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	<title>La zona morta &#187; Dalla fantascienza alla realtà</title>
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		<title>COSMIC, L’ACCHIAPPA-ALIENI</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2024 23:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalla fantascienza alla realtà]]></category>

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		<description><![CDATA[Continua senza sosta la ricerca di segnali provenienti dallo spazio da parte di alieni considerati tecnologicamente avanzati. E’ stato da poco inaugurato infatti il progetto Cosmic del Seti Institute (Search for extraterrestrial intelligence), di cui già abbiamo avuto modo di parlare: si tratta di una serie di radiotelescopi terrestri che verrà utilizzata per analizzare migliaia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=71268" rel="attachment wp-att-71268"><img class="alignleft size-medium wp-image-71268" title="cosmic" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/cosmic-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a>Continua senza sosta la ricerca di segnali provenienti dallo spazio da parte di alieni considerati tecnologicamente avanzati. E’ stato da poco inaugurato infatti il progetto Cosmic del <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=84">Seti Institute</a> (Search for extraterrestrial intelligence), di cui già abbiamo avuto modo di parlare: si tratta di una serie di radiotelescopi terrestri che verrà utilizzata per analizzare migliaia di stelle in una sola volta.</p>
<p>Si apprende che Cosmic rappresenta un modo del tutto nuovo per studiare quelli che sono i dati grezzi raccolti negli anni dall’osservatorio di radioastronomia Very Large Array (Vla), situato nello stato del New Mexico, negli Stati Uniti. Utilizzando dieci di milioni di sorgenti radio, la speranza dei responsabili di questo nuovo progetto è quella di riuscire a mappare le cosiddette firme tecnologiche (le <em>technosignature</em>) dell’80% del cielo nei prossimi due anni.</p>
<p>Il <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=36269">Seti Institute</a> definisce Cosmic come un gruppo di interferometri multimodali open source che elaboreranno i segnali digitali direttamente dalla rete ethernet del Vla. In termini più semplici, si tratta di una specie di rivelatore virtuale che si trova all’interno di un telescopio e che ascolta i segnali provenienti dall’universo. Costruita con il sostegno di finanziamenti privati, l’architettura è stata progettata per amplificare i segnali captati dai 28 radiotelescopi del Vla e separarli dal rumore terrestre per poterne distinguere di nuovi, di diversi… di alieni.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=71269" rel="attachment wp-att-71269"><img class="alignright size-medium wp-image-71269" title="radiotelescopio mirando a la via lactea" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/radiotelescopio-mirando-a-la-via-lactea-300x168.png" alt="" width="300" height="168" /></a>Pare che questo progetto stia cominciando a dare qualche risultato soddisfacenti in termini se non altro di efficienza. Dall’inizio di questa ricerca infatti sono state scansionate già 500mila sorgenti radio sospette, con un ritmo di 2000 all’ora. I responsabili del progetto affermano che il sistema è in grado di identificare segnali della durata anche di pochi nanosecondi, una sensibilità che consente così di ampliare la ricerca degli eventi cosiddetti fugaci. Come sottolineano i responsabili del Seti infatti, eventuali segnali radio provenienti da civiltà extra-terrestri sarebbero di natura breve ed è proprio su queste, una volta separate dal rumore di sottofondo del nostro pianeta, che bisogna indagare.</p>
<p>“Cosmic è stato progettato per portare a termine una delle più grandi ricerche di intelligenza extraterrestre mai tentate, sfruttando le competenze di un gruppo globale di ingegneri del software, ingegneri di sistema e scienziati” si legge sul sito del Seti.</p>
<p>Una delle caratteristiche più importanti di questa nuova architettura è che non interrompe le attività scientifiche del Vla, ma semplicemente se ne serve. Le antenne dell’osservatorio continueranno infatti comunque a scandagliare il cielo alla ricerca di oggetti specifici come pulsar e supernove, mentre il progetto parallelo Cosmic si occuperà di analizzare e filtrare questi dati. La configurazione del progetto inoltre incoraggia la collaborazione inter-istituzionale, permettendo a centri di ricerca in diverse parti del mondo di accedere e studiare le informazioni ottenute negli Sati Uniti. La natura open source di Cosmic, infine, garantisce che il sistema possa integrare con facilità anche tutti gli aggiornamenti futuri.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=71272" rel="attachment wp-att-71272"><img class="alignleft size-medium wp-image-71272" title="vla_panorama" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/vla_panorama-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a>Ma cosa sono in realtà le <em>technosignature</em>?</p>
<p>La ricerca di “tecnofirme” extraterrestri si basa sul presupposto che qualsiasi civiltà sufficientemente sviluppata emetta onde radio che possono essere captate da un dispositivo di ricezione. La comunità scientifica si è rivolta allora agli algoritmi e all’apprendimento automatico per cercare di identificare queste firme tecnologiche, che rappresentano un po’ un ago nel pagliaio cosmico, ma che, con una buona dose di fortuna e grazie proprio agli algoritmi, potrebbero essere trovati e magari “tradotti”. Certo, esiste un problema dato dalla sovrabbondanza di dati, ma si sta cercando di risolverlo utilizzando software sperimentali particolari, come nel caso del Blipss ideato dalla Cornell University, che genera in pratica un “imbuto di segnali” utilizzando anche in questo caso un algoritmo.</p>
<p>Il Seti Institute ha in cantiere comunque anche altri progetti che potrebbero tornare molto utili nel caso di un imminente contatto extraterrestre. Una delle iniziative più importanti in questo senso si basa sullo studio del linguaggio delle balene per cercare di creare un sistema di traduzione universale che sia in grado di imparare in tempo reale in base alle onde emesse e ai tempi di risposta.</p>
<p>Se non altro cercheremo di non trovarci impreparati in caso di “primo contatto”, giusto per non scadere nella classica battuta: “ET… telefono… casa”.</p>
<h3>A cura della redazione</h3>
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		<title>UN MONDO DI ROBOT</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Jan 2024 23:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalla fantascienza alla realtà]]></category>

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		<description><![CDATA[L’idea di robot umanoidi (e non) che camminano e lavorano tra noi non è più relegata ormai solo ai romanzi e ai film di fantascienza. Le previsioni degli scienziati sul futuro delle macchine era già stato pronosticato parecchi anni fa e la data che ci si era dati per una sorta di “invasione” dei robot [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70915" rel="attachment wp-att-70915"><img class="alignleft size-medium wp-image-70915" title="robot 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/robot-1-300x168.png" alt="" width="300" height="168" /></a>L’idea di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=70">robot umanoidi</a> (e non) che camminano e lavorano tra noi non è più relegata ormai solo ai romanzi e ai film di fantascienza. Le previsioni degli scienziati sul futuro delle macchine era già stato pronosticato parecchi anni fa e la data che ci si era dati per una sorta di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=726">“invasione” dei robot nella vita quotidiana</a> era… dopo il 2020. Ebbene, ci siamo!</p>
<p>Infatti, a parte l’utilizzo sempre più massiccio negli ultimi mesi della cosiddetta AI, se pensiamo invece proprio a veri e propri <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=18">robot umanoidi</a> come aiuto per gli esseri umani, startup come Agility Robotics, Figure AI e altre stanno trasformando questa visione in realtà, sfidando la concezione tradizionale del lavoro.</p>
<p>Sono tantissimi i paesi che si stanno buttando su questa nuova tecnologia e che stanno investendo con risorse finanziarie e progetti futuristici nella robotica. La Cina ad esempio ha recentemente rivelato i suoi piani ambiziosi per avviare la produzione di massa di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=13563">robot umanoidi</a> avanzati entro il 2025. Secondo un documento del Ministero dell’Industria e dell’Information Technology Cinese (il MIIT), il paese punta a realizzare robot umanoidi che potranno “ridisegnare il mondo” entro i prossimi anni.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70916" rel="attachment wp-att-70916"><img class="alignright size-medium wp-image-70916" title="robot 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/robot-2-300x171.png" alt="" width="300" height="171" /></a>Il MIIT ritiene che i robot umanoidi saranno tecnologie “dirompenti” quanto gli smartphone e i veicoli elettrici e che entreranno nella vita quotidiana di tutti nel giro di pochissimo tempo. L’obiettivo della Cina è quello di raggiungere una produzione su larga scala di robot avanzati in grado di svolgere compiti complessi in vari ambiti. La startup Fourier Intelligence ha annunciato che inizierà a produrre in massa il suo robot umanoide GR-1 entro la fine dell’anno. L’azienda prevede di consegnare migliaia di questi robot, in grado di muoversi a 5 km/h e sollevare 50 kg, entro la fine del 2024.</p>
<p>Anche i colossi globali come Tesla stanno sviluppando robot umanoidi. Nel 2021, Elon Musk ha presentato il prototipo Optimus e recentemente ha compiuto un nuovo e importante passo avanti nello sviluppo di questo robot umanoide noto anche come Tesla Bot. Infatti, l’azienda di Elon Musk ha svelato all’interno di un breve filmato reso pubblico Optimus Gen 2, la nuova generazione del suo robot umanoide.</p>
<p>Quando Tesla parlò per la prima volta di questo progetto, non fu presa molto sul serio e molti pensavano che si trattasse più di un’idea di massima che di un progetto vero e proprio. Invece, l’azienda sembra stia facendo sul serio. L’obiettivo è quello di realizzare un robot umanoide da produrre in serie e utilizzare per svolgere molteplici mansioni. Da quello che si può vedere dal breve filmato, il nuovo robot sembra essere molto più rifinito dei precedenti prototipi. La società afferma che il robot è in grado di camminare il 30% più velocemente di prima. Inoltre, il robot è stato alleggerito di 10 kg rispetto alla versione precedente. L’azienda ha lavorato pure sul bilanciamento del robot per migliorarne i movimenti: ad esempio nel filmato il robot riesce ad effettuare senza problemi piegamenti sulle gambe e può contare inoltre su attuatori e sensori sviluppati direttamente da Tesla.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70917" rel="attachment wp-att-70917"><img class="alignleft size-medium wp-image-70917" title="digit" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/digit-200x300.png" alt="" width="200" height="300" /></a>La corsa verso l’automazione ha preso dunque una piega decisamente più personale. Non più solo braccia meccaniche confinate dietro le barriere di sicurezza, ma ora si stanno progettando e realizzando figure che si muovono tra noi, con una fluidità sorprendentemente umana. Il robot Digit di Agility Robotics è un altro esempio emblematico: progettato per navigare gli spazi di lavoro umani, non cerca solo di imitare l’aspetto umano, ma anche di eseguire compiti in modo efficiente e sicuro. Amazon, colosso dell’e-commerce, ha già avviato i test per valutare l&#8217;integrazione di Digit nei suoi intricati magazzini.</p>
<p>La vera sfida infatti, una volta che i robot saranno “fra noi”, non sarà tanto creare macchine che somiglino a un essere umano, ma soprattutto che possano agire efficacemente all’interno di ambienti costruiti per esseri umani…. e insieme agli esseri umani. Figure AI, che abbiamo già citato, e altre aziende stanno lavorando su robot che possano non solo camminare, ma anche comprendere e interagire con l’ambiente circostante. Questo approccio “umano-centrico” potrebbe essere la chiave per un’integrazione di successo dei robot nella società.</p>
<p>Mentre la mobilità è stata un punto focale per robot come Digit, altri, come quelli sviluppati da Sanctuary AI, puntano a perfezionare la destrezza e la capacità di manipolazione. Geordie Rose, CEO di Sanctuary AI, sottolinea che camminare è solo una parte del problema: il vero obiettivo è sviluppare robot capaci di comprendere il mondo e manipolarlo con la stessa abilità di un essere umano. Come i robot Phoenix, gli umanoidi che sta sviluppando la startup americana.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70918" rel="attachment wp-att-70918"><img class="alignright size-medium wp-image-70918" title="optimus-gen-2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/optimus-gen-2-300x90.jpg" alt="" width="300" height="90" /></a>Il termine “intelligenza artificiale generale” (chiamata anche solamente AGI) viene spesso citato quando si parla di robot umanoidi. Questi sistemi devono essere in grado di comprendere il linguaggio umano e tradurre questa comprensione in azioni concrete. Non si tratta quindi solo di eseguire compiti ripetitivi, ma di interagire in modo significativo con le persone e con l’ambiente di lavoro. È il lavoro che stanno perseguendo “eterne” ricerche (perché lunghe e costanti) come quelle di Boston Dynamics con <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=48109">Atlas</a> e appunto Tesla con Optimus. La tecnologia dei robot umanoidi è alla vigilia della sua esplosione e l’implementazione dell’AGI nei robot umanoidi rappresenta una svolta: non solo avremmo macchine che assomigliano agli umani nell’aspetto e nei movimenti, ma anche nella capacità cognitiva.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70921" rel="attachment wp-att-70921"><img class="alignleft size-medium wp-image-70921" title="robot-tesla" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/robot-tesla-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a>Damion Shelton di Agility Robotics prevede che, entro i prossimi 20 anni, i robot umanoidi saranno parte integrante della vita quotidiana. La sfida sarà garantire che questa integrazione avvenga in modo armonioso, senza alimentare le paure di una disoccupazione tecnologica. Bisognerà quindi fare attenzione: la robotica umanoide non è solo una questione di sostituzione del lavoro umano, ma di evoluzione e di ampliamento delle nostre capacità. È un invito a ripensare il lavoro stesso, la sua funzione, l’efficienza e la collaborazione tra uomo e macchina.</p>
<p>Sul versante invece prettamente progettuale, gli esperti osservano che sviluppare robot umanoidi davvero utili e avanzati rimane una sfida enorme. I robot bipedi devono essere in grado di muoversi ed essere stabili su vari terreni, manipolare oggetti con destrezza ed eseguire compiti in ambienti progettati per gli umani. Le potenziali applicazioni di robot umanoidi avanzati sono enormi, dall’assistenza agli anziani, ai lavori domestici, alla logistica e molto altro. Tuttavia, permangono dubbi sulla reale fattibilità tecnica e sui tempi necessari per raggiungere la produzione di massa.</p>
<p>In questo viaggio verso il futuro, la nostra apertura al cambiamento e la capacità di adattamento saranno cruciali quanto le innovazioni che accoglieremo nelle nostre vite.</p>
<h3>A cura della redazione</h3>
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		<title>SAMSON SWITCHBLADE, L’AUTO CHE DISPIEGA LE ALI</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jan 2024 23:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalla fantascienza alla realtà]]></category>

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		<description><![CDATA[Città del futuro solcate da auto volanti, una delle immagini che spesso si vede nei film di fantascienza, potrebbero presto diventare una realtà: infatti si è appena concluso positivamente il test di volo della Samson Switchblade, un veicolo a tre ruote che si trasforma in un aereo capace di raggiungere i 320 km/h, che rappresenta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70514" rel="attachment wp-att-70514"><img class="alignleft size-medium wp-image-70514" title="Samson Switchblade 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Samson-Switchblade-1-300x243.jpg" alt="" width="300" height="243" /></a>Città del futuro solcate da <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=45084">auto volanti,</a> una delle immagini che spesso si vede nei film di fantascienza, potrebbero presto diventare una realtà: infatti si è appena concluso positivamente il test di volo della Samson Switchblade, un veicolo a tre ruote che si trasforma in un aereo capace di raggiungere i 320 km/h, che rappresenta una pietra miliare nel campo dei trasporti. Non si tratta dunque più solo di una questione di tecnologia avanzata, ma di un vero e proprio cambiamento radicale nel modo in cui percepiamo il movimento e lo spazio.</p>
<p>In modalità stradale il veicolo nasconde le ali e la coda, trasformandosi in un’elegante auto a tre ruote dal design futuristico che può raggiungere velocità massime di oltre 200 chilometri orari; mentre in modalità volo diventa un aereo che può raggiungere circa 322 km/h e un’altitudine di circa 4000 metri. Questa transizione, sebbene non immediata, è completamente automatizzata, e richiede circa tre minuti per il dispiegamento completo di ali e coda.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70515" rel="attachment wp-att-70515"><img class="alignright size-full wp-image-70515" title="Samson Switchblade 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Samson-Switchblade-2.jpg" alt="" width="225" height="225" /></a>Uno degli aspetti più intriganti della Switchblade sta nella sua versatilità. Classificata addirittura come “motocicletta” in molte giurisdizioni, il suo essere un mezzo ibrido semplifica di fatto il processo di omologazione stradale. Inoltre, la possibilità di parcheggiarla in un garage convenzionale, evitando i costi di un hangar come per un aereo seppur di piccole dimensioni, la rende un’opzione attraente per chiunque cerchi un mezzo di trasporto unico e multifunzionale.</p>
<p>Ad oggi sono già arrivate ben 2.300 prenotazioni da 57 paesi diversi, ma la strada verso una produzione di massa della Switchblade non è priva di ostacoli: la Samson Sky infatti, l’azienda statunitense che produce il veicolo, dovrà affrontare le sfide della produzione su larga scala, ma soprattutto dovrà riuscire a garantire che il veicolo soddisfi tutti gli standard di sicurezza e affidabilità.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70516" rel="attachment wp-att-70516"><img class="alignleft size-medium wp-image-70516" title="Samson Switchblade 3" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Samson-Switchblade-3-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Consideriamo che per il momento la Samson Switchblade si è sollevata fino a un’altitudine di circa 152 metri nel suo viaggio inaugurale ed è riuscita ad atterrare senza alcun intoppo con un successo senza precedenti, ma per ottenere tutte le prestazioni che ci si è prefissati serviranno sicuramente ulteriori test e verifiche.</p>
<p>Per il momento la Switchblade può percorrere 80 km con un solo serbatoio da 136 litri di carburante (il classico carburante a 91 ottani) e il prezzo di partenza stimato è di 170.000 dollari, circa 153 mila euro.</p>
<p>E’ certamente solo l’inizio… ma è un buon inizio!</p>
<h3>A cura della redazione</h3>
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		<title>VOLARE AD ALA CIRCOLARE</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Nov 2023 23:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sembrano usciti da un romanzo o da un film di fantascienza, ma gli aerei ad ala circolare oggi come oggi stanno per diventare una realtà che potrebbe rivoluzionare totalmente il mondo dell’aviazione per come lo abbiamo conosciuto fino ad ora. Come dice il nome stesso sono caratterizzati da ali con una forma circolare, a scatola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70431" rel="attachment wp-att-70431"><img class="alignleft size-medium wp-image-70431" title="aerei circolari 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/aerei-circolari-1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Sembrano usciti da un romanzo o da un film di fantascienza, ma gli aerei ad ala circolare oggi come oggi stanno per diventare una realtà che potrebbe rivoluzionare totalmente il mondo dell’aviazione per come lo abbiamo conosciuto fino ad ora.</p>
<p>Come dice il nome stesso sono caratterizzati da ali con una forma circolare, a scatola o a riquadro. Se fino ad oggi si è solo trattato di un’idea rimasta confinata solamente nel campo della teoria o di prototipi occasionali realizzati più per stupire che per diventare di uso comune, recentemente aziende del settore, tra cui pare ci siano anche colossi come Airbus e Boeing, stanno esplorando proprio questa innovativa tecnologia.</p>
<p>Dallo storico primo volo dei fratelli Wright nel 1903, l’industria aeronautica è sicuramente cresciuta in modo esponenziale: basta pensare che oggi oltre 4,5 miliardi di persone salgono a bordo di aerei ogni anno, navigando attraverso una rete intricata di rotte globali. Con una flotta eccezionale di oltre 30.000 aeromobili che servono 50.000 rotte diverse, l’industria dell’aviazione ha raggiunto vette impensabili nel corso del secolo scorso.</p>
<p>Ma tutto questo ha ovviamente un prezzo, perché aumentando sia le operazioni aeree sia il numero dei passeggeri ogni anno, l’industria si è trovata di fronte alla necessità di cercare soluzioni innovative e sostenibili,cercando anche nel contempo di ridurre l’impatto ambientale, migliorare l’efficienza energetica e garantire una maggiore sicurezza.</p>
<p>Per questo motivo gli esperti del settore sono da sempre alla ricerca di innovazioni rivoluzionarie e in questo momento tutti gli occhi sono puntati sugli aerei ad ala circolare o ala chiusa. Questi velivoli, con le loro ali circolari, rappresentano una possibile svolta nella storia dell’aviotrasporto. Infatti la loro capacità di generare portanza in modo più efficiente, grazie all’assenza di vortici d’estremità d’ala, offre nuove prospettive per un futuro più sostenibile.</p>
<p>L’introduzione delle cosiddette “ring wing” o ali circolari rappresenta una svolta tecnologica straordinaria. Questi aerei sfidano le convenzioni tradizionali con un design unico, caratterizzato da ali che si fondono senza creare i tradizionali vortici d’estremità d’ala. Questa innovazione non è solamente un cambiamento estetico, in quanto in realtà è una trasformazione fondamentale nella progettazione degli aerei, con implicazioni profonde sulla loro efficienza e sulle loro prestazioni. Questo design infatti permette al flusso d’aria di scorrere in modo laminare attorno all’ala, in maniera tale che i vortici che si creano sull’estremità dell’ala, che sono una fonte significativa di resistenza negli aerei odierni, vengano totalmente annullati. Le ali circolari, quindi, generano portanza in modo più efficiente, riducendo la resistenza aerodinamica e migliorando l’efficienza complessiva del volo.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70432" rel="attachment wp-att-70432"><img class="alignright size-medium wp-image-70432" title="aerei circolari 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/aerei-circolari-2-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>Una delle principali caratteristiche delle ali circolari è proprio la loro capacità di migliorare l’efficienza energetica degli aerei. La mancanza della creazione dei vortici significa che gli aeromobili possono volare a velocità maggiori utilizzando la stessa quantità di carburante. Questo non solo riduce i costi operativi delle compagnie aeree, ma contribuisce anche in modo significativo alla riduzione delle emissioni di gas serra.</p>
<p>E non è tutto. Oltre ai benefici in termini di efficienza e sostenibilità, gli aerei ad ala chiusa offrono anche vantaggi in termini di sicurezza e comfort dei passeggeri. Grazie alla loro maggiore manovrabilità e resistenza agli urti, questi velivoli sono progettati per offrire una maggiore sicurezza durante il volo, garantendo una esperienza di viaggio più tranquilla per i passeggeri.</p>
<p>Grazie al loro design innovativo, gli aerei ad ala chiusa generano meno rumore durante il volo e questo, oltre a migliorare l’esperienza di viaggio per i passeggeri, riduce anche l’inquinamento acustico nelle aree circostanti agli aeroporti. L’efficienza nel consumo di carburante si traduce poi in una minore emissione di gas inquinanti nell’atmosfera. Questo è un passo fondamentale verso un’industria dell’aviazione più sostenibile e rispettosa dell’ambiente. Grazie alla loro struttura innovativa, gli aerei ad ala chiusa sono anche più resistenti agli urti e alle turbolenze. Ciò significa una maggiore sicurezza per i passeggeri e un minore rischio di danni strutturali in caso di eventi imprevisti. Gli aerei ad ala chiusa offrono poi una maggiore manovrabilità, consentendo manovre più precise e flessibili durante il volo. Questa caratteristica è fondamentale per affrontare situazioni di emergenza e migliorare la sicurezza dei voli.</p>
<p>Tuttavia, la progettazione, la costruzione e la messa in servizio di aerei ad ala chiusa comportano costi molto elevati. Le compagnie aeree e i produttori dovranno quindi valutare attentamente l’equilibrio tra benefici e costi per giungere a una soluzione sostenibile dal punto di vista economico. La complessità del processo di produzione può comportare tempi di costruzione più lunghi rispetto agli aeromobili tradizionali… non ci resta che attendere i prossimi sviluppi.</p>
<h3>A cura della redazione</h3>
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		<title>IL PIANETA X C&#8217;E&#039;&#8230; FORSE</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Sep 2023 22:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalla fantascienza alla realtà]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche se gli occhi della maggior parte dei telescopi sono rivolti verso l’infinità dell’universo alla scoperta di nuovi esopianeti, buchi neri e altri oggetti “misteriosi”, pare che anche il nostro Sistema Solare abbia ancora dei segreti da svelarci. Stiamo parlando di un probabile pianeta, il famoso Pianeta 9 o Pianeta X, che pare possa avere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=69706" rel="attachment wp-att-69706"><img class="alignleft size-medium wp-image-69706" title="pianeta x" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/pianeta-x-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Anche se gli occhi della maggior parte dei telescopi sono rivolti verso l’infinità dell’universo alla scoperta di nuovi esopianeti, buchi neri e altri oggetti “misteriosi”, pare che anche il nostro Sistema Solare abbia ancora dei segreti da svelarci. Stiamo parlando di un probabile pianeta, il famoso Pianeta 9 o <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=55789">Pianeta X</a>, che pare possa avere una massa di poco superiore a quella della Terra e che, stando ai modelli ottenuti attraverso uno studio recentemente pubblicato su “The Astronomical Journal” da due astrofisici giapponesi, Patryk Sofia Lykawka della Kindai University di Osaka e Takashi Ito dell’Osservatorio astronomico nazionale del Giappone, potrebbe nascondersi nella cosiddetta fascia di Kuiper. Il condizionale è naturalmente d’obbligo, visto che stiamo parlando per ora solamente di simulazioni e non ancora di osservazioni dirette. Ma queste simulazioni si sono rese necessarie per cercare di dare una spiegazione ad alcune “anomalie” rilevate proprio in questa zona dello spazio e non ancora chiarite. Vediamo di che cosa si tratta.</p>
<p>“Le orbite dei trans-Neptunian objects (Tnos) &#8211; si legge nelle prime righe della pubblicazione &#8211; possono indicare l’esistenza di un pianeta non ancora scoperto nella regione esterna del Sistema Solare”. I Tnos sono corpi costituiti da roccia e ghiaccio che orbitano attorno al Sole all’interno della fascia di Kuiper, ossia in quella regione del Sistema Solare che si estende oltre l’orbita di Nettuno. In pratica non sono altro che i resti della formazione dei pianeti che attualmente si trovano nella regione esterna del Sistema Solare. In generale non sono facili da individuare perché si muovono molto lentamente. Questi oggetti, prosegue l’articolo, “possono rivelare importanti informazioni riguardo alla formazione e all’evoluzione dinamica dei pianeti giganti, come il loro comportamento migratorio e le proprietà fondamentali del disco protoplanetario dal quale hanno avuto origine”.</p>
<p>La scoperta del primo Tno risale al 1992, e di questa classe di oggetti fanno parte anche Plutone (un tempo considerato un pianeta, ora invece declassato) ed Eris, successivamente catalogati come pianeti nani. Fino ad oggi sarebbero stati scoperti più di mille Tnos. “Tuttavia &#8211; scrivono gli autori &#8211; non è stato sviluppato un unico modello evolutivo che spieghi l’intera struttura orbitale dei Tnos”. Con il presente studio hanno quindi tentato di creare un modello che fosse coerente con le osservazioni finora raccolte, riassunte in quattro vincoli principali.</p>
<p>Grazie a dettagliate ed estensive simulazioni, il gruppo di ricerca ha concluso che l’esistenza di un pianeta all’interno di una zona compresa fra le 250 e le 500 unità astronomiche di distanza dal Sole sarebbe compatibile con tutti e quattro i vincoli del modello messo a punto, e costituirebbe quindi una plausibile spiegazione alle proprietà che questa zona dello spazio presenta.</p>
<p>Questo misterioso pianeta, secondo i ricercatori, dovrebbe avere una massa da 1.5 a 3 volte quella della Terra e muoversi su un’orbita di inclinazione pari a circa 30 gradi. Di più, al momento però, non è dato sapersi: bisognerà avere ancora un po’ di pazienza per avere delle certezze sull’esistenza del fantomatico Pianeta X.</p>
<h3>A cura della redazione</h3>
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		<title>C&#8217;E&#8217; VITA SU VENERE? FORSE L&#8217;ABBIAMO TROVATA&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Sep 2020 22:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalla fantascienza alla realtà]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo un articolo pubblicato in questi giorni sulla rivista “Nature Astronomy”, le nuvole su Venere, che rendono la sua atmosfera così spessa che neanche le sonde possono sbirciare sulla sua superficie, contengono delle tracce di fosfina. Anche se la presenza di questa sostanza non dimostra che esiste o è esistita vita su Venere, che resta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=59806" rel="attachment wp-att-59806"><img class="alignleft  wp-image-59806" title="Venere-superficie-atmosfera" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Venere-superficie-atmosfera-600x337.jpg" alt="" width="480" height="270" /></a>Secondo un articolo pubblicato in questi giorni sulla rivista “Nature Astronomy”, le nuvole su <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=53692">Venere</a>, che rendono la sua atmosfera così spessa che neanche le sonde possono sbirciare sulla sua superficie, contengono delle tracce di fosfina. Anche se la presenza di questa sostanza non dimostra che esiste o è esistita vita su Venere, che resta un pianeta molto inospitale, suggerisce in ogni caso che, almeno nello strato atmosferico, c’è un’attività al momento sconosciuta che potrebbe risultare molto interessante.</p>
<p>Queste nuove scoperte rinforzano le teorie, che fino a pochissimi anni fa apparivano fantascientifiche e stranissime, relative alla possibilità che la vita possa attualmente esistere su Venere, magari proprio nella sua spessa atmosfera, sostanzialmente galleggiando nell’aria. L’atmosfera potrebbe contenere gli ultimi membri di una lunga linea evoluzionistica che potrebbe aver visto varie specie riuscire a sopravvivere adattandosi, in un lontano passato, alla spessa biosfera venusiana, come spiega a “MIT &#8211; Technology Review” Stephen Kane, un astronomo dell’Università della California a Riverside, comunque non coinvolto nello studio: “Questo risultato sarebbe una lezione straordinaria su come la vita possa davvero adattarsi a tutte le nicchie disponibili all’interno di un ambiente”. Le nuvole che esistono nell’atmosfera di Venere, infatti, non sono come quelle terrestri che si formano e scompaiono, ma sono permanenti e proprio per questo potrebbero essere una nicchia ambientale relativamente sicura per una forma di vita comunque abbastanza speciale.</p>
<p>Jane Greaves, una scienziata planetaria dell’Università di Cardiff, insieme ai membri del suo team, è riuscita, con una nuova tecnica, ad analizzare con maggior dettaglio la composizione chimica dell’atmosfera di Venere e ha trovato tracce di fosfina a una concentrazione comunque abbastanza bassa, di circa 20 parti per miliardo. Questo gas si trova soprattutto nell’aria sopra le regioni dell’equatore, a un’altitudine di circa 55 km. A questa altitudine le temperature non sono così calde come sulla superficie e si attestano su un livello accettabile per la vita (almeno per quella che conosciamo) di circa 30° centigradi. Anche la pressione è abbastanza accettabile e si assesta su livelli simili a quelli terrestri.</p>
<p>La fosfina è un composto interessante in quanto sulla Terra viene prodotta o a seguito di una produzione industriale oppure, in natura, solamente da diverse forme di vita in particolare in ambienti poveri di ossigeno come forma di escremento. Ad esempio i batteri anaerobici, come spiega Clara Sousa-Silva, un astrofisica del MIT nonché una delle autrici dello studio, producono questo composto in pozze quali paludi e risaie e finanche nell’intestino degli animali. E gli stessi ricercatori non hanno ancora individuato fenomeni naturali che possano spiegare la presenza e la produzione della fosfina che è stata scoperta nell’atmosfera di Venere.</p>
<p>Resta dunque in piedi e senza una risposta la domanda: allora da dove arriva?</p>
<p>Restate sintonizzati!</p>
<h3>A cura della redazione</h3>
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		<title>UN UNIVERSO DI ESOPIANETI</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Jul 2020 22:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalla fantascienza alla realtà]]></category>

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		<description><![CDATA[Ormai non passa settimana senza che venga scoperto un nuovo esopianeta, al punto che ci siamo resi conto che l&#8217;universo è davvero ricco di nuovi mondi, molti dei quali ancora da scoprire, altri con caratteristiche simili al nostro, altri ancora invece con peculiarità talmente incredibili e impensabili da superare perfino la fantasia degli scrittori di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57894" rel="attachment wp-att-57894"><img class="alignleft  wp-image-57894" title="esopianeti" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/esopianeti-600x423.jpg" alt="" width="480" height="338" /></a>Ormai non passa settimana senza che venga scoperto un nuovo <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=36163">esopianeta</a>, al punto che ci siamo resi conto che l&#8217;universo è davvero ricco di nuovi mondi, molti dei quali ancora da scoprire, altri con caratteristiche simili al nostro, altri ancora invece con peculiarità talmente incredibili e impensabili da superare perfino la fantasia degli scrittori di fantascienza.</p>
<p>Ad oggi sono 4.164 gli <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=36263">esopianeti</a> accertati e altri 5.220 quelli in attesa di conferma. Tra questi ultimi ce n&#8217;è uno che potrebbe essere molto simile alla Terra e che sembra ruotare attorno a una stella che ricorda da vicino il Sole: una coppia che forma, forse, un sistema planetario davvero molto simile al nostro.</p>
<p>A questa ipotesi è giunto un gruppo di ricercatori del Max Planck Institute for Solar System Research (Germania), dell&#8217;Università della California (Santa Cruz) e della NASA. Il team ha sottoposto a nuova analisi i dati raccolti negli scorsi anni dal telescopio spaziale Kepler, che aveva a lungo osservato la stella Kepler-160. La nuova indagine farebbe pensare che attorno alla stella possa esistere un esopianeta che non era mai stato rilevato, che è stato chiamato KOI-456.04. Il pianeta sembra essere una Super-Terra, ossia un corpo celeste roccioso più grande del nostro, la cui distanza dalla propria stella è tale da permettere la presenza di acqua liquida e quindi, in ultima analisi, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=36269">la vita</a>.</p>
<p>Questa notizia è diversa dalle tante che raccontano della scoperta di nuovi pianeti perché Kepler-160 è una stella molto simile alla nostra, con una temperatura superficiale che è di soli 300 °C inferiore a quella del Sole. Situata a 3.000 anni luce da noi, fino ad oggi si sapeva che la stella ha due pianeti, chiamati rispettivamente Kepler-160b e Kepler-160c, che però orbitano troppo vicino all&#8217;astro per poter ospitare la vita così come la conosciamo. La loro presenza è stata scoperta, come spesso accade, grazie al fatto che essi transitano tra la stella e la Terra, causando un calo di luminosità della stella stessa: al passaggio davanti alla stella (“davanti” quindi rispetto al punto di osservazione, è naturale) producono una piccola riduzione di luminosità, molto piccola, ma che può essere misurata dai nostri strumenti. Anche il terzo pianeta è stato rilevato grazie a questo metodo, chiamato “metodo del transito”: l&#8217;analisi dei dati ha confermato che il tracciato delle variazioni di luminosità è differente da quello degli altri due pianeti. Il fatto che KOI-456.04 sia stato scoperto solo ora è dovuto alla messa a punto di nuovi algoritmi che sono stati in grado di misurare variazioni di luminosità estremamente deboli dell&#8217;astro, prima impossibili da rilevare, e che fanno appunto pensare all&#8217;esistenza di 3, se non addirittura 4 pianeti attorno alla stella. Il nuovo esopianeta avrebbe un diametro circa il doppio di quello terrestre e ruoterebbe attorno a Kepler-160 in 378 giorni (un anno!) a una distanza compresa tra 130 e 200 milioni di chilometri (la Terra orbita alla distanza media di 150 milioni di chilometri dal Sole). Sono tutte caratteristiche che leggiamo come quelle tipiche di un mondo potenzialmente abitabile. Al momento, tuttavia, la certezza dell&#8217;esistenza del terzo pianeta del sistema è dell&#8217;85 per cento e per arrivare al 99% bisognerà attendere il nuovo telescopio spaziale della Nasa, il James Webb, il cui lancio, che era fissato per marzo 2021, è stato rimandato a causa della pandemia di COVID-19. Se il pianeta dovesse realmente esserci, allora è assai probabile che ne esista un quarto, in quanto la sua orbita appare come perturbata da un oggetto che potrebbe avere una massa compresa tra 1 e 100 volte quella della Terra e un periodo di rivoluzione attorno alla stella compreso tra 7 e 50 giorni. L&#8217;orbita del presunto quarto esopianeta non passa però tra la Terra e la stella e quindi l&#8217;oggetto risulta al momento “invisibile”.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57905" rel="attachment wp-att-57905"><img class="alignleft  wp-image-57905" title="nuovo-esopianeta-KOI-456.04" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/nuovo-esopianeta-KOI-456.04-600x600.jpg" alt="" width="480" height="480" /></a>La ricerca dei nuovi mondi e lo studio degli esopianeti è una delle cose più affascinanti di questo periodo, grazie soprattutto alle nuove tecnologie che ci permettono di riuscire a “vedere meglio” l&#8217;universo. Dare la caccia a possibili tracce di vita osservando l&#8217;atmosfera di un migliaio di pianeti esterni al Sistema Solare, è ad esempio l&#8217;obiettivo ambizioso della missione europea Ariel, in programma nel 2028 e guidata dall&#8217;italiana Giovanna Tinetti, che dal 2007 lavora nell&#8217;University College di Londra e che coordina la missione dell&#8217;Agenzia Spaziale Europea (Esa).</p>
<p>Il risultato di una ricerca simile potrà essere una “seconda rivoluzione copernicana”, ha detto all&#8217;ANSA la stessa Tinetti, a margine di un ciclo di lezioni sulla fisica degli esopianeti della cattedra “Enrico Fermi” organizzato dall&#8217;Università Sapienza di Roma qualche tempo fa. “Ci aspettiamo grandi sorprese da Ariel (Atmospheric Remote-Sensing Infrared Exoplanet Large-survey), sia dal punto di vista chimico che fisico, che potrebbero smentire le nostre attuali conoscenze teoriche”, ha osservato Tinetti. “La ricerca sui mondi esterni al Sistema Solare è un campo entusiasmante &#8211; ha aggiunto &#8211; proprio perché c&#8217;è ancora un po&#8217; tutto da scoprire”. Da quando, negli anni &#8217;90, i planetologi hanno iniziato a scoprire nuovi mondi al di fuori del Sistema Solare, sono circa 4.000 i pianeti scovati.</p>
<p>Per la studiosa,”in media, ogni stella della nostra galassia potrebbe ospitarne almeno uno”. Tinetti e colleghi sono, in particolare, interessati alle Super-Terre. “Sono pianeti con massa intermedia tra la Terra e Nettuno, che orbitano spesso vicino a stelle più piccole e fredde, ma più longeve e brillanti del nostro Sole”, ha spiegato la planetologa. “Mondi come le Super-Terre non sono presenti nel Sistema Solare e hanno una grande diversità: alcuni di essi potrebbero essere buoni candidati a ospitare la vita. La sfida astrofisica dei prossimi anni &#8211; ha concluso &#8211; è capire le ragioni della loro estrema variabilità. È un po&#8217; come una seconda rivoluzione copernicana, in cui il Sistema Solare non è più un paradigma di come si dovrebbe presentare un sistema planetario”.</p>
<p>E a proposito di ricerca degli altri pianeti, bisogna segnalare che la maggior parte delle stelle della <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=57703">Via Lattea</a> ne ha in orbita almeno uno, ma ci sono anche pianeti “erranti” e solitari, pianeti che orbitano attorno a due stelle, pianeti attorno ad altri pianeti&#8230; A fronte degli entusiasmi però, il numero di esopianeti potenzialmente adatti alla vita potrebbe essere vicino allo zero. Di norma un pianeta si considera abitabile se la sua superficie ha la temperatura giusta per ospitare acqua liquida, e quindi se si trova alla giusta distanza dalla sua stella: l&#8217;area in cui queste condizioni sono permesse è detta zona abitabile. Tuttavia, trovarsi in questa fascia non è una garanzia: occorre che i raggi della stella madre forniscano abbastanza energia per la nascita della vita, senza eccessi che rischierebbero di sterilizzare completamente la superficie. La zona in cui questo è permesso è detta, secondo criteri messi a punto nel 2018, di abiogenesi (un termine che indica la generazione spontanea di organismi viventi in condizioni primordiali e a partire da composti semplici).</p>
<p>Marcos Jusino-Maldonado e Abel Méndez, due ricercatori dell&#8217;Università di Porto Rico, hanno applicato i requisiti della zona di abiogenesi alla lista dei esopianeti che si trovano nella zona abitabile della propria stella: solo 8 di questi mondi incontrano entrambe le condizioni. Ma anche in questo elenco ristretto di 8 ci sono problemi. Molti hanno un raggio troppo lungo per essere rocciosi: da studi precedenti sappiamo che i pianeti con raggio superiore a 1,7 raggi terrestri sono più probabilmente gassosi (una condizione sfavorevole alla nascita della vita così come la conosciamo). Degli 8 esopianeti rimasti, soltanto uno sembra avere un raggio più corto, e neanche di molto: Kepler-452b, che orbita attorno a una stella simile al Sole a 1.400 anni luce da noi, ha un raggio pari a 1,63 raggi terrestri. Insomma c&#8217;è la possibilità che neanche lì sussistano le condizioni ottimali per la vita. Conviene non accontentarsi di quota 4.000, e continuare a cercare.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57900" rel="attachment wp-att-57900"><img class="alignleft  wp-image-57900" title="TOI 700 d" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/TOI-700-d-600x356.jpg" alt="" width="480" height="285" /></a>Iniziamo ora una panoramica delle scoperte degli ultimi tempi a cominciare proprio da una delle più recenti.</p>
<p>La NASA ha annunciato non molto tempo fa che il satellite TESS, una specie di “cacciatore di pianeti”, ha scoperto un mondo delle dimensioni della Terra sul quale potrebbe esserci acqua e che potrebbe risultare abitabile. Il pianeta, chiamato “TOI 700 d“, è relativamente vicino alla Terra: a soli 100 anni luce di distanza. “Si tratta di un pianeta delle dimensioni della Terra e posto a una distanza dalla sua stella che lo rende potenzialmente abitabile per temperatura e luce“, hanno detto dalla NASA.</p>
<p>TESS ha scoperto in realtà tre pianeti in orbita, chiamati TOI 700 b, c e d. Solo il “d” è nella cosiddetta zona abitabile, non troppo lontana e non troppo vicina alla stella, dove la temperatura potrebbe consentire la presenza di acqua liquida. È circa il 20 per cento più grande della Terra e orbita attorno alla sua stella (più piccola del Sole) in 37 giorni. Il pianeta 700 d riceve l’86 per cento dell’energia che la Terra riceve dal Sole.</p>
<p>Resta da vedere di cosa è fatto TOI 700 d. I ricercatori hanno generato modelli basati sulla dimensione e sul tipo di stella per prevedere la composizione atmosferica e la temperatura superficiale di 700 d. In una simulazione, ha spiegato la NASA, il pianeta è coperto di oceani con “un’atmosfera densa, dominata dall’anidride carbonica, simile a quella che gli scienziati sospettano circondasse <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=55464">Marte</a>”. Il pianeta è fissato in modo ordinato alla stella, il che significa che un lato è sempre rivolto verso la stella, come nel caso della Luna e della Terra.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57901" rel="attachment wp-att-57901"><img class="alignleft  wp-image-57901" title="Vulcano" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Vulcano-600x337.jpg" alt="" width="480" height="270" /></a>Altro giro&#8230; altro pianeta&#8230;</p>
<p>Esiste davvero il pianeta Vulcano, del signor Spock il vulcaniano, nel cui cielo brillano tre stelle ed è proprio dove la saga di <strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=40728">Star Trek</a></strong> lo aveva immaginato: ruota intorno alla stella 40 Eridani A, che è distante 16 anni luce dalla Terra. Ha una massa otto volte superiore a quella della Terra e potrebbe sostenere forme di vita, perché si trova nella zona abitabile del sistema, dove le temperature consentono la presenza dell&#8217;acqua liquida. Descritto sulla rivista “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society”, è stato scoperto dai ricercatori coordinati dall&#8217;astronomo Jian Ge, dell&#8217;università della Florida, nell&#8217;ambito del programma “Dharma Planet Survey”.</p>
<p>“Questa stella è visibile a occhio nudo. Chiunque può vederla e indicare la casa di Spock”, ha rilevato Bo Ma, dell&#8217;università della Florida. Nella saga di <strong>Star Trek</strong> il pianeta dei Vulcaniani è stato immaginato proprio intorno alla stella 40 Eridani A, nella costellazione meridionale dell&#8217;Eridano, che è coetanea del Sole: ha infatti circa 4 miliardi di anni, e “un suo pianeta avrebbe avuto il tempo di evolvere un essere come Spock” scrisse nel 1991 l&#8217;inventore della serie, <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=56560">Gene Roddenberry</a>, in una lettera alla rivista “Sky and Telescope”. Nel frattempo, una scoperta del 2016 aveva cominciato a confermare l&#8217;intuizione: 40 Eridani A fa parte di un sistema di tre stelle, proprio come il sistema stellare del pianeta dei Vulcaniani. Ora, è stato scoperto che la stella più grande del sistema ha davvero un pianeta. Inizialmente indicato con la sigla HD 26965b, il pianeta non ha potuto che essere chiamato Vulcano.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57895" rel="attachment wp-att-57895"><img class="alignleft  wp-image-57895" title="proxima b" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/proxima-b-600x423.jpg" alt="" width="480" height="338" /></a>Nel frattempo, grazie allo “European Southern Observatory”, meglio noto come ESO, conosciamo l&#8217;esistenza e le caratteristiche di un altro pianeta piuttosto particolare: Proxima b. Questo esopianeta (pianeta al di fuori del sistema solare) è noto dal 2016 e fino ad oggi ci sono stati diversi studi che hanno indagato sulla possibilità che sia abitabile, ovvero che possa contenere acqua liquida sulla sua superficie ed abbia un&#8217;atmosfera. Fino ad ora i risultati degli astronomi non sono stati molto positivi: il pianeta Proxima b sarebbe troppo esposto alle eruzioni della stella Proxima Centauri, che gli impedirebbero di mantenere un&#8217;atmosfera e acqua allo stato liquido. Tuttavia, il nuovo studio della NASA ha nuovamente acceso le speranze degli astronomi e degli appassionati di spazio, indicando che il pianeta potrebbe avere ancora abbastanza acqua per sostenere la vita.</p>
<p>Proxima Centauri è una nana rossa, una stella avente una massa 10 volte più bassa di quella del Sole, visibile nella costellazione del Centauro con un telescopio. Le nane rosse sono le stelle più comuni nella Via Lattea, mentre il Sole è un tipico esempio di nana gialla. La distanza di Proxima Centauri dal nostro pianeta è di poco più di 4 anni luce ed altro non è che la stella più vicina che conosciamo. Proxima b è un pianeta avente una massa 1,3 volte quella terrestre, orbitante ad una distanza di 0,05 AU dalla sua stella Proxima Centauri, dove 1 AU è all&#8217;incirca la distanza tra il Sole e la Terra. Tale vicinanza implica un periodo orbitale di soli 11,2 giorni terrestri, che altro non che è il lasso di tempo che impiega il pianeta per compiere un giro attorno alla stella. Infatti, l&#8217;accelerazione del pianeta è maggiore proprio per via di questa vicinanza, che si traduce in una maggiore intensità della forza gravitazionale che lo attira verso la stella. Nel recente studio “Habitable Climate Scenarios for Proxima Centauri b with a Dynamic Ocean”, lo scienziato Anthony D. Del Genio del “Goddard Institute for Space Studies”, insieme ad altri colleghi, ha analizzato l&#8217;abitabilità di Proxima b. Infatti, il pianeta è da tempo al centro di un lungo dibattito sulla sostenibilità o meno della vita al suo interno. La vicinanza di Proxima b alla sua stella non aiuta la possibilità che il pianeta presenti acqua liquida, nonostante si trovi nella zona considerata abitabile. A causa delle eruzioni solari, l&#8217;atmosfera dovrebbe essere stata completamente persa insieme all&#8217;acqua liquida che teoricamente potrebbe formarsi. Inoltre, le radiazioni come i raggi-X e i raggi ultravioletti, nonché il vento stellare, non farebbero altro che peggiorare la situazione. Gli scienziati sanno che senza atmosfera ed acqua liquida non è possibile che un pianeta ospiti la vita come la conosciamo, ma attualmente non sappiamo se questi elementi siano effettivamente presenti sul pianeta, perché non possiamo osservarli con la tecnologia attuale. Oltretutto negli ultimi anni sono state osservate delle eruzioni solari così intense provenienti da Proxima Centauri che sembra improbabile pensare che un pianeta nelle sue vicinanze possa ancora avere un&#8217;atmosfera, casomai ne avesse mai avuta una fin dal principio. Il nuovo studio ha ipotizzato però possibili scenari dove Proxima b è riuscito a mantenere il suo status di pianeta abitabile nonostante le condizione avverse. Il pianeta potrebbe essersi formato ad una distanza maggiore da quella che conosciamo oggi, senza essere esposto alle condizioni avverse che abbiamo descritto. Oppure la quantità di acqua nelle fasi iniziali della sua vita potrebbe essere stata 10 volte maggiore rispetto a quella della Terra, quindi potrebbe essere ancora presente un oceano liquido, nonostante la maggior parte di questo sia evaporato nel tempo per il calore. Esiste inoltre la possibilità che Proxima b avesse uno spesso strato di idrogeno, portato poi via dalle condizioni impervie, lasciando al di sotto un&#8217;atmosfera simile al nostro pianeta.</p>
<p>La ricerca è supportata da una serie di simulazioni effettuate tramite computer che riescono a ricostruire la storia del pianeta partendo da determinate condizioni iniziali. Sono state testate condizioni come l&#8217;atmosfera terrestre e di Marte, variandone lo spessore e le caratteristiche degli oceani al di sotto di essa, considerando anche diversi parametri orbitali come la rotazione del pianeta. La chiave della nuova ricerca è però l&#8217;idea di un oceano dinamico: fino ad ora le ricerche hanno sempre ipotizzato un oceano statico, mentre Del Genio e il suo gruppo hanno incluso le correnti oceaniche nelle loro simulazioni. Grazie ad esse, sembrerebbe che il pianeta abbia molte più possibilità di presentare dell&#8217;acqua liquida rispetto a quanto si sia pensato fino ad oggi. Anche nel caso Centauri b fosse costretto a guardare la sua stella con la stessa faccia (come la luna con la Terra) esiste la possibilità che lo scambio di calore tra il lato riscaldato e quello buio garantisca il mantenimento di acqua liquida. Qualora il sale nell&#8217;acqua sia presente con alta concentrazione, Proxima b potrebbe addirittura essere completamente coperto d&#8217;acqua. Chiaramente nell&#8217;ipotesi che un&#8217;atmosfera sia mai esistita sul pianeta, altrimenti le pessime condizioni climatiche dettate dalla stella non lascerebbero alcun dubbio sullo stato certamente spoglio di Proxima b. Questo esopianeta, purtroppo, non è rilevabile tramite il transito, metodo che identifica un pianeta qualora passasse tra noi e la stella che lo ospita. Poiché questo non ha un&#8217;orbita che passa davanti a Proxima Centauri rispetto al nostro pianeta, non possiamo sapere nulla sull&#8217;atmosfera dello stesso. Bisognerà aspettare l&#8217;arrivo dei telescopi di prossima generazione come il James Webb Space Telescope, l&#8217;Extremely Large Telescope (ELT), il Wide-Field Infrared Survey Telescope (WFIRST) o ancora il Giant Magellan Telescope (GMT) per avere maggiori informazioni su questo esopianeta.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57906" rel="attachment wp-att-57906"><img class="alignleft  wp-image-57906" title="proxima b roccioso" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/proxima-b-roccioso.jpg" alt="" width="502" height="282" /></a>Un altro studio però si contrappone a quello dell&#8217;oceano dinamico e sostiene che Proxima b potrebbe invece avere le condizioni per ospitare la vita trattandosi di un pianeta roccioso. Inoltre sembra che la pioggia di raggi ultravioletti (Uv) alla quale è esposto sia inferiore a quella subita dalla Terra primitiva nel periodo in cui la vita cominciava a evolversi, quasi 4 miliardi di anni fa. È quanto emerge dallo studio pubblicato sulla rivista “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society” dal gruppo della Cornell University americana. Questo risultato arriva dopo l&#8217;ipotesi che inizialmente aveva escluso la possibilità di vita su Proxima b a causa di una gigantesca eruzione solare avvenuta sulla sua stella e, in seguito rivista, dopo che la Nasa aveva scoperto acqua nell&#8217;atmosfera del pianeta. Utilizzando allora modelli al computer, il gruppo guidato da Lisa Kaltenegger e Jack O’Malley-James ha ricostruito il bombardamento di raggi Uv che subiscono Proxima b e altri pianeti esterni al Sistema Solare. “Si tratta di pianeti che orbitano intorno alle cosiddette nane rosse, stelle piccole e relativamente fredde, le più diffuse dell’universo. Queste stelle &#8211; spiegano i ricercatori &#8211; bombardano continuamente i pianeti vicini con radiazioni ultraviolette, più di quanto non faccia il nostro Sole con la Terra”.</p>
<p>I ricercatori hanno analizzato allora il tasso di sopravvivenza a dosi crescenti di raggi Uv di batteri terrestri, i cosiddetti estremofili, in grado cioè di sopravvivere in condizioni estreme, come in presenza di radiazioni. Hanno poi confrontato i loro dati con le condizioni presenti sulla Terra circa 4 miliardi di anni fa, quando ancora la sua atmosfera era priva di ossigeno e ozono, e quindi più esposta ai raggi Uv. La conclusione è che “questo bombardamento di raggi Uv non dovrebbe essere un fattore limitante per l’abitabilità di pianeti che orbitano intorno a stelle come le nane rosse”.</p>
<p>Il dibattito è dunque ancora aperto.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57907" rel="attachment wp-att-57907"><img class="alignleft  wp-image-57907" title="CI Tau" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/CI-Tau-600x424.jpg" alt="" width="480" height="339" /></a>Frattanto i ricercatori dell&#8217;Università di Cambridge hanno scoperto una giovane stella attorno alla quale orbitano quattro pianeti delle dimensioni di Giove e Saturno. È la prima volta che un numero così elevato di pianeti dalla massa tanto imponente viene avvistato in un sistema così giovane, senza contare l&#8217;ampiezza record delle orbite di tali pianeti: quello più esterno ha una distanza mille volte maggiore dalla stella attorno a cui orbita rispetto a quello più interno. Queste caratteristiche danno adito a parecchi dubbi circa la formazione di questo sistema: la stella al centro ha “solo” due milioni di anni, ed è circondata da un gigantesco disco protoplanetario di polvere e ghiaccio dove nascono pianeti, lune e asteroidi. Nonostante la sua giovane età inoltre, tra gli oggetti astronomici che le orbitano intorno è presente anche un pianeta gioviano caldo, ovvero un pianeta extrasolare con massa pari o superiore a quella di Giove che orbita a distanza molto ravvicinata rispetto alla propria stella. E proprio la presenza del pianeta gioviano caldo &#8211; la cui massa suggerisce che non si sia formato in situ &#8211; ha suscitato la curiosità degli studiosi, che si sono serviti dell&#8217;Atacama Large Millimeter/Submillimeter Array (ALMA) per osservare meglio la situazione. L&#8217;indagine ha rivelato la presenza di tre “buchi” nel disco protoplanetario, i quali &#8211; secondo i loro modelli teorici &#8211; segnalano la presenza di altri tre pianeti giganti gassosi.</p>
<p>I quattro pianeti in orbita attorno a CI Tau &#8211; questo il nome della stella &#8211; differiscono di molto per quanto riguarda le orbite: il più vicino, ovvero il pianeta gioviano caldo, ha un&#8217;orbita equivalente a quella di Mercurio, mentre il pianeta più lontano viaggia a una distanza pari a tre volte quella di Nettuno nel Sistema Solare. Anche la massa differisce: i due pianeti più esterni hanno una massa simile a quella di Saturno, mentre i due più interni hanno massa pari rispettivamente a una e dieci volte quella di Giove.</p>
<p>La scoperta, come anticipato, solleva diverse domande. Solo l&#8217;1% delle stelle presenta dei pianeti gioviani caldi, e la maggior parte di loro sono centinaia di volte più vecchi rispetto a CI Tau. Come ha osservato la professoressa Cathie Clarke, autrice dello studio: “Al momento è impossibile dire se l&#8217;architettura planetaria estrema riscontrata in CI Tau sia comune nei sistemi che contengono pianeti gioviani caldi, perché il metodo utilizzato per trovare gli altri pianeti gassosi in orbita intorno alla stella &#8211; ovvero attraverso il loro effetto sul disco protoplanetario &#8211; non funzionerebbe in sistemi più antichi che non hanno più un disco protoplanetario”. Allo stesso modo, non è chiaro se la presenza degli altri pianeti gassosi abbia giocato un ruolo nel determinare l&#8217;orbita molto piccola del pianeta gioviano caldo, e se tale meccanismo sia comune a tutti i pianeti siffatti. Un altro dubbio riguarda poi la formazione dei due pianeti più esterni, così distanti dalla giovane CI Tau: i modelli di formazione dei pianeti attualmente in uso faticano a spiegare come si siano potuti formare due pianeti di quella massa a una distanza così elevata dalla stella.</p>
<p>L&#8217;obiettivo adesso è studiare questo misterioso sistema a diverse lunghezze d&#8217;onda, per ricavarne ulteriori dettagli circa le caratteristiche del disco e dei suoi pianeti, in attesa che ALMA &#8211; il primo telescopio in grado di rivelare i pianeti in formazione &#8211; sveli nuovi sorprendenti informazioni riguardo la formazione dei sistemi planetari.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57908" rel="attachment wp-att-57908"><img class="alignright size-full wp-image-57908" title="stella di barnard" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/stella-di-barnard.jpg" alt="" width="290" height="145" /></a>Proseguiamo il nostro giro fra i pianeti dell&#8217;universo, segnalandovi che gli astronomi hanno scoperto anche un pianeta ghiacciato grande 3 volte la Terra che orbita attorno a una stella distante “solo” sei anni luce dal Sistema Solare. La sua stella solitaria, chiamata “stella freccia di Barnard”, è una delle più vicine al nostro Sole anche se non visibile ad occhio nudo e ciò rende questo nuovo pianeta scoperto il secondo più vicino a noi al di fuori del Sistema Solare.</p>
<p>La sua scoperta, pubblicata dalla rivista “Nature”, arriva dopo aver confrontato i dati di 20 anni, tra cui 771 misurazioni individuali, da sette strumenti diversi. Il pianeta, che copie una rivoluzione intorno alla sua stella in 233 giorni, è debolmente illuminato e leggermente più freddo di Saturno. I ricercatori ritengono che si tratti di un deserto ghiacciato senza acqua liquida, un ambiente ostile in cui la temperatura media della superficie è di circa -170 gradi Celsius. La sua stella nana rossa emette solo lo 0,4% della luminosità del Sole, quindi il pianeta riceve soltanto il 2% dell’intensità luminosa che riceve la Terra. È la prima volta che un pianeta così piccolo e distante dalla sua stella è stato rilevato usando la tecnica della velocità radiale. Data la sua vicinanza, le future tecnologie di osservazione potrebbero essere in grado di dirci qualcosa sulla composizione della superficie e sull’atmosfera di questo esopianeta.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57896" rel="attachment wp-att-57896"><img class="alignleft  wp-image-57896" title="pianeti vaganti" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/pianeti-vaganti-600x287.jpg" alt="" width="480" height="230" /></a>Invece gli astronomi polacchi hanno appena scoperto due nuovi pianeti nella nostra galassia. Questa bella notizia però lo è anche perché questi pianeti sono diversi dagli altri. Infatti, a differenza di quasi tutti i pianeti noti, come riporta “New Scientist”, questi due non orbitano attorno a una stella, in quanto vagano senza meta attraverso il freddo spazio vuoto.</p>
<p>I pianeti liberi di fluttuare sono difficili da individuare rispetto a quelli che orbitano attorno alle stelle: molte scoperte planetarie accadono quando un astronomo guarda il cielo e nota qualcosa che passa davanti a quella stella. Ma non è questo il caso. Per individuare questi due nuovi vagabondi, gli astronomi dell’Università di Varsavia hanno usato una tecnica chiamata microlensing gravitazionale. La loro ricerca, pubblicata sul server di preprint “ArXiv”, descrive come hanno usato questa tecnica per trovare punti in cui la luce di stelle lontane era deformata e distorta dall’attrazione gravitazionale di un pianeta che si era allontanato nel percorso di quella luce. Poiché le prove di questi due pianeti non sono così chiare, gli scienziati non sono sicuri di quanto siano grandi. A seconda di quanto siano lontani, il “New Scientist” ha notato che uno dei pianeti potrebbe essere da due a venti volte la massa di Giove mentre l’altro è da 2,3 a 23 volte più massiccio della Terra. Gli scienziati che hanno trovato questi pianeti non vogliono escludere la possibilità che possano essere abitabili. Ma senza la luce e il calore di una stella vicina, sembra improbabile. in ogni caso, i ricercatori hanno suggerito che potrebbero essercene molti altri di questi piccoli vagabondi solitari che vagano tra le stelle nella galassia, che potremo trovare attraverso migliori indagini sulla galassia che potremmo trovare sempre di più nel prossimo futuro.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57897" rel="attachment wp-att-57897"><img class="alignleft  wp-image-57897" title="pianeti-canaglia-1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/pianeti-canaglia-1-600x337.jpg" alt="" width="480" height="270" /></a>Torniamo vicino alle stelle, in quanto gli scienziati hanno appena scoperto che un pianeta extrasolare, che fa parte di una tipologia chiamata “Nettuno caldo” e denominato GJ 3470b, sta sorprendentemente perdendo la sua atmosfera a un ritmo incredibile. Un pianeta nettuniano caldo è estremamente raro e per questo motivo si tratta di una scoperta importante. Stando a quanto riportato anche da SlashGear e ANSA, l&#8217;esopianeta dispone di dimensioni simili a Nettuno, è molto vicino alla sua stella e si sta pian piano restringendo. La scoperta è stata pubblicata sulla nota rivista “Astronomy and Astrophysics” da un gruppo dell&#8217;Università di Ginevra guidato da Vincent Bourrier. Gli scienziati potrebbero quindi aver finalmente scoperto il perché i pianeti extrasolari di questo tipo sono molto rari: a quanto pare essi si “autodistruggono” con il tempo. In realtà, il team ritiene che potrebbero diventare delle Super Terre o dei mini-Nettuno. L&#8217;esopianeta è molto caldo in quanto orbita attorno alla nana rossa distante circa 97 anni luce dalla Terra. Per quanto riguarda GJ 3470b, esso si trova a 3,7 milioni di chilometri dalla sua stella, ovvero circa un decimo della distanza tra Mercurio e il Sole. La perdita dell&#8217;idrogeno dell&#8217;atmosfera è dunque causata da una situazione di eccessivo calore. Pensate che gli astronomi hanno calcolato che l&#8217;esopianeta ha già perso oltre un terzo della sua massa. “È la prima volta che osserviamo un pianeta perdere la propria atmosfera così rapidamente da modificare radicalmente la sua storia evolutiva”, ha dichiarato Vincent Bourrier, a capo del gruppo che ha condotto lo studio. Forse quello che è successo anche a Marte?</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57899" rel="attachment wp-att-57899"><img class="alignleft  wp-image-57899" title="superterra barnard b" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/superterra-barnard-b-600x299.png" alt="" width="480" height="239" /></a>Ma torniamo alle Super-Terre abitabili: a soli sei anni luce da noi, si trova il pianeta GJ 699 B, orbitante intorno alla Stella di Barnard, di cui abbiamo già parlato. L’oggetto di massa pari a tre volte la Terra si colloca nella categoria che si frappone tra i piccoli pianeti rocciosi, come il nostro, e i giganti gassosi di massa paragonabile a Urano e Nettuno. Alla luce dei primi dati inviati dagli osservatori, sembrava che GJ 699 B avesse caratteristiche inadatte ad ospitare forme di vita, per l’estrema debolezza del calore prodotto dalla sua stella, pari al 2% rispetto a quella emessa dal Sole verso la Terra.</p>
<p>La teoria iniziale potrebbe, però, essere smentita dall’Università di Villanova attraverso uno studio pubblicato in occasione del 223° incontro della “American Astronomy Society” a Seattle. Nonostante i 170 gradi sotto zero, l’oggetto potrebbe avere un nucleo di ferro e nichel; dunque un’attività geotermica. Tali fenomeni produrrebbero in profondità condizioni adatte allo sviluppo di forme di vita, come accade nei laghi antartici terrestri. Insomma al di sopra del guscio di ghiaccio che circonda il pianeta, potrebbero svilupparsi semplici forme di vita, adatte a vivere anche in ambienti estremi. Nuove informazioni giungeranno, in futuro, grazie ai nuovi telescopi di ultima generazione che potranno far luce sull’atmosfera del pianeta, sulla sua superficie e sulla potenziale capacità di ospitare la vita.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57909" rel="attachment wp-att-57909"><img class="alignleft  wp-image-57909" title="K2-18 b" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/K2-18-b.jpg" alt="" width="481" height="270" /></a>Altra scoperta interessante molto interessante è quella che riguarda il rilevamento di vapore acqueo nell&#8217;atmosfera di un pianeta dalla massa simile a quella alla Terra e distante 110 anni luce: si tratta della prima volta. Il suo nome è K2-18 b e si trova alla distanza giusta dalla sua stella per avere temperature compatibili con l&#8217;esistenza di forme di vita. K2-18 b, per la precisione, è un esopianeta, essendo esterno al Sistema Solare, ha una massa otto volte superiore alla Terra &#8211; per questo fa parte del gruppo delle “Super-Terre” &#8211; e la sua stella, chiamata K2-18, è una nana rossa più piccola e fredda del Sole, ma molto attiva, tanto che l&#8217;ambiente potrebbe essere un ambiente più ostile della Terra perché potenzialmente esposto a più radiazioni.</p>
<p>Pubblicata sulla rivista “Nature Astronomy”, la scoperta è frutto del lavoro di un gruppo di studiosi dell&#8217;University College di Londra coordinato da Angelos Tsiaras e di cui fa parte anche la già citata italiana Giovanna Tinetti che ha commentato: “E&#8217; un lavoro durato quindici anni e il risultato è stato ottenuto grazie allo sviluppo di algoritmi che permettono di estrarre piccolissimi segnali grazie all&#8217;intelligenza artificiale. E questo con i telescopi di oggi, quando ne avremo altri più potenti &#8211; nei prossimi dieci anni &#8211; arriveremo ancora più lontano”. L&#8217;esopianeta e&#8217; stato scoperto nel 2015 dal telescopio spaziale Kepler, mentre le osservazioni che hanno reso possibile l&#8217;individuazione di vapore acqueo sono state realizzate nel 2016 e nel 2017 con il telescopio <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=36157">Hubble</a>.</p>
<p>Gli scienziati considerano questa scoperta solo il primo passo che aiuta però a rispondere alla domanda: la Terra è unica? In effetti, ha rilevato Tinetti, “la nostra scoperta rende K2-18 b uno dei pianeti più interessanti per gli studi futuri”. Ad oggi, infatti, “sono stati rilevati oltre 4.000 pianeti extrasolari, ma non sappiamo molto sulla loro composizione e natura. Osservando un ampio campione di pianeti, speriamo di scoprire come si formano e come evolvono nella nostra galassia”. E&#8217; anche la prima volta che viene osservata l&#8217;atmosfera su un pianeta che si trova nella cosiddetta “zona abitabile”, ossia la zona compatibile con temperature che permettono l&#8217;esistenza di acqua allo stato liquido. Non si esclude che nell&#8217;atmosfera di K2-18 b possano esserci anche azoto e metano. Saranno necessarie ulteriori osservazioni per capire se ci sono nuvole e la percentuale di acqua presente nell&#8217;atmosfera.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57898" rel="attachment wp-att-57898"><img class="alignleft  wp-image-57898" title="superterra gj 357" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/superterra-gj-357-600x337.jpg" alt="" width="480" height="270" /></a>L&#8217;ultima scoperta in ordine di tempo è una nuova Super-Terra: forse è abitabile ed è vicina a noi. Il cacciatore di esopianeti Tess, il telescopio orbitante della Nasa, ha trovato un altro sistema planetario, stavolta davvero vicino a noi: tre esopianeti che ruotano attorno alla stella GJ 357, a soli 31 anni luce di distanza. E la cosa eccitante – fa sapere la Nasa – è che uno di questi, per l’esattezza GJ 357 d, è una Super-Terra potenzialmente abitabile.</p>
<p>I ricercatori hanno individuato il nuovo sistema planetario analizzando le scansioni del cielo effettuate da Tess a febbraio scorso. Tess, che utilizza il metodo del transito per scovare i possibili pianeti extrasolari, aveva registrato in un mese di osservazione un affievolimento periodico (ogni 3,9 giorni) della luce della stella GJ 357, una nana di tipo M che ha dimensioni e massa pari a circa un terzo di quelle del nostro Sole, ed è anche il 40% circa più fredda. Un indizio del fatto che un corpo celeste le orbitasse attorno. A quel punto sono intervenuti i telescopi da Terra, che hanno verificato l’effettiva presenza di campi gravitazionali. Il transito osservato era quello di GJ 357 b, che secondo gli esperti della Nasa dovrebbe essere un pianeta un po’ più grande della Terra (di circa il 22%) ma molto, molto più caldo (254°C) perché orbita a una distanza dalla sua stella 11 volte inferiore a quella che esiste tra Mercurio e il Sole. Una Terra calda, la definisce Enric Pallé dell’Istituto di Astrofisica delle isole Canarie e responsabile della ricerca, degna di nota come il terzo pianeta extrasolare roccioso conosciuto più vicino a noi.</p>
<p>Osservando meglio GJ 357, però, i ricercatori hanno scovato anche GJ 357 d. Una gradita sorpresa, visto che si tratta di un esopianeta che risiede al limite esterno della fascia abitabile del suo sistema e che potrebbe pertanto sostenere acqua in forma liquida. L’esopianeta avrebbe una massa circa 6 volte maggiore di quella della Terra e completa un giro attorno alla sua stella ogni 55,7 giorni, a una distanza pari al 20% di quella che esiste tra le Terra e il Sole. Composizione e dimensioni sono al momento sconosciute, ma se si rivelasse un pianeta roccioso dovrebbe essere da una a due volte più grande del nostro pianeta. Una super-Terra, insomma.</p>
<p>Il viaggio, come potete vedere, è solo all&#8217;inizio&#8230; occhi al cielo dunque!</p>
<h3>A cura della redazione</h3>
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		<title>ESPLORANDO LA VIA LATTEA: 6 MILIARDI DI TERRE E 36 CIVILTA&#8217; ALIENE</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Jun 2020 22:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalla fantascienza alla realtà]]></category>

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		<description><![CDATA[La Via Lattea sembra pullulare di pianeti come il nostro e pare che ci siano buone probabilità che diverse civiltà li popolino. All’interno dei confini della nostra galassia potrebbero esistere circa sei miliardi di pianeti simili alla Terra per conformazione, dimensioni, temperatura, pressione e altri parametri che contribuiscono a classificare il corpo all’interno della fascia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57704" rel="attachment wp-att-57704"><img class="alignleft  wp-image-57704" title="via lattea 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/via-lattea-1-600x362.jpg" alt="" width="480" height="290" /></a>La Via Lattea sembra pullulare di pianeti come il nostro e pare che ci siano buone probabilità che diverse civiltà li popolino.</p>
<p>All’interno dei confini della nostra galassia potrebbero esistere circa sei miliardi di pianeti simili alla Terra per conformazione, dimensioni, temperatura, pressione e altri parametri che contribuiscono a classificare il corpo all’interno della fascia di abitabilità. Questo, almeno, è quanto stabiliscono in un articolo pubblicato sulla rivista “The Astronomical Journal”, gli esperti dell’Università della Columbia Britannica, che hanno analizzato i dati della missione <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=36263">Kepler</a> della NASA per valutare e quantificare le possibilità che esistano pianeti come il nostro.</p>
<p>“Per ogni cinque stelle simili al Sole possiamo immaginare che esista un pianeta paragonabile alla Terra. Comprendere il modo in cui i pianeti evolvano nelle orbite attorno alle loro stelle potrebbe fornire informazioni preziose sulla loro formazione e aiutarci a ottimizzare le future missioni volte alla ricerca di esopianeti”, ha affermato Jaymie Matthews, astronomo presso l’Università della Columbia Britannica.</p>
<p>“Nella Via Lattea ci sono circa 400 miliardi di stelle, il sette percento delle quali può essere classificato di tipo G, come il nostro Sole. Questo significa che potrebbero esistere circa sei miliardi di sistemi in cui esiste un pianeta che rientra nella fascia abitabile”, ha continuato l’esperto.</p>
<p>“Abbiamo effettuato delle simulazioni per quantificare queste informazioni, confrontando un catalogo di probabilità con gli oggetti realmente rilevati. In questo modo siamo stati in grado anche di stabilire nuovi parametri considerati abitabili”, ha aggiunto Michelle Kunimoto, collega e coautrice di Matthews, precisando che il loro studio potrebbe rivoluzionare l’idea di abitabilità con cui consideriamo i pianeti oggi. “Studiando i dati raccolti dalla missione Keplero abbiamo analizzato le informazioni relative a circa 200mila stelle, scoprendo 17 nuovi esopianeti e confermando l’esistenza di molti corpi extrasolari già noti”, ha concluso l’esperta.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57705" rel="attachment wp-att-57705"><img class="alignright  wp-image-57705" title="via lattea 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/via-lattea-2.png" alt="" width="358" height="202" /></a>Ma non è tutto ovviamente. Se sono così tanti i pianeti abitabili, quante potrebbero essere le civiltà che li abitano?</p>
<p>Finora la Terra si è dimostrata unica nella sua capacità di ospitare la vita nell&#8217;universo, contribuendo a chiederci se siamo veramente soli. Ma forse non lo siamo. Comincia con questa supposizione un articolo della CNN in cui viene data notizia di un altro importante studio astronomico, pubblicato sempre sulla prestigiosa rivista scientifica “The Astronomical Journal” e condotto stavolta da un gruppo di esperti dell&#8217;Università britannica di Nottingham, coordinato da Christopher Conselice. Secondo gli scienziati, infatti, potrebbero esserci almeno 36 civiltà intelligenti attive e comunicanti nella nostra Via Lattea. Tuttavia, a causa del tempo e della distanza, potremmo non sapere mai se esistono o siano mai esistite.</p>
<p>I ricercatori si sono basati su un nuovo approccio, denominato Limite Copernicano dell&#8217;Astrobiologia, che applica la teoria dell&#8217;evoluzione su scala cosmica, calcolando il tempo medio necessario alla comparsa di una civiltà come quella umana. Calcoli precedenti, in quest’ambito, erano basati sull&#8217;equazione di Drake, proposta dall&#8217;astronomo e astrofisico Frank Drake nel 1961. “Drake sviluppò un&#8217;equazione che in linea di principio può essere usata per calcolare quante <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=36269">civiltà comunicanti extraterrestri intelligenti</a> (CETI) potrebbero essere presenti nella nostra galassia”, hanno scritto gli autori nel loro studio. “Tuttavia, molti dei suoi parametri sono a noi sconosciuti e altri metodi devono essere utilizzati per calcolare il numero probabile di civiltà comunicanti. La differenza chiave tra i nostri calcoli e quelli precedenti basati sull&#8217;equazione di Drake è che facciamo ipotesi molto semplici su come si sia sviluppata la vita”, ha detto Conselice, professore di astrofisica all&#8217;Università di Nottingham, proprio alla CNN. Entrando nei dettagli dello studio, gli scienziati ritengono che la distanza media di queste civiltà sarebbe di circa 17.000 anni luce. Un valore che renderebbe però molto difficile le comunicazioni, considerando le attuali tecnologie. “Utilizzando come limite la possibilità che una civiltà intelligente si sia sviluppata in circa 5 miliardi di anni, come sulla Terra che ha 4,6 miliardi di anni, i nostri calcoli indicano che nella nostra galassia dovrebbero già esserci 36 civiltà attive”, ha spiegato ancora Conselice. La stima tiene conto anche della capacità di un&#8217;eventuale civiltà avanzata di mandare nello spazio segnali della propria esistenza, radio o satellitari.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57706" rel="attachment wp-att-57706"><img class="alignleft  wp-image-57706" title="via lattea 3" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/via-lattea-3-600x399.png" alt="" width="480" height="319" /></a>L&#8217;ipotesi fatta nello studio è ambiziosa e affascinante, ma non tiene conto di alcuni aspetti. Innanzitutto, l&#8217;origine della vita sulla Terra: non sappiamo ancora come e quando sia apparsa”, ha spiegato in un’intervista all&#8217;Ansa, Barbara Cavalazzi, astrobiologa dell&#8217;Università di Bologna. “Inoltre, stimare quanti pianeti del Sistema Solare e della nostra galassia siano abitabili non è così semplice, poiché oltre alle condizioni fisiche e chimiche di sostenibilità e tolleranza per la vita, bisognerebbe conoscere cosa ha determinato il fiorire della vita. E questo non lo sappiamo, o almeno non ancora&#8221;. Ma le risposte al quesito “siamo soli nell&#8217;universo?”, che affascinano tutti e non solo gli addetti ai lavori, potrebbero comunque essere trovate presto, ad esempio “con le prossime <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=55464">missioni su Marte</a>, Exomars 2022 e Mars 2020, e le future missioni sulle lune <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=55569">Europa, Encelado e Titano</a>. Questo è sicuramente un momento affascinante e pieno di promesse per la ricerca della vita fuori dalla Terra&#8221;, ha concluso l’esperta.</p>
<p>E stiamo parlando per il momento della nostra Via Lattea e di probabili forme di vita simili alla nostra, a base carbonio&#8230; ogni altra via e possibilità rimane aperta!</p>
<h3>A cura della redazione</h3>
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		<title>XENOBOT, LA NUOVA FRONTIERA DELLA ROBOTICA</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Jun 2020 22:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalla fantascienza alla realtà]]></category>

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		<description><![CDATA[Arriva una nuova frontiera della robotica, non sono robot tradizionali né una nuova specie animale, ma un nuovo tipo di organismo programmabile: sono gli “xenobot”, i primi robot viventi, che devono il loro nome alla rana africana Xenopus laevis, le cui cellule embrionali sono state utilizzate per costruirli. Riassemblate con un supercomputer per compiere funzioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57569" rel="attachment wp-att-57569"><img class="alignleft  wp-image-57569" title="xenobot 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/xenobot-1-600x423.jpg" alt="" width="480" height="338" /></a>Arriva una nuova frontiera della <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=18">robotica</a>, non sono <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=48109">robot</a> tradizionali né una nuova specie animale, ma un nuovo tipo di organismo programmabile: sono gli “xenobot”, i primi robot viventi, che devono il loro nome alla rana africana <em>Xenopus laevis</em>, le cui cellule embrionali sono state utilizzate per costruirli. Riassemblate con un supercomputer per compiere funzioni diverse da quelle che svolgerebbero naturalmente, le cellule di rana hanno permesso di ottenere organismi che in futuro potrebbero viaggiare nel corpo umano per somministrare farmaci o ripulire le arterie, o ancora potrebbero essere rilasciati negli oceani come speciali spazzini per catturare le particelle di plastica.</p>
<p>Il risultato, pubblicato sulla rivista dell&#8217;Accademia americana delle scienze, “Pnas”, è il frutto della collaborazione tra gli informatici dell&#8217;Università del Vermont guidati da Sam Kriegman e Joshua Bongard e il gruppo di biologi dell&#8217;università Tufts e dall&#8217;Istituto Wyss dell&#8217;Università di Harvard, coordinati da Michael Levin e Douglas Blackiston.</p>
<p>E&#8217; la prima volta che vengono progettate delle macchine completamente biologiche. “Possiamo definirle robot viventi oppure organismi multicellulari artificiali, perché svolgono funzioni diverse da quelle naturali”, ha osservato Antonio De Simone, dell&#8217;istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant&#8217;Anna di Pisa.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57570" rel="attachment wp-att-57570"><img class="alignleft  wp-image-57570" title="xenobot 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/xenobot-2-600x337.jpg" alt="" width="480" height="270" /></a>Il primo passo per realizzare gli “xenobot” è stato utilizzare un algoritmo che ha permesso di progettare al computer migliaia di possibili robot viventi, i più promettenti dei quali sono stati selezionati.</p>
<p>Il secondo passo è stato prelevare le cellule staminali dagli embrioni di rana e lasciarle in incubazione perché si moltiplicassero, specializzandosi e dando così origine a tessuti di tipo diverso, come quelli di pelle e muscolo cardiaco.</p>
<p>I tessuti così ottenuti sono stati quindi manipolati utilizzando minuscole pinze ed elettrodi in modo da ottenere strutture completamente nuove rispetto a quelle programmate dalla natura e che, assemblate fra loro, hanno dimostrato di funzionare, di svolgere compiti determinati e di essere capaci di autoripararsi.</p>
<p>In questo modo, ha rilevato ancora De Simone, “i ricercatori hanno riprogrammato delle cellule viventi, <em>grattate</em> via da embrioni di rana, assemblandole in una forma di vita completamente nuova”, con forme e funzioni che non esistono in natura. Sostanzialmente, ha aggiunto, si tratta di “aggregati di cellule che interagiscono tra loro, comportandosi collettivamente in un modo complesso e diverso da quello che avrebbero naturalmente. Si tratta di comportamenti elementari, come muoversi insieme in una direzione o in cerchio”.</p>
<p>Il robot vivente così ottenuto ha lo stesso Dna della rana, ma non è affatto una rana: è una forma vivente riconfigurata per fare qualcosa di nuovo. La vera novità di questo lavoro, secondo De Simone, “è stata soprattutto utilizzare un algoritmo per generare il comportamento e l&#8217;evoluzione delle cellule”.</p>
<h3>A cura della redazione</h3>
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		<title>PRISTINE 221: UNA STELLA RARA</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2020 22:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalla fantascienza alla realtà]]></category>

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		<description><![CDATA[Con il naso sempre all&#8217;insù, ogni giorno gli astronomi riescono sempre più a far luce sullo spazio che ci circonda. Fra le ultime novità, e stata scoperta recentemente una rarissima stella, tra le più antiche mai osservate nella nostra galassia, che racconta l’inizio dell’Universo: la sua particolare composizione, povera di metalli e quasi totalmente priva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=57456" rel="attachment wp-att-57456"><img class="alignleft  wp-image-57456" title="stella rara 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/stella-rara-1-600x423.jpg" alt="" width="480" height="338" /></a>Con il naso sempre all&#8217;insù, ogni giorno gli astronomi riescono sempre più a far luce sullo spazio che ci circonda. Fra le ultime novità, e stata scoperta recentemente una rarissima stella, tra le più antiche mai osservate nella nostra galassia, che racconta l’inizio dell’Universo: la sua particolare composizione, povera di metalli e quasi totalmente priva di carbonio, mette addirittura in discussione le attuali conoscenze sul modo in cui si sono formati i primi astri. La scoperta, pubblicata sulla rivista “Monthly Notices”della Royal Astronomical Society, arriva dal progetto internazionale “Pristine”, guidato dall’Istituto Leibniz per l’astrofisica di Potsdam e dall’Università di Strasburgo, che va in cerca delle stelle più antiche della Via Lattea per capire l’Universo ai suoi albori.</p>
<p>Chiamata Pristine 221, la stella è tra le dieci più povere di metalli della nostra galassia ed è solo la seconda mai scoperta ad essere quasi del tutto priva di carbonio. “Gli scienziati hanno sempre pensato che il carbonio fosse un elemento necessario nella formazione stellare, perché raffredda e frammenta le nubi di gas nelle quali nascono”, spiega Pascale Jablonka del Politecnico di Losanna, uno degli autori dello studio, “ma ora &#8211; aggiunge &#8211; abbiamo due esempi di stelle povere di carbonio e quindi i modelli andranno rivisti”.</p>
<p>I ricercatori guidati da Else Starkenburg hanno utilizzato il Telescopio Canada-Francia-Hawaii, dell’osservatorio di Mauna Kea alle Hawaii, per eseguire una prima selezione delle migliori candidate che mostravano la giusta composizione. Successivamente si sono avvalsi dei telescopi del Gruppo Isaac Newton, alle Canarie, e dello European Southern Observatory in Cile, per analizzare le stelle nel dettaglio. “Si tratta di una scoperta molto importante”, commenta Jablonka, “che mette in discussione quello che sappiamo dell’Universo primordiale e delle prime stelle”.</p>
<p>Nello spazio profondo ci sono ancora molti mysteri&#8230;</p>
<h3>A cura della redazione</h3>
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