LE ORIGINI DELLE FIABE 03 – BARBABLU’… GILLES DE RAIS NELLA LETTERATURA

Se si digita “Gilles de Rais” sul proprio kindle, e magari ci si aggiunge qualche ricordo personale, più che il relativo numero di risultati rinvenuti (una modesta settantina), impressionerà la qualità generale degli artisti che gli hanno dedicato diverse pagine. Probabilmente ciò è da addebitare al fatto che Gilles è indubbiamente un mito moderno, alla stessa maniera di un dottor Jekyll e di mister Hyde, di un Tarzan o di un Frankenstein; la triste differenza, naturalmente, sta nel fatto che purtroppo non si tratta di un personaggio di fantasia. Lui incarna la figura dell’Orco, naturalmente. Per chi non lo sapesse, infatti, il signore di Tiffauges (forse 1404 – 1440) nel corso della sua fortunatamente breve esistenza si macchiò per puro piacere associato alla ricerca della pietra filosofale di almeno un centinaio di infanticidi, in un’epoca crudele durante la quale era fatto comune che un soldato uccidesse “de visu”, con le proprie mani e senza troppi problemi, donne e bambini. Citando alcuni degli autori che in qualche misura sono rimasti affascinati da de Rais terremo ben presente come ciascuno dei letterati e dei testi di cui parleremo brevemente ha sottolineato un evento o un momento più o meno ampio dell’esistenza tragica e multiforme del maresciallo, oppure lo ha preso a modello.

“Barbablù” è una fiaba trascritta da Charles Perrault nel XVII secolo e compresa ne I RACCONTI DI MAMMA OCA. “Benché essa avesse un tono evidentemente pedagogico, che ammoniva i lettori soprattutto a non lasciarsi guidare dalla smodata curiosità, la vicenda del sanguinario uxoricida nell’immaginario collettivo finì per essere presto associata all’idea del serial killer, al punto che quello di Barbablù divenne il soprannome che venne dato ad alcuni assassini seriali reali”. Come è evidente, “quella di Perrault fu un’operazione veramente temeraria trattandosi di un libro di favole per l’infanzia”.

Ernesto Ferrero nel suo BARBABLÙ – GILLES DE RAIS E IL TRAMONTO DEL MEDIOEVO “mette in relazione la figura fiabesca con Gilles de Montmorency-Laval, barone di Rais, detto appunto “Barbablù”. Secondo Ferrero, nel corso dei secoli si sarebbe giunti alla stesura della fiaba di Barbablù da parte di Perrault attraverso una trasfigurazione delle vittime della vicenda, perché ritenuta inenarrabile nei suoi termini reali agli uditori bambini, trasfigurazione a opera dei narratori popolari oppure dello stesso Perrault”.

De Sade, da parte sua, ne LA FILOSOFIA NEL BOUDOIR esemplerà la figura di Dolmancé proprio su Gilles e quest’ultimo, più in generale, sarà il tipico uomo sadiano ben presente in ogni suo testo – beninteso eliminandone tutti gli aspetti legati a magia rossa o nera e conservandone soltanto le tipiche caratteristiche del ricercatore di piaceri proibiti rigorosamente ateo.

“La figura di de Rais, ormai morta e sepolta da secoli, turberà addirittura, fino a trasformarsi in attrazione morbosa, Durtal, il protagonista de L’ABISSO di Joris-Karl Huysmans, impegnato in una ricerca su dottrina cristiana e satanismo. Lo scrittore, d’altro canto, metterà da parte tutti i soggetti tipici del romanzo moderno (adulterio, amore, ambizione ecc.) per scriverne la storia”, un po’ come – se mi è consentito il volo pindarico – alcuni personaggi dei racconti di Clive Barker dimenticano completamente gli interessi della loro esistenza perché irretiti da un’inspiegabile forza che li spinge verso tutto un altro orizzonte. Insomma egli aveva un interesse particolare e per nulla episodico nei confronti del barone, come testimonia per l’appunto GILLES DE RAIS, “testo nel quale lo scrittore ha modo di lasciar venire alla luce tutto il proprio interesse per il satanismo, la magia nera, l’alchimia e i sacrifici umani”. Nel ricostruirne le vicende, l’autore dirà che “il marchese de Sade non è che un timido borghese, che un misero eccentrico rispetto a lui”.

Anatole France seguirà il percorso del maresciallo con il fiabesco LE SETTE MOGLI DI BARBABLU’: “Il mio tentativo di riabilitazione, lo so, è destinato a cadere nel silenzio e nell’oblio. Che cosa può la verità fredda e nuda contro le scintillanti attrattive della menzogna?”. “France utilizza l’espediente della ricerca archivistica per compiere una ironica incursione nel mondo del racconto fantastico. Ispirandosi alla fiaba di Charles Perrault, […] ricostruisce le vicende di Barbablù sulla base di “documenti inediti”, che gli consentono di ribaltare letteralmente la morale della storia: il personaggio di Barbablù, figura esemplare del Mostro, diventa così una vittima innocente dell’astuzia femminile”.

Georges Bataille, da parte sua, “non ha pensato di discolpare Gilles de Rais. Gli piaceva nero, abominevole, scialacquatore e stupido. Mostruoso? Sì, ma proprio per questo vicino” (P. Descargues). La novità, ne IL PROCESSO DI GILLES DE RAIS, sta però altrove: “il vero e proprio mostro è dunque in questa stessa epoca: un mondo, una società, una classe. Questo ampliamento del processo e dell’atto d’accusa, le analisi socio-psicologiche che comporta, formano la parte più nuova dello studio e quella che provocherà più scalpore” (Y. Florenne).

A sua volta, Michel Tournier, l’autore del potente RE DEGLI ONTANI, attraverso GILLES E JEANNE “indaga l’esistenza del maresciallo prima e dopo la morte di Giovanna. Il romanzo inizia nel 1429 quando Giovanna d’Arco si presenta al castello di Chinon dove si è rifugiata la corte di re Carlo VII nella Francia invasa dagli anglo-borgognoni. Gilles de Rais viene nominato dal sovrano compagno d’armi della Pulzella: tra i due c’è una grande intesa, tanto che molti studiosi hanno stabilito una sorta di legame mistico tra i due. Alla morte di Giovanna, Gilles de Rais si ritira nel suo castello di Tiffauges dove inizia il suo viaggio verso il male che lo condurrà”, come Giovanna ma per motivi diametralmente opposti, al rogo.

Ancora, in maniera meno pittoresca e romantica, ma forse più acuta e razionale, gli dedica queste laconiche ed essenziali parole Guido Ceronetti ne IL SILENZIO DEL CORPO: “È probabile che se Gilles De Rais, al primo fermentare in lui della voglia di orgia e di strage, fosse stato messo in un asilo e invitato a fare dei “collages”, avrebbe avuto uno sfogo adeguato […] su quei “collages” straordinari ci sarebbero state discussioni senza fine. Sarebbe rinato artista, chi aveva in sé il seme di grandi crimini. Ma non avremmo saputo che li portava, come non sappiamo quanto crimine portassero, e affogassero nell’ergon [opera/lavoro] espiatore, certi grandi artisti che non finiscono di stupire”.

In RAISM, James Havoc (noto oltremanica anche come traduttore del manga ultraviolento ULTRA–GASH INFERNO), che più di ogni altro “esplora l’inferno psicologico della figura di Gilles de Rais”, lo descrive come “un mitico quasi-santo, sia di svilimento che di celebrazione, una figura che si appoggia su ginocchia di merda, ma nello stesso momento si sta aggrappando alle stelle. Il Gilles de Rais di Havoc, però, esiste anche al di là d’ogni struttura dicotomica; piuttosto, la sua rovinosa degradazione diventa proprio ciò che lo proietta verso la sua gloria. […] Havoc non tenta di descrivere Gilles de Rais in termini autobiografici; piuttosto ne traccia un immaginario ritratto poetico” di cui riportiamo qui un esempio degno di un Lautréamont o d’un Breton: “Conosco soltanto un’eterna espressione di carne nera tagliata, fiumi di cavalli di pietra, pianure alluvionate con bile di arcangeli; la velocità del desiderio, uova che bruciano in un cielo compresso da pendenti che pendono a loro volta, la beffa dei demoni intravisti in uno specchio di zolfo” (J. Sargeant).

Valerio Evangelisti (che fra l’altro iniziò la sua carriera intellettuale come storico, prima di essere il noto inventore dell’inquisitore Eymerich) con MATER TERRIBILIS ci offre uno spaccato dei momenti (anche intimi) durante i quali il barone si dedicò alla guerra contro gli inglesi facendolo dialogare e mettendolo in forma esplicita e implicita a confronto con Giovanna d’Arco, che fu realmente sua compagna d’armi durante la guerra dei Cent’anni. Una finzione ben organizzata e verosimile che ha il pregio della serietà storica di fondo. Il passo letterario di Evangelisti, infatti, non è mai più lungo della gamba dei fatti accertati e ricostruiti.

Infine, Gabriele Luzzini con IL PRIGIONIERO (racconto compreso in DI CORVI E DI OMBRE) mostra come nelle ultime ore della sua vita la luce sul patibolo, la salvezza dell’anima, potrebbe essere comparsa di fronte al maresciallo. Dice Luzzini a proposito della fonte di ispirazione del suo racconto: “Tutto nasce poiché, esaminando parte degli atti processuali [di de Rais], ho letto che gli fu impartita l’assoluzione, prima della pena capitale, per via della contrizione manifestata negli ultimi tempi per le azioni commesse”. Ultima dimostrazione del fatto che nessun gesto di questo Orfeo squartato dalle baccanti, o nessuna parte del corpo di questo maiale, a seconda di come si voglia interpretarne la figura, viene buttato via.

Gianfranco Galliano