E POI NON NE RIMASE NESSUNO (SORVEGLIANZE E PUNIZIONI NEL MYSTERY CLASSICO)

Michel Focault, in Sorvegliare e punire, parla del corpo del condannato, del controllo che il boia poliziotto opera su di lui, scandendo la giornata dei detenuti: dalla sveglia, al lavoro, ai pasti, all’ora di scuola, ricreazione e dal silenzio notturno. Ecco che il vero supplizio è un impiego pre-ordinato, immutabile, del tempo; così dai corpi squartati nelle lugubri feste medioevali, s’era passati a un corpo altrettanto simbolico, sottratto allo spettacolo della punizione pubblica e sottomesso a una economia di diritti sospesi, incorporei.

Il condannato non è più condotto al patibolo col velo nero sul volto, né mostrato in piedi sul patibolo, bensì collocato all’interno di una anatomia politica, da una tecnologia (politica) del corpo, in cui il supplizio ha la nuova finzione di purgare la vittima dal suo delitto (e restituirlo redento?).

Il condannato è un trasgressore che ha attentato alla vita del principe, della società intera, ai beni della finanza. L’illegalismo deve essere arginato con una dolcezza della pena che trova nel tempo la sua intensità regressiva. Un tempo segnato, costretto, inscritto da segni (catene, oscurità, solitudine, pane e acqua) e durata (settimane, mesi, anni).

Il nuovo codice punitivo si concretizza dalla seconda metà dell’800, da nazione a nazione, trovando nella detenzione/reclusione correzionale un castigo universale, programmato da una struttura carceraria centralizzata e automatica. La nuova vita del reo è inquadrata secondo un impiego del tempo assolutamente rigoroso, sotto una sorveglianza ininterrotta, ogni istante della giornata prescritto da una attività o da un’interdizione. Nuovi schemi per ridurre il corpo a qualcosa di docile, manipolabile da un insieme di regolamenti di volta in volta militari, scolastici, ospedalieri. La disciplina carceraria (o scolastica) è un’anatomia politica del dettaglio, delle inezie: osserva, controlla, regola la circolazione delle merci e della moneta, ispeziona le masse tumultuose e indisciplinate e le traduce in persone compatte, disciplinate.

Per fare questo il potere giuridico (il potere della società) si astrae, non esercita più l’uso della ghigliottina e del patibolo e rinchiude il pazzo, l’ammalato, il reo, lo scolaro, l’operaio, all’interno di un anello, di un panopticon in cui si viene visti senza vedere, o si vede tutto senza essere visti (oggi il Big Brother con la Marini spiega tutto questo).

Così mi appare, seguendo Focault, certa letteratura mystery, costruita attorno a questo perno metafisico del vedere senza esser visti, o il contrario.

Penso soprattutto a 10 piccoli indiani di Agatha Christie, romanzo uscito in quel fatidico 1939, data limite per la golden age del giallo classico. 10 piccoli indiani infatti si presenta sotto una luce radicalmente diversa. Non più lo scioglimento logico della vicenda, con un detective che inchioda tutti i personaggi su una sedia e trova il colpevole seguendo le tracce degli indizi (materiali o psicologici), bensì un colpevole onnisciente (invisibile, spettrale, oltretombale, boia arcano) reduce da un Ancien Régime ricreato sull’isola immaginaria di Nigger Island, sperduto isolotto sopravvissuto a una sorta di catastrofe (similare a quella che pende sulla baia baviana in Reazione a catena, altro grande giallo pop erede della tradizione foucaultiana) apocalittica ed escatologica, da cui i personaggi cercano invano di fuggire. L’apocalisse è quella della morale puritana, ordinatrice del mondo, desiderosa di inchiodare (come insetti da studiare, e qui il rimando al film di Bava è ancora necessario e stringente) e scoprire i vari professionisti sociali che sbarcano sull’isola purgatorio, illusoriamente protetti dalle loro maschere sociali. Maschere fragili e fallaci che cadono quasi subito, rivelando le loro miserie, le colpe a cui sono chiamati a rispondere.

Il panopticon della Christie è un edificio onirico, un meccanismo di potere (agito dal colpevole, qui assurto al ruolo di detective-dio, gran burattinaio chiamato a giudicare i colpevoli) ricondotto alla sua forma ideale e ottica. Ciò che prende nella lettura è la sensazione che l’assassino, il grande giudice, sia ovunque e ci stia controllando in ogni momento, esattamente come avviene in una scuola, in una prigione o in altre istituzioni totali (oggi potremmo aggiungere la macchina azienda studiata dalla socioanalisi narrativa di Renato Curcio).

I colpevoli di Nigger Island sono dei corpi inseriti in uno spazio panoptico, appositamente progettato per controllare i loro movimenti. Ecco allora che i condannati (il giudice Wargreve, Vera Claythorne, Philip Lombard, Emily Brent, il generale Macarthur, il dottor Armstrong, Tony Marston, il signor Blore) costituiscono il nucleo di una società a parte, ridotta a una quarantena sociale a cui nemmeno le forze residue del potere feudale o della monarchia amministrativa avevano saputo arrivare.

L’idea astratta alla base di un giallo classico (genere non a caso esploso in concomitanza con una crescita dell’economia capitalistica del XIX) ha spesso a che fare con la divisione del lavoro (e gli schemi di potere) alla base di una società (chiusa) classista. Il giallo è una forma di racconto metafisico, un gioco intellettuale per cui la scomposizione dei personaggi in ruoli chiave porta a una semplificazione dell’universo narrativo.

Ecco allora che le apocalissi del giallo (quella di Nigger Island) sono dei radicali giochi al massacro, nei quali l’autore (vero demiurgo invisibile) si diverte a distruggere l’equilibrio di un piccolo luogo isolato (un’isola) e a portare alle estreme conseguenze le epidemie del capitale, i conflitti e le tensioni che covano sotto le braci del vivere comune. L’apocalisse marxista, l’escatologismo marxista presente in Bava vagheggia una società senza classi, un’età dell’oro che segna l’inizio e la fine della Storia, similmente all’ideologia messianica della Christie, volta alla lotta finale tra il Bene e il Male.

In queste lande da fine assoluta della Storia troviamo anche il supplizio per gioco, ideato dall’anfitrione misterioso nel capolavoro L’ospite invisibile di Gwen Bristow & Bruce Manning, editato in italiano nella collana de “I Bassotti” dell’editore Polillo. L’ospite invisibile, uscito nel 1930, è il prototipo di base a cui si è ispirata la Christie per il suo libro: 8 illustri rappresentanti del bel mondo di New Orleans vengono invitati a un ricevimento nell’appartamento di un misterioso anfitrione, che li sfida a un gioco perverso: scommettere che riusciranno a sopravvivere fino all’alba. Esattamente come nel romanzo della Christie, gli otto vengono assassinati in modi variopinti e originale. Esattamente come sull’isola di Nigger Island, anche qui non è possibile sfuggire, anche se ci si trova a un passo dal mondo civile e rassicurante della modernità. L’appartamento del misterioso assassino, infatti, è situato al ventunesimo piano di un grattacielo, simbolo tecnologico lontano anni luce dalle insidie di un castello medievale o di qualche country gothic. Eppure il padiglione del palazzo è circondato da mura interamente ricoperte da rampicanti e protetto da congegni elettronici altamente letali. Ecco allora che la tecnologia si converte in qualcosa di invisibile e letale, in orpelli d’ombra pronti a ghermire chiunque, al pari di qualche maledizione medievale.

Ancora una volta troviamo rispettato l’assioma del panopticon, ossia l’essere spiati senza riuscire a vedere. I personaggi illustri di Bristow & Manning, così come quelli della Christie, si sentono come topolini ciechi, chiamati a una partita futile e impari, dove l’assassino si è fatto giudice, arbitro e detective. Unico dio in un mondo chiuso e a un passo dall’irreale.

L’isola, il palazzo e ancora l’isola nel bellissimo Terrore nell’isola (Classici del Giallo Mondadori n.  731, copertina evocativa di Carlo Jacono), romanzo scritto da Hake Talbot nel 1942. Terrore nell’isola è un impasto suggestivo di cose: c’è l’ambientazione isolata, il mare in burrasca, la casa isolata sulla scogliera e un gruppo assortito di individui riccastri racchiusi all’interno. Talbot però non si accontenta e satura il racconto con una maledizione medievale che va a parare nell’alchimia, in antiche pergamene e cadaveri che si sciolgono come nel celeberrimo racconto di Poe sul caso di Valdemar. Ogni cosa si tinge di gotico e arcano, coi personaggi costretti per un guasto ad aggirarsi a lume di candela nella magione.

A differenza del plot escogitato dalla Christie, qui l’isolamento non è completo, tanto che a metà libro una lancia della polizia può approdare sull’isola e constatare quanto sta accadendo; tuttavia nessuno può lasciare il luogo (dal nome suggestivo di Kraken), perché sospettato del delitto. L’autore è bravo a confezionare un romanzo curioso, ricco di citazioni, spesso in bilico con l’horror, anche se ricondotto, nel finale chiarissimo, alle pacate regole del giallo classico. Per il resto l’isola di Kraken, con le sue leggende, diviene l’ennesimo carcere a cielo aperto, non-luogo da cui è impossibile fuggire prima dell’inevitabile nemesi finale.

Davide Rosso