GIOVANNI DE MATTEO

Sebbene ancora giovane Giovanni De Matteo ha già raggiunto le mete più ambite della narrativa fantascientifica italiana vincendo ancora venticinquenne, nel 2006, il Premio Urania con il romanzo Sezione π², nel quale rivelava appieno il suo talento.

Il testo, infatti, dimostrava di reggere bene la lunghezza propria del romanzo e i pensieri ampi dal punto di vista della riflessione uniti all’utilizzo di un appropriato e ricco linguaggio d’avanguardia, fluido e mai ripetitivo.

Ma leggendo anche gli altri lavori di De Matteo si denota la propensione allo scavo interiore e  la capacità  di spaziare tipica dei connettivisti.

Giovanni De Matteo di recente è stato in viaggio in Basilicata, tornando nella sua terra natia. E, seppure solo fugacemente, ha toccato anche Matera, la Città dei Sassi. Con lui abbiamo visitato (si è dovuto accontentare della guida del sottoscritto) il Museo nazionale di arte medievale e moderna, che ancora non conosceva. Ed è lì che, intrattenendoci davanti alla gigantesca tela Lucania ’61 dedicata alla civiltà contadina – realizzata da Carlo Levi, figura poliedrica di artista e intellettuale torinese, autore dell’indimenticabile romanzo Cristo si è fermato a Eboli - è nata l’idea di questa intervista.

E non poteva che essere così in quanto con De Matteo – fondatore con Sandro Battisti e Marco Milani del Connettivismo, movimento artistico-culturale che abbraccia vari generi e molteplici discipline – ci siamo soffermati di fronte ad un’opera che non finisce mai di stupire, nella quale l’arte pittorica interagisce con la letteratura, la storia e le tematiche sociali e antropologiche, indubbiamente capace di stimolare la fantasia e la riflessione.

Il nostro colloquio ha toccato vari argomenti a cominciare dal ruolo dell’intellettuale nella società. Abbiamo ricordato Rocco Scotellaro il “poeta contadino” che nel Secondo dopoguerra fu sindaco socialista di Tricarico (comune dell’entroterra Materano); l’attività del geniale poeta ingegnere lucano Leonardo Sinisgalli – del quale scrisse anche Ungaretti – che amava l’interazione tra la cultura umanistica e scientifica. Si è anche dibattuto d’innovazione tecnologica e industriale; di temi culturali e del mondo della scuola. E poi dall’esplorazione dello spazio siamo passati a quella degli abissi marini, sino alle problematiche ambientali e dello sviluppo sostenibile che riguardano il presente e il futuro del nostro pianeta.  Naturalmente non potevamo esimerci dal discorrere di narrativa fantascientifica italiana passando per una delle sue personalità di maggior rilievo, il compianto Vittorio Curtoni; per giungere, infine, alle nuove idee e alle prospettive del fantastico, chiudendo con  l’attività di scrittore e i suoi progetti futuri.

Alla fine della visita nel museo, tra i commenti sulle fascinose opere di Arte sacra e quelle di Scuola napoletana del ‘600 e ‘700 oltre che contemporanee, ci siamo accorti che avevamo affrontato argomenti appassionanti approfondendo varie questioni. Così abbiamo pensato di mettere nero su bianco la nostra conversazione (integrandola in alcuni punti) e renderla disponibile a chi avrà la voglia e, soprattutto, la pazienza di leggerla.

Nato a Policoro,  in provincia di Matera, nel 1981, De Matteo ha vissuto lunghi anni in Basilicata e poi in Campania. Trasferitosi a Roma per motivi di studio si è laureato in Ingegneria elettronica con una tesi sugli acceleratori di particelle, frutto dell’esperienza presso l’European Synchrotron Radiation Facility di Grenoble, in Francia.

Da cinque anni abita a Bologna, dove opera nell’ambito del settore delle energie rinnovabili.  Impegnato con forza e volontà nell’innovare e dare forza alla SF italiana, oltre al citato romanzo Sezione π² De Matteo ha all’attivo la raccolta di racconti Revenant – Storie di ritorni e di ritornanti (Ferrara Edizioni, 2006, con prefazione di Vittorio Catani).  Come sopra riportato, è tra i fondatori del movimento connettivista e, sempre con Battisti e Milani, ha ideato la rivista Next. Cura con il critico letterario Salvatore Proietti la webzine Next Station. Tra le molteplici esperienze annovera quella di curatore del blog ufficiale di Urania. Ha pubblicato numerosi articoli e racconti in varie antologie e su Fantascienza.com, Delos SF, Robot, Continuum, Carmilla on line, Il Giallo Mondadori, Urania Blog.

Ultimo interessante lavoro dell’autore lucano è Il lungo ritorno di Grigorij Volkolak, pubblicato la primavera scorsa sul numero 65 di Robot. Si tratta di un romanzo breve nel quale Giovanni De Matteo si conferma scrittore in grado di creare una trama avvincente e al contempo una storia fantascientifica originale e suggestiva.

Il suo blog è http://www.fantascienza.com/blog/stranoattrattore/.

DE MATTEO, LEI SCRIVE ROMANZI E RACCONTI MA PUBBLICA ANCHE STUDI RELATIVI ALLA SCIENCE FICTION. E’, INOLTRE, UN FERVIDO ANIMATORE CULTURALE, DIVULGATORE DI IDEE E  CURATORE DI BLOG E MAGAZINE. SVOLGE PERTANTO UN LAVORO INTELLETTUALE A TUTTO TONDO, INSERITO NEL GENERE DEL FANTASTICO. QUALE DEVE ESSERE SECONDO LEI IL RUOLO DELLO SCRITTORE, DEL SAGGISTA O COMUNQUE DELL’INTELLETTUALE NELLA SOCIETA’ ?

Non so onestamente se la nostra società ha bisogno di una categoria di intellettuali. Resto convinto che la prossima vera rivoluzione s’innescherà su presupposti di natura prettamente culturale, quando un numero sufficiente di uomini e donne raggiungeranno la consapevolezza dell’importanza di uno stile di vita ecosostenibile, di un uso critico della tecnologia, di una visione storica di lungo periodo. Per questo forse dovremo aspettare ancora un po’. Spesso mi sono ritrovato a denunciare la frattura tra cultura umanistica e cultura scientifica, specie nell’ambito della situazione italiana che vive nel retaggio degli schematismi e dei dogmi imposti da Croce e Gentile. In realtà, la questione delle “due culture” veniva sollevata con straordinario acume dal britannico Charles P. Snow a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, ovvero in un’epoca di grandi rivolgimenti, di fiducia nel progresso (la corsa allo spazio era in pieno svolgimento) e, malgrado le guerre alle spalle e quelle alle porte, di ottimismo sociale. Oggi viviamo invece in un’epoca che potremmo definire stagnante, in cui possiamo tollerare per decenni una classe politica inadeguata, sopportare per lo stesso periodo le storture di un sistema iniquo, limitandoci a sfogare la nostra frustrazione sui social network, che troppo spesso si riducono alla versione aggiornata del vecchio bar di paese. Mi piacerebbe vivere in una società in cui alla cultura venga riconosciuto il valore assoluto che le spetta: non attraverso l’epifenomeno della sudditanza verso una classe di intellettuali o presunti tali; ma attraverso la massima diffusione tra la gente dei valori fondanti della conoscenza e della comprensione. Per riuscirci, bisognerebbe partire da una rifondazione della scuola. Un bambino che legge sarà un adulto che pensa: peccato che la lettura, sopravanzata da attività più immediate (di tutti i prodotti culturali, in un’epoca che garantisce la full immersion nell’esperienza ludico-formativa, il libro risulta penalizzato dall’essere proprio quello dalla fruizione più complessa), stia attraversando uno dei momenti di minore popolarità nella storia moderna.

QUAL E’ A SUO PARERE LA FORZA PERSUASIVA DELLA NARRATIVA  FANTASCIENTIFICA?

La fantascienza ha la peculiarità di poter rappresentare uno scenario alternativo, in cui trasfigurare, distorcere, amplificare e portare in primo piano caratteristiche emergenti o presenti solo in forma embrionale nel mondo in cui viviamo. Inoltre, per vocazione innata, ha la possibilità di abbracciare orizzonti cosmici e prospettive storiche di profondità analoga. In altri termini, se da una parte può ragionare con efficacia sui cambiamenti e l’evoluzione delle società umane, mettendone in scena gli effetti (i rischi nelle rappresentazioni distopiche, le risorse in quelle utopiche), dall’altra può concedersi di ragionare su temi universali, con una portata che oserei definire “escatologica”. Dove lo troviamo un altro genere con queste caratteristiche?

RITIENE CHE LO SCRITTORE, ANCHE QUELLO DI SF, DEBBA ESPRIMERE CON FORZA CONTENUTI DI IMPEGNO POLITICO E SOCIALE? QUANTO CIO’ E’ IMPORTANTE?

È un argomento molto dibattuto nella comunità degli autori di SF. Ne parlavo qualche anno fa sulle pagine di Fantascienza.com, a cui rimando, a proposito di una discussione nata tra autori pluripremiati come Paolo Bacigalupi e Ian McDonald (ma già affrontata, solo un paio di anni prima, in un botta-e-risposta tra Ken MacLeod e Alastair Reynolds). Come dicevo in quella sede, un autore dovrebbe affrontare tematiche di rilevanza sociale, economica, politica, certo, sempre che sia nella sua vocazione. È inutile forzarsi. Altrettanto importante continua a essere la vocazione puramente avventurosa (escapista, se vogliamo) del genere. Il requisito che non dovrebbe mai venir meno è l’onestà dell’autore: volare troppo in alto può essere deleterio come e più di tenersi troppo in basso. La fantascienza ha comunque un asso nella manica e chi ha dimestichezza con i suoi strumenti lo conosce bene: può offrire diversi piani di lettura sovrapposti, così in una stessa storia possiamo soddisfare palati anche molto diversi. Ma per riuscirci, bisogna avere una vera confidenza e padronanza delle sue regole.

NEL SUO ROMANZO RIVELAZIONE SEZIONE π² PONE SULLO SFONDO PROBLEMATICHE AMBIENTALI, ECONOMICHE E SOCIALI IN UNA NAPOLI DEL 2059 DEVASTATA DALLA CRIMINALITA’ E DAL DEGRADO MORALE. E’ STATO UN MODO DI RAMMENTARE TEMATICHE CHE APPARTENGONO, COMUNQUE, AI NOSTRI GIORNI?

Era mia intenzione trasfigurare lo stato di crisi pressoché persistente in cui viveva la città (e con lei buona parte della Campania e del Sud Italia – pardon, di Bassitalia, come abbiamo preso la consuetudine di chiamarla il mio socio Fernando Fazzari ed io, entrambi forti di una pluriennale carriera di emigranti). Una situazione che ha tenuto per anni sotto scacco la mia regione (per la verità, una delle due a cui mi tengono legato le mie radici… l’altra la conosce bene, ed è la Basilicata): con un impatto difficile da valutare ma di certo pesantissimo sull’ambiente (e pensare che quella un tempo era detta Campania Felix per la sua fertilità), sullo sviluppo economico (si pensi alle conseguenze sul turismo e sui prodotti enogastronomici il cui nome è legato a Napoli e dintorni, dal limoncello alla mozzarella), sull’integrità territoriale (con le ripetute minacce di realizzare in Irpinia, nel granaio che resta il cuore agricolo della regione, una delle più grandi “piattaforme polifunzionali” d’Europa per lo stoccaggio dei rifiuti, con l’unico scopo di tamponare l’emergenza). In questo senso posso confermare le sue impressioni: il romanzo ha profonde radici nell’attualità, ma ha anche l’ambizione di gettare lo sguardo oltre lo steccato, provando a ipotizzare un mondo credibile al di là dell’ambiente urbano in cui l’indagine di Briganti (il protagonista della storia, ndr) e soci è confinata. In particolar modo attraverso un tentativo di estrapolazione tecnologica di cui il romanzo si sforza di mostrare le ricadute.

IN UN QUADRO SIMILE, CHE SIGNIFICATO ASSUME PER LEI LA SCRITTURA FANTASCIENTIFICA IN UN MONDO CHE CORRE VELOCE SOTTO L’ASPETTO DELLE TECNOLOGIE E DEI CAMBIAMENTI  EPOCALI?

La fantascienza è una lente attraverso cui guardare ciò che ci accade intorno. Ed è una lente molto particolare. È quasi un cronoscopio, quel fantomatico strumento immaginato in un racconto di Isaac Asimov e balzato agli onori delle cronache mondane all’inizio degli anni ’70, quando un monaco benedettino annunciò di averne costruito un prototipo funzionante, con cui scrutare direttamente gli eventi occorsi nel flusso della storia umana. Tornando a noi, viviamo in un mondo per molti versi paradossale: se dal punto di vista sociale, economico, politico, sono anni di ristagno, dal punto di vista della scienza e del progresso tecnologico i passi in avanti si susseguono a un ritmo vertiginoso. Pensiamo alla – possibile – scoperta del bosone di Higgs, che molto potrà dirci sulla natura dell’universo in cui viviamo, oppure alle tecnologie wireless, alla geolocalizzazione, agli smartphone che racchiudono più potenza di calcolo di quella incapsulata nell’Apollo 11 per portare l’uomo sulla Luna: siamo agli albori della rete ubiqua, pervasiva, che ci terrà on-line sempre e ovunque ci troviamo, o quasi. Progressi che nemmeno vent’anni fa sembravano fantascientifici, ammesso che fossero immaginabili. E oggi sono parte integrante del mondo in cui viviamo. È innegabile che in un mondo del genere la SF possa vantare come minimo un punto di vista privilegiato.

CONTINUIAMO A PARLARE DI SCIENZA E TECNOLOGIA. I DUE SETTORI SI EVOLVONO COME MAI ERA AVVENUTO NELLA STORIA DELL’UMANITA’. SECONDO LEI L’UOMO HA REALE CONSAPEVOLEZZA  DI CIO’ ?

Come dicevo prima, c’è un uso diffuso delle nuove tecnologie, ma penso che ci sia ancora una consapevolezza minima, non dico dei processi che ne sono alla base, ma delle stesse potenzialità dei mezzi. Il che comporta due ovvie conseguenze: a) una concezione della tecnologia alla stregua di una nuova alchimia, quasi si reggesse in piedi per miracolo, per qualche strano effetto esoterico (gli appassionati di SF amano ricordare la massima di Arthur C. Clarke secondo cui “ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”); e b) una scarsa considerazione dell’impatto e della portata delle nuove tecnologie, che spesso ci induce a farne un uso limitato. Poi è chiaro, la legge di Gibson secondo cui “la strada trova il proprio uso per la tecnologia” resta valida e spesso condivisibile. Solo che un tempo si esprimeva quasi esclusivamente in strategie clandestine di resistenza sotto governi dittatoriali o comunque regimi di polizia; oggi, invece, accanto agli studenti iraniani ed egiziani che portano avanti sui blog e via Twitter le loro battaglie politiche, ci sono generazioni sempre più giovani per cui il progresso tecnologico si identifica esclusivamente con un marchio alla moda. Abbiamo più sfumature, questo sì, che coprono uno spettro molto esteso di possibilità, spingendosi dall’omologazione conformista della moda pura e semplice allo strumento rivoluzionario. Ma l’ampiezza di possibilità non si traduce necessariamente in una ricchezza in termini assoluti. Il valore intrinseco di una tecnologia dipende dall’uso che se ne fa, per cui in ultima battuta resta pur sempre una responsabilità dell’utente. O, come lo chiamerebbe qualcuno, dell’utilizzatore finale.

PARLANDO DI STRINGENTE ATTUALITA’, IL 6 AGOSTO SCORSO IL ROVER CURIOSITY, SOFISTICATISSIMO ROBOT, SI E’ POSATO SUL SUOLO DI MARTE (OVVIAMENTE NON E’ IL PRIMO) IN CERCA DELLA VITA. SI STA SCHIUDENDO UN NUOVO PROFICUO PERIODO PER L’ESPLORAZIONE DELLO SPAZIO IN ATTESA DI INVIARE L’UOMO SUL PIANETA ROSSO ?

Be’, mi sembra soprattutto una conferma importante: dopo Spirit e Opportunity avremmo potuto fermarci, invece siamo di nuovo lì, a ispezionare le desolate lande del Pianeta Rosso alla ricerca di tracce di vita. La domanda è meno “idealista” di quanto potrebbe sembrare, in quanto una risposta definitiva a questa ricerca ci direbbe molto sulla capacità di sviluppo di altre forme di vita nell’Universo, permettendoci quindi di escludere ragionevolmente uno dei due scenari alternativi: a) vita sulla Terra caso unico nell’universo (assurda coincidenza) oppure b) vita sulla Terra evento comune nell’Universo (imperativo cosmico). Non esito a definire epocale una risposta supportata da prove nell’uno o nell’altro verso: gli scenari che si aprirebbero per l’umanità sarebbero radicalmente, profondamente, terribilmente alternativi.

Mi permetto di consigliare una lettura a chi volesse approfondire l’argomento: Uno strano silenzio, dell’attuale responsabile della Divisione del SETI incaricata di gestire un eventuale primo contatto, Paul Davies. SETI è il programma di ricerca di intelligenza extraterrestre ispirato dall’astrofisico americano Frank Drake, artefice della celebre equazione che porta il suo nome e che formalizza un calcolo statistico per stimare il numero di possibili civiltà extraterrestri in grado di comunicare con noi nella nostra galassia. Il SETI Institute di Mountain View, nato come istituto pubblico e ormai obbligato a sostenersi grazie alle sole sovvenzioni private, si è dotato da tempo di un Post Detection Taskgroup, incaricato di gestire le fasi successive a un eventuale rilevamento di un segnale da parte di un’altra forma d’intelligenza. Davies è quindi uno degli studiosi più titolati a pronunciarsi sul tema.

CHE COSA HA PENSATO DOPO AVER APPRESO DELLA SCOMPARSA, NEI GIORNI SCORSI, DI NEIL ARMSTRONG, IL LEGGENDARIO COMANDANTE DELL’APOLLO 11 CHE IL 21 LUGLIO DEL 1969 POSO’, PRIMO UOMO, IL PIEDE SUL SUOLO LUNARE?

Ovviamente non sono rimasto estraneo all’ondata di commozione che ha attraversato il pianeta. Penso che ancora adesso, a quasi mezzo secolo di distanza, il mondo abbia bisogno di un progetto dallo slancio paragonabile a quello del programma spaziale. La cosa che sorprende di più, oggi, è vedere nelle registrazioni d’epoca le reazioni popolari all’allunaggio, l’emozione e il trasporto nei sorrisi, negli occhi e nelle parole delle persone: in qualsiasi paese fossero, qualunque fossero la loro ideologia o la loro fede politica, gli uomini e le donne di ogni angolo della Terra rimasero con il fiato sospeso durante il volo di avvicinamento e le fasi dello sbarco del modulo Eagle sulla Luna. Al cospetto di Armstrong che metteva piede su una distesa desolata di sabbia lunare, da questa parte della notte cosmica c’erano miliardi di persone che stavano condividendo un sogno e una visione del futuro. Forse non si può parlare di vera e propria fiducia nel domani, ma in quelle ore il progresso aveva una forma concreta, palpabile, e l’umanità intera stava partecipando alla costruzione di una narrazione vastissima, di portata epica, che cominciava su un piccolo pianeta blu e si perdeva tra le stelle.

Non so se una simile “comunione” si sia mai più ripetuta, in seguito. In quelle ore, a personificare il sogno c’era un uomo discreto, riservato, prammatico, che per queste sue qualità era stato scelto dai suoi responsabili come comandante della missione più ardita che l’uomo avesse mai concepito. Armstrong ha rappresentato soprattutto questo. Come narrano i suoi biografi, era perfetto per personificare lo slancio della conquista spaziale: era un eroe semplice. Quello di cui avevamo sempre avuto – e continuiamo tuttora ad avere – bisogno.

NELLO SCORSO MARZO IL REGISTA JAMES CAMERON (TERMINATOR, ALIENS-SCONTRO FINALE, TITANIC, AVATAR, SONO SOLO ALCUNI DEI SUOI FILM PIU’ NOTI) CON UN PICCOLO SOMMERGIBILE IPERTECNOLOGICO E’ SCESO A 10.898 METRI – PRIMO IN IMPRESA SOLITARIA – TOCCANDO IL FONDO DELLA FOSSA DELLE MARIANNE, NELL’OCEANO PACIFICO. LI’ CAMERON HA AVUTO MODO DI OSSERVARE E FILMARE LE PROFONDITA’ MARINE E RACCOGLIERE CAMPIONI EFFETTUANDO UN’IMPRESA DI NOTEVOLE VALORE SCIENTIFICO. PER CERTI VERSI QUESTO RICHIAMA L’AMBIENTE AFFASCINANTE DEGLI ABISSI PERCORSO DAL NAUTILUS DEL CAPITANO NEMO, DESCRITTO DA GIULIO VERNE IN VENTIMILA LEGHE SOTTO I MARI (ANCHE SE SENZA I GIGANTESCHI MOSTRI MARINI) E PUBBLICATO NEL LONTANO 1878. LA FANTASCIENZA ANCORA UNA VOLTA HA “ANTICIPATO” LA SCIENZA?

Più che di anticipazione, parlerei anche in questo caso di ispirazione. Sappiamo del ruolo giocato dall’acqua e dagli oceani nell’immaginario di Cameron. E per appassionati di fantascienza come noi è naturale tirare i fili, stringere le viti e chiudere le connessioni con il Nautilus di Verne.

NEL CORSO DELLA VENTICINQUESIMA “CONFERENZA INTERNAZIONALE SULLA FISICA DEL NEUTRINO” (SVOLTASI A KYOTO, IN GIAPPONE, NEL MESE DI GIUGNO) E’ STATO CONFERMATO CHE I NEUTRINI NON SUPERANO LA VELOCITA’ DELLA LUCE. IL CASO ERA PARTITO NEL SETTEMBRE DEL 2011 DA UN ERRORE INIZIALE NEGLI ESPERIMENTI TRA IL CERN DI GINEVRA – SEDE DELL’ORGANIZZAZIONE EUROPEA PER LA RICERCA NUCLEARE – E IL LABORATORIO DEL GRAN SASSO DELL’ISTITUTO NAZIONALE DI FISICA NUCLEARE (INFN), CHE AVEVANO CALCOLATO IN MODO INESATTO I TEMPI DI VOLO DEI NEUTRINI “SPARATI” ( COSI’ COME SI ESPRIMONO GLI STUDIOSI DI FISICA) DAL CERN ALLA VOLTA DEL GRAN SASSO, STABILENDO CHE ESSI SUPERAVANO APPUNTO LA VELOCITA’ DELLA LUCE. LA SCOPERTA ERA SEMBRATA STRAORDINARIA MA IN SEGUITO GLI ULTERIORI ESPERIMENTI HANNO SMENTITO TUTTO. L’EPISODIO, COMUNQUE, HA DESTATO MOLTO INTERESSE SIA NELLA COMUNITA’ SCIENTIFICA SIA NELL’OPINIONE PUBBLICA. LEI CHE IDEA SI E’ FATTO?

La mia posizione a riguardo è perfettamente sintetizzata da questo illuminante post di Marco Delmastro sulla faccenda. Delmastro è uno dei fisici italiani del gruppo di lavoro di Atlas, l’esperimento dell’LHC che potrebbe aver scoperto le prime tracce fisiche dell’esistenza del bosone di Higgs, ed è anche un eccellente divulgatore, attività che svolge con grandissimo seguito sul suo blog. In quel post ha messo bene in luce la leggerezza commessa dai fisici di Opera, e in particolare dal portavoce del progetto, che è parso fin da subito voler cavalcare l’onda di entusiasmo e facile sensazionalismo scatenata sulla stampa (soprattutto quella italiana) da un annuncio straordinario, al punto da non attendere nemmeno che venissero ultimati i controlli sul corretto funzionamento della strumentazione di misura utilizzata. Soprattutto, senza attendere una controverifica. Le parole di Delmastro suggellano la vicenda in maniera impareggiabile: prima di annunciare un risultato straordinario, sarebbe sempre opportuno controllare tutti i connettori del proprio esperimento. Che poi non è altro che una semplice applicazione delle prescrizioni del metodo scientifico, che dovrebbero ancora essere inclusi nei programmi scolastici, malgrado l’ex ministro Gelmini.

ANCORA SULLE IMPLICAZIONI DELLA SCIENZA E DELLA TECNICA SULL’UOMO. L’ATLETA SUDAFRICANO OSCAR PISTORIUS, AL QUALE FURONO AMPUTATE LE GAMBE PER UNA MALATTIA DA ADOLESCENTE, OGGI E’ UN GRANDE CAMPIONE CHE CORRE GRAZIE A DUE PROTESI IN FIBRA DI CARBONIO. PISTORIUS E’ GIUNTO IN SEMINIFINALE NEI 400 METRI INDIVIDUALI ALLE OLIMPIADI DI LONDRA (MA HA DISPUTATO ANCHE LA FINALE NELLA STAFFETTA 4X400 CON LA SQUADRA SUDAFRICANA) E SOTTO CERTI ASPETTI HA ROTTO UN TABU’. INFATTI, LE PROTESI GLI PERMETTONO DI GAREGGIARE ALLA PARI DI TUTTI GLI ALTRI UOMINI. QUAL E’ IL SUO PENSIERO IN PROPOSITO?

Pistorius è un simbolo importante dell’epoca che stiamo attraversando. E vederlo correre è emozionante almeno quanto assistere al nuovo primato del mondo fissato da Usain Bolt. Si ha una percezione concreta di cosa vogliano dire il progresso della scienza e la tecnologia applicata alla condizione umana: la medicina e l’ingegneria al servizio del miglioramento delle nostre vite corrono sulle sue gambe di carbonio. Quale immagine migliore per trasmettere l’importanza della scienza nelle nostre vite?

RELATIVAMENTE AI PROBLEMI AMBIENTALI. LEI E’ NATO A POLICORO IMPORTANTE CENTRO A VOCAZIONE AGRICOLA DELLA COSTA JONICA METAPONTINA, NON MOLTO DISTANTE DA TARANTO. IMMAGINO STIA SEGUENDO IL CASO DELLE ACCIAIERIE ILVA DI TARANTO, SULLE QUALI E’ INTERVENUTA LA MAGISTRATURA E CHE RISCHIANO LA CHIUSURA PER INQUINAMENTO. SI STA PERTANTO CERCANDO UNA SOLUZIONE CHE CONTEMPERI IL LAVORO CON LA SALVAGUARDIA DELL’AMBIENTE. QUINDI TUTELA DEL PRESENTE OLTRECHE’ DEL FUTURO. QUAL E’ IL SUO PUNTO DI VISTA SU QUESTA COMPLESSA VICENDA?

Non posso spingermi a suggerire un’uscita da una situazione che mi sembra già sufficientemente intricata da rendere auspicabile che la magistratura possa operare nella massima serenità possibile. Su un piano ideale – utopistico, se vogliamo – tutti ci troveremmo d’accordo ad auspicare un progresso compatibile con il territorio, di cui possano beneficiare tanto l’ambiente quanto la popolazione. Il caso in questione sembra invece metterci di fronte a una scelta. Il messaggio che molti cercano di far passare è questo: da una parte il lavoro, pagando lo scotto dell’inquinamento, dell’impatto sociale dell’avvelenamento dell’aria, dell’acqua e della terra; dall’altra la bonifica (forse) e la disoccupazione; una sola scelta è possibile. Il problema vero, a mio parere, sta nel riconoscere una sua legittimità a questa linea di pensiero. Non devono esserci aut aut. Non siamo cavalli, per dirla alla maniera di Elio Petri nel leggendario e sempre attuale Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. E non siamo nemmeno algoritmi, a cui si possano imporre schemi di pensiero alternativi per pilotarne il comportamento. Siamo esseri umani, creature pensanti e libere. Sul libero arbitrio dal Rinascimento in avanti si è costruita la dignità della condizione umana. E allora è assurdo sottostare a questo tipo di diktat, ed è bestiale, ingrato verso i nostri figli, castrante per la nostra dignità di persone, lasciarci imporre la legge del più forte. Dovremmo ritrovare la volontà di batterci per un lavoro che garantisca un salario adeguato, condizioni a norma di legge, la sicurezza delle persone e dell’ambiente. Ma mi rendo conto che sia facile disabituarsi a ciò che si è perso, anche quando si tratta di un diritto basilare, di una questione minima di civiltà.

DA INGEGNERE CHE SI OCCUPA DI ENERGIE ALTERNATIVE NON CREDE CHE L’ITALIA DOVREBBE PUNTARE MAGGIORMENTE SU QUESTO SETTORE, SIA PER INNOVARE IL PROPRIO SISTEMA ENERGETICO, SIA PER INQUINARE DI MENO?

Come minimo, ma ragionare in prospettiva sembra essere un’opzione preclusa ai nostri governanti. Gli ultimi due governi – quello che ci ha trascinati oltre il baratro e quello che adesso sta facendo di tutto per evitare che, toccato il fondo, si debba anche cominciare a scavare – hanno proseguito sostanzialmente sulla stessa linea. Prima alimentando una contrapposizione strumentale tra lo sviluppo delle fonti rinnovabili e il ritorno al nucleare, e approfittando della confusione per coprire gli squali che si sono arricchiti approfittando di regimi di sostegno difficilmente sostenibili (si veda il caso emblematico del boom del fotovoltaico), a discapito di qualsiasi principio di inserimento ambientale (per esempio lasciando costruire in territori rurali piuttosto che in aree urbanizzate o industriali). E quindi instaurando un regime sostanzialmente punitivo nei confronti delle rinnovabili, colpendo indiscriminatamente anche fonti mediamente più virtuose, come l’eolico, l’idroelettrico di piccola taglia, le biomasse.

In estrema sintesi, manca ancora una visione di sistema e non s’investe a sufficienza nell’ammodernamento delle infrastrutture. Eppure quello energetico è un settore che potrebbe diventare trainante, anche in un Paese fino a qualche anno fa considerato carente di risorse. Dopo Enrico Mattei, che pur con le sue contraddizioni e i chiaroscuri resta l’unico vero innovatore che la nostra industria abbia mai avuto, il nostro paese è rimasto ostaggio di un circo di nani e ballerine. Ci siamo fatti imporre un paradigma (quello delle fonti fossili) e non riusciamo a trovare il coraggio e la volontà di cambiarlo, anche adesso che avremmo tutte le condizioni a favore per riuscirci. Se vogliamo è la riproposizione a livello di sistema-paese della condizione individuale contro cui puntavo il dito prima. Vedo una generale timidezza, una diffusa prudenza, per non dire un’esplicita mancanza di coraggio: presupposti sufficienti per l’inezia che ci ha ormai da tempo soggiogati.

TORNIAMO ALLA LETTERATURA. TRA GLI SCRITTORI CHE HANNO FATTO LA STORIA DELLA FANTASCIENZA ITALIANA C’E’ VITTORIO CURTONI (1949-2011), DEL QUALE ERA AMICO. COSA HA RAPPRESENTATO PER LEI SOTTO L’ASPETTO LETTERARIO?

Ritengo che in una persona come Vic l’aspetto letterario fosse inscindibile da quello umano: sotto entrambi i punti di vista, per me è stato un maestro e oggi posso dirmi onorato di averlo potuto conoscere, di essere stato suo ospite e amico. La nostra amicizia penso che si sia innescata per effetto di una simpatia istintiva. D’altro canto, era impossibile non lasciarsi conquistare da un carattere sanguigno, esuberante, trascinante, com’era il suo: poteva intrattenerti per ore raccontandoti dei casi più intimi della sua vita e delle vicissitudini più improbabili, sempre pronto alla battuta folgorante, utile soprattutto negli ultimi tempi della sua malattia. Mi è sempre piaciuto ascoltare storie e aneddoti, far tesoro dell’esperienza altrui, per cui forse trovava in me un interlocutore particolarmente idoneo alla sua indole vulcanica.

Sotto il profilo meramente tecnico, Curtoni è stato uno degli assi portanti della fantascienza italiana, che è maturata al punto da potersi confrontare alla pari con le altre scuole nazionali grazie soprattutto a Robot, la rivista che aveva fondato e diretto nella seconda metà degli anni ’70 e che era rinata grazie a Delos Books, sempre sotto la sua guida. Dopo la sua scomparsa, il timone è passato a Silvio Sosio, uno degli eredi spirituali di Vic (l’altro grande depositario, a mio parere, è Carmine Treanni, che non a caso cura Delos SF, la più longeva rivista elettronica italiana). Ma Vic è stato oltre che curatore d’eccellenza anche un autore raffinato e uno dei migliori traduttori della sua generazione. Chi ama la fantascienza ha maturato un immenso debito di riconoscenza nei suoi confronti. Sarà impossibile dimenticarlo.

E PARLANDO ANCORA DI IMPORTANTI AUTORI CONTEMPORANEI SCOMPARSI (QUESTA VOLTA TRA QUELLI DELLA “LETTERATURA TRADIZIONALE”) VORREI RICORDARE IL NOSTRO CONTERRANEO LEONARDO SINISGALLI (1908-1981), IL POETA INGEGNERE NATO A MONTEMURRO, IN PROVINCIA DI POTENZA.

SINISGALLI, DEL QUALE RECENTEMENTE E’ STATO PUBBLICATO IL TESTO PAGINE MILANESI – A CURA DELLO SCRITTORE GIUSEPPE LUPO – CHE RACCOGLIE ALCUNI  SUOI RACCONTI, E’ UNO DEI PIU’ GRANDI INTELLETTUALI CHE LA BASILICATA ABBIA ESPRESSO, DISTINTOSI ANCHE A LIVELLO NAZIONALE.  I SUOI  INTERESSI POLIEDRICI SPAZIARONO TRA LA CULTURA UMANISTICA E QUELLA SCIENTIFICA. SENTE, IN QUALCHE MODO, DI ESSERNE STATO SUGGESTIONATO OPPURE INFLUENZATO?

Della mia esperienza liceale ricordo che passavo in rassegna le antologie e i libri di letteratura alla ricerca di due obiettivi specifici, che sapevo che difficilmente sarebbero rientrati nei programmi didattici: gli autori lucani (essendo la mia terra di nascita notoriamente ritenuta marginale nel panorama culturale, economico e politico nazionale) e le opere fantastiche (per ragioni sostanzialmente analoghe). È stato lì che per la prima volta mi sono imbattuto in Sinisgalli, come pure in Rocco Scotellaro. Entrambi mi hanno affascinato da subito: il primo per la sua estrazione tecnica e per l’importanza della matematica giocata nelle sue opere, fin dai titoli; e il secondo per la sua vita breve e intensa, per l’estrazione contadina che parla attraverso i suoi lavori, verso cui provo un’affinità istintiva. Entrambi furono inoltre politicamente molto attivi. Tornando a Sinisgalli, in particolare, la sua figura incarna il superamento di quella frattura tra le “due culture” di cui parlavo prima. Sì, credo decisamente di esserne rimasto suggestionato, e sicuramente guardo a lui e a Scotellaro come a dei modelli di riferimento.

A proposito di intellettuali legati alla Basilicata, non possiamo poi dimenticare Carlo Levi. Al liceo m’immersi nella lettura del Cristo si è fermato a Eboli, ritrovandomi avvolto nell’aura mitologica che circondava il testo, ancora così attuale. Se pensiamo alle condizioni delle nostre strade, delle ferrovie, dei servizi (ADSL, banda larga, copertura mobile), una larga fetta di Bassitalia si ritrova ancora imprigionata in una condizione molto vicina a quell’immobilismo dipinto da Levi. Senza penetrazione tecnologica, la spinta verso lo sviluppo può essere alimentata solo artificialmente ma è destinata ad esaurirsi, come dimostra il caso eclatante dei giacimenti petroliferi della Val d’Agri. Al punto che, ancora oggi, a oltre 75 anni dalla sua stagione di confino a Gagliano, l’unica ragione che può spingere un cittadino del Nord a trasferirsi al Sud sembra essere la deportazione forzata…

VISTO IL RIFERIMENTO A SINISGALLI, NON POSSO ESIMERMI DALL’EVIDENZIARE CHE LEI HA FIRMATO E SOSTENUTO LA PROTESTA CONTRO LE NUOVE INDICAZIONI NAZIONALI PER I LICEI- DPR DEL 15 MARZO 2010 N.89, CHE PREVEDONO L’ESCLUSIONE DEI POETI MERIDIONALI DEL NOVECENTO DAI PROGRAMMI DI STUDIO DELLE ULTIME CLASSI LICEALI, CON L’ECCEZIONE DI LUIGI PIRANDELLO…

Ho appoggiato senza riserve l’iniziativa del “Centro di Documentazione sulla Poesia del Sud”, non appena ne sono venuto a conoscenza grazie al poeta irpino Alfonso Nannariello, mio docente al liceo. Ho cercato di divulgare l’appello tra i miei amici, colleghi e conoscenti, riscuotendo una vasta adesione. Mi sono dilungato sul mio blog sul merito dell’iniziativa. Credo che bisogna sapersi dimostrare sempre pronti a difendere i valori fondanti della nostra identità culturale, soprattutto per evitare che qualcuno possa appropriarsene e volgerli arbitrariamente a proprio vantaggio, con le conseguenze che la storia dovrebbe averci ormai tristemente insegnato. Non ne sono affatto pentito.

LEI E’ STATO TRA I CREATORI E GLI ESTENSORI DEL MANIFESTO DEL CONNETTIVISMO. A CHE PUNTO E’ OGGI IL MOVIMENTO? HA CENTRATO GLI OBIETTIVI DEL RINNOVAMENTO DELLA LETTERATURA FANTASCIENTIFICA? CONTINUA LA RICERCA?

Il fatto che in questi anni dal nostro incubatore siano usciti 18 numeri di NeXT, la rivista ufficiale attualmente curata da Sandro Battisti, un numero internazionale curato da Salvatore Proietti con il sottoscritto, almeno tre antologie (Supernova Express, Frammenti di una rosa quantica, Avanguardie Futuro Oscuro) e una silloge poetica (Concetti spaziali, oltre, a cura di Alex Tonelli), una webzine e un numero imprecisato di romanzi, racconti, blog, convention… Devo dire che mi ispira una certa fiducia per il futuro. La ricerca non può dirsi certamente conclusa, ma in piena corsa.

COME GIUDICA L’ATTUALE SITUAZIONE DELLA NARRATIVA FANTASCIENTIFICA IN ITALIA? CI SONO IDEE INNOVATIVE O AVVERTE UNA SORTA DI STANCHEZZA? QUALI TRA GLI AUTORI ATTUALI CREDE STIANO SPERIMENTANDO NUOVE STRADE?

La morte di Lino Aldani, Ernesto Vegetti e Vittorio Curtoni, che lei giustamente ricordava, ci ha tolto nel giro di due–tre anni dei punti di riferimento fondamentali. Tuttavia, come amo ripetere, la fantascienza è viva e lotta insieme a noi. Anche in Italia. Abbiamo autori che non sfigurerebbero nel confronto con i più blasonati colleghi internazionali: Vittorio Catani e Renato Pestriniero sono dei maestri per tutti noi; e poi ci sono Lanfranco Fabriani, Dario Tonani, Paolo Aresi, Alessandro Fambrini, Donato Altomare, Paolo Frusca e Italo Bonera, Alberto Cola. Anche se hanno spostato la loro produzione verso l’affresco storico o il noir, autori come Sergio “Alan D.” Altieri, Valerio Evangelisti, Luca Masali e Nicoletta Vallorani restano imprescindibili. Non cito per un principio di prudenza i miei numerosi colleghi connettivisti, che invece pure meriterebbero una menzione: la lista sarebbe tuttavia lunga e rischierei di lasciare fuori qualcuno inavvertitamente. Però credo di non fare un torto a nessuno se dico che Sandro Battisti sta delineando in questi anni l’affresco più ambizioso della fantascienza italiana, con l’Impero Connettivo che incornicia una vasta parte della sua vastissima produzione.

Ma ritengo che oltre alla fantascienza scritta, sia altrettanto importante la fantascienza letta, e anche su questo fronte mi sento confortato davanti all’opera di valorizzazione del genere che stanno conducendo curatori e saggisti come il citato Carmine Treanni (direttore di Delos SF), Emanuele Manco (curatore di Fantasy Magazine, ma appassionato anche di fantascienza), Andrea Jarok (curatore di Hypnos) e Roberto Paura (altro collaboratore abituale di Delos SF): con il loro lavoro s’inseriscono nel solco tracciato da Salvatore Proietti, la massima autorità che la critica SF abbia in Italia, che con Fambrini e Catani ha da poco fondato una rivista di studi che si attesterà come riferimento, Anarres.

PER UN LUNGO PERIODO LA FANTASCIENZA ITALIANA E’ STATA POSTA IN SECONDO PIANO RISPETTO A QUELLA STRANIERA. POI VIA VIA, ANCHE ATTRAVERSO LA PUBBLICAZIONE SU URANIA, GLI AUTORI ITALIANI HANNO AVUTO MAGGIORE CREDITO. QUAL E’ SECONDO LEI LA SITUAZIONE ATTUALE ED EVENTUALMENTE COSA PROPORREBBE PER RILANCIARE IL GENERE?

Se solo avessi le idee chiare su come fare, davvero metterei in campo tutte le forze possibili per realizzare efficacemente il rilancio del genere. Quello di cui certamente abbiamo bisogno è un ricambio generazionale nella platea dei lettori. Spesso mi sono ritrovato con altri autori e appassionati di SF a contare quante generazioni di lettori ha saltato il genere a partire dagli anni ’70. La chiusura della prima serie di Robot fu sintomatica di un calo di interesse da parte del grande pubblico, malgrado l’altissima qualità del prodotto di cui parliamo. E rispetto alla fine degli anni ‘70, oggi si stima che ci siano in circolazione la metà, probabilmente un terzo dei lettori.

Come fare per invertire il trend? Bisognerebbe riuscire ad attrarre nuovi lettori, ovviamente. A Bellaria, durante la scorsa edizione della Italcon, il grande Paul Di Filippo ha raccontato di un’esperienza tutta americana, legata al canale tematico per ragazzi Nickelodeon, che fino a qualche anno fa produceva anche una rivista associata ai contenuti del canale via cavo (il resoconto del suo intervento è riportato da Roberto Paura nel suo ottimo reportage della convention. Probabilmente ci sarebbe bisogno anche qui da noi di iniziative come questa, magari declinate secondo le potenzialità dei nuovi media (per esempio, riviste elettroniche distribuite in abbonamento per tablet e pc, associate a contenitori TV rivolti ai ragazzi). Sarebbe di certo un inizio, e magari servirebbe a traghettare verso la lettura i più curiosi tra i giovani spettatori, spesso del tutto ignari – come mi è capitato di sperimentare durante l’infanzia e l’adolescenza – dell’esistenza di un intero mercato editoriale sommerso dedicato alla fantascienza e al fantastico più in generale.

ESISTE UNO SPAZIO PER LA LETTERATURA FANTASCIENTIFICA TRA I GIOVANI? CI SONO TEMATICHE, A SUO PARERE, CHE POTREBBERO CATTURARE LA LORO ATTENZIONE?

A mio modo di vedere, un giovane lettore potrebbe essere catturato con altrettante probabilità sia da tematiche più all’avanguardia (il postumano, il rapporto della società con una tecnologia sempre più invasiva, le più attuali questioni legate alla bioetica) sia da quelle più classiche (la frontiera spaziale, il contatto con civiltà interstellari, il rischio più o meno artificiale dell’estinzione del genere umano). Non lo sapremo mai se aspettiamo che la montagna vada da Maometto. Dovremmo muoverci noi, ma qui andiamo in cortocircuito con la domanda precedente.

Probabilmente una scuola di letteratura young adult (ovvero di romanzi rivolti a un pubblico di età compresa tra i 12 e i 18 anni) potrebbe essere d’aiuto, un po’ come lo furono i juveniles pubblicati durante la Golden Age della fantascienza che sono poi diventati dei classici (penso soprattutto a Robert A. Heinlein). In circolazione ci sono autori validissimi che stanno perseguendo questa strada nell’ambito della fantascienza, come per esempio, con finalità molto diverse tra loro, Cory Doctorow e Scott Westerfield. Forse gioverebbe anche agli autori italiani un po’ di fiducia e incoraggiamento su questa strada. Ne potrebbe andare del futuro del genere.

NEL SUO ULTIMO ROMANZO BREVE DAL TITOLO IL LUNGO RITORNO DI GRIGORIJ VOLKOLAK, PUBBLICATO QUEST’ANNO SUL NUMERO 65 DELLA RIVISTA ROBOT, PER CERTI VERSI SI RITROVANO LE ATMOSFERE DI SEZIONE π² : IL CONTESTO DI UNA CITTA’ IPERTECNOLOGICA DEGRADATA E ATMOSFERE CUPE, GLI ELEMENTI DEL POLIZIESCO, L’AZIONE FRENETICA, LA VIOLENZA E LA PRESENZA DI DONNE AVVENENTI. COME SENTE DI POTERLO DEFINIRE? CREDE DI AVER TROVATO UNA SUA CONSAPEVOLEZZA NELLA SCRITTURA?

Mi fa piacere poter parlare di quest’opera. In genere si tende a focalizzare l’attenzione sui romanzi e si trascurano le opere più brevi. Spesso, tuttavia, un racconto richiede non meno fatica o meno impegno di un romanzo a chi lo scrive, magari solo meno tempo. È questo il caso de Il lungo ritorno di Grigorij Volkolak, più che un romanzo breve, un condensed novel, per dirla alla Ballard. Un’opera in cui concentro in uno spazio relativamente ristretto uno scenario planetario, uno sfondo interstellare ancora più ampio e – come lei fa giustamente notare  – una dose generosa di adrenalina. Il racconto è un mix di fantascienza, hard-boiled e spy-story, e miscela ingredienti presi da filoni della SF anche molto diversi tra loro: la space opera, la SF sociologica, il post-cyberpunk, il postumanesimo. Racchiude anche un certo numero di omaggi ai maestri del genere, da Fritz Leiber a Iain M. Banks, passando per il Dune di Herbert, la Strumentalità del quasi dimenticato Cordwainer Smith e l’ossessione per il controllo e le realtà nidificate di Philip K. Dick. C’è poi sicuramente tanto di Samuel R. Delany, per me un riferimento imprescindibile. Anche per questo è stato molto stimolante scriverlo. Probabilmente ha ragione, tra le cose che ho pubblicato finora rappresenta uno dei lavori maggiormente intrisi di consapevolezza.

Non saprei invece dirle delle donne: ho il difetto, che mi viene spesso rimproverato, di non soffermarmi abbastanza sulle descrizioni fisiche. Non saprei quindi confermarle le impressioni sulla loro avvenenza. Però quasi sempre i personaggi femminili delle mie opere sono anche persone letali, e credo che sia questo che conta più di ogni altra cosa, quando ce le ritroviamo sulla nostra strada.

COME COSTRUISCE UN ROMANZO? DA QUALI IMPULSI PRENDE VITA. CI PUO’ INDICARE LE VARIE FASI DI ELABORAZIONE E REVISIONE? COME SI ORGANIZZA?

I due principali ingredienti per costruire una storia di ampio respiro per un romanzo sono l’ambiente e il protagonista. Mi piace molto lavorare sul world-building, escogitare dettagli più o meno funzionali alla mia storia, comunque utili a rendere credibile lo scenario in cui i personaggi si muovono. Sul protagonista spesso il lavoro è più spontaneo. Per valutarne la credibilità devo vederlo in azione nel mondo in cui l’ho proiettato. Lavoro per aggiustamenti successivi. Spesso un’ossatura iniziale mi semplifica la vita: non la rispetto mai in maniera assoluta, mi riservo ampi margini di improvvisazione, ma un’idea di massima di dove voglia andare a parare torna comodissima nei momenti di maggiore difficoltà, che finiscono sempre per presentarsi nella composizione di un’opera, specie se articolata e complessa. La revisione è la fase più delicata. Su un romanzo ne effettuo almeno tre prima di arrivare a proporlo a un editore. La prima è mia, la seconda si avvale del supporto di due o più lettori di fiducia, la terza è ancora mia, a distanza di un periodo di decantazione più o meno lungo. In seguito faccio tesoro delle osservazioni dell’editor, e a stretto contatto con lui lavoro sulla versione che potremmo definire finale.

QUALI SONO GLI ELEMENTI PRINCIPALI DEI QUALI SI NUTRE LA SUA SCRITTURA?

Mi ritengo figlio del postmodernismo. Mi trovo particolarmente a mio agio nel mescolare spunti e suggestioni eterogenee: dalla letteratura di tutti i generi, dalla musica, dal cinema, dalla scienza. Viviamo in un mondo iperconnesso, dopotutto. Credo che l’interdisciplinarità sia un valore aggiunto, una possibilità di stratificazione concessa all’autore per arricchire le proprie storie. Mi rendo poi conto che la mia scrittura presenta degli elementi ricorrenti: il valore della memoria, la lotta per il riscatto, un disincanto tutt’altro che rassegnato. Non so se sono il mio marchio di fabbrica. Magari mi piace crederlo.

INFINE, CI VUOLE PARLARE DEI SUOI NUOVI PROGETTI? A QUANDO IL PROSSIMO ROMANZO E QUALI TEMI TRATTERA’?

Ho diversi progetti che bollono in pentola. Racconti, antologie, il nuovo numero di Next Station. Sono inoltre coinvolto nell’organizzazione di una nuova convention connettivista che si terrà a Roma dal 26 al 28 Ottobre. Intanto sto ultimando la revisione del seguito di Sezione π², al momento intitolato Corpi spenti. È un romanzo che si prefigge di portare avanti alcune premesse insite nel precedente lavoro, e che mi ha offerto la possibilità di caratterizzare alcuni personaggi forse finora eccessivamente oscurati da Briganti: mi riferisco in modo particolare al suo collega Corrado Virgili detto Guzza e al sostituto procuratore Grazia Conti, che supervisiona le indagini della Pi-Quadro. Sarà una parabola sul potere, sulla sopraffazione, sulle logiche di dominio che regolano i rapporti tra gli uomini. E sulla memoria, intesa sia in una dimensione privata che in quella storica. Non è un caso che la storia si svolga durante le celebrazioni del Secondo Centenario dell’Unità d’Italia…

ATTENDIAMO ALLORA CON GRANDE CURIOSITA’ IL NUOVO ROMANZO DI GIOVANNI DE MATTEO, E COGLIAMO L’OCCASIONE PER INVITARLO A PRESENTARE L’OPERA NELLA CITTA’ DEI SASSI CHE, NON ABBIAMO DUBBI, LO ACCOGLIERA’ CON L’ATTENZIONE CHE MERITA.

Filippo Radogna