SIMILI A NOI

“Io non ammetto la stupidità.
Noi l’abbiamo eliminata da un pezzo”

(“Ultimatum alla Terra” di Robert Wise)

Un disco volante atterra in pieno giorno e nel centro di Washington.
Il “mezzo astrale”, com’è subito definito, viene circondato da una compagnia militare munita di carri armati. Una lunga rampa appare nel fianco del disco e un umanoide coperto da una combinazione spaziale si presenta davanti agli stupiti e spaventati militari. Un gesto pacifico viene frainteso e una pallottola ferisce l’uomo delle stelle. Un gigantesco robot apparso alle sue spalle disintegra tutti i mezzi e tutte le armi senza però nuocere agli esseri umani. Comincia così “ULTIMATUM ALLA TERRA” di Robert Wise. Titolo italiano fin troppo rivelatore del più sibillino “The Day the Earth Stood Still”. La storia è molto liberamente tratta da un lungo racconto di Harry Bates dapprima pubblicato con il titolo “Uomo di carne, uomo d’acciaio” e successivamente come “Klaatu” (durante la lavorazione il film aveva il titolo originale del romanzo “Farewell to the Master” e poi “Journey to the World”). Una volta portato in ospedale e dopo aver parlato con il Segretario di Stato affinché riunisse tutti i Capi di Governo per cercare di mandare un messaggio a tutti i popoli della Terra e visti inutili i suoi sforzi, Klaatu (Michael Rennie), evade misteriosamente per poi essere successivamente braccato e ucciso dai militari. Il suo corpo, con l’aiuto di una donna che crede nella bontà delle sue azioni, viene portato sull’astronave dal robot Gort (nel romanzo si chiama Gnut) e riportato in vita. Klaatu può così lanciare il suo messaggio d’avvertimento ai popoli della Terra dicendo loro di smettere di usare l’energia atomica per le loro violenze. Possono unirsi in pace ai popoli delle stelle o continuare così ed essere distrutti. La decisione tocca a loro. Quindi riparte per il suo misterioso luogo di provenienza.

Molti alieni hanno visitato la Terra e certamente non sempre con intendimenti pacifici, anzi, verrebbe spontaneo affermare che il nostro pianeta è tra i più richiesti dell’universo conosciuto. Non è stato ancora occupato per varie e basilari ragioni che possiamo rapidamente enumerare così:

1) Quando tutti i nostri sistemi di difesa falliscono o ci pensano i germi del raffreddore a eliminare questi sconsiderati invasori o uno scienziato genialoide che in quattro e quattr’otto t’inventa l’arma definitiva.

2) Se i sistemi di cui al punto uno non funzionano ecco l’intervento di Madre Natura la quale usando alluvioni, terremoti e altre amenità del genere ti risolve la situazione.

3) Inutile impegnarsi tanto con sistemi così faticosi. Basta attendere. I terrestri sanno autodistruggersi perfettamente da soli, basta saper aspettare con pazienza. Il problema è che, per ora, essi hanno avuta fin troppa fortuna.

Klaatu, invece, pur portando un messaggio d’avvertimento, invita i terrestri a “unirvi a noi e vivere in pace”. Non capiterà spesso, come vedremo, perché gl’intendimenti della maggior parte dei visitatori spaziali sono di conquista, di distruzione e di massacro.

Cambiano solo i sistemi che possono essere palesi (La Guerra dei Mondi, La Terra contro i Dischi Volanti, Independence Day, Mars Attacks…) o subdoli, nascosti, (Invasione degli Ultracorpi, Assedio alla Terra, I Vampiri dello Spazio), ma lo scopo è sempre solo quello: impossessarsi del nostro ridente pianeta.

Quando Klaatu viene ucciso egli aveva fortunatamente istruito precedentemente Helen Benson (Patricia Neal) affinché andasse subito da Gort prima che questi iniziasse la sua opera distruttiva. Il compito della ragazza è quello di dirgli tre semplici parole passate alla storia del cinema di fantascienza: Klaatu Barada Nikto.

Uno studio linguistico e fantastico sul significato di questa frase può essere approssimativamente tradotto in questo modo: Ferma la rappresaglia e vieni a prendermi. La frase, come abbiamo detto, è diventata talmente famosa da apparire in uno striscione posto nell’ufficio di uno dei programmatori di “Tron” e da essere usata, anche se leggermente cambiata, dal protagonista de “L’armata delle tenebre di Sam Raimi.

Sappiamo poco di Klaatu, il suo mondo di provenienza, o meglio il suo luogo di provenienza, dato che non è detto che si tratti di un pianeta, sta a quattrocento milioni di chilometri dalla Terra (nella versione originale 250 milioni di miglia). Lo dichiara lui stesso.

Il fatto è che, a quella distanza, non esiste nessun pianeta perciò verrebbe da pensare o che si tratti di un mondo ancora da scoprire, il che sembra assurdo, o di una stazione spaziale artificiale o naturale, collocata, per esempio, nella fascia degli asteroidi. Klaatu parla anche di altri mondi, forse questi pianeti abitati sono in altri sistemi solari e il nostro alieno potrebbe quindi provenire da una base avanzata di questa “Fratellanza Cosmica”, la quale ricorda molto da vicino la “Federazione” di Star Trek e il suo compito è quello di controllare ciò che accade sul nostro strano pianeta. Un’altra cosa che avvicina il film di Robert Wise alla creatura di Gene Roddenberry è che gli alieni decidono di prendere contatto con i terrestri solo per il fatto che, grazie all’energia atomica, saranno presto in grado di costruire delle navi astrali. Un poco come la Federazione la quale prende contatto con nuovi mondi solo quando questi riescono a realizzare motori a velocità curvatura.

Nella prima stesura si era deciso che Klaatu venisse da Marte o da Venere ma poi l’idea fu abbandonata perché la cosa non sembrava credibile, nonostante le scarse cognizioni astronomiche di allora.

Inizialmente la parte fu offerta a Spencer Tracy ma il produttore Zanuck considerò che l’elmetto di Klaatu non sarebbe bastato a coprirgli il volto nelle scene iniziali e, incredibilmente, non potevano ingrandirlo. Per Claude Rains ci fu lo stesso problema ed era inoltre impegnato altrove. Michael Rennie entrava perfettamente nel casco e aveva già dimostrato a teatro la sua bravura. I tratti del suo viso erano abbastanza particolari anche se perfettamente umani. Rennie (1909 – 1971) era un attore inglese e questo fu il suo primo (e migliore) film americano. Presterà la sua maschera anche in “Mondo Perduto” e “Cyborg  Anno 2087…”.

Nei panni di Gort c’era Lock Martin, un usciere di un teatro di Hollywood, scelto perché era molto alto. Furono realizzate due tute dell’automa: una per le riprese davanti e un’altra curata nei particolari per le riprese da dietro. Inoltre fu costruito un modello rigido in fibra di vetro per quando il robot stava immobile come, per esempio, nella scena della risurrezione e nelle sequenze finali. Il raggio mortale, dipinto sul fotogramma, partiva dal visore del robot, un modello costruito a parte per quest’inquietante sequenza.

“La difesa che cerchi non esiste.
Potrai nascondere il tuo corpo
ma io troverò sempre la tua mente…”

(“Il Vampiro del Pianeta Rosso” di Roger Corman)

Invasione subdola, nascosta. Noi siamo solo fonte di cibo per questi esseri (La Cosa da un altro Mondo), il loro territorio di caccia (Predator). Fantascienza e orrore uniscono i loro generi, spazzano via la magia, il fantastico e il demoniaco per tentare di dare una spiegazione razionale a questi esseri assetati di sangue: sono alieni.

Un modo di essere alieno ben diverso da quello tipico, magico, lugubre e anche disperato di Dracula, un mondo devastato dalle guerre atomiche contro il devastante e putrescente mondo dei morti. Hanno in comune l’odio per la luce del Sole, ma in più uccidono e ipnotizzano con lo sguardo, il suono violento li uccide, non usano i canini acuminati ma normali siringhe ipodermiche. Si parlano con la mente, si teletrasportano da un mondo all’altro e spietatamente usano gli esseri umani come cavie per salvare il loro mondo. Paul Johnson (Paul Birch) è l’emissario del pianeta Devanna, un mondo misterioso che, nella versione italiana, diventa il pianeta Marte.

Il suo compito è quello di mandare, tramite il teletrasporto, delle cavie umane nel suo pianeta per sperimentare la bontà del sangue terrestre (come fosse vino d’annata) in modo da poter invadere la Terra e usare i “subumani”, cioè noi, come fonte di cibo, Non sarà la prima volta che il popolo del terzo pianeta sarà trattato come un freezer (V-Visitors fra tutti) spaziale ma è la prima volta, comunque, che l’unione di due generi diversi partorirà un prodotto diverso dalle solite storie di fantascienza o d’orrore.

Johnson non riesce nel suo compito e il suo corpo viene quindi sepolto sotto un’enigmatica lapide sulla quale è scritto: Qui giace un essere che non era di questa Terra. Ed è forse questa la cosa più incredibile perché nella realtà (“E.T” e “Starman” docet) non vige certamente del rispetto per un visitatore spaziale; non c’è l’onorevole sepoltura ma un posto sul tavolo operatorio per la vivisezione. Il finale è aperto perché, mentre i due protagonisti si allontanano, si vede arrivare a distanza un’altra creatura in tutto e per tutto simile all’alieno appena sconfitto. L’importanza di questa pellicola sta praticamente tutta nel suo regista: Roger Corman. Non si può, a tutt’oggi, prescindere tra il Corman regista e il Corman produttore tanto le due carriere sono così indissolubilmente legate. Inizia a girare pellicole in proprio quando resta disgustato da come è stato portato sullo schermo un suo soggetto perciò, nel 1935, fonda la sua casa di produzione e, nel 1954, debutta come regista affidando la distribuzione delle sue pellicole alla nascente American International Pictures di James Nicholson e Samuel Z.Arkoff.

Nel periodo in cui realizza “IL VAMPIRO DEL PIANETA ROSSO” (Not of This Earth), si cimenta in altre 22 pellicole percorrendo, in pratica, tutti i generi cinematografici, dalla fantascienza, al poliziesco, dal fantastico  al western. Poi, negli anni ’60, entra a far parte della storia del cinema dell’orrore con il ciclo di film tratti da racconti di Edgar Allan Poe, facendo passare per Poe anche un H.P.Lovercraft (La Città dei Mostri). Infine vende la sua casa di produzione e ne crea un’altra che si occupa anche di distribuzione tornando alla regia nel 1990 con “Frankenstein oltre le Frontiere del Tempo” liberamente tratto da un romanzo di Brian Aldiss. Il suo metodo di lavoro è quantomeno innovativo perché Corman dà ampio spazio ai registi esordienti, cosa che peraltro ha sempre fatto, lasciandogli girare un film a basso budget e usando al massimo attori noti al tramonto ma che servono comunque da richiamo per lo spettatore.

Il mondo di Roger Corman è tutto nei suoi film: la velocità di realizzazione, la povertà dei mezzi usati camuffata però da un’ingegnosità che ricorda molto da vicino quella dei registi nostrani costantemente alle prese con i problemi di budget. Un bollitore che soffiava vapore e bucherellato ad hoc è “Il Mostro dai Mille Occhi”, il giardino di un hotel è la foresta nella quale si aggirano i mostri in “Il Mostro del Pianeta Perduto”, o la creatura mossa dalle sue stesse vittime in “Il Conquistatore del Mondo”.

Si potrebbe dire in certi casi che Roger Corman è il successore di Ed Wood ma la distanza che li distingue è abissale sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista imprenditoriale e organizzativo.

Raramente delle scene girate non erano inserite poi nella pellicola ma questo è successo proprio in “Il Vampiro del Pianeta Rosso” dove Paul Birch, opportunamente fotografato, entrava volando da una finestra. La scena suscitò talmente l’ilarità del pubblico che assistette alla prima che Corman ritenne opportuno tagliarla così come non ebbe la possibilità economica di inserire un “cane alieno” dato che non aveva soldi a disposizione per noleggiare un cane e nemmeno per truccarlo.

Eppure, nonostante quest’esigua povertà di mezzi, sia questo film sia altri, realizzati praticamente con la stessa troupe e quasi con lo stesso gruppo di attori,  furono considerati delle icone del cinema fantastico e di fantascienza e ancora oggi sono citati e imitati attraverso ben più costosi remake che non riescono pur tuttavia ad avvicinarsi minimamente agli originali.

E’ il caso, proprio, del film di Corman, rieditato, nel 1995 con il titolo “UN KILLER DALLO SPAZIO” (Not of this Earth) di Terence H.Winkless, apparso da noi, almeno fino a ora, solo nel circuito televisivo: il film ci mostra, nei panni dell’alieno che furono vestiti da Paul Birch, un poco attendibile Michael York, per il resto la trama è quasi la stessa con il nostro alieno che deve sottoporsi continuamente a trasfusioni di sangue umano.

Giovanni Mongini