (1999) dall&#8217;omonimo film di George Lucas dell&#8217;acclamata saga fantascientifica.</p>
<p>Inoltre un suo racconto, “Amici immaginari”, in cui compare il silvano Pick della Trilogia del Verbo e Vuoto, è stato poi pubblicato nell&#8217;antologia di scrittori fantasy “Magicland” a cura di Lester del Rey.</p>
<p>Importante è poi la guida completa ai fatti, personaggi, luoghi e cose della saga di Shannara, ovvero “Il Magico mondo di Shannara” (2002), scritto insieme a Teresa Patterson e illustrato da David Cherry, di cui è in lavorazione una seconda edizione riveduta e ampliata.</p>
<p>Infine, di fondamentale importanza resta l&#8217;autobiografia e guida alla scrittura “A volte la magia funziona” (2003), in cui Brooks espone le origini dei suoi romanzi e dà consigli ai giovani aspiranti scrittori.</p>
<h3>Davide Longoni</h3>
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		<title>STEPHEN KING</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jun 2023 22:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[Stephen Edwin King nasce a Portland, nel Maine, il 21 settembre 1947 ed è considerato uno dei più celebri autori di letteratura fantastica, in particolare horror, dell&#8217;ultimo quarto del XX secolo. Scrittore prolifico, nel corso della sua carriera, iniziata nel 1974 con “Carrie”, ha pubblicato oltre ottanta opere, fra romanzi e antologie di racconti, entrate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=68483" rel="attachment wp-att-68483"><img class="alignleft size-full wp-image-68483" title="stephen king 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/stephen-king-1.jpg" alt="" width="177" height="266" /></a>Stephen Edwin King nasce a Portland, nel Maine, il 21 settembre 1947 ed è considerato uno dei più celebri autori di letteratura fantastica, in particolare horror, dell&#8217;ultimo quarto del XX secolo.</p>
<p>Scrittore prolifico, nel corso della sua carriera, iniziata nel 1974 con “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=36667">Carrie</a>”, ha pubblicato oltre ottanta opere, fra romanzi e antologie di racconti, entrate regolarmente nella classifica dei best sellers, vendendo complessivamente più di 500 milioni di copie.</p>
<p>Buona parte dei suoi racconti ha avuto trasposizioni cinematografiche o televisive, anche per mano di autori importanti quali <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=30437">Stanley Kubrick</a>, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=960">John Carpenter</a>, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=271">Brian De Palma</a>, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=55410">J. J. Abrams</a>, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=25910">David Cronenberg</a>, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=46974">Rob Reiner</a>, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=61968">Lawrence Kasdan</a>, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=61882">Frank Darabont</a>, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=26017">Taylor Hackford</a> e <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=38975">George A. Romero</a>. Pochi autori letterari, a parte <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=51751">William Shakespeare</a>, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=35481">Agatha Christie</a> e <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=35520">Arthur Conan Doyle</a>, hanno ottenuto un numero paragonabile di adattamenti.</p>
<p>A lungo sottostimato dalla critica letteraria, a partire dagli anni Novanta è iniziata una progressiva rivalutazione nei suoi confronti. Grazie al suo enorme successo popolare e per la straordinaria capacità di raccontare l&#8217;infanzia nei propri romanzi è stato paragonato da alcuni addirittura a Charles Dickens, paragone che lui stesso, nella prefazione a “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=53397">Il miglio verde</a>”, pubblicato a puntate proprio nello stile di Dickens, ha sostenuto essere più adeguato per autori come John Irving o Salman Rushdie.</p>
<p>Suo padre, di origini scozzesi-irlandesi nato David Spansky, in seguito modificò il cognome in Donald Edwin King ed era impiegato della Electrolux, ex capitano della Marina Mercantile dal 1945 nella Seconda Guerra Mondiale. Sua madre, Nellie Ruth Pillsbury King, era invece una casalinga di modeste origini. King ha inoltre un fratello maggiore, David Victor, adottato dai coniugi King il 14 settembre 1945.</p>
<p>Nel 1949 il padre, a causa di problemi familiari, esce per una delle sue passeggiate e non farà più ritorno a casa. Questo evento segnerà profondamente il carattere del futuro scrittore, tanto che è possibile trovare in numerosi romanzi, il difficile rapporto padre-figlio.</p>
<p>La famiglia inizia così a spostarsi da un luogo all&#8217;altro: si stabilisce per brevi periodi in Indiana, a Milwaukee, infine nuovamente nel Maine. La signora Nellie Ruth King in quegli anni e nei successivi sarà spesso impegnata per quasi tutto il giorno in diversi lavori come stiratrice in una lavanderia, lavoratrice notturna in una panetteria, commessa e donna delle pulizie. Con il proprio lavoro riesce comunque ad assicurare ai due figli una buona educazione, guidandoli all&#8217;ascolto di buona musica e alla letteratura, dando la possibilità a Stephen di provare a scrivere qualche storia horror. Di quegli anni, Stephen King dirà, “Non possedemmo mai un&#8217;automobile, ma non saltammo mai un pranzo”.</p>
<p>L&#8217;infanzia di Stephen King venne segnata, oltre che dalla scomparsa del padre, dalla morte di un suo amico. All&#8217;età di quattro anni, i due bambini erano impegnati a giocare nei pressi di una ferrovia, quando l&#8217;amico del futuro scrittore cadde sulle rotaie e venne travolto dal treno. Stephen, in stato confusionale, ritornò a casa senza ricordare quanto era successo.</p>
<p>Iscritto in prima elementare, King passò i primi nove mesi malato. Colpito prima dal morbillo, ebbe in seguito problemi con gola e orecchie. Curato da alcuni esperti, si ritirò dalla scuola per volere di sua madre, passando diversi mesi in casa. È durante questo periodo che King inizia a scrivere, copiando interamente fumetti ai quali aggiungeva descrizioni personali. Il suo primo racconto, completamente inventato da lui, trattava di quattro animali magici a bordo di una vecchia macchina, guidati da un enorme coniglio bianco, con il compito di aiutare i bambini.</p>
<p>Durante questo periodo inizierà anche a leggere tutto ciò che gli interessava. A dieci anni, dopo aver visto un film sugli extraterrestri, scopre il genere horror. Due anni dopo rinviene nella soffitta della zia i libri del padre, appassionato di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=485">Edgar Allan Poe,</a> <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=66">H. P. Lovecraft</a> e <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=61635">Richard Matheson</a>, nonché appassionato scrittore. Nel 1960 King invia il suo primo racconto a una rivista, la “Spacemen”, che si occupava di film di fantascienza, ma il suo scritto non verrà mai pubblicato.</p>
<p>Nel 1959 inizia a scrivere per un piccolo giornale, il <em>Dave&#8217;s Rag</em>, giornale prodotto dal fratello maggiore di King in tiratura limitata e distribuito a vicini di casa e coetanei.</p>
<p>All&#8217;età di circa dieci anni si stabilisce con la famiglia a Durham, nel Maine e frequenta la Lisbon Fall High School, nella vicina Lisbon Falls. La sua passione per i film dell&#8217;orrore e per la letteratura lo spingeranno a scrivere diversi racconti, spesso delle semplici trasposizioni dei film visti al drive-in. Questi racconti vengono letti fra i suoi amici di scuola, grazie all&#8217;utilizzo del ciclostile del <em>Dave&#8217;s Rag</em>. Sarà il film “Il pozzo e il pendolo”, tratto dal racconto di Edgar Allan Poe, a ispirare King che, tornato a casa, realizzerà una trasposizione dello stesso. Prodotta poi in una quarantina di copie, la vende il giorno successivo a scuola, ma gli insegnanti, una volta scoperto, lo obbligheranno a restituire i soldi.</p>
<p>Dopo due anni alla Lisbon High School viene nominato direttore del giornale scolastico <em>The Drum</em>, in coppia con Danny Emond. Il giornale avrà scarso successo, ma costerà una punizione a Stephen King, che, annoiato dai soliti articoli, ha l&#8217;idea di realizzare un giornale umoristico prendendo in giro i vari professori. <em>The village vomit</em>, nuovo nome del giornale, fra gli studenti ha successo, ma i professori, privi di “sense of humor” lo metteranno in punizione per una settimana. Al termine della stessa, il giovane scrittore verrà contattato da un vero giornale, il <em>Lisbon Enterprise</em>, settimanale di Lisbon. Inizierà qui a scrivere sugli incontri sportivi, apprendendo tecniche per una buona scrittura.</p>
<p>Nel 1966 venne pubblicato sulla fanzine <em>Comics Review</em> il suo primo racconto, intitolato “I Was a Teenage Grave Robber”, poi successivamente pubblicato dal curatore editoriale, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=17292">Marv Wolfman</a>, con il titolo “In a Halfworld of Terror” sulla rivista “Tales of Suspense”. Rimane l&#8217;unica storia scritta da King per una fanzine.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=68489" rel="attachment wp-att-68489"><img class="alignright size-medium wp-image-68489" title="stephen-king 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/stephen-king-2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Si diploma nel 1966. A Orono studia letteratura inglese presso l&#8217;Università del Maine, dove cura per oltre due anni una rubrica regolare sul giornale universitario, <em>Maine Campus</em>, intitolata “King&#8217;s Garbage Truck”. Per mantenersi gli studi lavora sia durante l&#8217;anno scolastico, che durante le vacanze estive. Nel 1967, a 19 anni, vende per la prima volta, a 35 dollari, un racconto a una rivista professionale: si tratta di “The Glass Floor”, pubblicato da Robert Lowndes su “Startling Mistery Stories”. Nel frattempo, tra i 16 e i 22 anni, scrive quattro romanzi, ma non vengono pubblicati. Nell&#8217;estate del 1969, lavorando nella biblioteca dell&#8217;università, conosce Tabitha Jane Spruce, poetessa e laureanda in storia, che sposerà il 2 gennaio 1971 a Old Town.</p>
<p>Nel 1970, dopo la laurea, ottiene il certificato per l&#8217;insegnamento alle scuole superiori, ma per circa un anno è costretto a svolgere le più diverse occupazioni, prima di diventare alla fine del 1971 insegnante di lettere alla Hampden Academy di Hampden, nel Maine. Dopo la nascita della figlia Naomi Rachel nel 1970, King si trasferisce e inizia a scrivere, “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=44150">L&#8217;uomo in fuga</a>” (“The Running Man”). Nel 1972 nasce un altro figlio, Joseph Hillstrom. Da qui in poi seguono molti problemi, economici e di salute, legati alla dipendenza dall&#8217;alcool. King integra il precario bilancio familiare vendendo racconti a riviste maschili come <em>Cavalier</em>, <em>Dude</em> e <em>Gent</em>. La maggior parte di questi saranno poi raccolti in “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=60954">A volte ritornano</a>” (“Night Shift”), la sua prima antologia di narrativa breve, pubblicata nel 1978.</p>
<p>Dopo tre precedenti tentativi falliti, King raggiunge finalmente la pubblicazione di un proprio romanzo nel 1974 con “Carrie”. L&#8217;autore ha sempre sostenuto che fu la moglie Tabitha a incoraggiarlo per farlo visionare a una casa editrice, in quanto lui non riponeva in questa storia particolare fiducia di successo. Acquistato dalla casa editrice Doubleday per soli 2500 dollari, il romanzo passa inosservato nell&#8217;edizione rilegata, ma ottiene un successo enorme con l&#8217;edizione economica, superando il milione di copie vendute. Grazie alla sua quota sia per i diritti dell&#8217;edizione economica, che per la trasposizione cinematografica, potè permettersi di abbandonare l&#8217;insegnamento per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura.</p>
<p>I successivi “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=26281">Le notti di Salem</a>” (“Salem&#8217;s Lot”) del 1975 e “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=580">Shining</a>” del 1977 furono dei successi ancor maggiori: il primo vendette oltre tre milioni di copie, il secondo superò i quattro milioni. Nel giro di quattro anni, il non ancora trentenne King è passato dal sopravvivere con il modesto stipendio di insegnante da 6000 dollari annui a guadagnare milioni con i diritti d&#8217;autore e i diritti cinematografici.</p>
<p>Ma è proprio in questo periodo di crescente successo e di affermazione personale che la madre di King muore di cancro, evento che causa nello scrittore seri problemi di dipendenza da alcol e cocaina, arrivando persino a pronunciare il discorso di addio, al funerale della madre, da ubriaco. La sua tossicodipendenza venne a lungo sottovalutata, perché non incideva in alcun modo nella sua creatività, e, solo nel 1987, l&#8217;intervento di familiari e amici diede inizio a un faticoso processo di disintossicazione, che durerà oltre un anno.</p>
<p>Nel frattempo arriviamo agli anni Ottanta e King è ormai diventato una star della cultura popolare, paragonabile alla figura di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=62115">Steven Spielberg</a> in campo cinematografico. In questi anni lui stesso confessa anche il suo debito nei confronti dello scrittore Shane Stevens, dichiarando che il proprio romanzo, “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=52470">La metà oscura</a>” è anche un omaggio allo stesso Stevens.</p>
<p>Moltissimi sono i romanzi, le antologie e i racconti pubblicati nel ventennio successivo, citarli tutti sarebbe un mero e lungo elenco senza senso&#8230; considerando anche il fatto che molti suoi lavori hanno avuto nel frattempo trasposizioni cinematografiche o televisive, come nel caso di “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=64958">Mucchio d&#8217;ossa</a>”. Fra un successo e l’altro, passano anche gli anni Novanta e arriviamo a una data importante per lo scrittore del Maine. Siamo nell&#8217;estate del 1999 e, dopo aver riposto momentaneamente nel cassetto il suo nuovo romanzo, “Buick 8”, iniziato nel corso della primavera e che richiedeva un certo lavoro di ricerca, King riprende in mano il saggio sulla scrittura, “On Writing: Autobiografia di un mestiere”, iniziato a fine 1997 e messo da parte nei primi mesi del 1998, con l&#8217;intenzione di dedicare l&#8217;intera estate a completarlo.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=68490" rel="attachment wp-att-68490"><img class="alignleft size-medium wp-image-68490" title="stephen-king 3" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/stephen-king-3-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a>È il 18 giugno 1999, quando inizia a scrivere la parte principale del suo saggio. Il pomeriggio del 19 giugno 1999, dopo aver accompagnato all&#8217;aeroporto il figlio più giovane, Owen, intorno alle quattro pomeridiane intraprende la sua abituale camminata di sei chilometri nei dintorni di Center Lovell, nel Maine occidentale, per un tratto lungo la Route 5, la strada asfaltata che collega Bethel e Fryeburg. È proprio su quella strada, che Bryan Smith, quarantaduenne con dozzine di precedenti incidenti stradali, alla guida di un minivan Dodge blu, distratto dal suo rottweiler Bullet, saltato sul sedile posteriore travolge in pieno lo scrittore mentre camminava sul ciglio della strada. Trasportato in un primo momento al Northern Cumberland Hospital di Bridgton, viene poi trasferito in elicottero al Central Maine Medical Center di Lewiston. A Stephen vengono diagnosticati una serie di gravi traumi fisici: polmone destro perforato, gamba destra fratturata in almeno nove punti, tra cui ginocchio e anca, colonna vertebrale lesa in otto punti, quattro costole spezzate e lacerazione del cuoio capelluto. Esce dall&#8217;ospedale il 9 luglio 1999, dopo tre settimane dal ricovero. Dopo aver accettato in un primo momento le scuse dell&#8217;investitore, King decide di denunciarlo per fargli ritirare la patente e di acquistarne il veicolo per 1.600 dollari, nella prospettiva di sfasciarlo una volta recuperate le forze fisiche. Le sette operazioni chirurgiche necessarie per guarire, e la lunga e dolorosa convalescenza interrompono la proverbiale disciplina dello scrittore, non più in grado di lavorare ininterrottamente quattro ore ogni mattina per scrivere ogni giorno 2.500 parole.</p>
<p>Nel 2000 <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=63223">King</a> pubblica su internet un romanzo a puntate, “The Plant”. Visto però l&#8217;insuccesso, soprattutto economico poiché molte sono le persone che scaricano i nuovi capitoli senza pagarli, abbandona il progetto. Nel 2002 invece, sulla rivista <em>Entertainment Weekly</em>, per la quale fino al 2003 scrive la rubrica “The Pop of King”, annuncia di voler smettere di pubblicare, anche se non forse di scrivere. Così nell&#8217;ottobre del 2005 King firma per la Marvel Comics una trasposizione a fumetti della serie “La torre nera” intitolata “La nascita del pistolero”. La serie, basata sulle vicende di un giovane, Roland Deschain, venne diretta da Robin Furth, illustrata da Jae Lee, vincitore dell&#8217;Eisner Award, con dialoghi di Peter David. La prima uscita viene pubblicata il 7 febbraio 2007 negli Stati Uniti, e nel marzo dello stesso anno vendette oltre 200 000 copie. In Italia la serie venne pubblicata mensilmente a partire dalla fine dell&#8217;agosto 2007, per un totale di quattro albi. Sempre nel 2007, King venne premiato con il “Mystery Writers of America Grand Master”.</p>
<p>Annunciato precedentemente per il 21 giugno 2007, King pubblica il 2 ottobre 2007 il romanzo “Blaze”, scritto negli anni Settanta sotto lo pseudonimo Richard Bachman ma mai pubblicato. Lo scrittore ha anche terminato nel frattempo il romanzo “Duma Key”, uscito a gennaio 2008, scrivendo un musical assieme a John Mellencamp intitolato “Ghost Brothers Of Darkland County”, spettacolo debuttato il 4 aprile 2012. Il 21 ottobre 2008 uscì anche la sua nona raccolta di racconti, “Al crepuscolo”, contenente ben tredici storie. A distanza di un anno dalla pubblicazione del suo ultimo libro, il 20 ottobre 2009 verrà pubblicato il romanzo “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=27056">The Dome</a>”, idea a cui King lavorava già negli anni Ottanta, ma che non aveva mai portato a termine.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=68491" rel="attachment wp-att-68491"><img class="alignright size-medium wp-image-68491" title="stephen-king 4" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/stephen-king-4-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Nel marzo del 2011 annunciò, tramite il suo sito ufficiale la pubblicazione di due nuovi libri. Il primo è “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=8203">22/11/&#8217;63</a>”, romanzo che tratta il tema dei viaggi nel tempo e dell&#8217;assassinio di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=33493">John Fitzgerald Kennedy</a>, pubblicato l&#8217;8 novembre 2011, mentre il 13 novembre 2012 esce il secondo, un altro volume legato alla serie “La torre nera”, intitolato “La leggenda del vento” (“The Wind Through the Keyhole”), inserito negli eventi temporali tra il quarto e quinto volume e che, come tutti i volumi della saga, è stato tradotto in Italia da Tullio Dobner.</p>
<p>Il 4 giugno 2013 è uscito negli USA il romanzo “Joyland”, pubblicato in contemporanea anche in Italia, mentre il 20 settembre dello stesso anno è uscito negli USA il romanzo horror “Doctor Sleep”, una sorta di sequel di “Shining” con un Danny Torrance adulto come protagonista. L&#8217;uscita in Italia avvenne il 28 gennaio 2014. Invece il 3 giugno 2014 è uscito negli USA il romanzo giallo “Mr. Mercedes”, la cui uscita italiana è stata il 30 settembre 2014: si tratta del primo capitolo di una trilogia, come confermato dallo stesso King tramite il proprio profilo Twitter. L&#8217;11 novembre 2014 è la volta di un nuovo romanzo horror dal titolo “Revival”, uscito nel nostro Paese il 17 marzo 2015. Nell&#8217;estate del 2015, negli USA, avvenne la pubblicazione del secondo capitolo della trilogia di Mr. Mercedes, intitolato “Finders Keeper”, il cui titolo italiano è “Chi perde paga”, la cui pubblicazione in Italia avvenne il 22 settembre 2015. Quindi il 3 novembre 2015 in USA venne pubblicata una nuova raccolta di racconti dal titolo “The Bazaar of Bad Dreams” tradotta in italiano il “Il bazar dei brutti sogni” uscita nel marzo 2016. Arriviamo al 21 aprile 2015 quando, durante un evento al St. Francis College, King ha annunciato il terzo e ultimo capitolo della trilogia di Mr. Mercedes, intitolato “End of Watch”, uscito negli Usa il 7 giugno 2016 e in Italia l&#8217;11 ottobre 2016 con il titolo “Fine turno”. Nel giugno 2016 King ha annunciato la pubblicazione di un nuovo romanzo dal titolo “Sleeping Beauties” scritto insieme a suo figlio Owen King. È stato pubblicato negli USA il 26 settembre 2017, mentre in Italia il 21 novembre 2017. Nel 2018 sono usciti altri due libri: “La scatola dei bottoni di Gwendy” e “The Outsider”.</p>
<p>E concludiamo con la storia più recente. Il 10 settembre 2019 viene pubblicato in Italia, in contemporanea con gli USA, il suo nuovo romanzo dal titolo “L&#8217;istituto”. Il 12 maggio 2020 esce una nuova raccolta di racconti intitolata “Se scorre il sangue”, in originale “If It Bleeds”. Il 3 agosto 2020 ha annunciato la pubblicazione di un nuovo romanzo dal titolo “Later”, uscito negli USA il 2 marzo 2021 per la casa editrice Hard Case Crime (lo stesso editore di “Colorado Kid” e “Joyland”). Il 3 agosto 2021 viene pubblicato il romanzo dal titolo “Billy Summers”, mentre il 6 settembre 2022 esce il libro horror/fantasy “Fairy Tale”. Il 2 marzo 2022 durante il podcast “The Kingcast” annuncia infine di aver scritto un nuovo romanzo intitolato “Holly”, che sarà nelle librerie il 5 settembre del 2023.</p>
<p>Il resto… il Re lo deve ancora scrivere!</p>
<h3>Davide Longoni</h3>
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		<title>CHARLES BUKOWSKY</title>
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		<pubDate>Tue, 02 May 2023 22:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[Ed apparteneva a quella inquietante genia dei reietti&#8230; dei paria, degli alternativi pericolosi, degli inguaribili tossici, dei maledetti: ma lui “faceva poesia”. E le sue poesie erano belle, profonde, ricche di sensibilità, nonostante la voglia di provocare, di stupire, persino d&#8217;insultare. E Charles Bukowski giocò anche “con quel suo fare poesia”. “Scrivo poesie per portarmi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=68027" rel="attachment wp-att-68027"><img class="alignleft size-medium wp-image-68027" title="charles bukowski 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/charles-bukowski-1-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Ed apparteneva a quella inquietante genia dei reietti&#8230; dei paria, degli alternativi pericolosi, degli inguaribili tossici, dei <em>maledetti</em>: ma lui “faceva poesia”.</p>
<p>E le sue poesie erano belle, profonde, ricche di sensibilità, nonostante la voglia di provocare, di stupire, persino d&#8217;insultare.</p>
<p>E Charles Bukowski giocò anche “con quel suo fare poesia”.</p>
<p>“Scrivo poesie per portarmi a letto le donne”. Affermò infatti&#8230; Ed era vero&#8230; Ma soltanto in parte.</p>
<p>Alle donne piacciono le poesie e si mostrano inclini a chi le scrive &#8211; lo stesso non avviene al contrario -, ma il nostro Charles le scriveva perché gli sgorgavano dal cuore; quel suo cuore malato perché non riceveva mai l&#8217;amore che avrebbe desiderato&#8230; MAI MAI MAI abbastanza amore.</p>
<p>Per questo beveva, per questo si drogava, per questo si disperdeva in mille corpi femminili.</p>
<p>L&#8217;amore che non si riceve, soprattutto nell&#8217;infanzia, diviene una ferita insanabile, un marchio di fuoco indelebile.</p>
<p>Charles Bukowski era infatti nato ad Andernach, in una Germania devastata dalla Prima Guerra Mondiale e prossima al tracollo economico, e si era trovato a vivere i suoi primi anni in un ambiente degradato dalle perenni difficoltà economiche e, dopo il trasferimento dei genitori negli Stati Uniti, dal non sentire mai alcun luogo come patria: bubboni che esplodono in quotidiano scontento, rabbia, violenza.</p>
<p>E quel Charles bambino che Bukowski era stato, aveva respirato da subito quella violenza: un padre, perdente nella vita, che lo fustigava con una cintura di cuoio, un giorno sì e l&#8217;altro pure, anche quando non aveva commesso alcuna colpa, ed una madre assente, forse ormai inesorabilmente rassegnata.</p>
<p>Ed ora soltanto brevi cenni della sua autobiografia, perché mi sembra che l&#8217;essenziale sia stato già detto, e poi farò parlare la sua voce, attraverso la citazione di alcune sue frasi o nel citare alcune (ne scrisse a migliaia) delle sue bellissime poesie, dove ad un crudo realismo si contrappone spesso la delicatezza di una acuta sensibilità.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=68028" rel="attachment wp-att-68028"><img class="alignright size-medium wp-image-68028" title="charles bukowski 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/charles-bukowski-2-205x300.jpg" alt="" width="205" height="300" /></a>Henry Charles Bukowski nacque ad Andernach ( Germania) il 16 agosto del 1920.</p>
<p>Il padre, Henry Bukowsky statunitense, ma di origini miste polacco/ tedesche, negli anni giovanili, era arruolato come sergente della Third United States, ma una volta emigrato negli Stati Uniti, rimase spesso disoccupato, fatto che acuì la sua tendenza alla violenza.</p>
<p>Della madre &#8211; Katharina Fett, tedesca &#8211; Charles ci racconta assai poco, un chiaro segno della scarsa influenza che ebbe su di lui, nonché della lacunosa affettività di cui doveva essere dotata.</p>
<p>I genitori si conobbero durante la Prima Guerra Mondiale e si sposarono in tempi piuttosto brevi.</p>
<p>Nel 1923 lasciarono la Germania devastata e raggiunsero gli Stati Uniti, sperando in un miglioramento delle loro condizioni, soggiornando dapprima a Baltimora nel Maryland e successivamente, nel 1930, a Los Angeles.</p>
<p>Qui il piccolo Charles, oltre alle angherie paterne ed al silenzio materno, dovette anche subire la discriminazione dei suoi coetanei che ne contestavano l&#8217;accento linguistico “pesante”, nonché il suo abbigliamento che non si affiancava ai canoni usuali e tacciato pertanto “da femminuccia”.</p>
<p>“La mia infanzia come in un film dell&#8217;orrore”, la definì lo stesso Bukowsky.</p>
<p>Quasi prevedibile, in una mente viva, ma particolare e scontrosa come la sua, il ricorso all’alcol&#8230; Un “coupe de foudre” che avvenne a soli 14 anni e che si trasformerà in un amore dipendente per tutta la vita.</p>
<p>“Se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare. Se succede qualcosa di bello, si beve per festeggiare. E se non succede niente, si beve per fare succedere qualcosa”.</p>
<p>Afferma lui stesso.</p>
<p>Nel 1969, grazie all&#8217;offerta dell&#8217;Uditore della Black Sparrow, poté finalmente abbandonare l&#8217;odiato lavoro da postino e, per uno stipendio contenuto di circa 100 dollari al mese, si dedicò completamente alla scrittura.</p>
<p>“Avevo solo due alternative: restare all&#8217;ufficio postale e impazzire&#8230; O andarmene a giocare a fare lo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame”.</p>
<p>Affermò, giustificando la sua scelta.</p>
<p>Anche i suoi rapporti con le donne furono molto burrascosi&#8230; E quando dico “donne” non mi riferisco ai tanti “corpi” posseduti, ma a quelle che nella vita dell&#8217;artista hanno avuto un ruolo, se non fondamentale, almeno determinante.</p>
<p>Tra queste ultime possiamo sicuramente annoverare: la poetessa Barbara Frye, che sposò nel 1957, per poi divorziare nel &#8217;59.</p>
<p>Jane Baker, costituì il suo primo grande amore e, in occasione della sua morte, le dedicò parecchie poesie, da dove si evince lo sconforto e il dolore per quella morte prematura.</p>
<p>Un&#8217;altra donna importante fu Frances Smith, che gli diede l&#8217;unica figlia, Marina Louise.</p>
<p>Seguirono Liza Williams, poetessa e scultrice e Tannie o Tanyn.</p>
<p>Una delle ultime e forse, infine, la più importante, fu Linda Lee Brigale, proprietaria di un ristorante, che, tra separazioni e ravvicinamenti, finì per sposare nel 1985.</p>
<p>All&#8217;inizio del 1988 si ammalò di tubercolosi, ma seguitò ugualmente e ininterrottamente nella sua intensa attività letteraria. Morì a Los Angeles il 9 marzo del 1991 per una leucemia fulminante.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=68029" rel="attachment wp-att-68029"><img class="alignleft size-medium wp-image-68029" title="charles bukowski 3" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/charles-bukowski-3-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>Innumerevole e svariata la sua produzione letteraria: sei romanzi, centinaia di racconti e migliaia le poesie composte.</p>
<p>Tra le opere più rappresentative, voglio citare: DONNE; PANINO AL PROSCIUTTO; POST OFFICE; L&#8217;AMORE È UN REGALO CHE VIENE DALL&#8217;INFERNO e lo scandalosissimo STORIE DI ORDINARIA FOLLIA, da cui fu tratto anche un famoso film, che vide come protagonisti <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=56742">Ben Gazzara</a> e Ornella Muti.</p>
<p>Altri film riecheggiarono in seguito la figura di Bukowski, quali, ad esempio, “Barfly &#8211; Moscone da bar” (con <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=31217">Mickey Rourke</a> protagonista); “Crazy love” e “Factotum” (con Matt Dillon protagonista).</p>
<p>Ma è con alcuni suoi meravigliosi detti e con le sue poesie che intendo farvi salutare quest&#8217;uomo che mai conobbe l&#8217;equilibrio, ed ancor meno la felicità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Dentro ad un abbraccio puoi fare di tutto: sorridere o piangere, rinascere o morire. Oppure fermarti a tremarci dentro, come fosse l&#8217;ultimo”.</p>
<p>“Voglio mettere le mani sul viso e baciarti le rughe: gli anni dove non c&#8217;ero”.</p>
<p>“Tutto si riduce all&#8217;ultima persona a cui pensi la notte”.</p>
<p>“Parlatene.. Parlatene sempre di tutto, perché i silenzi sono pietre e le pietre diventano muri ed i muri dividono”.</p>
<p>“Scrivere poesie non è difficile: difficile è viverle”.</p>
<p>Cinico? Brutale? Depravato?</p>
<p>Se Bukowski fosse stato realmente così, non avrebbe mai potuto scrivere queste parole, che scaturivano comunque dalla sua anima&#8230; E a un uomo così si può perdonare molto.</p>
<h3>Myriam Ambrosini</h3>
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		<title>I FRATELLI VANZINA</title>
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		<pubDate>Sun, 08 May 2022 22:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[Carlo Vanzina nasce a Roma il 13 marzo 1951, vive in una famiglia di cineasti, perché suo padre è il popolare Stefano (noto come Steno) e suo fratello è lo sceneggiatore Enrico (26 marzo 1949). La sua casa è frequentata da personaggi mitici come Totò, Ugo Tognazzi, Mario Monicelli, Ennio Flaiano, Mario Camerini, Dino Risi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=66163" rel="attachment wp-att-66163"><img class="alignleft size-medium wp-image-66163" title="vanzina 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/vanzina-1-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a>Carlo Vanzina nasce a Roma il 13 marzo 1951, vive in una famiglia di cineasti, perché suo padre è il popolare Stefano (noto come Steno) e suo fratello è lo sceneggiatore Enrico (26 marzo 1949). La sua casa è frequentata da personaggi mitici come <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=26219">Totò</a>, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=27972">Ugo Tognazzi</a>, Mario Monicelli, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=63526">Ennio Flaiano</a>, Mario Camerini, Dino Risi, che per lui diventano presenze familiari. Carlo debutta nel mondo del cinema ad appena un anno, interpretando il neonato Filippo in <strong>Totò e le donne</strong>, diretto dal padre. Si diploma al liceo francese Chateaubriand di Roma, tenta la carriera cinematografica seguendo le orme paterne come aiuto regista (<strong>Il vichingo venuto dal sud</strong>, <strong>La poliziotta</strong>…), ma frequenta anche la bottega di Mario Monicelli e di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=39596">Alberto Sordi</a>, imparando l’arte della commedia in tutte le sue sfaccettature. Carlo Vanzina è aiuto regista in lavori storici del cinema brillante italiano come <strong>Brancaleone alle crociate</strong>, <strong>Romanzo</strong> <strong>popolare</strong>, <strong>Amici miei</strong>, <strong>Polvere di stelle</strong> e <strong>Finché c’è guerra c’è</strong> <strong>speranza</strong>. L’elenco non è esaustivo.</p>
<p>Il primo lavoro da regista è <strong>Luna di miele in tre</strong> (1976), commedia brillante interpretata da <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=45492">Renato Pozzetto</a> e <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=43008">Stefania Casini</a>, sceneggiata dal fratello Enrico, ma lontana da quel cinema popolare che è nelle corde dei Vanzina. Il film si basa sulla comicità di Pozzetto, diviso tra la moglie e una pornostar, ma viene rivitalizzato dalla presenza di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=44772">Massimo Boldi</a>, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=47440">Cochi Ponzoni</a> e Felice Andreasi.</p>
<p><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=66164" rel="attachment wp-att-66164"><img class="alignright size-medium wp-image-66164" title="figlio delle stelle" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/figlio-delle-stelle-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Figlio delle stelle</strong> <strong>(Tu sei l’unica donna per me)</strong> del 1979 è il secondo lavoro di Carlo Vanzina, sceneggiato con il fratello, ma soprattutto musicato da Alan Sorrenti, vero protagonista di un <em>musicarello</em> atipico. La pellicola si caratterizza per la presenza di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=33">Michele Soavi</a> &#8211; futuro regista horror e allievo di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=15">Dario Argento</a> &#8211; come assistente al montaggio. Il film è basato sui successi canori di Alan Sorrenti che duetta con la cantante francese Jennifer Benoist e non è certo la cosa migliore fatta dai Vanzina. Il <em>musicarello</em> è un genere alla frutta, impossibile rivitalizzarlo, anche perché non pare il più adatto allo stile dei Vanzina. <strong>Figlio delle stelle </strong>resta un’opera di culto, ricercata dagli appassionati, classificabile come pietra miliare del <em>cinema bis</em> italiano.</p>
<p><strong>Arrivano i Gatti</strong> (1979) è il primo film interessante di Carlo Vanzina, che contribuisce in maniera determinante all’affermazione in campo cinematografico dei Gatti di Vicolo dei Miracoli, quattro attori comici veronesi.</p>
<p><strong>Una vacanza bestiale</strong> (1980) segue il successo del primo film ed è ancora un lavoro che vede all’opera i Gatti: come nel precedente la sceneggiatura è opera di Enrico Vanzina e di Nini Salerno (anima culturale del gruppo). Diego Abatantuono fa parte del cast comico, come in <strong>Arrivano i Gatti</strong>, e segna l’inizio di una collaborazione proficua con i Vanzina. Il successo del personaggio del <em>terrunciello</em> che si spaccia per milanese <em>ciento pe’ ciento</em> è frutto di un proficuo lavoro tra attore, sceneggiatore e regista. Lo <em>slang</em> tipico del primo Abatantuono, che fa impazzire i ragazzi e ne decreta un incredibile successo, viene realizzato a tavolino e sul campo, serata dopo serata, pellicola dopo pellicola. <strong>Una vacanza bestiale</strong> secondo Marco Giusti <em>è uno dei migliori film dei Vanzina, non tanto per la presenza dei Gatti, quanto per un Diego Abatantuono scatenato, ai massimi della forma</em>. Non condividiamo il benevolo giudizio, ma in ogni caso il film è un contenitore di gag che si susseguono a ritmo forsennato, non tutte allo stesso livello, ma la maggior parte colgono nel segno. <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=45367">Teo Teocoli</a> fornisce un buon apporto con la scenetta del marocchino che al tempo era il suo cavallo di battaglia. <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=48946">Jerry Calà</a> dimostra già da questo film che potrebbe fare da solo, piace al pubblico e ha il carisma del protagonista. Il suo distacco dai Gatti è prossimo e segna lo scioglimento del gruppo sin dalla pellicola successiva.</p>
<p><strong>I fichissimi</strong> (1981) è un grande successo della coppia comica Jerry Calà &#8211; Diego Abatantuono, il film più importante dei Vanzina (Enrico sceneggia e Carlo dirige), insieme al successivo, ormai storico <strong>Eccezzziunale… veramente</strong> (1983). Jerry Calà comincia a fare da solo, Abatantuono è un <em>terrunciello</em> perfetto davvero esilarante: insieme danno vita a una versione comica de <strong>I guerrieri della notte</strong> senza precedenti. Un altro film importante nella carriera di Diego Abatantuono è <strong>Viuuulentemente… mia</strong> (1982) e merita di essere riscoperto come uno dei migliori lavori del periodo <em>terrunciello</em>. <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=44072">Laura Antonelli</a> è una ricca finanziera che il poliziotto Abatantuono deve arrestare e portare in Italia. La trama conta poco perché il film si regge sulle battute di Abatantuono e sulle grazie della Antonelli.</p>
<p><strong>Eccezzziunale… veramente</strong> (1983) è la vera apoteosi del <em>terrunciello</em> portato sullo schermo da Abatantuono, un film entrato a far parte dell’immaginario popolare, al punto che nel 2006 viene realizzato un tardo <em>sequel </em>come <strong>Eccezzziunale veramente capitolo secondo… me</strong>, successo cinematografico e subito dopo televisivo, programmato sulle reti Sky e, nel 2008, in prima serata su Rai Due. Sono entrambi due film fondamentali. Carlo ed Enrico Vanzina non inventano soltanto il Diego Abatantuono idolo dei <em>teenager</em> anni Ottanta, sono anche gli importanti rigeneratori del cinema balneare, di gran moda nella commedia all’italiana classica, ormai finito nel dimenticatoio.</p>
<p><strong>Sapore di mare</strong> (1983) è una pellicola che segna un periodo storico, un classico dei Vanzina, seguito da un meno riuscito <em>sequel</em> come <strong>Sapore di mare 2 un anno</strong> <strong>dopo</strong> (1983) di Bruno Cortini, pure se soggetto e sceneggiatura sono ancora dei Vanzina. I ragazzi della mia generazione hanno visto <strong>Sapore di mare</strong> decine di volte, prima al cinema, poi nei frequenti passaggi televisivi; resta un film di culto, inossidabile, resistente al passare degli anni. <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=49031">Isabella Ferrari</a> nel ruolo di Selvaggia impersona il sogno erotico dei ragazzi italiani, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=35266">Karina Huff</a> e Marina Suma si danno da fare per contenderle la scena, la matura Virna Lisi recita con bravura; tutto il cast è ai massimi livelli, basti citare gli esplosivi Jerry Carlà e <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=50998">Christian De Sica</a>. Torna in auge un genere a metà strada tra il <em>musicarello</em> (Edoardo Vianello interpreta se stesso) e la commedia balneare, rivitalizzato da un cast di attori perfetto e da una storia agrodolce al punto giusto. <strong>Sapore di mare</strong> viene distrutto dalla critica contemporanea, ma oggi si deve ammettere che ci troviamo di fronte a un interessante film corale che si pone sulla scia dei capolavori di Dino Risi. Il mix tra musica, comicità e rivisitazione delle vacanze al mare nella Versilia anni Sessanta è fantastico. Tutto è ancora più apprezzabile se si pensa che la maggior parte della pellicola è stata girata tra Ostia e teatri di posa.</p>
<p>Un altro genere inventato dai Vanzina è il <em>comico &#8211; vacanziero</em>, inaugurato da <strong>Vacanze di Natale</strong> (1983), primo titolo di successo che anticipa una lunga serie. La pellicola segue la stessa formula di <strong>Sapore di mare</strong>, presenta una serie di canzoni memorabili che fanno da sottofondo a gag comiche indovinate. Jerry Calà, Christian de Sica e Claudio Amendola sono gli attori principali, ma non vanno dimenticate presenze femminili importanti come <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=62236">Stefania Sandrelli</a>, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=22882">Antonella Interlenghi</a>, Karina Huff e <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=58548">Licinia Lentini</a>. Ricordiamo anche Mario Brega, Rossana Di Lorenzo e una breve apparizione di Moana Pozzi. <strong>Vacanze di Natale </strong>è un <strong>Sapore di</strong> <strong>mare</strong> ambientato in montagna, un film mai eccessivo, inquadrabile nella commedia all’italiana di stampo classico, pure se è il capostipite di un sottogenere e resta uno dei film più indovinati dei Vanzina.</p>
<p>Il 1983 è un anno di grazia per Carlo ed Enrico Vanzina, che portano Diego Abatantuono alla consacrazione del suo personaggio con <strong>Il ras</strong> <strong>del quartiere</strong>. Isabella Ferrari è al massimo della bellezza, ha già fatto innamorare tutti i ragazzi italiani con il suo sguardo da cerbiatta, occhi azzurri e capelli biondi. La pellicola non ha un grande successo perché il personaggio di Abatantuono mostra la corda, comincia a stancare il pubblico, persino l’attore se ne accorge e cambia registro cominciando a lavorare con <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=52593">Pupi Avati</a>.</p>
<p><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=66165" rel="attachment wp-att-66165"><img class="alignleft size-full wp-image-66165" title="mystère" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/mystère.jpg" alt="" width="220" height="303" /></a>Mystère</strong> chiude male il 1983 perché i Vanzina confezionano un thriller completamente fuori dalle loro corde, anche se dispongono di un’attrice come <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=56215">Carol Bouquet</a> nel ruolo della protagonista.</p>
<p><strong>Amarsi un po’ </strong>(1984) è una storia d’amore atipica, non convenzionale, tra un figlio di romani trucidi come Claudio Amendola e <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=18452">Tahnee Welch</a>, rampolla di famiglia nobile. Mario Brega e Rossana Di Lorenzo rappresentano i personaggi più azzeccati del film come coppia di genitori popolari, mentre Riccardo Garrone e Virna Lisi sono i  nobili che non vogliono concedere la figlia al borgataro. Claudia Cavalcanti è il terzo incomodo e porta nella pellicola una spruzzatina di sensualità. Un film da riscoprire.</p>
<p><strong>Vacanze in America</strong> (1984) è il secondo vacanziero vanziniano ed è tra i meno riusciti, anche se il cast è simile al precedente e la comicità resta affidata a Jerry Calà, Christian De Sica e Claudio Amendola. C’è anche <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=43879">Edwige Fenech</a>, al suo penultimo film per il cinema, ma in un ruolo di madre castigatissima, mentre le parti piccanti sono affidate ad Antonella Interlenghi. Il film è un insieme di battute già sentite e di volgarità inutili che non smuovono minimamente il sorriso. A Natale un gruppo di studenti di una scuola privata romana retta da sacerdoti viene portato in vacanza per quindici giorni negli States e affidato alle cure di Don Buro (De Sica). La Fenech è una divorziata che circuisce Don Buro ma è sempre molto vestita. Gli attori e il cast tecnico sono più meno gli stessi del primo <strong>Vacanze di Natale</strong> (1983) che aveva il pregio dell’originalità.</p>
<p><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=66166" rel="attachment wp-att-66166"><img class="alignright size-medium wp-image-66166" title="Sotto il vestito niente" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Sotto-il-vestito-niente-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a>Sotto il vestito niente </strong>(1985) è una pellicola importante e atipica di Carlo Vanzina, che si avvale del fratello Carlo come sceneggiatore, ma basandosi sul romanzo omonimo di Marco Parma (Paolo Pietroni) e ricorrendo allo specialista di thriller <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=47540">Franco Ferrini</a>. Si tratta di un giallo ambientato nel mondo della moda milanese che riscuote un grande successo. La storia si basa su un vero omicidio maturato in ambienti milanesi tra serate a base di sesso e droga, ma tiene conto pure del caso della modella Terry Broome. Si narra che dovesse girarlo Michelangelo Antonioni, ma di fatto venne affidato ai Vanzina. La pellicola ha un <em>sequel</em>:<strong> Sotto il vestito niente 2 </strong>(1989), girato da un regista di pubblicità come Dario Piana, su soggetto di Carlo ed Enrico Vanzina. Funziona memo bene del primo, anche se presenta la solita sfilata di belle modelle spaventate e uccise che da un punto di vista estetico salvano il film.</p>
<p><strong>Yuppies &#8211; i giovani di successo </strong>(1986) è un’altra pellicola importante per dimostrare che non possiamo trascurare il fenomeno Vanzina e relegare i loro film a puro cinema popolare senza valore. Sono il primo a fare ammenda perché è capitato anche a me di cadere nel luogo comune <em>Vanzina uguale prodotto scadente</em>. Non è sempre vero. Negli anni Ottanta il cinema dei Vanzina è stato innovativo, ha segnato il nascere di diversi sottogeneri (poi sfruttati all’eccesso), si è posto in una posizione di continuità con la commedia all’italiana di stampo classico e si è affermato per la rottura con la tradizione. <strong>Yuppies</strong> è un apoteosi di Jerry Calà, al massimo del successo personale, dopo aver lasciato i Gatti e prima di decidere per il passaggio dietro la macchina da presa. Christian De Sica, Ezio Greggio e Massimo Boldi sono le altre presenze maschili, mentre la sfilata di bellezze comprende <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=41351">Corinne Cléry</a>, Federica Moro, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=28612">Valeria D’Obici</a> e <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=28901">Cinzia De Ponti</a>. I critici del tempo stroncarono il film senza starci tanto a pensare, anche se è un lavoro interessante, comico &#8211; surreale, con pochi agganci al vero mondo degli <em>yuppies</em>, ma non per questo meno riuscito. Un film di culto per la mia generazione.</p>
<p><strong>Via Montenapoleone </strong>(1987) è un’altra pellicola di successo, scritta e sceneggiata dai Vanzina con la collaborazione di Iaia Fiastri, in diretta continuità con <strong>Yuppies</strong> ma caratterizzata dalla bellezza prorompente di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=39156">Carol Alt</a>. I Vanzina cercano di fornire un quadro realistico della Milano bene di quei tempi, ma non sono bravissimi a costruire personaggi e spesso si limitano alla macchietta comica. Tra le bellezze femminili citiamo anche Corinne Cléry e René Simonsen, mentre un vero ruolo da protagonista lo ricopre <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=50386">Luca Barbareschi</a>, critico cinematografico gay, figlio di Valentina Cortese.</p>
<p><strong>Montecarlo Gran Casinò </strong>(1987) è un comico &#8211; vacanziero ambientato a Montecarlo, non tra i più riusciti dei Vanzina, ma dotato di un buon cast di comici e caratteristi. Ezio Greggio, Christian De Sica, Enrico Beruschi, Massimo Boldi, Paolo Rossi, Mario Brega, Rossana De Lorenzo e Renzo Ozzano sono la truppa di comici televisivi e di cabaret che interpreta una serie di trovate abbastanza originali. La nota positiva del film è che vediamo coppie comiche inedite come quella composta da Paolo Rossi ed Ezio Greggio.</p>
<p><strong>I miei primi quarant’anni </strong>(1987) è un altro film storico dei Vanzina che porta al cinema l’autobiografia romanzata di Marina Ripa di Meana, impersonata dalla bellissima ma inespressiva Carol Alt, doppiata male e sostituita nelle scene di sesso da una certa Carmen Stowe. Si tratta di un film rosa non certo memorabile, ma ormai di culto per le situazioni surreali e per una serie di gag involontarie che ne hanno fatto un oggetto prelibato per gli appassionati del cinema bis italiano. Tra gli interpreti spiccano Pierre Cosso, Giuseppe Pambieri, Riccardo Garrone, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=32822">Paola Quattrini</a>, Teo Teocoli e Carlo Monni.</p>
<p><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=66167" rel="attachment wp-att-66167"><img class="alignleft size-medium wp-image-66167" title="la partita" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/la-partita-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a>La partita</strong> (1988) è un film drammatico, del tutto fuori sintonia con la poetica vanziniana, sembra un prodotto realizzato alla ricerca di un’autorialità e di un impegno che Carlo ed Enrico non hanno mai coltivato. La sceneggiatura è originale, tenta di descrivere il mondo settecentesco in maniera realistica, dipingendolo come fatuo e vacuo, ma soprattutto punta l’indice sul vizio del gioco. Siamo nel 1700, a Venezia, dopo un lungo esilio, il nobile Francesco Sacredo torna in città. Apprende che il patrimonio di famiglia è stato perso al gioco dal padre dopo lunghe partite con la contessa Matilde Von Wallenstein. La contessa si innamora del giovane Francesco e gli propone di giocarsi tutto il patrimonio, in cambio della totale disponibilità della sua vita in caso di perdita. Interpretano la pellicola Corinne Cléry, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=61635">Faye Dunaway</a>, Matthew Modine e <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=48292">Jennifer Beals</a>. Un lavoro insolito ma interessante, non facile a vedersi, da recuperare.</p>
<p><strong>Le finte bionde </strong>(1988) è un prodotto fallimentare tratto da un romanzo di Enrico Vanzina, interpretato da Paola Quattrini e Cinzia Leone, non all’altezza delle ambizioni di critica nei confronti della finta borghesia romana. Sono interessanti alcune trovate in gergo romanesco che in parte rivalutano il film, soprattutto per come presenta la <em>burinità</em> dei nuovi ricchi romani.</p>
<p><strong>Tre colonne in cronaca </strong>(1989) è un thriller tratto dal romanzo omonimo di Corrado Augias e Daniela Pasti, ma non è il classico film dei Vanzina; il risultato è un prodotto ibrido, a metà strada tra il fumetto e il poliziesco. <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=59979">Gian Maria Volontè</a> interpreta Eugenio Scalfari nel migliore dei modi, in buona forma <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=38550">Massimo Dapporto</a>, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=24161">Sergio Castellitto</a>, Demetra Hampton, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=32842">Carlo Giuffrè</a> e <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=46340">Senta Berger</a>.</p>
<p><strong>Miliardi </strong>(1990) è un pessimo fumettone stile <strong>Beautiful</strong> tratto dal romanzo omonimo di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=19226">Renzo Barbieri</a> che nessuno ricorda, per primi i Vanzina che lo hanno quasi omesso dalla loro filmografia. La bellezza di Carol Alt la fa da padrone, a parte lei resta poco da vedere.</p>
<p><strong>Piedipiatti </strong>(1991) è un tentativo di unire la comicità meneghina di Renato Pozzetto con quella romanesca di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=44533">Enrico Montesano</a>, non convince fino in fondo perché i due attori sono in disarmo. Conosciamo una coppia di piedipiatti che quando entrano in azione sono veri pericoli pubblici e ne combinano di tutti i colori. Una leggera trama gialla fa da supporto a una serie di situazioni comiche non troppo incisive.</p>
<p><strong>California Dreaming – Sognando la California </strong>(1992) è una nuova pellicola comica versione <em>road movie</em>. Massimo Boldi, Nino Frassica, Maurizio Ferrini e Bo Derek (nella parte di se stessa) sono gli interpreti principali di un lavoro non eccezionale che racconta il viaggio di quattro amici in California per realizzare un vecchio sogno. I Vanzina cominciano a unire comicità cinematografica a nuovi volti della televisione come Frassica e Ferrini, lanciati dalle trasmissioni di successo di Renzo Arbore. Umberto Smaila, ormai orfano dei Gatti, compone una musica orecchiabile e divertente.</p>
<p><strong>Piccolo grande amore </strong>(1993) è una favola sentimentale con intermezzi comici, interpretata da <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=49686">Raoul Bova</a> e dalla modella &#8211; meteora Barbara Snellenburg. Il film lancia l’attore italiano in un ruolo romantico da istruttore di surf rubacuori che seduce una principessa straniera. Nel cast ci sono attori come <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=64868">David Warner</a>, Paul Freeman e <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=38577">Susannah York</a>, ormai sul viale del tramonto. La pellicola non è tipica dello stile vanziniano, ma cavalca una moda del periodo.</p>
<p><strong>I mitici – Colpo gobbo a Milano</strong> (1994) è uno dei migliori film dei Vanzina che si avvalgono della collaborazione alla sceneggiatura di Pero De Bernardi e Leo Benvenuti. <strong>I soliti ignoti</strong> (1958) di Mario Monicelli viene rivisitato e corretto in salsa vanziniana con la partecipazione di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=66016">Monica Bellucci</a>, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=49590">Ricky Memphis</a>, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=49422">Tony Sperandeo</a>, Umberto Smaila e Ugo Conti. Carlo Vanzina non è il primo regista a tentare un adattamento del classico monicelliano, visto che ci avevano già provato Nanni Loy e <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=21490">Lucio Fulci</a>, ma il suo lavoro ha il pregio dell’originalità.</p>
<p><strong>SPQR – 2000 e ½ anni fa</strong> (1994) è una pellicola importante, basata sulla comicità volgare e caciarona della coppia Christian De Sica &#8211; Massimo Boldi, una storia di ambientazione romana, un peplum comico stile <strong>Orazi e Curiazi 3 a 2</strong> (1972) di Giorgio Mariuzzo. Il latino maccheronico si spreca, le situazioni imbarazzanti pure, la comicità è senza pretese, ma efficace. Grande successo natalizio, come consuetudine dei Vanzina, che affrontano l’argomento Tangentopoli &#8211; mani pulite con superficialità, ma facendo ridere a crepapelle. Massimo Boldi interpreta un giudice integerrimo che indaga sul corrotto De Sica; ci sono anche <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=56192">Leslie Nielsen</a>, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=62735">Anna Falchi</a> (non poteva essere che Poppea), <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=38564">Nadia Rinaldi</a> e la bella Cash. Al film è seguito un <em>serial</em> televisivo Mediaset che non ha avuto un grande successo ed è stato eliminato presto dalla programmazione.</p>
<p><strong>Selvaggi</strong> (1995) esce per Natale, ma non riscuote grandi consensi. Resta un film curioso, a tratti divertente, pure se la visione della realtà è semplificata e monodimensionale. La storia si sviluppa su un’isola deserta dei tropici, dove incontriamo Ezio Greggio, Leo Gullotta, Antonello Fassari, Cinzia Leone, Monica Scattini, Emilio Solfrizzi, Franco Oppini e Cash. I Vanzina non costruiscono comicità raffinata, non sono maestri di delicate allegorie, da loro possiamo attenderci solo divertimento puro a base di trovate televisive e risate sguaiate. Fatta questa premessa, bisogna dire che non deludono, perché mettono in scena le liti tra un milanese berlusconiano, un romano comunista, una moglie coatta, due pugliesi in viaggio di nozze e due belle ragazze.</p>
<p><strong>Io no spik english</strong> (1995) è una pellicola per bambini interpretata da <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=18452">Paolo Villaggio</a>, non è un lavoro memorabile, forse uno dei peggiori film interpretati dall’attore ligure che non sembra in sintonia con i Vanzina. Da dimenticare.</p>
<p><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=66168" rel="attachment wp-att-66168"><img class="alignright size-full wp-image-66168" title="a spasso nel tempo" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/a-spasso-nel-tempo.jpg" alt="" width="235" height="336" /></a><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=50411">A spasso nel tempo</a></strong> (1996) è un ritorno alla vecchia comicità natalizia, un modo per rinnovare i fasti di <strong>SPQR</strong>, ancora una volta per merito della coppia affiatata Boldi &#8211; De Sica. Il cast delle belle presenze femminili vede la giovanissima Manuela Arcuri e la televisiva Ela Weber. Dean Jones è il professor Mortimer che spedisce i nostri eroi a spasso nel tempo, una scusa per ambientare diverse situazioni comiche nella Firenze rinascimentale, nella Seconda Guerra Mondiale e nella preistoria.</p>
<p><strong>Squillo</strong> (1996) è il primo film interpretato dal modello pubblicitario Raz Degan che passa al cinema sotto la guida dei Vanzina, come ai tempi di <strong>Sotto il vestito niente</strong>, solo che allora si trattava di donne. Si torna alle tematiche gialle ambientate nel bel mondo milanese (che i Vanzina dimostrano di conoscere poco), con una spruzzatina di discorso politico molto annacquato, un po’ di sesso e di mistero attorno a un omicidio. Un omaggio ai vecchi thriller di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=43555">Sergio Martino</a> e a tutti i sexy thriller all’italiana, un film atipico per i Vanzina.</p>
<p><strong>Banzai</strong> (1997) è un pessimo lavoro girato a Tokyo con protagonista Paolo Villaggio, nei panni del solito frustrato che gira per il mondo e gliene succedono di tutti i colori. Un nuovo incontro poco riuscito tra la comicità di Villaggio e lo stile dei Vanzina che sembrano poco compatibili. Si rivede la giunonica Francesca Romana Coluzzi.</p>
<p><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=51524">A spasso nel tempo – L’avventura continua</a></strong> (1997) ha tutti i difetti dei <em>sequel</em> di un film di successo: è tirato via, girato in fretta, senza molte idee, riciclando cose già dette e già viste. Boldi e De Sica tornano nella preistoria, nella Firenze di Lorenzo il Magnifico (trovano ancora Marco Messeri), ma pure nella Scozia di <strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=387">Highlander</a></strong> e nella Seconda Guerra Mondiale. Un incasso eccellente.</p>
<p>A questo punto i Vanzina cominciano a lavorare anche per la televisione, che con diverse <em>fiction</em> di successo prende sempre più il posto del vecchio cinema di genere. <strong>Anni ’50</strong> (1998) è la prima miniserie che va in onda dal 13 al 22 ottobre, su Canale 5, interpretata da Ezio Greggio, Serena Grandi, Enzo Cannavale, Ric, Antonella Fassari, Giovanni Rei e altri caratteristi. Le vicende (scritte e sceneggiate da Enrico e Carlo) si svolgono in una Capri anni Cinquanta e coinvolgono un maresciallo dei carabinieri, un fruttivendolo romano e due giovani innamorati. I Vanzina rendono omaggio alla loro infanzia cinematografica, dal neorealismo rosa ai film con Totò e De Sica, infarcendo i telefilm di citazioni e di rimandi a storiche battute.<strong> Anni ’60</strong> (1999) è una nuova miniserie, che non può mancare visto il successo della prima fiction, in onda dal 3 al 24 ottobre, ogni domenica, su Canale 5. Si segnalano ottime musiche d’epoca rivitalizzate e modernizzate da Manuel De Sica. Tra gli interpreti: Ezio Greggio, Jerry Calà,  Maurizio Mattioli, Sergio Solli, Nini Salerno e Gian. Lo schema non cambia, perché i Vanzina intrecciano tre storie che si svolgono in un anno ma in diverse località. Incontriamo un palazzinaro romano alle prese con una figlia ribelle, un quarantenne in cerca di soldi facili e un commerciante di oggetti sacri che vorrebbe tradire la moglie. Ancora una volta i Vanzina omaggiano il cinema del passato e citano capolavori come <strong>Il sorpasso</strong> (1962) di Dino Risi, <strong>Signori e</strong> <strong>signori</strong> (1966) di Pietro Germi e <strong>I tartassati</strong> (1959) di Steno. Il limite dell’operazione sta ancora una volta nello stile semplicistico dei Vanzina che non regge il confronto con i modelli citati, ma, con quello che passa in televisione, le due miniserie restano un prodotto dignitoso.</p>
<p><strong>Il cielo in una stanza</strong> (1999) segna il rientro al cinema con una favola romantica che riporta ai mitici anni Sessanta, forse condizionata dal recente lavoro televisivo. I Vanzina citano loro stessi e la giovinezza trascorsa ai Parioli, tra bar di quartiere e ragazzi ricchi a bordo di Vespe fiammanti. Un film da riscoprire, per la musica composta da Roberto Nicolosi e per una storia divertente che segna il successo di un’intelligente operazione nostalgia. Tra gli interpreti citiamo Elio Germano, Maurizio Mattioli e Tosca D’Aquino.</p>
<p><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=66169" rel="attachment wp-att-66169"><img class="alignleft size-medium wp-image-66169" title="vanzina 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/vanzina-2-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a>Vacanze di Natale 2000</strong> (1999) è un <em>remake</em> impegnativo perché il film di riferimento è il capostipite dei moderni film natalizi con tema vacanziero. Un esperimento simile lo aveva già tentato (senza successo) Enrico Oldoini con <strong>Vacanze di Natale ’90</strong> (1990), che si ispirava di più a <strong>Vacanze d’inverno</strong> (1959) di Camillo Mastrocinque. Oldoini ci riprova nel 1991 (<strong>Vacanze di Natale</strong> <strong>’91</strong>) e poi lascia la patata bollente nelle mani di Neri Parenti (<strong>Vacanze di Natale ’95</strong>). L’idea di richiamare i Vanzina viene al produttore Aurelio De Laurentiis che decide di affidare il film natalizio a una coppia collaudata. Tra gli attori citiamo Massimo Boldi, Christian De Sica, Megan Gale (una bella australiana fresca di pubblicità televisiva), Enzo Salvi, Nino D’Angelo, Carmen Electra, Micaela Ramazzotti e Monica Scattini. Boldi e De Sica sono i mattatori della situazione nei panni di due possibili consuoceri a Cortina.</p>
<p><strong>Quello che le ragazze non dicono</strong> (2000) è un passo falso fuori dalle corde dei Vanzina, un tentativo sconcertante di fare un film per ragazzine che delude un po’ tutti. Il cast vede nomi televisivi come Martina Colombari, Giovanna Rei, Irene Ferri e Walter Nudo che hanno poco a che spartire con il cinema. Lia Tanzi interpreta un bel ruolo da madre, ricordiamo qualche seno nudo, un po’ di ammiccamenti <em>voyeuristici</em>, ma non basta. Il film delude anche perché ambientato a Milano ed è ormai provato che i Vanzina si trovano bene soprattutto quando devono analizzare la romanità.</p>
<p><strong>E adesso sesso</strong> (2001) è un buon ritorno al genere dei film a episodi con tematica erotica, un omaggio ai classici di Dino Risi come <strong>Vedo nudo </strong>(1969),<strong> Sessomatto </strong>(1973), <strong>Sesso e</strong> <strong>volentieri </strong>(1982), esempi di commedia all’italiana sul sesso. Si tratta di otto macchiette che fanno ridere senza mai cadere nella facile volgarità, al punto che i Vanzina confezionano una pellicola capace di fare persino critica di costume. <strong>E adesso sesso</strong> critica l’Italia dei cellulari, della tv onnipresente, dei <em>reality show</em>, dei telequiz a ogni ora del giorno e su tutte le reti nazionali. I Vanzina omaggiano la commedia all’italiana, citano Risi, Germi, Monicelli e Steno, realizzando un film atipico ma prezioso che dovrebbe essere riscoperto. Gli interpreti non sono famosi, visto che i nomi principali sono Tony Sperandeo, Max Giusti, Antonello Fassari e Francesca Nunzi. Le pornodive pentite Eva Henger e Edelweiss alzano il tasso erotico, in ogni caso molto casto.</p>
<p><strong>South Kensington</strong> (2001) è un film fuori dalle corde dei Vanzina che si trovano a dirigere <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=48159">Rupert Everett</a> e Elle Macpherson in una commedia che vorrebbe essere alta e raffinata ma finisce solo per annoiare. Il film natalizio dei Vanzina cerca di respirare aria nuova nella colonia italiana a Londra, utilizza un Rupert Everett snob quanto basta e una Macpherson molto bella, ma non piace a nessuno.</p>
<p><strong>Un maresciallo in gondola</strong> (2002) è un altro <em>tv movie</em> trasmesso da Canale 5, mercoledì 27 febbraio 2002, che racconta una storia ambientata a Cortina verso la fine degli anni Cinquanta. Protagonista è un maresciallo dei carabinieri (Ezio Greggio) &#8211; spedito a Venezia per proteggere una nota attrice americana (Victoria Silvstedt) &#8211; che deve risolvere un misterioso furto durante il Festival del Cinema. Si tratta di una commedia sofisticata girata con ritmi televisivi che riesce a essere umoristica, sfumando molto i toni del giallo. Troviamo nel cast anche Debora Caprioglio e la vecchia gloria <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=17574">Philippe Leroy</a>.</p>
<p><strong>Febbre da cavallo – La mandrakata</strong> (2002) è un <em>sequel</em> che rende omaggio a <strong>Febbre da cavallo </strong>(1976), una pietra miliare della commedia all’italiana diretta da Steno. I Vanzina non pretendono di fare meglio del padre, ma scrivono una storia dignitosa che a tratti fa sorridere e spesso commuove. <strong>La mandrakata</strong> rielabora il vecchio film in chiave moderna, realizza un omaggio a Steno e mette in campo attori come Gigi Proietti, Enrico Montesano, Nancy Brilli, ma anche caratteristi come Piero Fornaciari, Natale Tulli e Rodolfo Laganà. I tempi comici sono perfetti, ogni personaggio racconta la sua storia e ha una sua precisa ragione d’essere. I Vanzina citano il cinema italiano degli anni Settanta, ma fanno capire che il loro riferimento principale è ancora precedente, forse quel neorealismo rosa che ha dato il via alla stagione della commedia.</p>
<p><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=66170" rel="attachment wp-att-66170"><img class="alignright size-medium wp-image-66170" title="vanzina 3" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/vanzina-3-300x167.jpg" alt="" width="300" height="167" /></a>Il pranzo della domenica</strong> (2003) è vera commedia all’italiana di stampo classico, forse il film più intellettuale dei Vanzina, ma non riscuote un grande successo di pubblico. La pellicola affronta delicati temi politico &#8211; sociali ma lo fa con il solito pressapochismo tipico dei Vanzina, senza approfondire mai, rischiando di cadere nella battuta qualunquista. La critica alla società berlusconiana è presente ma molto annacquata e non si capisce mai se è una critica di sinistra o semplicemente populista. Tutto si svolge ai Parioli, nel cortile di casa Vanzina, come ne <strong>Il cielo in una stanza</strong>, ma è un orizzonte troppo limitato per fare da paradigma della società italiana. Lo scontro familiare, tra parenti di destra e di sinistra, si svolge nel corso del rituale pranzo domenicale dalla nonna (Giovanna Ralli), ma è troppo politicamente corretto e gli autori non prendono mai posizione. La pellicola rappresenta un gustoso ritratto di un’epoca ma il limite più evidente è che regista e sceneggiatore vorrebbero accontentare tutti. Interessante il cast che comprende Massimo Ghini, Barbara De Rossi, Rocco Papaleo, Elena Sofia Ricci, Maurizio Mattioli, Marco Messeri e Giovanna Ralli.</p>
<p><strong>Le barzellette &#8211; il film</strong> (2004) è un omaggio al <em>barzelletta movie</em>,  un sottogenere inaugurato da Marino Girolami e il suo Pierino interpretato da Alvaro Vitali. Se vediamo bene il sottogenere deriva da <strong>Ridere, ridere, ridere</strong> (1954) di Edoardo Anton, che al tempo restò solo un episodio stravagante, mentre negli anni Settanta la moda durò alcuni anni e produsse diverse pellicole che ridicolizzavano matti, carabinieri, soldati e poliziotti. Enrico Vanzina è il soggettista de <strong>I carabbinieri</strong> (1981) e di <strong>Miracoloni</strong> (1981) di Francesco Massaro, due pellicole simbolo del sottogenere. <strong>W la foca</strong> (1982) di Nando Cicero è un altro film surreale ed emblematico di un modo di fare comicità basato su barzellette sceneggiate. L’elenco sarebbe interminabile, perché il <em>barzelletta movie</em> ha avuto grande vigore e ha sfornato molti titoli anche se di qualità piuttosto scadente. I Vanzina si mettono in gioco nella riscrittura di un genere abbastanza sfruttato, non limitano il campo d’azione a un settore, ma saccheggiano tutto lo scibile barzellettistico per confezionare un prodotto dignitoso affidato alla genialità degli attori. Gigi Proietti è il più bravo, se la cavano bene anche Max Giusti, Biagio Izzo, Carlo Buccirosso, Marco Messeri ed Enzo Salvi. La pellicola si compone di circa sessanta barzellette, non tutte all’altezza della situazione, alcune risapute, altre troppo lunghe, in ogni caso i Vanzina evitano il già visto e il già detto eliminando tutto il repertorio su matti, carabinieri e scuola. Resta il solito film dei Vanzina, sempre politicamente corretto e mai schierato, molto attento a non pestare i piedi a nessuno.</p>
<p><strong>In questo mondo di ladri</strong> (2004) è una commedia senza troppe pretese prodotta da Vittorio Cecchi Gori, pensata per valorizzare le grazie di Valeria Marini. Per fortuna ci sono anche buoni interpreti come Carlo Buccirosso, Max Pisu, Biagio Izzo, Leo Gullotta, Ricky Tognazzi ed Enzo Iacchetti. Il soggetto è abbastanza scontato, anche se i Vanzina vengono coadiuvati dall’esperto sceneggiatore Piero De Bernardi. Si parte dalla nota canzone di Antonello Venditti per raccontare le peripezie di cinque onesti lavoratori che tentano di vendicarsi di una truffa immobiliare. La banca assurge a simbolo di un sistema corrotto popolato da disonesti e truffatori, in un ritratto monodimensionale e mai graffiante della nostra società. Valeria Marini  sfoggia la sua abbondanza di forme ma ormai sappiamo che tra lei e la recitazione è accaduto un litigio irreparabile.</p>
<p>I Vanzina tornano a fare televisione su Canale 5, con un’idea geniale come<strong> Un ciclone in famiglia</strong> (2005), che ottiene un successo così grande da produrre tre seguiti (2006, 2007 e 2008). Le avventure delle famiglie Fumagalli e Dominici appassionano il pubblico, le liti tra lombardi e romani sono il sale della commedia, interpretata da Massimo Boldi e Maurizio Mattioli per i ruoli maschili, mentre le parti femminili sono di Barbara De Rossi e Monica Scattini. Ne <strong>Un</strong> <strong>ciclone in famiglia 2</strong> compare anche l’ottimo attore Carlo Buccirosso, perché i Vanzina inseriscono anche la famiglia napoletana degli Esposito. La famiglia Fumagalli, milanese, composta da Lorenzo (Massimo Boldi) il papà, (Barbara De Rossi) la mamma e le tre figlie Lisa (Benedetta Massola), Ludovica (Sarah Calogero) e Lauretta (Carlotta Mazzoleni), partita per il Canada a passare le vacanze, incontra la romanissima famiglia Dominici: Alberto (Maurizio Mattioli) romano purosangue, la moglie Simonetta (Monica Scattini) e uno dei figli, Alessio (Edoardo Natoli). I due rispettivi figli, Alessio e Ludovica, s’innamorano, al rientro in Italia, i due giovani annunciano di aspettare un bambino. Da questo assunto parte la storia che segue tutte le regole della buona <em>telenovela</em> sudamericana, corretta con il tipico umorismo dei Vanzina e il solito politicamente corretto che cerca di piacere a tutti. La caratteristica principale della serie è che le <em>location</em> sono molto suggestive (Norvegia, Costa Azzurra,. Svizzera, lago di Como, Roma…), anche perché la produzione non bada a spese. Il quarto ciclo di puntate (2008) riscuote un indice di ascolto molto basso. Lorenzo Fumagalli è diventato onorevole, Tilly si scopre scrittrice per bambini, Lorenzo ritrova un fratello in Francia, la signora Dominici diventa una top manager della moda, Esposito arricchisce grazie al figlio che diventa campione di golf. Ci sono i soliti equivoci, liti, scambi di persona, che rappresentano il sale di quel che resta della commedia all’italiana. Il pubblico non apprezza la quarta serie de <strong>Un ciclone in famiglia</strong> e Mediaset non lo ripropone, ma punta tutto sul popolare <strong>I Cesaroni</strong>. In ogni caso nel 2010 torna <strong>Un ciclone in famiglia</strong> con la quinta serie e nuove avventure.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=66171" rel="attachment wp-att-66171"><img class="alignleft size-medium wp-image-66171" title="IlRitMonnezzadvdsell.indd" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/il-ritorno-del-monnezza-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a>I Vanzina a questo punto tornano al cinema per rivisitare un classico del <em>poliziottesco</em> comico ma fanno una gran confusione tra Monnezza e Nico Giraldi, giocando sul popolare personaggio interpretato da <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=40926">Tomas Milian</a>. <strong>Il</strong> <strong>ritorno del Monnezza</strong> (2005) delude tutti, soprattutto i fan di Tomas Milian che non possono accettare un bolso Claudio Amendola (anche se figlio dello storico doppiatore Ferruccio) nei panni del loro beniamino. Si commette persino la scorrettezza di non contattare Tomas Milian che vive a Miami, lo vediamo in ottimi film diretti da Andy Garcia, non ha nostalgia del passato, ma forse un cameo lo avrebbe interpretato, magari nel ruolo del padre di Monnezza junior. A parte Amendola, che è un pessimo protagonista, troviamo un diligente Enzo Salvi nei panni che furono del grande Bombolo, Elisabetta Rocchetti, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=37999">Kaspar Capparoni</a>, Gabriella Labate, Paolo Triestino, Alessandro Di Carlo e Luis Molteni. Tutto molto triste, a cominciare dal titolo, perché Nico Giraldi non è il Monnezza, personaggio ben più drammatico creato da Umberto Lenzi e Dardano Sacchetti. <strong>Il ritorno del Monnezza</strong> è una pellicola inutile che vorrebbe essere un omaggio alla serie di successo diretta da <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=27766">Bruno Corbucci</a>, i famosi film delle <em>Squadre</em> e dei <em>Delitti</em> con protagonista il maresciallo Nico Giraldi. <strong>Il ritorno del Monnezza</strong> è un pessimo lavoro, privo di un soggetto accettabile e di battute degne di tale nome, un sottoprodotto televisivo, una caduta di stile indegna dei Vanzina, sempre rispettosi citazionisti del passato. Niente a che vedere con il verace cinema di genere degli anni Settanta.</p>
<p><strong>Eccezzziunale veramente capitolo secondo… me</strong> (2006) è un <em>sequel</em> indovinato del mitico <strong>Eccezzziunale… veramente</strong> (1982), soprattutto perché riporta al cinema Diego Abatantuono con la macchietta del <em>terrunciello</em> che si dice milanese <em>ciento pe’ ciento</em>. Il resto del cast è all’altezza della situazione, può contare su Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Nino Frassica, Anna Maria Barbera, Mauro Di Francesco e Tony Sperandeo. La sceneggiatura dei Vanzina parte dal presupposto che sono passati vent’anni e segue le mosse dei tre personaggi interpretati da Diego Abatantuono. Donato è ancora ras della fossa milanista ma ha un figlio interista, il barista interista Franco ritrova una valigia piena di soldi mafiosi ed è costretto a uccidere un boss, il camionista juventino Tirzan esce dal coma e viene a sapere che la moglie si è sposata con un collega. Il film è un’onesta farsa con diverse battute che funzionano e una serie di situazioni credibili, ma i valori sociologici dell’originale si sono persi con il cambiare dei tempi.</p>
<p><strong>Olè</strong> (2006) è la commedia natalizia che segna la separazione tra Massimo Boldi e Christian De Sica, interpretata per i ruoli comici anche da Vincenzo Salemme ed Enzo Salvi. Presenze femminili interessanti sono la rediviva Brigitta Boccoli, Natalia Estrada, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=48284">Daryl Hannah</a> e Francesca Lodo. Non è un gran film, ma una commedia senza pretese che si snoda tra parti oniriche, ricordi, momenti musicali, trovate surreali ed estemporanee, strappando qua e là qualche sorriso. I ragazzi di un liceo milanese sono in gita in Spagna con il professore di matematica Archimede Formigoni (Boldi) e il professore di lettere Sasà Rondinella (Salemme). I momenti comici partono dalla rivalità tra i due e mettono in luce le differenze tra la mentalità milanese e quella napoletana. A completare il quadro arriva il romanissimo Salvi, fidanzato con la bonazza Jennifer (Lodo), che sforna un campionario di battute risapute a tema calcistico. La fotografia e il colore della Spagna salvano in parte la pellicola.</p>
<p><strong>Piper</strong> (2007) è una commedia televisiva interpretata da Massimo Ghini, Martina Stella, Carol Alt, Anna Falchi, Maurizio Mattioli e Matteo Branciamore. Il film, messo in onda il 10 maggio 2007 su Canale 5, rappresenta una nuova occasione per fare un viaggio nella memoria privata e pubblica degli italiani, rivisitando <em>i favolosi anni</em> <em>Sessanta</em>. La storia si sviluppa attorno al Piper, discoteca simbolo degli anni Sessanta che lanciò Patty Pravo, locale dove si svolge la dolce vita romana. Siamo nel 1965, la moda impone i Beatles e i giovani italiani suonano nelle cantine di casa imitando il modo di vestire dei quattro ragazzi di Liverpool. Roma inaugura il Piper, locale per la musica rock e pop, una discoteca che resta un momento importante nella storia del costume. Carlo ed Enrico Vanzina raccontano i giorni precedenti all’inaugurazione, seguendo le esistenze incrociate di un gruppo di personaggi di varia estrazione sociale. Massimo Ghini è un giornalista comunista senza un soldo in tasca che imita il Mastroianni de <strong>La dolce vita</strong> (1960), ma deve occuparsi di cronaca perché non è ben visto dal governo. Martina Stella è una studentessa veneziana che scappa a Roma per sfondare come cantante, proprio come Patty Pravo. Matteo Branciamore è un chitarrista capellone, figlio del tassista romano Maurizio Mattioli, il classico <em>matusa</em>. Anna Falchi interpreta quasi se stessa come aspirante attrice maggiorata. Carol Alt è una nobile anticonformista che fornisce biglietti d’entrata al Piper. <strong>Piper</strong> è un film televisivo, per sua stessa natura un prodotto ibrido e indefinibile, interessante come tematica, ma raccontato con un registro molto popolare. Ricordiamo una bella sigla grafica anni Sessanta, la buona fotografia di Zamarion, ottime musiche come <em>Quelli della mia età</em> e <em>Ma che colpa abbiamo noi</em>. Vanzina racconta il lato frivolo della sua Roma e una parte importante dei nostri anni Sessanta per costruire un nuovo capitolo di quella commedia all’italiana che ha raccontato il boom. Non riesce &#8211; ma è un limite evidente dell’intera opera dei Vanzina &#8211; il racconto drammatico sul periodo storico, ridotto a macchietta troppo semplificata.</p>
<p><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=66172" rel="attachment wp-att-66172"><img class="alignright size-medium wp-image-66172" title="2061" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/2061-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=234">2061 – Un anno eccezionale</a></strong> (2007) è una commedia cinematografica che avrebbe delle pretese, interpretata da Diego Abatantuono, Emilio Solfrizzi, Sabrina Impacciatore, Nini Salerno, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=50006">Michele Placido</a>, Massimo Ceccherini, Biagio Izzo e Alessandro Paci. La storia vorrebbe essere un omaggio al genere postatomico, perché descrive un nuovo Medio Evo ambientato nel 2061, dopo una grave crisi energetica e la fine delle scorte petrolifere. L’Italia è un paese allo sbando, al nord è nata la Repubblica Longobarda, ma ci sono anche la Repubblica Popolare di Falce e Mortadella, la Toscana è un Granducato dove lottano i Della Valle e i Cecchi Gori, al centro è risorto lo Stato Pontificio e al sud regna il Sultanato delle Due Sicilie. Un gruppo di avventurosi patrioti, comandati da un certo <em>Professore</em> (Abatantuono) tenta di riunificare l’Italia, dopo un viaggio dalla Sicilia alle Alpi, per unirsi alla resistenza e arrivare a Torino. Carlo Vanzina si ispira come atmosfera a <strong>L’armata Brancaleone</strong> (1966) di Mario Monicelli &#8211; citata persino nella colonna sonora &#8211; perché anche qui troviamo un’armata  sconclusionata di guerrieri che conducono un viaggio picaresco. Il paragone è voluto ma regia e sceneggiatura non reggono il confronto con l’originale. Si tratta del solito film dei Vanzina che non sa affondare il coltello nella piaga, magari riesce a realizzare caricature divertenti e personaggi grotteschi, ma non è capace di tratteggiare il dramma di un paese diviso. I Vanzina puntano decisamente verso l’umorismo facile e la battuta che strappa la risata grassa, trascurando ogni tentativo di fare un sia pur limitato discorso sociale. Abatantuono è bravo, ma fa troppo spesso il verso al se stesso del passato, citando a più non posso <strong>Attila, flagello di Dio</strong> (1982) di Castellano e Pipolo. Un malvezzo degli ultimi film dei Vanzina è quello della pubblicità occulta che si può anche far passare per una citazione del vecchio cinema anni Settanta, ma infastidisce parecchio.</p>
<p>Nel 2007 i Vanzina firmano soggetto e sceneggiatura di<strong> Matrimonio alle Bahamas</strong> (2007), una commedia diretta dal giovane Claudio Risi che ricalca i loro vecchi film natalizi. Protagonista è Massimo Boldi che ci conduce alle Bahamas per un matrimonio d’evasione e divertimento, anche se le battute risultano troppo spesso già sentite.</p>
<p><strong>Un’estate al mare</strong> (2008) è un’altra commedia cinematografica dei Vanzina, uscita come esperimento in piena estate (debutta il 27 giugno) e ideata come omaggio al vecchio genere anni Cinquanta del film balneari. Il cast è di primo piano e &#8211; come spesso accade &#8211; a metà tra cinematografico e televisivo: <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=46925">Lino Banfi</a>, Enrico Brignano, Ezio Greggio, Nancy Brilli, Anna Falchi, Massimo Ceccherini, Maurizio Micheli, Luigi Proietti, Alessandro Paci, Enzo Salvi, Biagio Izzo, Victoria Silvstedt e Alena Seredova. Si tratta di sette episodi tenuti insieme dall’esile collante balneare per un film che rappresenta una scommessa nei confronti del mercato estivo. I Vanzina descrivono ancora una volta il nostro Paese con i toni della commedia all’italiana, anche se per essere considerati un vero specchio del costume dovrebbero riuscire a spingersi più in profondità. <strong>Un’estate al mare </strong>non è molto diverso da<strong> Matrimonio alle Bahamas</strong>, a parte la scelta del luogo vacanziero. Abbiamo come sempre tante battute sopra le righe, personaggi paratelevisivi divenuti cliché di loro stessi, bellezze prelevate dai programmi del piccolo schermo, dialetti, rivalità tra romani e milanesi, uomini poco cresciuti a caccia di ragazzine.  <strong>Un’estate al mare </strong>è un prodotto commerciale, di positivo resta la citazione del genere balneare, una sorta di revival di <strong>Sapore di mare</strong> e la resistenza come ultimo baluardo della commedia all’italiana. L’episodio di Gigi Proietti è il più riuscito, ma anche gli altri attori danno un onesto contributo al divertimento leggero che caratterizza tutta l’opera  dei Vanzina.</p>
<p>I Vanzina tornano a fare televisione nell’ottobre 2008, con la <em>fiction</em> <strong>Vip</strong>, episodio pilota che potrebbe portare all’inaugurazione di una nuova serie. La televisione è un <em>media</em> sempre più praticato dai Vanzina che affermano: “Scrivendo questo film abbiamo sempre pensato al cinema, ma siamo felici di averlo girato per Mediaset, anche perché oggi in Italia si vede molto più cinema in tv che cinema al cinema”. La pellicola cerca di rispondere alla domanda: “Vip si nasce o si diventa?”, ma soprattutto tenta di spiegare perché le persone non si accontentano di una vita anonima, ma cercano di ottenere un futuro da vip. Il film è girato con la consueta cura cinematografica della <em>factory</em> vanziniana, ma non può nascondere la destinazione televisiva. Una suggestiva <em>location</em> come l’Hotel De Russie fa da scenario a numerose sequenze di una storia corale tipica dei Vanzina, un racconto composto da racconti, tante esistenze umane che si intrecciano nella Roma di oggi, tra set in strada, ristoranti alla moda, grandi alberghi e discoteche. I Vanzina citano pure il castello della Crescenza, famoso (sic!) per aver ospitato le nozze di Totti e di Briatore. Un aspirante giornalista (Matteo Branciamore) si innamora di una diva americana, sulle orme di <strong>Notting Hill</strong>. Enrico Brignano è un commerciante che si finge uno sceicco miliardario per conquistare Martina Colombari, ma lei non è da meno perché si fa passare per stilista internazionale. Maurizio Mattioli è un oste amico dei vip, soprattutto di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=5956">Maria Grazia Cucinotta</a>, che lo illude, e di Monica Scattini, donna in carriera con problemi coniugali. Carlo Buccirosso è un portiere d’albergo napoletano che sgrana gli occhi davanti alla bellezza di Alena Seredova e fa ingelosire la moglie. Gli attori sono molti, quasi tutti di buon livello, già sperimentati al cinema nella <em>factory</em> dei Vanzina. <strong>Vip</strong> è una commedia di taglio classico che fa sorridere senza ricorrere a volgarità e ricorda (in piccolo) buoni film del passato come <strong>Vacanze di Natale</strong> e <strong>Sapore di mare</strong>.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=66173" rel="attachment wp-att-66173"><img class="alignleft size-medium wp-image-66173" title="vanzina 4" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/vanzina-4-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a>Un altro lavoro per il cinema è <strong>Un’estate ai Caraibi</strong> (2009), che prosegue l’esperimento iniziato con <strong>Un’estate al mare</strong> per cercare di portare al cinema il pubblico anche in piena estate. Il film è stato distribuito il 12 giugno e può dirsi a pieno titolo un <em>cinecocomero</em>, sottogenere della nuova commedia all’italiana al quale i Vanzina pare vogliano dedicarsi. Molti attori fanno parte da tempo della <em>factory</em>, altri entrano in occasione della nuova pellicola: Enrico Brignano, Biagio Izzo, Alena Seredova, Enrico Bertolino, Carlo Buccirosso, Maurizio Mattioli e Martina Stella. Le esistenze dei protagonisti si intrecciano in un gioco di ruoli e di situazioni, ma sui tutti svetta un grande Gigi Proietti che cita più volte il capolavoro <strong>Febbre da cavallo</strong> di Steno e il suo personaggio di Mandrake.</p>
<p><strong>La vita è una cosa meravigliosa </strong>(2010) inaugura il nuovo fenomeno del <em>cinecolomba</em>, perché esce in piene vacanze pasquali e segna un ritorno a un cinema comico sul tipo della vera commedia all’italiana. Un netto passo in avanti nella loro produzione &#8211; pur con i limiti di sempre &#8211; ma che prende in considerazione fenomeni di costume come il giro delle escort di lusso, la corruzione e le intercettazioni telefoniche.</p>
<p>I Vanzina frequentano poi ancora la televisione con la fiction  <strong>Un ciclone in famiglia 5 </strong>(2010), ma è il cinema il loro approdo naturale, perché sempre nel 2010 girano la commedia romantica <strong>Ti presento un amico</strong>, interpretata da una coppia di belli come Martina Stella e Raoul Bova, un esperimento nuovo rispetto agli ultimi lavori dei Vanzina.</p>
<p><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=66174" rel="attachment wp-att-66174"><img class="alignright size-medium wp-image-66174" title="Sotto il vestito niente ultima sfilata" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Sotto-il-vestito-niente-ultima-sfilata-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a>Sotto il vestito niente &#8211; L’ultima sfilata</strong> (2011) è invece un <em>remake</em> di poco successo, una sorta di operazione nostalgia rispetto ai vecchi film thriller del passato.</p>
<p><strong>Ex &#8211; amici come prima</strong> (2011) rappresenta un ritorno al cinema di cassetta, girato con garbo e attenzione ai temi sociali, pur con la leggerezza di sempre e senza approfondire certe tematiche.</p>
<p>Nel 2012 i Vanzina sceneggiano uno stanco <em>cinepanettone</em>, girato da Neri Parenti, come <strong>Vacanze</strong> <strong>di Natale a Cortina</strong>, interpretato da Christian de Sica e Sabrina Ferilli, migliore dei precedenti ma poco premiato dal pubblico.</p>
<p><strong>Buona</strong> <strong>giornata</strong> (2012) è ancora una volta un film interessante, forse il migliore dell’ultimo periodo dei Vanzina, una commedia a episodi girata come un film corale. Interpreti di alto livello (De Sica, Banfi, Abatantuono, Salemme…) per raccontare l’Italia di oggi, tra piccoli truffatori, escort, evasori fiscali e personaggi amorali. Un netto passo indietro</p>
<p><strong>Mai Stati Uniti</strong> del 2013 è una commedia corale <em>on the road</em> interpretata da un gruppo di attori poco affiatati, costruita su gag risapute e una sceneggiatura troppo prevedibile.</p>
<p><strong>Sapore di te</strong> (2014) segna invece il ritorno <em>sul luogo del delitto</em>, trent’anni dopo il successo di <strong>Sapore di mare</strong> (1983). I Vanzina scelgono di ambientare il nuovo film vacanziero vent’anni dopo, negli anni Ottanta, a loro giudizio ultima epoca spensierata, un periodo in cui si faceva ancora la villeggiatura. Un <em>flop</em> totale, prevedibile, soprattutto per colpa degli interpreti giovani che non vanno oltre una recitazione da <em>fiction</em> televisiva. Il film non esce che in poche sale e non arriva neppure in provincia.</p>
<p><strong>Un matrimonio da favola </strong>(2014) è il secondo film dei Vanzina che esce in un anno, leggermente migliore del precedente, ma siamo nel campo della farsa, una <em>pochade</em> alla Feydeau priva di connessioni con la realtà, recitata in maniera svogliata e con personaggi monodimensionali, fumettistici, dai caratteri appena abbozzati.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=66175" rel="attachment wp-att-66175"><img class="alignleft size-medium wp-image-66175" title="torno indietro e cambio vita" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/torno-indietro-e-cambio-vita-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a>Nell’estate 2015 esce <strong>Torno indietro e cambio vita</strong>, una nuova versione vanziniana di <strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=42090">Ritorno al futuro</a></strong>, una sorta di <em>cinecocomero</em> abbastanza riuscito interpretato da Ricky Memphis, Raoul Bova e Max Tortora. Commedia sentimentale dal taglio fantastico, sofisticata quanto basta, anche se ci troviamo abbondantemente nel campo del già detto.</p>
<p>Estate 2016, il copione si ripete. Nuovo <em>cinecocomero</em>, definizione che ai Vanzina non va a genio, ma quello sono, anche se le chiamamo <em>pellicole vacanziere</em>. Questa volta si tratta di un anonimo <strong>Miami Beach</strong>, che ricicla cosa già dette in passato e confeziona un nuovo film ambientato negli Stati Uniti, dopo <strong>Vacanze in America</strong>, <strong>Vacanze ai Caraibi</strong> e <strong>Mai Stati Uniti</strong>. Rapporto genitori &#8211; figli, storie d’amore giovanilistiche e comicità burina, affidata alla coppia Tortora &#8211; Minaccioni con Ricky Memphis di rinforzo. Niente di epocale, anche se è il film che celebra i quarant’anni dei Vanzina al cinema.</p>
<p>Ultimi film sono l’<em>action</em> comico <strong>Non si ruba a casa dei ladri </strong>(2016) e la favola citazionista<strong> Caccia al tesoro </strong>(2017), che si propone come remake attualizzato di <strong>Operazione San Gennaro</strong> (1966).</p>
<p>Poi giunge improvvisa la morte di Carlo, per la recidiva di un melanoma di cui aveva sofferto vent’anni prima, avvenuta a Roma l’8 luglio del 2018. <strong>Natale a cinque stelle</strong> esce a dicembre 2018, sui circuiti Netflix invece che al cinema, per la regia di Marco Risi, sceneggiato e prodotto da Enrico Vanzina, ma il soggetto era stato pensato insieme al fratello Carlo, partendo da una commedia di Ray Cooney (<strong>Out of Order</strong>). Pochade corretta in un tenue discorso di satira politica, originale, divertente, citazionista e cinefila, come tradizione.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=66176" rel="attachment wp-att-66176"><img class="alignright size-medium wp-image-66176" title="cover-vanzina" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/cover-vanzina1-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a>Carlo ed Enrico Vanzina sono diventati un caso mediatico per i loro film di Natale che divertono il pubblico e sconcertano la critica, ma sono importanti perché &#8211; insieme a Neri Parenti e pochi altri registi popolari &#8211; portano avanti con serietà la nuova commedia all’italiana. Il loro cinema è spesso citazionista, ricorda il neorealismo rosa, la commedia sentimentale, il cinema balneare, il barzelletta <em>movie</em>, il postatomico, il thriller erotico, la commedia classica che mette in luce vizi e difetti dell’Italia. Carlo ed Enrico Vanzina presentano il limite della superficialità, del non impegno a ogni costo, di uno stile spesso superficiale che si limita a confezionare battute volgari e situazioni comiche eccessive. Avrebbero potuto essere i nuovi fustigatori dei costumi italiani, se solo avessero abbandonato il commerciale senza limiti, la pellicola facile che non scontenta nessuno. Peccato che non l’abbiano mai fatto e che &#8211; a questo punto &#8211; non lo faranno mai.</p>
<h3>Gordiano Lupi</h3>
<p>(tratto da <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=66033">IL CINEMA DEI FRATELLI VANZINA</a>, collana “La Cineteca di Caino” de Il Foglio Edizioni, di Gordiano Lupi, Davide Magnisi e Michele Bergantin)</p>
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		<title>MICHAEL JOHN MOORCOCK</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Sep 2021 22:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[Michael John Moorcock nasce a Londra il 18 dicembre 1939 ed è principalmente conosciuto come scrittore di fantascienza e di fantasy. Divenne redattore per “Tarzan Adventures” nel 1956, a soli sedici anni, collaborando successivamente con “Sexton Blake Library”. Come curatore della controversa rivista di fantascienza inglese “New Worlds”, dal maggio 1964 fino al marzo 1971 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-64985" title="michael moorcock" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/michael-moorcock.jpg" alt="" width="250" height="378" />Michael John Moorcock nasce a Londra il 18 dicembre 1939 ed è principalmente conosciuto come scrittore di fantascienza e di fantasy.</p>
<p>Divenne redattore per “Tarzan Adventures” nel 1956, a soli sedici anni, collaborando successivamente con “Sexton Blake Library”. Come curatore della controversa rivista di fantascienza inglese “New Worlds”, dal maggio 1964 fino al marzo 1971 e quindi nuovamente dal 1976 al 1996, Moorcock incoraggiò lo sviluppo della New Wave nel Regno Unito e indirettamente negli Stati Uniti. La sua edizione a puntate di “Jack Barron e l&#8217;Eternità” (in originale “Bug Jack Barron”) di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=25088">Norman Spinrad</a> fu tristemente famosa perché portò un membro del parlamento appartenente al partito conservatore a condannare in aula il finanziamento della rivista da parte dell&#8217;Arts Council.</p>
<p>In questo periodo scrisse occasionalmente sotto lo pseudonimo di James Colvin, uno pseudonimo di casa usato anche da altri critici su “New Worlds”. In seguito apparve un falso necrologio di Colvin proprio sulla rivista e successivamente “Breakfast in the Ruins”, un romanzo letterario, incluse addirittura un&#8217;introduzione che menzionava la precedente morte di Moorcock. Alcuni lettori vi credettero. Moorcock, infatti, usa molto le iniziali “JC”, e non è interamente una coincidenza che siano anche le iniziali di Gesù Cristo (Jesus Christ in inglese), il soggetto del suo romanzo del 1967 intitolato “I.N.R.I. (Behold the Man)”. Quest&#8217;opera, pubblicata per la prima volta su “New Worlds” come una novella, racconta la storia di Karl Glogauer, un ebreo agnostico, insicuro e dall&#8217;incerta sessualità che, ossessionato dalla figura di Gesù Cristo, diventa viaggiatore del tempo per cercare di incontrarlo, ma scopre, con suo orrore, che “Gesù di Nazareth” non è altri che un ritardato storpio, figlio di una donna di facili costumi che racconta di averlo concepito con un angelo: a quel punto Glogauer, per “riparare” a quello che gli sembra un insopportabile “torto cosmico”, inizia a viaggiare per la Palestina predicando il messaggio cristiano come lo ricorda dalle sue numerose letture dei Vangeli e, infine, arriva a “inverare” la leggenda biblica della crocefissione attraverso un paradosso di predestinazione. Questo lavoro vinse il “Premio Nebula” per il miglior romanzo breve del 1967.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=64986" rel="attachment wp-att-64986"><img class="alignright size-full wp-image-64986" title="cover elric" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/cover-elric.png" alt="" width="244" height="400" /></a>Nel 1997 Moorcock è stato uno degli ospiti d&#8217;onore alla Worldcon di San Antonio e Ospite d&#8217;Onore alla World Fantasy Convention di Corpus Christi, Texas (2000), dove ricevette un “Howie World Fantasy Award” alla carriera. Nel 2002 entrò a far parte della Science Fiction Hall of Fame.</p>
<p>Negli anni Novanta Moorcock si trasferisce in Texas, negli Stati Uniti, in modo da poter meglio comprendere la società americana giacché il suo romanzo “The Skrayling Tree” doveva basarsi sull&#8217;incontro/scontro di Elric, uno dei suoi personaggi principali, con questa. Nel 2004, annunciò di essere intenzionato a tornare in Europa, probabilmente stabilendosi in Francia e Spagna.</p>
<p>Il suo lavoro è complesso e presenta molti livelli. Centrale per molti dei suoi romanzi fantasy è il concetto di un “Campione Eterno”, che ha potenzialmente molte identità attraverso molte dimensioni. Questa cosmogonia è chiamata “Multiverso” all&#8217;interno dei suoi romanzi. Il suo “Campione Eterno” è impegnato in una costante lotta, non solo contro le manifestazioni delle convenzionali idee di bene e male, ma anche per l&#8217;equilibrio tra la Legge e il Caos. Così la critica delle metanarrative, comune nella teoria della critica postmoderna, trova la sua espressione in una forma largamente letta e compresa ad una varietà di livelli.</p>
<p>Le opere più popolari di Moorcock sono di gran lunga, come detto, i romanzi di Elric, aventi come personaggio principale Elric di Melniboné. Moorcock scrisse la prima delle storie di Elric come un deliberato rovesciamento dei cliché comuni nei romanzi di avventure fantasy ispirati dai lavori di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=21">Tolkien</a> (che Moorcock disprezzava) chiamata heroic fantasy, così come anche il lavoro di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=456">Robert E. Howard</a> (che invece stimava e apprezzava). La popolarità di Elric ha oscurato i suoi altri numerosi lavori, sebbene avesse lavorato a un certo numero di temi presenti nelle storie di Elric anche nei suoi lavori precedenti (ad esempio i romanzi di “Hawkmoon” e “Corum”).</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=64987" rel="attachment wp-att-64987"><img class="alignleft size-full wp-image-64987" title="cover jerry cornelius" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/cover-jerry-cornelius.jpg" alt="" width="286" height="469" /></a>Un’altra delle creazioni più popolari di Moorcock è Jerry Cornelius, una specie di agente segreto alla moda dalla sessualità ambigua; come gli stessi personaggi modellati in ognuno dei diversi libri di Cornelius. Questi libri costituirono una satira più scoperta dei tempi moderni, compresa la Guerra del Vietnam, e continuano a distinguersi come un&#8217;ulteriore variazione sul tema del Multiverso. Dal primo libro di Jerry Cornelius, “The Final Programme”, fu tratto anche un lungometraggio.</p>
<p>Fin dagli anni Ottanta Moorcock è stato incline a scrivere romanzi letterari “tradizionali”, come “Mother London” e “Byzantium Endures”, che hanno avuto recensioni positive, ma continua a rivisitare personaggi dai suoi lavori precedenti, come Elric, con libri come “The Dreamthief&#8217;s Daughter” o “The Skrayling Tree”. Con il completamento del terzo e ultimo libro della trilogia “The White Wolf&#8217;s Son”, ha annunciato che si stava ritirando dallo scrivere heroic fantasy, sebbene continui a scrivere delle avventure di Elric sotto forma di graphic novel con il suo collaboratore di lunga data Walter Simonson. Ha anche annunciato il compimento della serie del “Colonnello Pyat”, legata all&#8217;Olocausto Nazista, che è iniziata con “Byzantium Endures”, continuata con “The Laughter of Carthage” e “Jerusalem Commands” e conclusa da “The Vengeance of Rome” (2006).</p>
<p>Conclusa nel 2006 la tetralogia del Colonnello Pyat, Moorcock ha composto nuovi episodi della serie di Jerry Cornelius, fra cui un cross-over con il franchise di “Doctor Who” nel 2010, ha ampliato le “Leggende alla fine del tempo” per integrarvi la saga del “Second Ether” (2008), e ha organizzato nell&#8217;antologia “The Metatemporal Detective” (2007) il ciclo di racconti brevi imperniato su Sir Seaton Begg &amp; Monsieur Zenith; nel successivo decennio ha pubblicato per i tipi di Victor Gollancz Ltd. il romanzo autobiografico “The Whispering Swarm” (2015) e fra il 2013 e il 2016 ha curato per lo stesso editore la “Michael Moorcock Collection”, ovvero una riedizione integrale della propria opera (eccettuato il ciclo “Between the Wars”). Tale collana costituisce l&#8217;edizione definitiva del corpus dell&#8217;autore per quanto concerne le revisioni testuali da lui stabilite nel corso dei decenni, che a seconda dei casi consistono in semplici correzioni di refusi, in cambiamenti onomastici, in ampliamenti testuali con l&#8217;aggiunta di numerosi nuovi capitoli e in ristrutturazioni complete.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=64988" rel="attachment wp-att-64988"><img class="alignright size-medium wp-image-64988" title="cover gloriana" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/cover-gloriana-201x300.jpg" alt="" width="201" height="300" /></a>Benché Moorcock sia conosciuto principalmente per i libri appena menzionati, egli scrisse anche parecchi altri romanzi e novelle che sono ambientate sulla Terra in alcuni milioni di anni dalla fine del mondo. Le strane creature che abitano questo modo, “The Dancers at the End of Time”, possono sembrare bizzarre all&#8217;inizio, ma il linguaggio di Moorcock e il suo controllo della storia riescono a catturare il lettore dopo poche pagine. Non propriamente fantasy (o dark fantasy, come il suo stile di scrittura è stato chiamato da molti), queste storie sono un esempio della maestria con cui l&#8217;autore si destreggia tra fantascienza, fantasy e narrativa classica. Il suo romanzo “Gloriana”, nonostante la storia di un mondo alternativo non sia strettamente fantasy, vinse il “Premio John W. Campbell” nel 1978 e il “World Fantasy Award” nel 1979. Altri romanzi hanno vinto il “British Fantasy Award” e un “Agust Derleth Award”. Ricevette inoltre il “The Guardian Fiction Prize” per “The Condition of Muzak”, l&#8217;ultimo libro della prima serie di Jerry Cornelius, nel 1977. Ha ricevuto infine un premio alla carriera, il “Prix Utopiales”, a Nantes, in Francia, nel 2004.</p>
<p>Fra le altre cose infine, lo ricordiamo anche come scrittore di brani musicali (ha collaborato con il gruppo rock britannico Hawkwind, con Robert Calvert e con il gruppo statunitense Blue Öyster Cult), mentre nel 2000 Moorcock scrisse una bozza di 50.000 parole per un videogioco, che fu poi migliorato e sviluppato da Storm Constantine, concludendosi nel romanzo “Silverheart”. La storia è ambientata a Karadur-Shriltasi, una città nel cuore del Multiverso.</p>
<h3>Davide Longoni</h3>
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		<title>PUPI AVATI</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jul 2019 22:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[Resistere al conformismo degli anticonformisti Pupi Avati racconta la sua vita in due libri autobiografici fondamentali: Sotto le stelle di un film (con Paolo Ghezzi &#8211; Il Margine, 2008) e La grande invenzione (Rizzoli, 2014). Sono due testi nei quali il regista si confida e si mette a nudo, rivelando cose mai dette e sistemando in maniera organica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #ffff00;"><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=52594" rel="attachment wp-att-52594"><img class="alignleft size-full wp-image-52594" title="Pupi_Avati 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Pupi_Avati-1.jpg" alt="" width="220" height="275" /></a>Resistere al conformismo degli anticonformisti</strong></span></p>
<p>Pupi Avati racconta la sua vita in due libri autobiografici fondamentali: <em>Sotto le stelle di un film</em> (con Paolo Ghezzi &#8211; Il Margine, 2008) e <em>La grande invenzione </em>(Rizzoli, 2014). Sono due testi nei quali il regista si confida e si mette a nudo, rivelando cose mai dette e sistemando in maniera organica informazioni interessanti.</p>
<p>Scopriamo che il suo vero nome è Giuseppe, detto Pupi per colpa del soprannome di un violinista salisburghese del quale la madre Ines si innamorò da giovane, prima di conoscere il futuro marito.</p>
<p>Pupi nasce a Bologna il 3 novembre 1938, primo di tre figli (Mariella nascerà nel 1941 e Antonio nel 1946), da una famiglia con grandi differenze sociali, perché il padre è un antiquario borghese di Bologna e la madre una contadina di Sasso Marconi. Conosce i nonni paterni solo grazie ai racconti e alle foto, ma diventeranno protagonisti di storie avvincenti. Il nonno si chiamava Giuseppe come lui ed era antiquario, mentre gli altri fratelli si chiamavano Aldo e Augusto, il primo era un grande architetto, il secondo un avventuriero.</p>
<p>La famiglia di Avati è di stampo borghese, di idee politiche moderate, formata da un mix di cultura cattolica e contadina. Il nonno paterno si lascia tentare dal demone del gioco e manda in fallimento la sua attività commerciale, subito dopo muore di crepacuore, ma secondo Avati è proprio lui a chiedere di morire, pregando la Madonna. Il nonno materno lo chiamavano <em>l’americanino</em> perché aveva trascorso l&#8217;infanzia in Sudamerica  insieme alla madre. La storia del viaggio in Brasile e di San Paolo ritorna spesso nel cinema di Avati, con l’idea di un nonno che ha fatto fortuna e che ha lasciato in dote una piccola somma. Così come torna la storia di un nonno traditore, che per un malinteso senso <em>machista</em> non riesce a essere fedele alla moglie. Pupi Avati ammette di essere cresciuto con questo tipo di complesso, di dover giocoforza essere intraprendente con le donne, perché nipote di un simile nonno.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=52595" rel="attachment wp-att-52595"><img class="alignright size-medium wp-image-52595" title="Pupi_Avati 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Pupi_Avati-2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Le storie di cinema scritte da Avati fanno spesso parte della sua vita, come la guerra e lo sfollamento, momenti vissuti dalla famiglia che si ritira in campagna, a Sasso Marconi, come vedremo in <strong>Aiutami a sognare! </strong>Ma persino le favole nere del suo cinema horror (<strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=51403">La casa dalle finestre che ridono</a></strong><em>,</em> <strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=51767">Zeder</a></strong><em>,</em> <strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=52186">L’arcano incantatore</a></strong>…) derivano dai racconti d’infanzia che venivano narrati ai bambini &#8211; in mancanza di televisione &#8211; prima di mandarli a dormire terrorizzati.</p>
<p>Il padre di Avati muore nel 1950, in un incidente stradale, quando lui è soltanto un ragazzo. La madre diventa, dunque, molto importante nella sua formazione, perché lo asseconda in tutto e vuole realizzare le sue aspirazioni. La madre Ines voleva fare l’attrice ma non l’ha mai rivelato a nessuno, se non nei diari, è vissuta in via degli Angeli, ha gestito una pensione a Bologna e poi in via del Babuino a Roma, per fare in modo che il figlio &#8211; coadiuvato dal fratello <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=52360">Antonio</a> &#8211; tentasse la via del cinema.</p>
<p>Pupi non è un ragazzo modello, tutt’altro, riferisce di essere stato un bambino scorretto e un adolescente perdigiorno; qualche anno dopo, s’inventa persino di aver sostenuto un esame universitario (<strong>Festa di laurea</strong> è ispirato a questo episodio di vita) e infine s’impiega alla Findus, lavoro che odia con tutto il cuore, prima a Milano, quindi a Bologna.</p>
<p>Pupi Avati si sposa a 25 anni, nel giugno 1964, con Amelia Turri, la donna della sua vita, <em>una delle donne più belle di Bologna</em>, come ricorda il regista, con la quale ha sempre vissuto <em>un rapporto di amore conflittuale</em> ma intenso. “Di storie ne ho avute tante, ma un innamoramento come quello per mia moglie, mai. Io ho capito che la donna della tua vita è quella di cui non sai dire perché è proprio lei. Se ti chiedono il motivo per cui la ami, e tu non lo sai spiegare, allora è lei”.</p>
<p>Nella vita del giovane Avati è stato importante il jazz, storia che ha narrato in diverse fiction e al cinema, arte che ha abbandonato dopo aver conosciuto un clarinettista bravo come Lucio Dalla. “Il suo arrivo nella band rappresentò per me lo scollamento tra il sogno e il talento. Avrei voluto ucciderlo…”, ricorda Pupi.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=52596" rel="attachment wp-att-52596"><img class="alignleft  wp-image-52596" title="Pupi_Avati 3" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Pupi_Avati-3-600x335.jpg" alt="" width="480" height="268" /></a>Il cinema prende il posto del jazz, ma non è subito successo, la passione per Fellini e la visione di un capolavoro come <strong>Otto e mezzo</strong> - ma anche <strong>I pugni in tasca </strong>di Marco Bellocchio &#8211; lo convincono che deve tentare quella strada. I primi film sono <strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=47336">Balsamus, l’uomo di Satana</a></strong> (1968) e <strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=49274">Thomas (Gli indemoniati)</a></strong> (1969), due lavori grotteschi finanziati da un misterioso imprenditore, il cui nome è stato rivelato soltanto dopo la morte. “Il cinema ha pervaso e invaso totalmente la mia vita, è diventato la ragione della mia esistenza, un lavoro e insieme un piacere da interpretare con rigore assoluto, con totale dedizione, senza distrazioni”, afferma il regista. Vorrebbe fare un film su Luigi Tenco, sul mistero romantico di quel suicidio, ma il primo progetto della sua vita non va in porto. Firma le sceneggiature dei suoi film, spesso insieme al fratello Antonio e a <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=45252">Gianni Cavina</a>, ma anche con <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=36248">Maurizio Costanzo</a>. Scrive <strong>Il bacio</strong> (1974) di Mario Lanfranchi, il discusso <strong>Salò o le 120 giornate di Sodoma</strong> (1975) di Pierpaolo Pasolini, per il quale viene pagato ma non accreditato.</p>
<p>Cifra stilistica dei primi lavori sono &#8211; per dirla con Roberto Poppi - <em>grottesco ridanciano, esagerazione goliardica, voler a tutti i costi sorprendere con storie inusuali, fantastiche, strampalate</em>. Le prime commedie della sua carriera sono <strong>La mazurka del barone, della santa e del</strong> <strong>fico fiorone</strong> (1974) e <strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=50998">Bordella</a></strong> (1975). Due film che anticipano tre lavori importanti come <strong>La casa dalle finestre che ridono</strong> (1976), <strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=51592">Tutti defunti… tranne i morti</a></strong> (1977) e <strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=51671">Le strelle nel fosso</a></strong> (1978). Il vero capolavoro del periodo è <strong>La casa dalle finestre che ridono</strong>, horror padano di una sorprendente originalità interpretato da un ispirato Lino Capolicchio che dimostra quanto Avati sia vicino alle atmosfere tenebrose e inquietanti del gotico italiano.</p>
<p>In ogni caso Pupi Avati è un regista del tutto fuori dalle regole, unico nel senso più alto del termine, non definibile né inquadrabile in un genere, riesce a centrare l’obiettivo sia come autore di commedie che come autore di film fantastici, intimisti, storici, grotteschi, biografici e parodistici. Avati collabora anche con <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=21490">Lucio Fulci</a> scrivendo e sceneggiando una divertente parodia horror come <strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=23513">Il cav. Costante Nicosia demoniaco ovvero: Dracula in Brianza</a> </strong>(1975) e ancora con Mario Lanfranchi sceneggiando l’erotico <em>voyeuristico</em> in salsa emiliana <strong>La padrona è servita</strong> (1976).</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=52597" rel="attachment wp-att-52597"><img class="alignright size-medium wp-image-52597" title="cover tutto avati" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/cover-tutto-avati12-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a>Il cinema di Avati <em>resiste al conformismo degli anticonformisti</em>, per dirla con le sue parole. <em>L’orgoglio democristiano</em>, cattolico, produce in lui gli anticorpi per non entrare a far parte della schiera degli intellettuali di sinistra, ma in ogni caso riesce a restare sempre sulla cresta dell’onda. “Sono frustrato per non essere riuscito a fare un capolavoro come <strong>Otto e mezzo</strong>, ma lavoro ancora oggi con la convinzione di poterlo fare”, afferma. “Racconto la Bologna non com’era ma come avrei voluto che fosse. E il mio è un cinema di sconfitti, di perdenti, sono loro i miei piccoli eroi. Ho passato gran parte della mia vita in disparte, a osservare, per colpa di un sconfinata timidezza, per questo sono capace di raccontare i caratteri che ho analizzato”, confessa.</p>
<p>Pupi Avati conclude i suoi ricordi nel volume <em>Sotto le stelle di un film</em> con un pensiero sull’aldilà: “Io penso che il mio paradiso sia così: un posto dove ci si innamora ancora delle ragazze con i calzettoni bianchi al ginocchio, il cappotto con i bottoni d’oro. Un luogo dove tutto permane, anche il desiderio, ma in modo molto civile, pacato, senza sofferenza e senza la sensazione che il tempo trascorra. Mi piace pensare che il paradiso di ognuno di noi sia il ritorno a casa in via San Vitale, perché è la casa del padre. Dove ti aspetta a cena”.</p>
<p>Non resta che far parlare il suo cinema, che sembra realizzato da una squadra di registi, tanta e tale è la varietà di idee e di ispirazioni che costella la sua carriera. Tratto d’unione indiscutibile è lo stile. Un film di Pupi Avati si riconosce tra mille. Ed è questo che qualifica un autore.</p>
<h3>Gordiano Lupi</h3>
<p>(<span style="color: #ffff00;">tratto dal libro</span> <a href="https://www.ibs.it/tutto-avati-libro-gordiano-lupi-michele-bergantin/e/9788876067327" target="_blank">Tutto Avati</a> di Gordiano Lupi e Michele Bergantin<span style="color: #ffff00;"> &#8211; Edizioni Il Foglio, 2012</span>)</p>
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		<title>MONTAGUE RHODES JAMES</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 23:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[Montague Rhodes James nella sua vita è stato scrittore, storico e medievista britannico, noto studioso di paleografia e archeologia, bibliofilo e antiquario, ma viene ricordato oggi soprattutto per i suoi racconti vittoriani di fantasmi, firmati semplicemente come M. R. James. Montague Rhodes James, figlio di un curato inglese, nacque a Goodnestone Parsonage il 1º agosto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48245" rel="attachment wp-att-48245"><img class="alignleft size-medium wp-image-48245" title="montague rhodes james" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/montague-rhodes-james-258x300.jpg" alt="" width="258" height="300" /></a><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=32021">Montague Rhodes James</a> nella sua vita è stato scrittore, storico e medievista britannico, noto studioso di paleografia e archeologia, bibliofilo e antiquario, ma viene ricordato oggi soprattutto per i suoi racconti vittoriani di fantasmi, firmati semplicemente come M. R. James.</p>
<p>Montague Rhodes James, figlio di un curato inglese, nacque a Goodnestone Parsonage il 1º agosto dell’anno 1862. James fin dall&#8217;infanzia sviluppò una forte passione per le antichità, in particolare per il mondo medievale, per i manoscritti e i libri antichi. Successivamente iniziò i corsi a Eton per poi iscriversi al King&#8217;s College di Cambridge; qui divenne assistente di archeologia classica al museo Fitzwilliam. Sempre nel King&#8217;s College, M. R. James guadagnò un importante incarico grazie alla sua opera “L&#8217;Apocalisse di S. Pietro”, inerente alla storia del cristianesimo. Intrapreso il cursus honorum nel suo college, lo scrittore e studioso raggiunse l&#8217;apice della sua carriera nel 1905 quando ne divenne rettore.</p>
<p>Morì a Eton il 12 giugno 1936 all&#8217;età di 74 anni.</p>
<p>La maggior parte dei suoi racconti vennero pubblicati in una serie di antologie: “Ghost Stories of an Antiquary” (1904), “More Ghost Stories of an Antiquary” (1911), “A Thin Ghost and Others” (1919), “A Warning to the Curious and other Ghost Stories” (1925). Secondo la tradizione britannica, molte di queste storie venivano lette la vigilia di Natale. Da citare anche il racconto lungo “The Five Jars” (“I Cinque Vasi”) e il racconto “Wailing Well” (“Il Pozzo del Pianto”). Anche se non si tratta di un testo narrativo, merita di essere citato anche l&#8217;appunto, o prefazione, intitolato “Stories I have tried to write” (“I racconti che ho tentato di scrivere”).</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48246" rel="attachment wp-att-48246"><img class="alignright size-medium wp-image-48246" title="montague rhodes james 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/montague-rhodes-james-2-219x300.jpg" alt="" width="219" height="300" /></a>I suoi racconti presentano molti elementi classici di questo tipo di storie: l&#8217;ambientazione in un piccolo villaggio di campagna o in un&#8217;antica università, un ingenuo studioso come protagonista, la scoperta di un antico manufatto che risveglia la furia dell&#8217;ignoto, una minaccia soprannaturale dalla tomba, atmosfere cimiteriali. Rhodes James perfezionò inoltre alcune tecniche narrative del genere, come quell&#8217;assenza di descrizioni dettagliate nei punti cruciali che più tardi <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=66">Howard Phillips Lovecraft</a> indicherà come il modo migliore di scatenare l&#8217;orrore nel lettore. Generalmente, inoltre, il soprannaturale irrompe in vite descritte nella loro quotidianità, sconvolgendole, caratteristica questa che tanto impressionò <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=895">Clark Ashton Smith</a>, che scrisse un saggio in elogio di James.</p>
<p>Tra gli altri autori che furono influenzati da Rhodes James, ci sono John Bellairs, che gli rese più volte omaggio riprendendo nelle proprie opere alcuni elementi delle sue storie, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=46974">Stephen King</a> in “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=580">The Shining</a>”, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=35800">Ramsey Campbell</a> in “Ancient Images”, Stuart Neild in “A Haunted Man”, Antony Oldknow, Reggie Oliver in “The Sermons of Dr. Hodnet” e Alan Noel Latimer Munby il quale in “La mano di alabastro ed altri racconti spettrali” dedicò a James un distico in latino.</p>
<p>Nonostante sia ricordato soprattutto per la sua opera di narratore, il suo contributo di medievista fu enorme: catalogò numerosi manoscritti della biblioteca di Cambridge e di Oxford; tra gli altri saggi, scrisse “The Apocalypse in Art” e “New Testament Apocrypha”.</p>
<p>Diamo ora uno sguardo all’elenco di tutti i suoi 41 racconti:</p>
<p>1.L&#8217;album del canonico Alberico (Canon Alberic&#8217;s scrapbook)</p>
<p>2.Cuori perduti (Lost hearts)</p>
<p>3.L&#8217;acquaforte (The mezzotint)</p>
<p>4.Il frassino (The ash-tree)</p>
<p>5.La stanza numero 13 (Number 13)</p>
<p>6.Il Conte Magnus (Count Magnus)</p>
<p>7.“Fischia, e verrò da te” (“Oh, whistle, and I&#8217;ll come to you, my lad”)</p>
<p>8.Il tesoro dell&#8217;abate Thomas (The treasure of abbot Thomas)</p>
<p>9.Una storia dei tempi di scuola (A school story)</p>
<p>10.Il roseto (The rose garden)</p>
<p>11.Il Trattato Middoth (The Tractate Middoth)</p>
<p>12.L&#8217;incantesimo delle rune (Casting the runes)</p>
<p>13.Gli stalli della Cattedrale di Barchester (The stalls of Barchester Cathedral)</p>
<p>14.Il terreno di Martin (Martin&#8217;s close)</p>
<p>15.Il signor Humphreys e la sua eredità (Mr. Humphreys and his inheritance)</p>
<p>16.La residenza di Whitminster (The residence at Whitminster)</p>
<p>17.Il diario del signor Poynter (The diary of mr. Poynter)</p>
<p>18.Un episodio della storia di una cattedrale (An episode of cathedral history)</p>
<p>19.Storia di una scomparsa e di una apparizione (The story of a disappearance and an appearance)</p>
<p>20.Due dottori (Two doctors)</p>
<p>21.La casa stregata delle bambole (The haunted dolls&#8217; house)</p>
<p>22.Lo strano libro di preghiere (The uncommon prayer-book)</p>
<p>23.I confini del vicino (A neighbour&#8217;s landmark)</p>
<p>24.Una vista dalla collina (A view from a hill)</p>
<p>25.Un monito ai curiosi (A warning to the curious)</p>
<p>26.Una serata divertente (An evening&#8217;s entertainment)</p>
<p>27.Il Pozzo del Pianto (Wailing Well)</p>
<p>28.C&#8217;era un uomo che abitava vicino al cimitero (There was a man dwelt by a churchyard)</p>
<p>29.Ratti (Rats)</p>
<p>30.Di notte nel Parco dei Divertimenti (After dark in the Playing Fields)</p>
<p>31.I Cinque Vasi (The Five Jars)</p>
<p>32.L&#8217;esperimento (The experiment)</p>
<p>33.La malignità degli oggetti inanimati (The malice of inanimate objects)</p>
<p>34.Un&#8217;immagine (A vignette)</p>
<p>35.La Strega di Fenstanton (The Fenstanton Witch)</p>
<p>36.Una notte nella cappella del King&#8217;s College (A night in King&#8217;s College chapel)</p>
<p>37.John Humphreys (racconto incompiuto)</p>
<p>38.Marcilly-le-Hayer (bozza, racconto incompiuto)</p>
<p>39.La tomba del presidente Lenthall (Speaker Lenthall&#8217;s tomb) (bozza, racconto incompiuto)</p>
<p>40.Il Gioco dell&#8217;Orso (The Game of Bear) (bozza, racconto incompiuto)</p>
<p>41.Casa Merfield (Merfield House) (bozza, racconto incompiuto)</p>
<p>Esistono fra l’altro numerosi adattamenti televisivi, cinematografici, teatrali e radiofonici dei racconti di fantasmi di Rhodes James: i due più importanti adattamenti televisivi sono “Whistle and I&#8217;ll Come to You” del 1968 e “A Warning to the Curious” del 1972, a cura del British Film Institute. Anche la BBC ha prodotto numerosi di questi adattamenti di cui l&#8217;ultimo nel dicembre 2005, dal titolo “A View From a Hill”.</p>
<p>Un paio di suoi racconti poi, “La mezzatinta” e “La stanza numero 13”, sono stati ripresi per due episodi della serie televisiva “Il fascino dell&#8217;ignoto” della Rai Tv nel 1980.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48247" rel="attachment wp-att-48247"><img class="alignleft  wp-image-48247" title="montague rhodes james 3" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/montague-rhodes-james-3-600x448.jpg" alt="" width="480" height="358" /></a>Invece tra gli adattamenti cinematografici, il più importante è forse stato “Night of the Demon” di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=30284">Jacques Tourneur</a> (1957) tratto da “Casting the Runes”, mentre la prima versione teatrale dello steso racconto è stata messa in scena al Carriageworks Theatre di Leeds nel maggio 2006, a cura della Pandemonium Theatre Company.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48248" rel="attachment wp-att-48248"><img class="alignright  wp-image-48248" title="montague rhodes james 4" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/montague-rhodes-james-4-389x600.jpg" alt="" width="233" height="360" /></a>Nel nostro Paese, M. R. James arrivò all&#8217;attenzione del pubblico nel 1960, quando fu pubblicata l&#8217;antologia “Storie di fantasmi” (Einaudi), curata da Fruttero &amp; Lucentini, che comprendeva i racconti “The Treasure of Abbot Thomas”, “Oh, Whistle, and I&#8217;ll come to you”, “My Lad” e “Number 13”. Successivamente nel 1967 Bompiani pubblicò l&#8217;antologia “Cuori strappati”, con prefazione di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=47202">Dino Buzzati</a>; infine, tra il 1984 e il 1986, Theoria pubblicò la traduzione integrale dei racconti di James. Si ricordano anche gli scritti inediti pubblicati per i tipi Edizioni Sylvestre Bonnard nelle raccolte: “Fantasmi in biblioteca” e “Racconti sinistri”, per la celebre collana “Il piacere della lettura”. Nel 2010 la casa Coniglio Editore ha dato alle stampe il celebre “Il tesoro dell&#8217;abate Thomas” per la collana “Racconti di fantasmi”.</p>
<h3>Davide Longoni</h3>
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		<title>NICOLETTA VALLORANI</title>
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		<pubDate>Wed, 30 May 2018 22:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[Nicoletta Vallorani è stata la prima donna a vincere il Premio Urania, nel 1992, e finora anche l’unica, anche se il numero sempre crescente di finaliste al premio fa ben sperare per il futuro. Questo grazie non solo alla sua bravura ma anche al fatto che eravamo in piena epoca cyberpunk e che dopo il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=44032" rel="attachment wp-att-44032"><img class="alignleft size-medium wp-image-44032" title="Nicoletta-Vallorani 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Nicoletta-Vallorani-1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Nicoletta Vallorani è stata la prima donna a vincere il <em>Premio Urania</em>, nel 1992, e finora anche l’unica, anche se il numero sempre crescente di finaliste al premio fa ben sperare per il futuro. Questo grazie non solo alla sua bravura ma anche al fatto che eravamo in piena epoca cyberpunk e che dopo il film <em><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=40034">Blade Runner</a></em> storie con protagonisti replicanti (o simili) sono state ben accette e lei ha saputo cogliere il momento immaginando un noir futuristico di grande presa.</p>
<p>Nata nelle Marche nel 1959, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=31386">Nicoletta Vallorani</a> si è laureata nel 1981 presso l’università di Pescara con una tesi, assegnatale dal professor Carlo Pagetti,  sulla fantascienza di tre grandi autrici americane (Joanna Russ, James Tiptree jr. e Vonda McIntyre) e proprio lo studio di queste scrittrici le aprirà nuovi orizzonti e soprattutto la consapevolezza che le donne possano recitare un ruolo nell’ambito di questa letteratura di genere, sia come autrici che come personaggi.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=44033" rel="attachment wp-att-44033"><img class="alignright size-medium wp-image-44033" title="Nicoletta-Vallorani cuore finto di dr" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Nicoletta-Vallorani-cuore-finto-di-dr-206x300.jpg" alt="" width="206" height="300" /></a>Trasferitasi a Milano – dove oggi è docente di letteratura inglese all’università statale &#8211;  inizia a collaborare proprio con <em>Urania</em> come traduttrice e prefatrice e intanto frequenta un circolo specializzato, il <em>Club City</em>: durante una discussione in quella sede si lancia in una scommessa azzardata, cioè che avrebbe vinto il <em>Premio Urania</em>, oltretutto ambientato a Milano e con una protagonista donna. Fino a quel momento ha al suo attivo solo qualche racconto (ne aveva pubblicati a partire dal 1985) ma il passaggio alla dimensione del romanzo lo risolve brillantemente e infatti vincerà il premio; il suo romanzo si intitola<em> Il cuore finto di DR </em>e avrà un seguito con <em>DReam Box </em>nel 1997, ma nel frattempo si è data ad altri generi e ha pubblicato altri due romanzi che la pongono alla ribalta: il noir  <em>Dentro la notte e ciao</em> e il giallo umoristico <em>La fidanzata di Zorro</em>. Da quel momento pubblicherà solo sporadicamente fantascienza privilegiando invece il noir &#8211; con titoli quali <em>Cuore meticcio</em>, <em>Le sorelle sciacallo</em>, <em>Eva</em>, <em>Le madri cattive</em>, <em>Lapponi e criceti</em> (finalista al <em>Bagutta</em> nel 2011) – e la narrativa non di genere con <em>Cordelia</em> ma anche una serie di libri per ragazzi. Il suo ultimo romanzo, un fantasy post nucleare, è <em>Hope &#8211; L&#8217;ultimo segreto del fuoco</em> del 2013, scritto con Mauro Garofalo e apparso con lo pseudonimo di Cailín Óg.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=44034" rel="attachment wp-att-44034"><img class="alignleft size-full wp-image-44034" title="Nicoletta-Vallorani sulla sabbia di sur" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Nicoletta-Vallorani-sulla-sabbia-di-sur.png" alt="" width="184" height="275" /></a>Di un certo interesse in questa sede anche i romanzi di fantascienza per ragazzi. <em>I misti di Sur</em> del 1998 e <em>Darjee</em> del 1999, poi raccolti in un unico volume assieme a un terzo della serie, <em>Encerrado</em> del 2012, con il titolo <em>Sulla sabbia di Sur</em>, sono ambientati nel deserto, dove i pochi agglomerati urbani sono come isole separate dal resto del mondo abitato; protagonisti sono dei ragazzi alla ricerca della libertà (dalle  droghe, dagli adulti, dal silenzio di quei luoghi inospitali) che solo entrando in contatto riusciranno ad affrancarsi anche dalla libertà della solitudine.</p>
<p>Pure in <em>L&#8217;ultimo segreto del fuoco</em>, che non è proprio per ragazzi ma per <em>young adult</em>, protagonista è una ragazzina tredicenne, Hope, che conosce il segreto del fuoco e sebbene sia in un primo momento trattata come una strega sarà lei – come Prometeo – a guidare l’umanità contro il ritorno degli déi immortali che in passato avevano sconvolto la Terra.</p>
<p>Ma la cifra caratteristica di Vallorani è senza dubbio il noir, e difatti non è un caso che il suo dittico di fantascienza su <em>DR</em> sia noir, sia pure fantascientifico. DR sta per Penelope De Rossi, una donna sintetica proveniente dal pianeta Entierres, grassa e brutta con una passione per una droga che si chiama <em>sintar</em>, che fa l’investigatrice e viene assunta per rintracciare il marito scomparso – che è un alieno &#8211; di una donna ricca, il tutto in una Milano del futuro quanto mai angosciante, avvolta da un smog mefitico e frequentato nei bassifondi da un variopinto e pericoloso sottoproletariato urbano composto da mutanti, freaks, alieni e sbandati di ogni tipo. <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=44035" rel="attachment wp-att-44035"><img class="alignright  wp-image-44035" title="Nicoletta-Vallorani catalogo delle vergini" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Nicoletta-Vallorani-catalogo-delle-vergiin.jpg" alt="" width="208" height="333" /></a>Questo nel primo romanzo, che tuttavia non può dirsi del tutto riuscito perché il ricorso ad atmosfere cyberpunk ha portato l’autrice a usare un linguaggio che spesso si intorcola su se stesso, diventa paludoso e di difficile lettura. Il secondo – dove DR investiga su un numero di morti sospette fino a rivelare il coinvolgimento di una multinazionale che vende sogni virtuali &#8211; è di minore impatto perché non rappresenta più una novità e le atmosfere cybernoir sembrano ancora più derivative, ma mostra un’evoluzione dal punto di vista stilistico che giungerà più avanti alla maturazione. Che è evidente nell’ultimo libro, <em>Il catalogo delle vergini</em>,  una raccolta di tre racconti sempre ambientati nella Milano futura che hanno come argomenti il traffico di organi, la pedopornografia e il commercio di cloni femminili in una sorta di rivisitazione della favola di Barbablù e nel complesso mostrano come aldilà delle innovazioni tecnologiche la natura umana resti sempre la stessa, che tenta l’impossibile per contrastare disfacimento e morte che però arriveranno lo stesso.</p>
<h3>Gian Filippo Pizzo</h3>
<p><span style="color: #ffff00;"><strong>BIBLIOGRAFIA</strong></span></p>
<p><em>Il cuore finto di DR</em>, Mondadori (Urania n. 1215), 1993; Todaro, 2003<br />
<em>DReam Box</em>, Mondadori (Urania n. 1308), 1997<br />
<em>Sulla sabbia di Sur</em>, ED.IT., 2012<br />
<em>Hope &#8211; L&#8217;ultimo segreto del fuoco</em>, Salani, 2013 (con Mauro Garofalo come Cailín Óg)<br />
<em>Il catalogo delle vergini</em>, Mincione Edizioni, 2017</p>
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		<title>JOHN WYNDHAM</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Dec 2017 23:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[John Wyndham, pseudonimo di John Wyndham Parkes Lucas Beynon Harris, è stato uno scrittore inglese di romanzi di fantascienza fra i più famosi e interessanti del panorama letterario del Novecento e moltissime sue opere vennero anche trasposte al cinema. Usò il suo chilometrico nome per trarne anche altri pseudonimi letterari, quali John Beynon e J. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=40743" rel="attachment wp-att-40743"><img class="alignleft  wp-image-40743" title="john wyndham" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/john-wyndham1.jpg" alt="" width="249" height="283" /></a>John Wyndham, pseudonimo di John Wyndham Parkes Lucas Beynon Harris, è stato uno scrittore inglese di romanzi di fantascienza fra i più famosi e interessanti del panorama letterario del Novecento e moltissime sue opere vennero anche trasposte al cinema. Usò il suo chilometrico nome per trarne anche altri pseudonimi letterari, quali John Beynon e J. B. Harris.</p>
<p>John Wyndham nacque nel villaggio di Knowle il 10 luglio 1903, non lontano da Birmingham. Mancato avvocato, dopo avere tentato diverse strade con scarso successo iniziò la carriera di scrittore nel 1931, pubblicando su una rivista statunitense il primo racconto, “Worlds to Barter”.</p>
<p>In questi primi racconti non mancarono le incursioni nel campo del poliziesco, ma fu la fantascienza il genere nel quale Wyndham pian piano si specializzò. Nel 1935 pubblicò il primo romanzo in Gran Bretagna, “Le onde del Sahara” o “Il popolo segreto” (“The Secret People”), di stampo avventuroso e fantastico. Sullo stesso genere il dittico narrativo costituito da “Avventura su Marte” (“Planet Plane”, 1936) e “I sopravvissuti di Marte” (“The Sleepers of Mars”, 1938).</p>
<p>Durante la Seconda Guerra Mondiale fu caporale dei Royal Signal Corps: essendo quindi impegnato in prima linea non scrisse nulla e si fermò per un po’.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=40744" rel="attachment wp-att-40744"><img class="alignright size-medium wp-image-40744" title="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/john-wyndham-1-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" /></a>Tornato alla vita civile e spronato dall&#8217;esempio del fratello, che aveva pubblicato con qualche successo alcuni romanzi, pubblicò tra il 1951 e il 1957 i suoi romanzi più noti: “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=13217">Il giorno dei trifidi</a>” (“The Day of The Triffids”), “Il risveglio dell&#8217;abisso” (“The Kraken Wakes”), “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=24764">I trasfigurati</a>” (“Re-Birth”), “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=19871">I figli dell&#8217;invasione</a>” (“The Midwich Cuckoos”).</p>
<p>Alla pubblicazione nel 1959 di “Sbarco su Marte” (“The Outward Urge”) seguì, nell&#8217;anno successivo, “Il lichene cinese” (“Trouble with Lichen”, 1960) e, dopo un intervallo di otto anni, il romanzo breve “Chocky” (1968).</p>
<p>Sposatosi intanto nel 1963 con Grace Wilson (frequentata fin dalla giovinezza), Wyndham passò gli ultimi anni nella quiete della casa di campagna di Petersfield (nello Hampshire), dove morì senza figli l&#8217;11 marzo del 1969.</p>
<p>Due suoi romanzi sono stati pubblicati postumi: il primo dieci anni dopo, “Ragnatela” (“Web”, 1979), che Wyndham era riuscito a concludere (ma non a revisionare); il secondo “Plan for Chaos” nel 2009, a cui stava lavorano nel periodo in cui scriveva “Il giorno dei trifidi”.</p>
<p>Wyndham raccoglie la tradizione apocalittica britannica e si trastulla con catastrofi suscettibili di distruggere l&#8217;umanità, come ne “Il giorno dei trifidi”, nel quale una pioggia di meteoriti rende ciechi quasi tutti gli abitanti della Terra mettendoli alla mercé di piante carnivore semoventi (i trifidi), o come ne “I figli dell&#8217;invasione”, nel quale appare un altro sfruttatissimo tema: l&#8217;invasione aliena.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=40745" rel="attachment wp-att-40745"><img class="alignleft size-medium wp-image-40745" title="john wyndham 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/john-wyndham-2-233x300.png" alt="" width="233" height="300" /></a>Gli alieni e i mutanti di Wyndham sono minacciosi, determinati a soggiogare la razza umana. Mentre in altri scrittori ciò genera atmosfere cupe e angosciose, Wyndham sa mitigare la crudezza delle sue catastrofi ricorrendo a uno stile pacato, con una scrittura serena e ironica in contrasto coi temi trattati.</p>
<p>Come dicevamo, molti sono stati negli anni gli adattamenti cinematografici, ma anche televisivi, tratti dalle sue opere. I romanzi di John Wyndham hanno infatti ispirato diversi registi, che ne hanno tratto film di successo.</p>
<p>Da “Il giorno dei trifidi” è stato tratto il film “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=29115">L&#8217;invasione dei mostri verdi</a>”, del 1962, ad opera di Steve Sekely, con Howard Keel nei panni del protagonista. La BBC ne realizzò anche un serial televisivo in 6 episodi, inedito in italiano, con una sceneggiatura molto più fedele; poi pubblicò una nuova versione, due puntate da 90 minuti, per il canale BBC HD, che uscì nel 2009.</p>
<p>Il romanzo “I figli dell&#8217;invasione” ispirò invece due adattamenti cinematografici: il primo, “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=27970">Il villaggio dei dannati</a>” (“Village of the Damned”) nel 1960 di Wolf Rilla (che ebbe anche un sequel nel 1963, “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=28998">La stirpe dei dannati</a>”), e il secondo, “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=951">Villaggio dei dannati</a>”, nel 1995 di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=947">John Carpenter</a>.</p>
<p>Numerosi furono anche gli adattamenti televisivi: “Chocky” del 1984 e un paio di episodi delle serie presentata da Alfred Hitchcock: “Considers Her Ways” (1964) e “Maria” (1961).</p>
<p><strong>BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE</strong></p>
<p><span style="color: #ffff00;"><strong>Romanzi</strong></span></p>
<p>-      Il pianeta degli angeli (Exiles on Asperus, romanzo breve, 1933)</p>
<p>-      Le onde del Sahara o Il popolo segreto (The Secret People, come John Beynon, 1935)</p>
<p>-      Avventura su Marte o Clandestina di Marte (Planet Plane, come John Beynon, 1936; anche The Space Machine, Stowaway to Mars)</p>
<p>-      I sopravvissuti di Marte (The Sleepers of Mars, romanzo breve, 1938)</p>
<p>-      Il giorno dei trifidi o L&#8217;orrenda invasione (The Day of The Triffids, 1951; anche Revolt of the Triffids)</p>
<p>-      Il risveglio dell&#8217;abisso (The Kraken Wakes, 1953)</p>
<p>-      I trasfigurati (The Chrysalidis, 1955; titolo USA Re-Birth)</p>
<p>-      I figli dell&#8217;invasione (The Midwich Cuckoos, 1957)</p>
<p>-      Il lichene cinese (Trouble with Lichen, 1960)</p>
<p>-      Chocky o L&#8217;amica invisibile (Chocky, romanzo breve, 1968)</p>
<p>-      Ragnatela (Web, postumo, 1979)</p>
<p>-      Plan for Chaos, 2009 (postumo, inedito in Italia)</p>
<p><span style="color: #ffff00;"><strong>Antologie</strong></span></p>
<p>-      I vortici dell&#8217;assurdo (Jizzle, 1954)</p>
<p>-      Su e giù per il tempospazio (The Seeds of Time, 1956)</p>
<p>-      Consider Her Ways and Others, 1956 (inedita in Italia)</p>
<p>-      The Infinite Moment, 1961 (inedita in Italia).</p>
<h3>Davide Longoni</h3>
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		<title>HENRY ST. CLAIR WHITEHEAD</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Apr 2017 22:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>

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		<description><![CDATA[IL REVERENDO CHE SCRIVEVA RACCONTI DEL TERRORE (Introduzione a Il culto del teschio di Henry S. Whitehead, La Ponga 2016) Sin dal tempo dei Latini sappiamo che Carmina non dant panem, cioè con la poesia e per estensione con la scrittura non si campa, e quindi gli autori, salvo eccezioni (per fortuna o per particolare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #ffff00;"><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=36935" rel="attachment wp-att-36935"><img class="alignleft size-full wp-image-36935" title="cover culto" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/cover-culto.jpg" alt="" width="249" height="388" /></a><strong>IL REVERENDO CHE SCRIVEVA RACCONTI DEL TERRORE</strong></span></p>
<p>(<em><span style="color: #ff0000;">Introduzione a</span> Il culto del teschio <span style="color: #ff0000;">di Henry S. Whitehead</span>, <span style="color: #0000ff;">La Ponga 2016</span></em>)</p>
<p>Sin dal tempo dei Latini sappiamo che <em>Carmina non dant panem,</em> cioè con la poesia e per estensione con la scrittura non si campa, e quindi gli autori, salvo eccezioni (per fortuna o per particolare abilità), fanno generalmente un altro lavoro. Se questo lavoro è in genere collegato comunque con la cultura, trattandosi di giornalisti, insegnanti, traduttori, redattori di case editrici e simili, non sono pochi i casi in cui la professione <em>pour gagner</em> è di tutt&#8217;altro genere, quasi opposto, come ingegneri o medici. Ma colpisce decisamente il fatto che Henry St. Clair Whitehead, passato alla storia come narratore horror, fosse un ecclesiastico.</p>
<p>Nato nel 1882 nel New Jersey, Whitehead studiò teologia nel Connecticut e fu ordinato diacono della Chiesa Episcopale nel 1912. Dal 1921 al 1929 esercitò il suo ufficio nelle Isole Vergini, e fu in questo periodo che, venuto in contatto con la cultura e il folklore locale, iniziò a scrivere riversando nelle sue opere quegli elementi di soprannaturale dei quali aveva una frequentazione quasi quotidiana. In realtà i suoi primissimi racconti pubblicati nel 1923 non appartenevano al genere gotico, ma già a partire dal terzo, &#8220;La porta&#8221;<em> </em>del 1924, iniziò una proficua collaborazione con la più famosa rivista di narrativa fantastica-orrorifica, <span style="color: #0000ff;"><em><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=4569"><span style="color: #0000ff;">Weird Tales</span></a></em></span> (titolo letteralmente intraducibile in italiano, ma che si potrebbe rendere bene con &#8220;racconti perturbanti&#8221;) dove apparve la maggior parte delle sue storie, più di venti fino al 1933 (Whitehead era morto l&#8217;anno prima, ma aveva già spedito alcune sue opere) mentre alcuni uscirono su altre riviste, specialmente su <em>Strange Tales.</em> Qualche altro racconto fu pubblicato postumo nelle raccolte <em>Jumbee and Other Uncanny Tales</em> del 1944 e <em>West</em> <em>India Lights</em> del 1946, e altri ne sono stati individuati più recentemente. Ci riferiamo sempre ai racconti fantastici, perché il Nostro scrisse anche avventura, western, <em>mainstream</em> (cioè narrativa corrente) e gialli, collaborando a riviste ben note quali <em>Adventure</em> e la mitica <em>Black Mask.</em></p>
<p>Grazie alla collaborazione con <em>Weird Tales</em> Whitehead venne in contatto con <span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=34487"><span style="color: #0000ff;">H. P. Lovecraft</span></a></span>, che già da qualche anno era considerato l&#8217;autore di punta della rivista, il quale lo apprezzava molto e lo giudicava uno dei migliori collaboratori. Infatti nel 1933 ne scrisse &#8211; sempre sulla stessa &#8211; il necrologio, in cui tra l’altro sosteneva che</p>
<p><em>è per un genere di narrativa sovrannaturale di tono insinuante, realistico e sobriamente efficace che lo ricorderanno i lettori di questa rivista, in cui sotto stati pubblicati venticinque dei suoi più bei racconti. Profondamente versato nel cupo folklore delle Indie Occidentali, e delle Isole Vergini in particolare, egli seppe cogliere lo spirito più autentico delle superstizioni del luogo, infondendolo in racconti la cui accurata ambientazione regionale suscita una sbalorditiva illusione di autenticità. Le sue storie</em> jumbee &#8211; <em>popolarmente chiamate così a causa del frequente ricorso a una tipica credenza delle Isole Vergini &#8211; costituiscono un contributo durevole alla letteratura spettrale, mentre il suo frequente personaggio e narratore, Gerald Canevin (proiezione della sua personalità), sarà sempre ricordato come una figura affascinante e spontanea.</em></p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=36936" rel="attachment wp-att-36936"><img class="alignright size-full wp-image-36936" title="henry-st-clair-whitehead 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/henry-st-clair-whitehead-1.jpg" alt="" width="220" height="325" /></a>Dopo aver corrisposto per qualche tempo, scambiandosi e discutendo le rispettive opere, i due si erano incontrati di persona nel 1931 quando Whitehead ospitò per qualche tempo il Visionario di Providence nella sua casa di Dunedin in Florida. Da questo soggiorno sarebbe nato un racconto, invero non eccezionale: <em>La trappola,</em> pubblicato nel 1931 su <em>Strange Tales</em>.</p>
<p>Alcune cose che scrive <span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=66"><span style="color: #0000ff;">Lovecraft</span></a></span> nella sua commemorazione vanno esplicitate. Intanto il termine <em>jumbee</em>; versione anglofona del franco-haitiano <em>zombie,</em> anche se adesso è quest&#8217;ultimo a essere stato adottato dalla lingua inglese e a essersi diffuso in tutte le altre lingue. Con <em>jumbee/zombie</em> non si intendeva solo, come oggi, un cadavere riportato a una parvenza di vita, a volte sanguinario e cannibale, ma tutto l&#8217;insieme delle credenze della popolazione caraibica legate al <em>voodoo</em>: maledizioni e fatture, possessioni e reincarnazioni, stregonerie et similia. Di tutto questo Whitehead ebbe conoscenza diretta, scrisse anche un saggio a riguardo (ne scrisse diversi di vari generi, naturalmente molti di argomento teologico), e l’utilizzò nei suoi racconti; la breve trattazione in questione, &#8220;Obi nei Caraibi&#8221;, lo presentiamo in appendice (al libro da cui è tratta questa biografia, ndr) perché di indubbio interesse. Il tutto con molto rispetto per il folklore locale, che capiva anche se non poteva approvarlo: nei suoi racconti la religione cristiana, infatti, finisce col rivelarsi superiore a quella indigena, che pure ha una sua validità. Con un esame odierno per mezzo degli strumenti della psicologia, potremmo giungere alla conclusione che il <em>voodoo</em> ha effetto solo se uno ci crede veramente, a causa del notevole potere dell&#8217;autosuggestione.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=36937" rel="attachment wp-att-36937"><img class="alignleft  wp-image-36937" title="henry-st-clair-whitehead 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/henry-st-clair-whitehead-2.jpg" alt="" width="200" height="299" /></a>Un altro aspetto della comprensione della cultura caraibica si ha nel modo in cui Whitehead tratta gli indigeni: certo con sufficienza, anzi con paternalismo, perché lui è un uomo civilizzato in mezzo a dei quasi primitivi; ma non li riduce a macchiette come nei romanzi e nei film coevi (dove i negri parlano in maniera sgrammaticata e con accento gutturale: basti ricordare <em>Via col vento</em>) e non adopera mai il termine dispregiativo <em>nigger</em> (usato da molti, compreso a volte Lovecraft) ma il corretto <em>negro</em> (non si era ancora arrivati all&#8217;attuale <em>coloured).</em> Per questo nella nostra traduzione (sempre del libro in questione, ndr) abbiamo mantenuto &#8220;negro&#8221; senza cedere al falso &#8220;politicamente corretto&#8221; odierno che lo vorrebbe sostituito da &#8220;nero&#8221;.</p>
<p>Il personaggio di Gerald Canevin è veramente un alter ego di Whitehead: come lui è un sofisticato gentiluomo di buone maniere (ma il reverendo era anche capace di imprecare in maniera colorita, come riporta lo stesso Lovecraft), sportivo ed elegante, vive nella finzione a Santa Cruz (mentre Whitehead aveva vissuto a St. Croix) e ascolta con curiosità e partecipazione i casi che gli vengono sottoposti, cosa che lo apparenta ai vari <span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=35763"><span style="color: #0000ff;">indagatori dell&#8217;incubo</span></a></span> di cui la letteratura fantastica è piena, dal John Silence di <span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=1070"><span style="color: #0000ff;">Blackwood</span></a></span> all&#8217;Hesselius di <span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=1069"><span style="color: #0000ff;">Sheridan Le Fanu</span></a></span> al <span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=22214"><span style="color: #0000ff;">Jules de Grandin</span></a></span> di <span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=15463"><span style="color: #0000ff;">Seaburv Quinn</span></a></span>. Ma Canevin non è un vero investigatore, non cerca misteri da risolvere, vi si trova invece immischiato per caso e a volte li risolve mentre in altre occasioni si limita ad aspettare che la natura faccia il suo corso, che sia cioè la provvidenza divina ad affrontare la situazione, dimostrando &#8211; come si diceva poco sopra &#8211; la superiorità sia della religione cristiana sia dell&#8217;uomo bianco civilizzato nei confronti della cultura delle Indie Occidentali, cosa che non mitiga nella maniera più assoluta la genuina essenza horror dei suoi racconti, alcuni dei quali raccapriccianti e spaventosi, altri più in linea con la tradizione gotica dei racconti di fantasmi (in particolare quelli che vedono Canevin occasionalmente in trasferta, a Londra o negli Stati Uniti) ma ugualmente pieni di mistero e fascino morboso. Perché la prosa di Whitehead è scarna ma partecipata, molto realistica ma al contempo allusiva, in grado di avvincere il lettore ed evocare gli scenari  descritti. Il periodo in cui il Nostro collaborò con <em>Weird Tales</em> è considerato il migliore nella storia della rivista (che avrebbe mantenuto questo alto standard solo per qualche anno ancora, fino alle soglie della Seconda Guerra Mondiale) grazie alla costante collaborazione di tre scrittori &#8211; Lovecraft, <span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=456"><span style="color: #0000ff;">Robert E. Howard</span></a></span> e <span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=895"><span style="color: #0000ff;">Clark Ashton Smith</span></a></span> &#8211; i quali per questo furono definiti <sup>&#8220;</sup>i Tre Moschettieri di <em>Weird Tales</em>&#8220;. Ebbene, Whitehead potrebbe essere il Quarto, il D&#8217;Artagnan della situazione!</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=36938" rel="attachment wp-att-36938"><img class="alignright  wp-image-36938" title="henry-st-clair-whitehead 3" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/henry-st-clair-whitehead-3.jpg" alt="" width="257" height="399" /></a>Di H.S. Whitehead in Italia era uscito molto poco, un paio di racconti sparsi in antologie miscellanee dedicate ai vampiri o altri esseri soprannaturali e una raccolta, <em>Zombies &#8211; Storie indicibili</em> (traduzione di quella americana del 1944, a cura di <span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=11442"><span style="color: #0000ff;">Giuseppe Lippi</span></a></span>), apparsa negli Oscar Mondadori nell&#8217;ormai lontano 1992. La lacuna è stata parzialmente colmata con <em>Terrore nero</em>, pubblicata nel 2015 da Fratini Editore, con introduzione di <span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=31939"><span style="color: #0000ff;">Walter Catalano</span></a></span>, che ripropone i due migliori racconti apparsi nella precedente ma ne ha aggiunti altri dieci completamente inediti, tutti facenti parte della serie di Gerald Canevin. Tuttavia altri ne mancavano all&#8217;appello, e sono degni di interesse: li pubblichiamo in ordine cronologico di stesura per meglio seguire l&#8217;evoluzione tematica e stilistica dell&#8217;Autore. Intanto &#8220;Le luci delle Antille&#8221; e &#8220;La Pavana di Ravel&#8221; che sono altri due episodi con protagonista Canevin e che quindi contribuiscono ad accrescere la conoscenza di questa simpatica figura (che è presente anche in un romanzo breve ancora inedito, &#8220;The Great Circle&#8221;, troppo lungo per essere qui inserito e tutto sommato non particolarmente riuscito oltre che inconsueto perché fuori dal canone antillano in quanto è la storia della scoperta di una civiltà perduta sulla falsariga di alcune opere di Haggard, Merrit e tanti altri). Poi &#8220;La porta&#8221;, non eccezionale ma comunque un buon racconto per aprire il volume; un gioiellino quale &#8220;Il culto del teschio&#8221;; il buffo ma sorprendente &#8220;Il tabernacolo&#8221;; l&#8217;assolutamente atipico &#8220;La meridiana lunare&#8221; &#8211; che è l&#8217;unico non orrorifico, un fantasy esotico di ambientazione orientale. Gli altri sono obiettivamente minori e non hanno superato il passare del tempo, troppo legati al periodo in cui furono scritti, ma in realtà l&#8217;unico vero difetto è quello di apparire troppo ripetitivi, troppo ispirati a modelli meglio conosciuti dal lettore odierno: &#8220;La tigre del mare&#8221;, per esempio, sembra influenzato da <span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=268"><span style="color: #0000ff;">William Hope Hodgson</span></a></span>, &#8220;Nessun testimone oculare&#8221; dallo stesso Lovecraft, altri da Marion Crawford, Robert Howard, eccetera.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=36939" rel="attachment wp-att-36939"><img class="alignleft  wp-image-36939" title="henry-st-clair-whitehead 4" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/henry-st-clair-whitehead-4-373x600.jpg" alt="" width="261" height="420" /></a>Un discorso a parte merita &#8220;Bothon&#8221;, pubblicato postumo nel 1946 con il nome di Whitehead ma recentemente attribuito almeno in parte a H.P Lovecraft e presentato come una loro collaborazione, sebbene vi sia persino chi sostenga (A. Langly Searles) si tratti invece di un&#8217;opera scritta totalmente da <span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=2374"><span style="color: #0000ff;">August Derleth</span></a></span>. Secondo la <em>An H. P. Lovecraft Encyclopedia</em> di S.T. Joshi e David E. Schultz (2001) Whitehead nel 1932 si era visto rifiutare da <em>Strange Tales</em> una storia intitolata &#8220;The Bruise&#8221;, su un personaggio in preda a strane visioni dopo aver subito un colpo in testa, e Lovecraft gli aveva consigliato di riscriverla inserendo il ricorso a una memoria ancestrale proveniente dall&#8217;epoca del perduto continente di Mu (forse fornendogli anche una scaletta e collegandolo in qualche modo ai suoi &#8220;<span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=3851"><span style="color: #0000ff;">Miti di Cthulhu</span></a></span>&#8220;). Data la successiva morte di Whitehead lo stesso HPL non seppe mai se il suo consiglio fosse stato seguito, ma quando nel 1946 &#8220;Bothon&#8221; venne pubblicato fu evidente che si tratta di <em>quel </em>racconto, anche se non si può dire se e quanto vi sia di Lovecraft, tanto che nel canone delle sue opere complete non è mai stato inserito (al contrario di quanto avvenuto con &#8220;La trappola&#8221;, unica altra collaborazione tra i due). In effetti lo stile non è quello di Lovecraft ma quello pesante e prolisso delle peggiori opere di Whitehead, ma nel dubbio abbiamo preferito metterlo, certi di fare cosa gradita agli appassionati lovecraftiani, sempre alla ricerca di eventuali inediti, di curiosità, di redazioni originali delle opere di HPL.</p>
<p>Con questo volume possiamo considerare concluso il recupero delle opere fantastiche di Henry St. Clair Whitehead. Certo manca ancora, oltre a &#8220;The Great Circle&#8221;, un pugno di racconti (ad esempio &#8220;Sea Change&#8221;, un&#8217;avventura di mare più fantastica che horror troppo simile a &#8220;La tigre del mare&#8221;, che invece abbiamo inserito) ma sono sicuramente minori e troppo datati e in fondo meritevoli di oblio. In ogni caso bastano queste, per provare i brividi dell&#8217;avventura, del mistero e delle maledizioni voodoo!</p>
<h3>Gian Filippo Pizzo</h3>
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