LA MUMMIA IN LETTERATURA

La Guida alla letteratura horror di Walter Catalano, Roberto Chiavini, Gian Filippo Pizzo e Michele Tetro (Odoya Edizioni, 2014) comprende 107 voci – forzatamente non molto estese – dedicate agli autori, 6 regionali (sugli scrittori che non hanno potuto avere un’entrata singola, raggruppati per lingua o nazione) e 7 sulle figure classiche, oltre a numerosi box tematici di approfondimento.
Questa che segue è la voce su una delle figure più caratteristiche.

L’interesse per l’archeologia egiziana – che diventa talmente specifico da meritare un appellativo a sé stante, quello di egittologia, anche se questa comprende pure la storia e altre discipline – nasce nei primi anni dell’Ottocento, a seguito delle campagne napoleoniche e delle scoperte di Champollion. Ma nel sentimento popolare che si riverbererà poi nella fiction letteraria e cinematografica, sono due gli elementi che più affascinano: il primo è quello della profanazione delle tombe, pratica vietata per ovvi motivi da tutte le religioni, ma che ora assume un tratto particolare per via del secondo elemento, la mummificazione. Il fatto che gli antichi Egizi tentassero di preservare il corpo dei defunti (agli inizi non era noto che i cadaveri venissero svuotati degli organi interni) lascia adito alla speranza che questi potessero rivivere, non nell’Aldilà ma in questa nostra dimensione, e poiché si tratta di una pratica sconosciuta alla quasi totalità delle popolazioni – dove invece i corpi venivano o bruciati o inumati lasciando che si decomponessero – questa assume una valenza che ha preso piede indelebilmente nell’immaginario collettivo.

Il primo racconto concernente una mummia è “The Mummy! A Tale of the Twenty-Second Century” di Jane Webb, pubblicato nel 1827, dove il cadavere imbalsamato di un egiziano viene riportato alla vita grazie all’elettricità, come avviene poco dopo anche in “Qualche parola con una mummia” di Edgar A. Poe (1845). La rianimazione di un cadavere – anche se in quel caso frutto di un assemblaggio di corpi – era già stato usata da Mary Shelley nel suo Frankenstein (1818), ma la Shelley si era avvalsa della chimica, contrariamente a quanto si vede nei numerosi film dedicati al personaggio (è quindi altamente probabile che i cineasti, modificando il romanzo shelleyano, si siano ispirati proprio ai racconti citati).

Il tema della mummia nella narrazione fantastica non si esaurisce con una semplice resurrezione: c’è di più. Intanto l’amore che attraversa i secoli, che viene inaugurato da Théophile Gautier nel 1857 con “Il romanzo di una mummia“ (di cui si apprezza per lo più l’accurato sfondo storico), dove un archeologo si innamora di una regina egiziana di cui ha trasportato le spoglie in Inghilterra e di cui ha letto la triste storia. Gautier aveva già scritto nel 1840 il racconto “Il piede della mummia” (“Le pied de momie“), dove un’altra regina torna dal passato per riprendersi il suo piede che, mummificato, era adoperato come bizzarro fermadocumenti. E’ invece Richard Marsh, nel suo romanzo del 1897 ”The Beetle”, ad introdurre il tema della vendetta per aver violato una tomba: una fantastica creatura nata “né da Dio né da uomo”, fornita di poteri ipnotici, perseguita un politico inglese appunto per aver aperto una sacra sepoltura. Altra opera di un certo interesse è ”Il gioiello delle sette stelle” di Bram Stoker (1903), con: un egittologo trovato morto, un sarcofago contenente le spoglie della regina Tera (una maga egiziana di quattro mila anni prima, che sembrerebbe capace di resuscitare), la figlia dello scienziato che è identica a Tera, un gioiello ornato da sette pietre, una mano (con sette dita) imbalsamata, gatti parimenti imbalsamati che tornano vegeti e graffiano; il tutto a movimentare una vicenda di antiche maledizioni in atmosfera soprannaturale non propriamente riuscita e dal finale banale. Poi va citato anche “Smith and the Pharaons” (1912-13) di H. Rider Haggard, che immagina un archeologo rinchiuso per caso di notte nel Museo del Cairo, il quale viene processato per la sua attività sacrilega dai redivivi faraoni (ma non si sa se sia solo un sogno).

La vicenda della mummia ha comunque uno svolgimento ben preciso, tramandatoci principalmente dal cinema, che vede un sacerdote egizio – a suo tempo imbalsamato vivo per aver osato innamorarsi della figlia del faraone – risvegliato per caso da un archeologo che incautamente legge ad alta voce la formula magica su un papiro. La mummia fugge per ricomparire più tardi sotto falso nome: il suo scopo è ritrovare la sepoltura della donna (e per questo aiuta gli archeologi nelle ricerche) e farla rivivere sacrificando in sua vece la fidanzata di un archeologo che riteneva essere, per l’impressionante somiglianza, la reincarnazione della sua amata. Questa storia, più che alle opere sopra citate, deve molto a due racconti di Arthur Conan Doyle: “L’anello di Toth” (apparso in Italia anche come “Il guardiano del Louvre“) del 1890 e “Lotto n. 249” del 1892. Nella prima uno scienziato inglese, rimasto chiuso di notte nella sala egizia del Louvre, incontra un guardiano che in realtà è un antico egiziano il quale ha inventato un siero che gli ha consentito l’immortalità, e che adesso cerca di recuperare l’anello del dio Toth che gli permetterebbe di far rivivere la sua amata. Nella seconda è un egittologo che, grazie alla formula magica di un papiro, ha trovato il modo di far rivivere una mummia, che però sfugge al suo controllo e si aggira la notte compiendo delitti: messo alle strette da un amico che ha scoperto tutto, lo scienziato dà fuoco alla mummia e al papiro.

La trama precedentemente citata è quella del film La mummia, diretto da Karl Freund nel 1932 e con una delle più memorabili interpretazioni di Boris Karloff. La somiglianza con i racconti è evidente e si nota particolarmente in alcune descrizioni che sono identiche nei due casi, ma il principale motivo ispiratore del film (prodotto dalla Universal, che cercava altri “mostri” da affiancare a Dracula e Frankenstein) fu l’apertura della tomba di Tutankhamon avvenuta dieci anni prima e la leggenda della maledizione del faraone che avrebbe perseguitato i profanatori, alla quale lo stesso Conan Doyle affermò di credere. Il film in ogni caso fu un grande successo e generò una serie di pellicole affini: una sorta di remake con La mano della mummia (1940) e tre seguiti diretti di quest’ultimo. In questi la mummia è il principe Kharis, diversamente dal primo in cui è il sacerdote Imhotep (nome che è lo stesso di un famoso architetto, scultore e scienziato – una specie di Leonardo dell’epoca – vissuto durante il regno di Djoser, che si dice fosse stato l’iniziatore della medicina e più tardi fu deificato come tale). Alla fine degli anni Cinquanta è l’inglese Hammer, casa di produzione famosa per aver riportato in auge i mostri della Universal, a rilanciare il tema, con La mummia di Terence Fisher (1959), anche questo dotato di tre seguiti. Un remake del film di Freund si è avuto più recentemente con La mummia del 1999, di Stephen Sommers, ma per quanto il rifacimento fosse ufficiale la trama è rivista in modo da seguire più i dettami dell’avventura fantasy, perdendo del tutto il fascino dell’originale (cosa che non gli ha impedito di avere due seguiti, ancora più mediocri). A dire il vero, la trama dei film potrebbe dovere qualcosa anche a due racconti di Seabury Quinn apparsi rispettivamente nel 1927 e nel 1930 e che ripropongono gli stilemi già evidenziati, ma non è detto che regista e sceneggiatore li conoscessero, visto che erano apparsi su riviste pulp presto sparite dalle edicole. In ogni caso nel primo, “L’incubo delle mummie” (“Trespassing Souls“, 1929), un colonnello affranto dalla morte della figlia si lascia convincere da un occultista che la ragazza è la reincarnazione di una regina egiziana, e quindi si procura il sarcofago di questa e la fa rivivere assieme ai suoi schiavi, con conseguenze tragiche perché perde il controllo dei sanguinari redivivi. Nel secondo, “Mummie” (“The [Mansion] of Unholy Magic“, 1933), la solita regina imbalsamata entra in contatto mentale con una fanciulla e le provoca una stato di trance perché lei possa officiare il rito di rinascita, ma l’investigatore Jules de Grandin riesce a debellare il piano. Le somiglianze con i racconti di Doyle (e quindi con il film) sono evidenti, così come avviene in un terzo racconto di Quinn apparso nel 1935, “La resurrezione della mummia” (“The Dead-Alive Mummy“, 1935), che ha una storia praticamente identica al precedente, con qualche piccola variazione nell’ambiente e nei personaggi.

Si può dire che con gli anni Trenta il tema perda il suo fascino: ormai le variazioni sono state tutte immaginate e niente di nuovo si può scrivere. Probabilmente il film di Freund (e i derivati) ha segnato un punto di arrivo invece che di partenza e nessuna trama ulteriore è ammissibile, così l’argomento perde di interesse e quasi nessuno scrittore vi si confronta. Ci sono ovviamente delle eccezioni – ad esempio due racconti di Robert Bloch, “La stirpe di Bubastis” (“The Brood of Bubastis“) del 1937 e “Gli occhi della mummia” (“The Eyes of the Mummy“) del 1938 – ma sono del tutto sporadiche. Tanto è vero che chi vi si è cimentato in tempi più recenti non ha fatto altro che ripetere grosso modo la stessa vicenda. “The long night of the grave” di Charles L. Grant, 1986, è addirittura una sorta di novelization del film del ’32, pur se inserito in un contesto che l’autore ha usato anche per altre sue opere. E “La mummia” di Anne Rice, 1989, ripropone in fondo la stessa vicenda, anche se stavolta il protagonista non è un sacerdote o un dignitario ma addirittura il faraone Ramses e se la trama è complicata da un fatto misterioso: l’archeologo Stratford che scopre la tomba vi ritrova un busto di Cleopatra, che sarebbe vissuta almeno mille anni dopo Ramses.

In realtà, nell’editoria di genere americana l’argomento viene affrontato più spesso di quanto abbiamo scritto e ci sono alcune antologie sul tema, anche in anni recenti, ma appunto senza particolare originalità e senza che nel nostro Paese se ne abbia riscontro. Non resta che rimanere fedeli al ricordo degli occhi spiritati di Boris Karloff o di Christopher Lee che traspaiono dalle bende.

Bibliografia italiana essenziale

-      Théophile Gautier, Il romanzo della mummia (Le roman d’une momie), Newton & Compton 1991;

-      Arthur Conan Doyle, L’anello di Toth (The Ring of Toth), Solfanelli 1988;

-     Bram Stoker, Il gioiello delle sette stelle (The Jewel of Seven Stars), Garden Editoriale 1991;

-      AA.VV., Storie di mummie, Newton & Compton 1998;

-      Anne Rice, La mummia (The Mummy), TeaDUE 2000.

Gian Filippo Pizzo