FANTASCIENZA STORY 49

ADDIO A JACK ARNOLD (1958) – PARTE 06

…e altri ancora

Il 4 ottobre 1957, una sfera del diametro di 58 centimetri, pesante appena 83,6 chilogrammi, diventava il primo oggetto costruito dall’uomo ad essere lanciato in orbita attorno alla Terra in una traiettoria fortemente ellittica, il cui punto più vicino distava 227 chilometri e quello più lontano 941 chilometri. Questa piccola sfera girava attorno al nostro pianeta  alla velocità di ventinovemila chilometri orari, impiegando poco più di novanta minuti per compiere un’orbita completa.

Il suo nome era Sputnik e fu la Russia a vantare il diritto di essere stata la prima nazione a lanciare un satellite artificiale nello spazio. Il suo nome significa compagno di viaggio, inteso come satellite in astronomia.

La notizia prese completamente in contropiede gli Stati Uniti che erano fermamente convinti di primeggiare nel campo scientifico, il che poteva anche essere vero, ma non avevano fatto i conti con il desiderio di rivalsa politica e tenacia sovietica; tenacia che li contraddistinguerà ampiamente in questa che fu l’inizio di una gara spaziale avente come meta, senza che fosse detto apertamente, lo sbarco del primo essere umano sulla Luna.

Pur essendo un satellite abbastanza grezzo, rispetto a quelli che stavano progettando i laboratori americani (fin da allora, usavano un processo di apparecchiature microminiaturizzate totalmente sconosciuto in Unione Sovietica), lo Sputnik I assolse egregiamente il suo compito comunicando a Terra, grazie alle sue radiotrasmittenti, i primi dati  orbitali in assoluto.

La strumentazione a bordo dello Sputnik era integrata da apparecchiature in grado di rilevare densità e temperatura, nonché di raccogliere dati sulla concentrazione di elettroni nella ionosfera.

Per i sovietici questo miracolo fu possibile, in quanto possedevano vettori più potenti e in grado di lanciare in orbita pesi maggiori.

Il lancio, infatti, fu effettuato con un vettore R7, meglio conosciuto come SS6 Sapwood, il primo missile balistico intercontinentale sovietico.

Quando il successo del lancio fu comunicato al mondo, attraverso l’agenzia sovietica Tass, il ministro della difesa americano McElroy e  altri rappresentanti  del dipartimento, si trovavano ad Huntsville, in Alabama, in visita ai centri dell’ABMA (Us Army Ballistic Missile Agency).

A quei tempi la NASA (National Aeronauticus and Space Administration) non era ancora nata e le tre Armi americane erano separate e divise in una specie di gara goliardica e dispendiosa l’una verso l’altra.

All’annuncio del lancio sovietico (che fece andare di traverso il party al quale McEnroy stava partecipando), il direttore dell’ABMA, generale John B. Medaris e lo scienziato tedesco Wernher von Braun, con dati alla mano, cercarono di convincere il ministro di essere in grado di lanciare un satellite entro novanta giorni e che erano pronti a farlo da almeno due anni, ma il politico preferì rientrare a Washington che assumersi tanta responsabilità.

Non si era ancora spenta l’eco di questa impresa ed ecco che, appena un mese dopo, per la precisione il  3 novembre, l’altro incredibile annuncio: i sovietici avevano posto in orbita un secondo satellite, lo Sputnik 2, dal peso di ben 508 chilogrammi, contenente strumentazioni collegate al primo essere vivente che avesse mai varcato le soglie dello spazio, una cagnetta, Laika, alloggiata nell’ultimo stadio trasformato in satellite artificiale.

La sorte della bestiola era già segnata, dato che non vi era nessuna possibilità di recupero.

Dopo qualche giorno di permanenza in orbita, all’avvicinarsi della fine della scorta di ossigeno, la macchina che apriva lo scomparto del cibo di Laika, avrebbe elargito il suo ultimo pasto: una dose di alimento avvelenato che l’avrebbe fatta passare dal sonno alla morte, ma si dice che sia morta prima per stress.

Dall’orbita attorno alla Terra, che comprendeva un punto più vicino di 212 chilometri e uno più lontano di 1660, sotto l’impulso delle forze tangenziali e di gravitazione, la parabola del satellite decadde subendo sempre di più l’attrazione terrestre e il 14 aprile 1958 entrò negli strati densi dell’atmosfera terrestre dissolvendosi.

Il 6 dicembre dello stesso anno gli americani compirono il loro primo tentativo di immettere in orbita un satellite facendolo portare in quota da un razzo vettore; il razzo in questione era il Vanguard e la sua storia missilistica si rivelerà sempre molto tragica come questo suo inizio.

Il presidente Dwight  David Eisenhowere il suo staff non avevano dato l’autorizzazione al Generale Medaris e alla sua ABMA poiché von Braun era uno scienziato tedesco, per cui l’opinione pubblica non avrebbe apprezzato che gli Stati Uniti si fossero immessi nella gara spaziale, magari ottenendo buoni risultati, solo grazie a quegli scienziati provenienti da Peenemunde, la base tedesca che lanciò sull’Inghilterra le pericolose V-1 e le mortali V-2, i primi razzi guidati mai costruiti dall’uomo.

Alle idi di dicembre del 1957, come abbiamo detto, i motori di lancio del Vanguard si accesero sulla torre di lancio del poligono di tiro di Cape Canaveral, in Florida: un secondo più tardi il razzo perse la spinta e ricadde pesantemente sulla rampa esplodendo. Il satellite caricato sull’ogiva del missile, piccolo e prezioso, essendo una sfera rivestita d’oro del diametro di 16,3 centimetri e un peso di un chilo e 47 grammi, rotolò sul cemento della base mancando di poco un tecnico e avendo ancora le batterie dei segnali debitamente in funzione.

Cinque giorni dopo, a Dio piacendo, l’ABMA ricevette il via libera da parte del governo americano e, dopo 85 giorni, l’Explorer percorreva le vie orbitali della Terra.

Si trattava questa volta di un satellite di dimensioni modeste: una sorta di siluro lungo meno di un metro, con un diametro di 15,2 centimetri, del peso di quattro chili e otto grammi, ma la sua microdotazione strumentale superava di gran lunga quelle precedenti e fu proprio questa che permise al satellite di scoprire mortali fasce  di radiazioni in orbita attorno alla Terra, chiamate in seguito fasce di Van Allen dallo scienziato James Van Allen ideatore dello strumento che, in orbita, aveva captato la loro esistenza.

Siamo così arrivati al 31 dicembre 1958 in pieno inizio di una gara spaziale che porterà l’uomo sulla Luna nel luglio del 1969.

Partiti inizialmente in svantaggio, lasciandosi sorprendere come più volte è capitato e capiterà nella loro storia, gli americani dedicheranno gran parte delle loro risorse alla gara spaziale, mentre i russi non potranno competere a lungo con la loro alta tecnologia e rinunceranno, senza dirlo, a mandare un uomo sulla Luna, non desistendo però dall’attribuirsi un altro grande primato quando, il 12 aprile 1961, ricorrendo ancora una volta al fedele SS6, partito dal centro spaziale di Baikonour, metteranno in orbita un satellite Vostok (Rondine) con all’interno il primo astronauta della storia: Yuri Gagarin (1934 – 1968).

In pieno avvio di gara spaziale anche il mondo, il disinteressato mondo del cosiddetto uomo normale, volse gli occhi allo spazio. I giornali erano pieni di articoli pseudoscientifici e di fotografie illustranti il grande, stellare futuro dell’uomo. Ipotesi, progetti, speranze si sprecavano per dare al cittadino un motivo per alzare gli occhi al cielo e guardarlo con occhi diversi.

Lo spazio, quindi, era di moda, rendeva: gadget, modellini, libri e, ovviamente, film.

Mentre tutto questo avveniva, anche il cinema stava mostrando una subdola invasione in I Vampiri dello Spazio, il film di Val Guest (1911 – 2006), in cui un alieno giunge sulla Terra a bordo di piccoli missili camuffati da meteore, penetrando nel corpo degli umani guidandoli e dominandoli a suo piacimento.

Anche Roger Corman, con il suo Il vampiro del pianeta rosso, non era da meno: infatti, il suo alieno arriva sulla Terra alla ricerca di sangue umano e se, per cambiare una volta tanto i parametri, erano i terrestri che si inerpicavano lungo le misteriose vie dello spazio, eccoli tornare trasformati in gelatine fagocitanti (L’astronave atomica del Dottor Quatermass) o portare sul nostro pianeta una sorta di dinosauro venusiano (A trenta milioni di km dalla Terra).

La spinta che la gara spaziale diede al cinema nel 1958 e negli anni seguenti sembrava tener conto principalmente di una cosa: lo spazio è ignoto e pericoloso, lo spazio è minaccia e mistero, dallo spazio giungono morte e distruzione, le vie dello spazio sono costellate di sacrifici per l’uomo.

“La vita umana è il prezzo per la conquista di nuovi mondi e ci saranno sempre quelli che affronteranno il rischio…” (da Il primo uomo nello spazio di Robert Day).

La pellicola di Robert Day, oggi novantaduenne, entrò in produzione poco dopo il lancio del primo Sputnik, anche se il pubblico la vedrà solo agli inizi del 1959, e questo rese la troupe molto partecipe e felice di lavorare in un film di carattere spaziale. Fu girato completamente in Inghilterra e le location sono state ricostruite fedelmente, così come i vestiti e le divise sono state confezionate a modello di quelle delle foto e dei giornali, per cui il risultato è estremamente credibile, sembra veramente ambientato nel New Mexico.

Anche in questo caso l’esplorazione spaziale finisce in tragedia: un pilota compie voli nell’alta atmosfera con  aerorazzi  sperimentali. Spinto dall’ebbrezza e dal desiderio di andare sempre più in alto porta il suo missile sempre più su, disobbedendo agli ordini, ma una pioggia di polvere di meteore lo investe e ricopre sia lui che il razzo. Alla base di partenza, dopo aver recuperato i resti dell’aereo, si pensa che il pilota sia morto, invece è riuscito a tornare a terra, ma è ricoperto da un involucro durissimo e micidiale di polvere cosmica che, oltre a renderlo assetato di sangue, ha alterato il suo corpo abituandolo a sopportare solo le alte quote. É un mostro quindi, quello che si riesce a far entrare nella camera iperbarica, un essere che riacquista la ragione grazie all’innalzamento della pressione, appena in tempo perché possa raccontare la sua storia e quindi morire.

Potremmo dire, ancora una volta, che il terrore di nuove conquiste, il timore di valicare i limiti della scienza, spingono l’uomo verso sentieri recintati di pericoli e non verso l’esplorazione di nuovi mondi in un susseguirsi di nuove mete e di nuove scoperte. Alla paura della bomba si sta sostituendo la paura dello spazio?

Se anche noi abbiamo parlato, fino a questo momento, della paura della bomba, dell’incognita dello spazio,  potremmo dire le stesse cose sui rivoluzionari esperimenti scientifici che dovrebbero portare tanto bene all’’umanità e invece sono solo fonte di dolore e di morte, solitamente, per il povero scienziato che li crea.

Prendiamo ad esempio film come Uomini sulla Luna o La conquista dello Spazio, entrambi a colori, entrambi dovuti a George Pal, entrambi spettacolari, ma, pensateci bene, a parte questa spettacolarità che peraltro li sostiene totalmente, sono estremamente noiosi come avvenimenti.

Riflettete: per rendere Uomini sulla Luna più interessante, gli sceneggiatori hanno dovuto introdurre la scena di un astronauta che sta  per perdersi nello spazio e del problema di peso per ripartire dal suolo lunare per cui uno dei quattro astronauti potrebbe essere costretto a rimanere a Terra. Ne La Conquista dello Spazio invece, si sono dovuti inventare l’attacco mistico di pazzia del comandante, l’involontaria uccisione da parte del suo secondo, che è poi anche il figlio e, dulcis in fundo, un terremoto marziano.

Soffriamo al cinema cercando di non soffrire nella realtà. Torniamo nel nostro 1958, in pieno inizio di gara spaziale, mentre un missile di provenienza sconosciuta arriva dalle profondità dello spazio, si immette in orbita attorno alla Terra e le sue radiazioni distruggono tutto ciò che esso sorvola (Salvate la Terra), o anche mentre, sempre da questo spazio profondo, arriva dentro una meteora una gelatina mortale e fagocitante (Fluido Mortale).

Il regista Richard Benson sta girando un film di fantascienza  il cui titolo è The day the sky exploded, una storia di meteore in rotta di collisione verso la Terra e, fin qui, non ci sarebbe nulla di strano, se non che Benson è al suo primo film, l’unico di fantascienza; girerà poi, nel 1961, Lycantrophus, storia tormentata di un lupo mannaro e non priva di originalità. Benson è nato  il 26 febbraio 1924 a Roma e il suo è solo un nome d’arte, in realtà si chiama Paolo Heush (1924 – 1982) e il film che sta girando è una coproduzione tra l’Italia e la Francia, una pellicola di fantascienza il cui titolo sarà La Morte viene dallo Spazio.

É con notevole coraggio che l’Italia s’imbarca in questa coproduzione. Il cinema di fantascienza non è e non sarà mai un campo nel quale il cinema italiano saprà muoversi con agilità. Le sue produzioni saranno spesso infantili, mal recitate, mal dirette e, soprattutto, realizzate con senso inutile del risparmio, il tutto a detrimento della qualità della pellicola.

Heusch ha dalla sua una storia dotata di una certa forza d’impatto, che conoscerà, in futuro, degli imitatori forse involontari. Lui stesso si rivelerà un regista dotato di un buon senso del ritmo e della inquadratura con poche cadute di tono, molto simile a una pellicola inglese realizzata in un lucido bianco e nero, ma soprattutto, alla fotografia e agli effetti speciali siede un grande tecnico ed artigiano: Mario Bava. Il padre di Bava, Eugenio era già un operatore e curatore di effetti speciali per il cinema muto. Fu quindi facile al figlio prendere la passione del padre ed esordire al cinema dapprima come aiuto operatore e poi direttore della fotografia. Verso la fine degli anni ’50 fece da aiuto regista a Riccardo Freda (1909 – 1999) nel film I Vampiri e in Caltiki il mostro immortale di cui si occupò anche degli effetti speciali. Due anni dopo aver curato fotografia ed effetti speciali di questo film esordirà nella regia con La Maschera del Demonio per poi proseguire una grande carriera girando e curando regia ed effetti di film come I tre Volti della Paura, La Frusta e il Corpo, Sei Donne per l’assassino, Operazione Paura e, soprattutto, Terrore nello Spazio che, assieme proprio a La Morte viene dallo Spazio, Occhi dalle Stelle di Mario Gariazzo (Roy Garrett) e Contamination di Luigi Cozzi (Lewis Coates) devono considerarsi tra i migliori film di fantascienza italiani in assoluto assieme, forse, al più recente Nirvana di Gabriele Salvatores.

Bava era nato il 31 luglio 1914 a San Remo ed è morto il 24 giugno del 1980 a Roma. Ha usato anche gli pseudonimi di John M. Old e Mickey Lion perché, come al solito, i produttori volevano nascondere i nomi di regista e interpreti camuffandoli per americani, in modo che il pubblico, prevenuto in parte a ragione, non disertasse le sale..

Tra gli interpreti de La Morte viene dallo Spazio, Heusch si trovò davanti a un vecchio leone del teatro come Ivo Garrani (1924 – 2015), il quale interpretò  con bravura e umanità il ruolo del Professor Herbert Weisse (chiara origine tedesca, cosa ovvia data l’epoca e che si ritroverà in altri film come, per esempio, proprio in Il primo uomo nello spazio).

In un ruolo minore troviamo Giacomo Rossi Stuart (1925 – 1994), futuro interprete, fra gli altri, di film di Margheriti e tra i protagonisti de L’Ultimo Uomo della Terra nonché padre di Kim Rossi Stuart, e Madeleine Fisher, all’epoca nel suo pieno splendore femminile, anche se questo sarà in pratica il suo ultimo film.

Per assicurarsi la distribuzione negli Stati Uniti, la produzione ingaggiò un attore noto negli stessi con il nome di Paul Christian che fu interprete, nel 1953, del classico di Eugene Louriè Il Risveglio del Dinosauro.

Il vero nome di Christian era Paul Hugo Hubschmid ed era nato a Schonenwerd, in Svizzera, il 20 luglio del 1917. Assunse il nome di Christian per il mercato americano. Sua moglie fu l’attrice Eva Renzi, nata il tre novembre del 1944 a Berlino (vero nome Eva Renziehausen), conosciuta sul set di Funerale a Berlino, interprete anche, nel ruolo di  Monica Ranieri, de L’uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento. Anche la figlia Anouschka Renzi è un famosa attrice tedesca.

A torto o a ragione, non sta a noi discuterlo, Hubschmid fu considerato “l’attore più bello del cinema tedesco”. É morto il 3 gennaio 2002, ma prima ancora tornerà nuovamente alla fantascienza nel 1970 con la pellicola di Gordon Douglas: Tropis: Uomo o scimmia? (Skullduggery) accanto a un giovane Burt Reynolds.

Il film di Heusch si apre con i titoli cubitali sui giornali di tutto il mondo, mentre in secondo piano assistiamo ai lanci di missili di vario tipo: intercontinentali come il Thor, terra – aria come il Terrier e il Nike Ajak. Sul giornale “Il Messaggero” il titolo sembra urlare::

ACCORDO RUSSO AMERICANO PER IL LANCIO DI UN RAZZO ATOMICO SULLA LUNA.

Veniamo così a sapere che dalla base di Capo Shark (evidentemente ci si ispira all’allora celeberrima Cape Canaveral), russi e americani lanceranno, in perfetta armonia, un razzo verso la Luna.

Prima che un accordo del genere possa avvenire, nella realtà, dobbiamo attendere il 17 luglio 1975, quando la capsula spaziale Apollo effettuerà un vero e proprio “docking” con la Soyuz nello spazio. A bordo del mezzo americano si troveranno tre astronauti (Slayton, Brand e Stafford) e due nella capsula russa (Leonov e Kubasov).

Due ore dopo l’aggancio vennero aperti i portelli e i due comandanti si incontrarono all’esterno per scambiarsi una stretta di mano. Gli eventi futuri avrebbero reso fattiva una collaborazione che ancora era, in parte, un’esibizione politica.

Il film quindi auspica e prevede qualcosa che oggi è diventata realtà, anche perché in questo modo i costi delle imprese spaziali possono essere divise tra i paesi che compongono il team, come, per esempio, la costruzione della nuova stazione spaziale orbitale Alpha.

Ci stiamo avvicinando all’ora zero. Nella base spaziale australiana è notte e un radiocronista sta trasmettendo il suo servizio dall’ingresso della stessa mentre, sullo sfondo, fotografato in modo credibile, si intravede il razzo dall’anonimo nome di XZ che sta per essere lanciato nello spazio.

Ancora non si conosce il nome dell’astronauta che guiderà il missile, deve essere scelto tra un russo, un inglese e un americano, il che ci sembra un po’ troppo eufemistico e ingenuo, ma il film si riscatta subito dopo spiegandoci che il razzo dovrà compiere due giri attorno alla Terra per ricevere la spinta necessaria per poi dirigersi verso la Luna ed è esattamente quello che faranno in futuro gli astronauti dell’Apollo per lanciarsi verso il nostro satellite.

Alla base di lancio il Direttore, il Professor Herbert Weisse, assieme al suo collega sovietico Sergeu Boetnikov (Jean-Jacques Dalbo 1909 – 1996: Il Diabolico Dr. Mabuse) stanno effettuando gli ultimi controlli, mentre Randowsky (Sam Galter) sta al radar e Stewart (Giacomo Rossi Stuart) ai controlli di lancio e al computer.

La scelta del pilota cade sull’americano John McLaren (Paul Hubschmid), uno dei progettisti del missile e, mentre questi va a consolare la preoccupata moglie Mary (Fiorella Mari), il conto alla rovescia prosegue. I satelliti orbitanti danno il ricevuto e, al loro segnale in sala controllo, fa riscontro un’immagine che li mostra orbitare attorno al nostro pianeta: Baby Luna, Jupiter 9 e, stando a quello che dice Boetnikov, la sua creatura, il migliore di tutti, quello più in alto, lo Sputnik Beta. Peccato che il pezzo di cielo e di stelle inquadrato sia per tutti e tre sempre lo stesso…

John indossa una tuta poco credibile, dotata di un casco d’aviatore, ma la sequenza tramite la quale si avvicina alla rampa del razzo, sale gli scalini metallici e un ascensore, entra nel corpo del missile è tenuta poco visibile e quindi assolutamente credibile in un astuto gioco di ombre e luci.

Lo stesso gioco di luci che si pone sul viso dell’attore, quando viene inquadrato sullo schermo della base e che ne illumina il volto prima da un lato e poi un altro, alternativamente,  e che non ci permette di vedere il resto della cabina, solo delle ombre indistinte. Bava gioca con quello che ha: pochi soldi e tanta bravura. L’immagine dell’astronauta sullo schermo della sala controllo, come giustamente fece osservare a suo tempo Armando Silvestri su “Oltre il Cielo” sembra quella di un pesce che boccheggia in un acquario.

Il lancio avviene, il missile, un modellino sale nello spazio e diventa poi una sequenza di repertorio di un vero razzo, perfettamente inserita nel contesto mentre, da casa, Mary osserva il lancio e le prime immagini trasmesse dal missile XZ che mostrano la curvatura della Terra. Si tratta, ovviamente, di altre immagini di repertorio ottenute da una telecamera posta all’interno di un missile Aerobee durante uno dei lanci scientifici alla base di Withe Sands. Una delle cineprese era rivolta all’esterno l’altra, vista spesso in altri film, inquadrava delle cavie all’interno del razzo e anche queste sequenze le abbiamo viste in altre pellicole.

Il missile viene tenuto sotto controllo dalla potente calcolatrice, una sorta di computer di ormai vetusta generazione, della base spaziale, passa regolarmente sopra i punti di contatto posti in vari punti della Terra lungo la sua traiettoria e, dopo quarantacinque minuti, è sopra la verticale della base australiana, la sua velocità è di ventottomila chilometri e il razzo si vede sempre, singolarmente, con il motore acceso, mentre la sua distanza dalla Terra è di duemilacinquecento miglia. I dati che l’astronauta trasmette a Terra sono scarni e veramente ingenui (i suoi strumenti segnano: “regolare” o “nei limiti” e l’espressione dell’attore non potrebbe essere più marmorea).

É ora di accendere i razzi per abbandonare l’orbita e dirigersi verso la Luna. John esegue l’operazione che, stranamente, si vede sullo schermo della base di controllo, ma, all’accensione del terzo razzo, il missile perde il controllo, John boccheggia qualcosa attraverso il collegamento, gli viene dato ordine di sganciarsi e la capsula viene successivamente recuperata e l’astronauta portato in ospedale praticamente illeso anche se provato dall’ardua impresa.

Mary, Herbert e Boetnikov sono accanto a lui nella camera d’ospedale e i due scienziati cercano di capire cosa possa essere accaduto..

Herbert: “Allora, John, cosa è successo lassù?

John: “Quando ho acceso il terzo motore, il razzo è uscito di rotta… Ho provato a dirigerlo ma era saltato l’apparato di manovra e non rispondeva più ai comandi… Ho fatto appena in tempo a sganciarmi prima di uscire per sempre dall’attrazione terrestre.

Boetnikov: “Avete disinnescato il motore atomico?

John: “Come?! Non lo avete fatto voi? Vi ho trasmesso che io non potevo. Il dispositivo di bordo era bloccato…

Herbert: “No… non ti abbiamo sentito… il contatto radio era interrotto.

John: “ Allora abbiamo lanciato nello spazio un carico esplosivo…

I giorni passano, John si è completamente ristabilito e si sta preparando per la partenza con moglie e figlio, ma riceve una telefonata dalla base che prontamente l’astronauta raggiunge scoprendo che il figliolo prediletto di Boetnikov, lo Sputnik Beta, sta captando, nel profondo spazio, una strana eco. Contemporaneamente comincia a verificarsi una strana fuga di animali dalle zone costiere e i satelliti registrano un’esplosione atomica nella zona di non meglio precisati “Asteroidi Delta”. La strana eco è in movimento, ma ancora non si capisce cosa stia succedendo e un annunciatore televisivo riassume in maniera sintetica, ma completa, quello che sta accadendo…

“…Le importanti dichiarazioni del Professor Weisse  hanno messo a rumore gli ambienti internazionali. É la prima volta che si deve al radar una scoperta nel cosmo. L’osservatorio di Hula sta tentando di identificare  questa misteriosa presenza nello spazio. Inoltre molta impressione ha suscitato il succedersi continuo di alcuni strani fenomeni. A New York e lungo tutta la costa occidentale, migliaia di persone hanno assistito a un singolare, sorprendente miraggio: un disco incandescente, circondato da un enorme alone, è apparso nel cielo per parecchio tempo svanendo solo all’avvicinarsi del tramonto. Alcuni straordinari fenomeni si sono verificati in Europa. In diverse città misteriosi globi di luce hanno solcato d’improvviso il cielo ruotando vorticosamente. Si ignorano le cause precise di questi fatti, ma presso molti scienziati trova credito l’opinione che essi dipendano in qualche modo dai recenti avvenimenti spaziali. Per quanto riguarda lo straordinario ripetersi delle migrazioni nel mondo animale, le ultime notizie hanno confermato che l’esodo continua… Anche sulle coste artiche gli uccelli hanno iniziato le loro migrazioni verso l’interno con due mesi d’anticipo. Non ha mancato di stupire il fatto che tutti questi spostamenti hanno come teatro le regioni costiere. Appare ormai evidente che l’autentico terrore che si è impadronito degli animali va collegato a possibili manifestazioni marine come maremoti e inondazioni. Dall’intensità che ha assunto quasi dovunque la fuga degli animali, è possibile dedurre che il misterioso pericolo si sta avvicinando…”

Qualunque cosa sia questo fenomeno sta assorbendo il magnetismo terrestre e, finalmente, l’osservatorio di Hula si pone in collegamento con Capo Shark, ma lo scienziato al telescopio, Mainster, chiede che Weisse allontani dalla sala il personale non necessario e isoli la linea.

Mainster: “Abbiamo individuato la fonte dell’eco…

Herbert: “Ebbene?

Mainster: “Si tratta della massa di asteroidi Delta. L’esplosione del motore atomico del XZ li ha spostati dall’orbita. Si sono attratti l’uno con l’altro formando un unico ammasso che ora  vaga nello spazio …

Herbert: “Direzione?

Mainster: “La Terra. Dai primi calcoli l’ammasso degli asteroidi entrerà nella zona di attrazione terrestre fra cinque giorni…

Vogliamo ricordare al lettore che il film è del 1958 e il soggetto sembra maledettamente simile a Meteor di Ronald Neame (solo che quest’ultima pellicola giungerà a noi nel 1979) con dentro un pizzico di Deep Impact di Mimi Leder, questo, addirittura del 1998.

Una sessione straordinaria dell’Onu, presieduta da Herbert  Weisse viene convocata d’urgenza e lo scienziato fa presente ai politici e ai militari le conseguenze del fenomeno cosmico che sta incombendo su di loro.

“Herbert: “Le ultime osservazioni hanno rilevato che questi asteroidi hanno un diametro di decine di chilometri. Sono come dei pianeti di proporzioni ridotte, pesanti milioni di tonnellate e volano verso la Terra in un unico ammasso. Essi hanno un’altissima concentrazione metallica, questo spiega la forte depressione del magnetismo terrestre, quindi l’attrito, con l’aria che circonda la Terra, non basterà a distruggere queste meteore, ma le infiammerà soltanto. Quando piomberanno sul nostro pianeta avremo pochissime probabilità di resistere al loro urto. Saranno dei bolidi incandescenti. Per dare a tutti un’idea precisa di cosa provochi la caduta di una meteora, ecco un’immagine abbastanza significativa. Si tratta del grande cratere provocato dal bolide caduto a Tunguska nel 1908, largo molti chilometri. L’entità di questo bolide è trascurabile rispetto alla massa di asteroidi, un milione di volte più grande, che sta precipitando su di noi…

La citazione che viene fornita nel film, dovuta non solo alla sceneggiatura elaborata da Sandro Continenza e Marcello Sciascia, ma, e soprattutto, dalla consulenza scientifica fornita da Armando Silvestri, deve  considerarsi solo in parte esatta e non certo per colpa sua.

É vero: il 30 giugno del 1908 un oggetto esplose nel deserto cielo della Siberia, gli effetti di questa micidiale esplosione fecero più volte il giro del mondo causando fenomeni luminosi ovunque e albe con dei colori fantastici dovute alle nubi di polvere sollevate nell’atmosfera terrestre.

I primi studi vennero compiuti solo alcuni anni dopo perchè il luogo del disastro era difficilmente raggiungibile e fu lo scienziato sovietico Leonid Kulik a compierli. Egli fece di questa ricerca lo scopo della sua vita ma morì giovane, deriso, boicottato e osteggiato da colleghi e politici. E così molte furono le ipotesi che vennero accreditate sul misterioso evento siberiano. Lo scienziato e ricercatore sovietico Alexander N. Kasantsev parlò persino di una astronave aliena disintegratasi nell’atmosfera terrestre, ma ci fu chi ipotizzò anche dell’incontro tra la Terra con un buco nero o con un frammento di antimateria.

A tutt’oggi la teoria più accreditata resta quella di una cometa o di un asteroide di oltre sessanta metri di diametro esplosa prima di giungere sulla superficie per cui non esiste nessun cratere a Tunguska e la diapositiva mostrata da Herbert era, in realtà, un disegno che mostrava un cratere molto simile a quello che si trova in Arizona e denominato Meteor Crater, protagonista del film Starman.

Poco prima dello sciogliersi della riunione giunge un comunicato che, sei ore prima di collidere con il nostro pianeta, gli asteroidi incontreranno nel loro percorso la Luna. In ogni caso la sicurezza nazionale deve prepararsi ai grossi sconvolgimenti climatici e tellurici che potranno colpire anche solo indirettamente la Terra e iniziare lo sgombero delle zone costiere. Al pubblico viene diramato un comunicato in tutte le lingue e, contemporaneamente i vari paesi passano sotto la legge marziale per stato d’emergenza mentre, con molte difficoltà, viene iniziata l’ evacuazione.

Mancano adesso settantadue ore al possibile impatto, il tempo passa e Randowsky comincia ad andare in escandescenze ed è trattenuto a stento da Herbert.

Una strana roccia nera viene malamente sovrapposta all’immagine della Luna, delle strane nuvole di fumo in un’immagine confusa e ancora più nebulosa delle nuvole stesse, sarebbe l’impatto meteorico con la Luna, ma il nostro satellite, non sappiamo quanto danneggiato, non riesce a fermare la corsa mortale e l’ammasso, sempre più compatto, si dirige minaccioso verso la Terra.

Finalmente, quando il pericolo è a metà strada tra la Terra e la Luna, gli sceneggiatori si decidono a far apparire nella mente di John l’idea risolutiva, quella più logica e più normale alla quale solo un cretino non avrebbe pensato prima, e infatti in Meteor si preparano ampiamente per tempo, ma qui, a Capo Shark, lui sembra l’unico del pianeta ad averla avuta: lanciare dei missili a testata atomica contro le mefitiche rocce.

Detto e fatto: a tempo di record si approntano le rampe di tutto il mondo e, mentre un’ondata di caldo investe la Terra, l’unica calcolatrice rimasta attiva sul pianeta è, incredibilmente, quella di Capo Shark che si ritrova a dare così al resto del mondo i dati necessari per il puntamento dei missili. Come era normale a quei tempi, il computer stava in ambiente ad aria condizionata e il calore veniva regolato in base alla temperatura esterna, forse quelli degli altri paesi stavano all’aperto o negli scantinati assieme ai vini… non ci è dato saperlo… fatto sta che quando John dopo aver recuperato la moglie dal rifugio rientra alla base, la trova sconvolta e sottosopra. Randowsky ha dato di boccino: ha chiuso i condizionatori e minaccia gli addetti alla base con una pistola. Tutta l’equipe gli si lancia coraggiosamente contro, l’uomo spara poi fugge andandosene a morire, in cerca di gloria, sotto un arco voltaico. La calcolatrice viene riattivata, ma Herbert è stato colpito a morte da un proiettile del pazzoide e muore tra le braccia del suo collega russo.

Tutto il mondo è pronto per il lancio e la storica frase è pronta fra le labbra di John:

John: “Da questo momento la salvezza dell’umanità è affidata agli stessi ordigni che avevamo ideato per la sua distruzione…

Il sasso, sempre più mal fotografato e assieme al suo denso fumo, si sta dirigendo verso la Terra. I lanci avvengono da tutto il mondo e il film ci mostra sequenze di missili balistici come il Thor e l’Atlas, e fin qui tutto bene, ma poi ci vengono fatti passare per razzi a lunga gittata missili terra-aria come il Nike Ajak, l’Aereobee, il Terrier, l’Hawk, la V-2 di germanica memoria e addirittura dei missili anticarro come i Dart, i Little John o sperimentali come il Vanguard.

Comunque sia una selva di missili si dirige contro l’ammasso frantumandolo e disperdendolo nello spazio. Il mondo è salvo e la nuova alba saluta un nuovo e insperato giorno.

Ho avuto la fortuna di incontrare per due volte Armando Silvestri, una volta a Roma e una seconda volta a Ferrara, in occasione di uno degli SFIR, gli incontri che venivano tenuti a metà degli anni Settanta, nella cittadina estense ed ebbi modo di parlare con lui proprio su questo film.

HAI DETTO DI AVER FATTO UNA SPECIE DI CONSULENZA PER IL FILM LA MORTE VIENE DALLO SPAZIO DI PAOLO HEUSCH, È VERO?

È vero. Ho potuto, come dire, seguire questo film dall’interno grazie alla mia amicizia con Sandro Continenza il quale mi chiese di aiutarlo in alcuni punti che lui considerava deboli del film.

QUINDI HAI CONOSCIUTO MARIO BAVA…

Come no? Se il film è un buonissimo film, lo si deve quasi del tutto a lui: alla sua fotografia, alle sue inquadrature, ai suoi trucchi realizzati con due lire, perché proprio due lire aveva sganciato il produttore esecutivo Samuel Z. Arkoff, due lire e quella mummia di Hubschmidt…

LO AVEVA VOLUTO LUI?

Veramente lui voleva Jack Palance o Kenneth Tobey, ma questi non vollero accettare e, per quanto riguarda Tobey, sembra che Arkoff non lo avesse ancora pagato per un film precedente, non so… So che ci trovammo questo… Heusch… non si sapeva come fargli capire quello che doveva fare e come farglielo fare. Qualunque gesto facesse, qualunque cosa dicesse, la sua espressione era sempre quella, bella per un po’, ma non per tutto un film…

ERA COMUNQUE STRAORDINARIO TROVARSI SU UN SET ITALIANO DI FANTASCIENZA…

Assolutamente sì. Pensa che ben pochi avevano la certezza di stare per realizzare un buon prodotto. Si sentivano in giro i mugugni della troupe e anche di qualche autore su questa “fantascienza”, quasi che la parola si abbinasse a pazzia. Bava era il più entusiasta perché era un’occasione per lui per provare, tentare, cercare di realizzare qualcosa di buono con pochi soldi. Hai presente la scena finale con tutte quelle comparse nel rifugio? Beh erano quasi tutti curiosi o parenti perché non c’erano soldi per ingaggiare comparse professioniste… ma è sembrato un film di massa, vero? Sai qual è stata la difficoltà maggiore? I pezzi di repertorio dei razzi. Procurarseli è stato di una difficoltà estrema…

INFATTI SI SONO VISTI ADDIRITTURA MISSILI ANTICARRO…

Quello era disponibile, non c’era altro e quello hanno usato, ma, ti assicuro, che malgrado i molti difetti, e l’ho scritto, resta assolutamente un film dignitosissimo.

SONO D’ACCORDO CON TE…

All’epoca scrissi che gli italiani avrebbero dovuto osare di più, spendere di più e anche reclutare attori migliori, ma ho visto che in questo non sono cambiati: Margheriti, Bava, hanno usato solo delle mezze tacche, se si esclude un Franco Nero e, soprattutto, un Claude Rains… continuano a non aver fiducia nel genere, e questo è un peccato. Se solo avessero un minimo dell’entusiasmo di Bava… guarda cosa mi ha regalato…

Prende dalla scrivania il modellino del razzo dell’XZ quello che, nel film, Herbert regala a Boetnikov, lo tengo in mano… è di cartone pressato. Armando mi spiega che questo stesso modello, fotografato, è stato usato per le sequenze del razzo in volo. Glielo rendo a malincuore, lui sorride e lo rimette al suo posto sulla scrivania… Chissà dove sarà ora…

Dobbiamo parlare adesso di altre due pellicole del già citato Superman giapponese: Spaceman contro i Vampiri dello Spazio (Jinko Eisen To Jinrui No ha Ametsu) di  Tervo (Teno) Ishii e Gli Invasori della Base Spaziale (Supah Jaiyanto), dello stesso regista, appartenenti al serial supergiant di origine giapponese dove il nostro supereroe continua a difendere la terra da attacchi alieni

La situazione non migliora moltissimo con Missili Sulla Luna (Missiles on the Moon) di Richard Cunha (1922 – 2005) dove i terrestri arrivano sulla Luna, combattono contro dei ridicoli uomini roccia, comparse ricoperte di evidente cartone mal dipinto e che si muovono trasversalmente alla velocità di un chilometro al giorno in linea retta su una Luna dal bel cielo bianco ricoperto di nuvole dove il suono si propaga perfettamente, ed entrano infine in una caverna che li porta in un mondo sotterraneo abitato da giovani donne. Le vicende per la realizzazione di questa pellicola ricalcano da vicino molte altre avventure similari capitate in ogni parte del mondo, il che dimostra che non solo in Italia abbiamo dei pseudo produttori, millantatori affamati di soldi e pronti ad arraffarli in qualunque modo, anche illecito, ma esistono anche nella patria dei kolossal e degli effetti speciali: gli Stati Uniti.

Se non ci credete, state a sentire…

La pellicola fu un remake di una pellicola precedente: Quei fantastici razzi volanti di Arthur Hilton. Partendo dal presupposto che un remake non era affatto necessario, il film di Cunha é uno dei più brutti di tutta la storia del cinema di fantascienza. Si pensi che, a un certo punto, uno degli astronauti, appoggiato alla scaletta di discesa del razzo, si muove leggermente… e il razzo con lui!

Il film è stato appositamente realizzato solo per incassare i soldi della prevendita e darsi alla fuga. Gli effetti speciali consistono in documenti autentici di partenze di razzi, V-2 per la maggior parte, e la scena del decollo é quella di RXM Destinazione Luna di Kurt Neumann.

Il film possiede anche una citazione arnoldiana perché, a un certo punto, gli astronauti s’imbattono in un ragno gigante che altri non è che il modello usato per le riprese ravvicinate di Tarantola. Il povero aracnide finisce bruciato ma, novella fenice, risorse dalle ceneri e, debitamente ridipinto, andò a fare pubblicità al film  probabilmente vergognandosene moltissimo. Le scene in esterni furono girate nelle stesse zone scelte per RXM Destinazione Luna e la grotta dove dentro vive il popolo lunare è veramente una grotta. La difficoltà stava nel fatto che doveva essere simulato un crollo nella caverna e un masso gigantesco finiva per bloccare temporaneamente i nostri eroi. Non era possibile ricostruire in studio la grotta perché non c’erano soldi a sufficienza e le rocce di polistirolo se ne volavano via, per cui decisero di andare nel più vicino drugstore a prendere della creta e della plastilina. Il proprietario vide così arrivare un gruppetto di scalmanati che acquistò, a credito, il materiale che serviva. Questo fu debitamente messo in conto alla produzione ma mai pagato.

Comunque i nostri tornarono sul luogo per realizzare con l’aiuto di sabbia, creta e plastilina la scena in cui un grosso masso doveva bloccare la caverna. Gli attori erano dentro al fresco a leggere il giornale in attesa che si fosse pronti a girare ma, a causa del caldo, la creta doveva essere continuamente tenuta umida e la troppa acqua scioglieva il lavoro fatto per cui la troupe s’ingegnò a inserire nel maledetto “blob” lattine, giornali e quant’altro potesse servire a tenere il finto masso più denso.

Ma che ti succede nel frattempo?

Che cala la notte e la temperatura scende precipitosamente come è tipico in quelle zone per cui il masso s’indurisce come una vera pietra con gli attori dentro che strillavano per uscire. Non rimase altra soluzione che andare a prendere un piccone dal sempre più sconcertato proprietario del drugstore e liberare gli infelici dopo cinque ore d’allucinante prigionia! Poi come fu risolto il problema?

Con il polistirolo… nei brevi istanti in cui il vento non se lo portava via e, quando succedeva, i tecnici rincorrevano il finto pietrone e lo rimettevano a posto… fino alla prossima folata!

Un altro giochetto della produzione fu quello di dire che le fanciulle lunari erano le vincitrici di un concorso di bellezza… le avete viste?

Beh, se guardate il film date loro un’occhiata e scoprirete non solo da dove sono state prese ma anche che sono state reclutate tutte quelle che c’erano, ma proprio tutte, anche le… meno avvenenti!

Generalmente quando si ha la possibilità di avere tutti gli attori a disposizione, come in questo caso, conviene girare il film scena per scena ma non in questa occasione naturalmente!

S’incominciò girando l’inizio e poi la fine, tutte le altre scene furono create sul momento quando si trovava un luogo adatto per girare una sequenza che veniva inventata in quello stesso istante. Non esisteva sceneggiatura o storyboard!

Il Nemico di Fuoco (The Flame Barrier) di Paul Landers (1912 – 2001) è interpretato da Arthur Franz. Qui abbiamo una spedizione che parte per una zona sperduta della giungla africana alla ricerca di uno scienziato che a sua volta stava cercando un satellite artificiale ricaduto sulla Terra.

Tutti e due vengono rintracciati: l’uomo è morto a causa di una mortale sostanza fuoriuscita dal satellite che sta progressivamente aumentando. Grazie al sacrificio dello scapestrato fratello del protagonista il mondo sarà salvo.

Con gli stessi scenari e lo stesso materiale usato per girare Mondo senza Fine il regista Edward Bernds (1905 – 2000) realizza La Regina di Venere (Queen from Outer Space) riesumando Zsa Zsa Gabor, diva di tempi precedenti, ma comunque ancora in discreta forma. Sul pianeta Venere una regina dal volto sfigurato e coperto da una maschera d’oro, ha relegato gli uomini su un altro pianeta e non vuole sentire più parlare di loro, costringendo il suo avvenente popolo alla castità. Le suddite non ci pensano proprio a ubbidire ai suoi ordini, figurarsi poi quando sul loro pianeta sbarcano quattro terrestri! La ribellione è quasi automatica. L’unico guaio è che per una misteriosa congiunzione astronomica, i terrestri non potranno essere riportati sulla Terra che dopo un anno. La notizia viene accolta con ferale rincrescimento… Dimenticavamo di dire che anche i ragni giganteschi rossi e blu vengono riciclati dalla precedente pellicola di Bernds, ma vengono subito disintegrati… Tempi duri per gli aracnidi! Eppure sono riusciti a risorgere per un terzo film, sempre girato da Edward Bernds: Valley of Dragons, dopo di che non se ne è saputo più nulla. Siamo preoccupati…

Un’astronave proveniente dalle profondità dello spazio si dirige verso la Terra. Per uno sfortunato incidente essa si pone in orbita attorno alla Terra. Il guaio è che essa emette delle radiazioni mortali che distruggono il territorio che sorvola, Nessun aereo, nessuna bomba riesce ad avvicinarsi all’astronave che sembra senza guida. Uno scienziato sacrifica la sua vita per caricare su un missile una bomba al plutonio che distruggerà la misteriosa nave spaziale. Il film s’intitola Salvate la Terra (The Lost Missile) per la regia di Lester W. Berke (1934 – 2004).

Bert I. Gordon realizza, dal punto di vista degli effetti speciali, la sua pellicola migliore. Essa s’intitola La Vendetta del Ragno Nero (The Spider) e in essa un ragno preistorico di dimensioni considerevoli terrorizza la solita, piccola città. Un arco voltaico avrà ragione della sua ferocia. La realizzazione dell’aracnide è ben fatta, trattandosi, come al solito, di un ragno vero sovrapposto a modellini ben costruiti.

Nemmeno Totò (1898 – 1967) ha potuto sottrarsi alla fantascienza, anche se avrebbe dovuto debuttare ben otto anni prima con un film peraltro mai realizzato, Totò e i dischi volanti. Eccolo allora, grazie al lancio dello Sputnik sovietico, assieme a Ugo Tognazzi (1922 – 1990) e Luciano Salce (1902 – 1989) e avvalendosi della regia di Steno (Stefano Vanzina, 1915 – 1988), interpretare Totò nella Luna.

Una misteriosa sostanza, detta Glumonio, è presente nel sangue di Achille (Ugo Tognazzi), fattorino della casa editrice condotta dal Cavalier Pasquale Belafronte (Totò), innamorato della figlia del cavaliere Lidia (Sylva Koscina 1933 – 1994). Grazie a questa sostanza egli può essere lanciato nello spazio senza alcun pericolo per la sua vita. Viene quindi contattato da due agenti del Governo Americano, O’Connor e Campbell (Jim Dolen e Richard McNamara), affinché firmi un contratto per essere mandato nello spazio. Achille crede che i due siano editori e che vogliano lanciare il suo romanzo “Il Razzo nello Spazio”. Una volta chiarito l’equivoco e dopo che il Cavalier Pasquale ha firmato una montagna di cambiali per poter stampare l’edizione italiana del libro, ci si mette contro Achille anche una “potenza straniera senza scrupoli” rappresentata dal suo agente Von Braut (Luciano Salce) che lo vuole utilizzare per i suoi lanci spaziali, lo voglia o no. A guastare le uova nel paniere a tutti ci si mettono pure gli alieni che non vogliono terrestri nello spazio. Essi clonano, anzi baccellano Pasquale e Achille. Il Cavaliere finisce sulla Luna con la copia di Achille, condannato a restarci, ma solo dopo che gli alieni hanno cambiato il clone in una bella ragazza. L’ispirazione al film L’Invasione degli Ultracorpi è palese. Nella storia originale il nostro comico doveva finire sul pianeta Venere, ma gli stessi scenari sono invece stati utilizzati per la Luna, più consona agli interessi dei massmedia dell’epoca. Doveva essere poi girato un seguito del film intitolato Totò in orbita, ma non se ne fece nulla.

Un buon film di Inoshiro Honda (o Ishiro Honda, 1911 – 1993) viene prodotto in Giappone dalla solita Toho Film. Si tratta di Uomini H (Bijyo to Ekitai-Ningen). Il soggetto parla di alcuni marinai di un mercantile i quali vengono a trovarsi vicino al luogo di un’esplosione nucleare e si trasformano in una gelatina verdastra che fagocita ogni essere vivente. Il fuoco purificatore li distruggerà. Le persone colpite vengono assorbite e ne restano a terra solo i vestiti. Le sequenze sono state realizzate in maniera credibile dal tecnico degli effetti speciali della Toho Eiji Tsuburaya (1901 – 1970) sgonfiando dei manichini di gomma e riprendendo il tutto al rallentatore. Molto ben fatta anche la scena finale con il protagonista che rincorre la propria fidanzata e il gangster che l’ha rapita nelle fogne di Tokyo, lo stesso posto dove, in mezzo al liquame, si nascondo gli “Uomini H”.

Molto simile, anche qui si parla di gelatine, è l’americano Fluido Mortale (The Blob) di I. S. Yeaworth Jr.

Protagonista è un imberbe, ma già prepotente Steve McQueen, ancora chiamato Steven McQueen. Egli deve vedersela con una gelatina rossa che fagocita ogni cosa, vestiti compresi. Il film termina con la gelatina, allergica al freddo, che viene sganciata, congelata al Polo Nord, ma alla parola “Fine” si sovrappone un giusto interrogativo perché, qualche anno dopo, verrà girato un seguito, inedito in Italia, della storia (Beware the Blob) e un remake intitolato Il Fluido che Uccide di Charles Russell (1988).

Come abbiamo detto l’ancor giovane “Steve(n) McQueen fin d’allora si prodigava in bizze sul set come quella di mettere delle lattine di birra in testa a un cane e giocarci a tiro a segno, fino a che non sbagliò la mira e uccise la povera bestia. Pessimi erano anche i suoi rapporti con la co-protagonista Aneta Corsaut  (1933 – 1995) e il regista Irvin Shorty Yeaworth Jr. (1926 – 2004: Delitto in quarta DimensioneDinosaurus).

Il film fu girato con una spesa di 420.000 dollari a Valley Forge, in Pennsylvania; le fagocitanti gelatine sono state realizzate utilizzando dei palloni ad acqua, dei sacchetti di plastica al silicone semiliquido e, soprattutto per il remake, con borse di seta e nylon cucite come se fossero le fodere dei cuscini e riempite di acqua e metecole il quale altro non sarebbe che un addensante alimentare usato spesso nella industria cinematografica per creare sostanze vischiose (un esempio ci è dato dal fiume di melma di Ghostbuster II e la bava di Alien). Fu l’unico film per il quale Steve McQueen non chiese alcuna percentuale e lo rimpianse per tutta la vita…

Il Colosso di New York (The Colossus of New York) è stato girato da Eugene (Il Risveglio del Dinosauro) Louriè. La storia si basa sul cervello di un grande scienziato che, morto in un banale incidente, viene trapiantato nel corpo di un grande robot. Resosi conto della sua nuova vita e odiandola, egli sfuggirà al controllo e comincerà a uccidere. In un attimo di coscienza si farà eliminare dal figlio.

Abbiamo ora un film tratto da un romanzo di Jules Verne, interpretato da Joseph Cotten (1904 -1994: Latitudine Zero, La Città degli Acquanauti, L’Abominevole Dr. Phibes, La Figlia di Frankenstein, Gli Orrori del Castello di Norimberga, 2022: I Sopravvissuti, Ultimi Bagliori di un Crepuscolo, L’Isola degli Uomini Pesce, Survivor, l’Aereo Maledetto), George Sanders (1906 – 1972: Il Villaggio dei Dannati, il serial Viaggio in Fondo al Mare, il serial Batman, Galaxy Horror, Doomwatch: I Mostri del 2001) e Debra Paget (I Racconti del Terrore, La Città dei Mostri) e girato da Byron (La Guerra dei Mondi) Haskin (1899 – 1984): il tutto sembrerebbe una garanzia e, invece si tratta di una pellicola mediocre dal titolo Dalla Terra alla Luna (From the Earth to the Moon). Il viaggio sulla Luna a bordo di un proiettile lanciato nello spazio è qui reso stravolgendo l’opera di Verne in una sorta di fumettone dove due costruttori di corazze belliche se ne partono verso il suolo selenita con tanto di clandestina a bordo. I due guerrafondai rimarranno sulla Luna mentre gli altri si salveranno. Dalla Terra, con il suo telescopio, Jules Verne osserva la scena, mentre quello vero si rivolta nella tomba…

I mostri delle rocce atomiche (The Trollenberg Terror) di Quentin Lawrence (1920 – 1979) narra la storia di un’invasione di esseri di altri mondi, una sorta di polipi dai sottili tentacoli che s’insediano sulle pendici delle alpi svizzere e da lì tramano i loro inutili piani di conquista ovviamente destinati a fallire. La pellicola si regge con una buona dose di suspense per tutto il primo tempo, almeno fino a che le creature aliene non diventano visibili, poi scivola nel ridicolo. Protagonista è Forrest Tucker (1919 – 1986), votato ai film di fantascienza montani (Il Mostruoso uomo delle Nevi). Accanto a lui Janet Munro (1934 – 1972) che rivedremo presto in …e la Terra prese fuoco di Val Guest.

Avendone citati altri segnaliamo, per correttezza, anche La Figlia di Frankenstein (Frankenstein’s daughter) di Richard Cunha. Qui abbiamo un vecchio scienziato che ha come aiutante il nipote del barone Frankenstein, ma lo ignora. Egli sta sfruttando il laboratorio dello scienziato per ricostruire la creatura del suo celebre nonno e usa la nipote dello studioso come una sorta di zombie mostruoso ai suoi ordini mediante un liquido di sua creazione. Dopo essere riuscito a costruire il suo mostro viene però fermato e ucciso, lui e la creatura, dal fidanzato della ragazza.

(6 – continua)

Giovanni Mongini