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	<title>La zona morta &#187; Arcana</title>
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		<title>I MISTERI DEL CASTELLO DI STIRLING</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Sep 2024 22:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Stirling Castle è un castello che si erge solenne, immenso e suggestivo nel cuore degli imponenti colline scozzesi  alle porte  delle Highlands. Questa arcaica rocca custodisce una storia ricca di eventi cruciali per la storia scozzese. La sua origine si fa risalire al XII secolo circa. Grazie alla sua posizione strategica poteva controllare le vie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=72856" rel="attachment wp-att-72856"><img class="alignleft size-full wp-image-72856" title="castello di stirling 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/castello-di-stirling-1.jpg" alt="" width="262" height="192" /></a>Stirling Castle è un castello che si erge solenne, immenso e suggestivo nel cuore degli imponenti colline scozzesi  alle porte  delle Highlands. Questa arcaica rocca custodisce una storia ricca di eventi cruciali per la storia scozzese. La sua origine si fa risalire al XII secolo circa. Grazie alla sua posizione strategica poteva controllare le vie di comunicazione. Le sue poderose  mura narrano di  storie di epiche battaglie e lunghi assedi che hanno forgiato la Scozia antica e il destino di un popolo fiero e ribelle, quello scozzese.</p>
<p>Questa maestosa e  imponente rocca si inerpicata su una collina che domina la omonima città e le vallate circostanti. Il mastio è stato teatro per secoli di congiure, misteri e segreti. Durante le guerre d’indipendenza scozzesi, essa ebbe un ruolo di primo piano, diventando  il simbolo per eccellenza  della resistenza contro la dominazione inglese. William Wallace e Robert de Bruce  furono, senza dubbio, gli artefici ed eroi della resistenza scozzese  e con la celebre Battaglia di Stirling Bridge, guidata appunto da William Wallace, si ricorda una delle vittorie più significative della Scozia. Si narra che nelle notti di luna piena dall’antico sito dove sorgeva lo Stirling Brige si vedano strani bagliori e si odano rumori come di battaglia. Alcuni sostengono che il monumento eretto in onore di William Wallace sia meta del fantasma dello stesso.</p>
<p>Tra le tante leggende fiorite intorno al  Castello di Stirling quella della Dama Verde è sicuramente una delle più suggestive. Si legge sul sito “<a href="https://epochedistoria.altervista.org/dal-medioevo-al-xxi-secolo/" target="_blank">Dal Medioevo al XXI secolo</a>”:  “Questo spirito enigmatico è stato descritto nel corso dei secoli come un’apparizione leggiadra avvolta in un mantello verde smeraldo.</p>
<p>La storia narra che molti anni fa, durante un’era di conflitti e battaglie, il castello era abitato da un coraggioso cavaliere di nome Sir Malcolm. Era un uomo di rettitudine e onore, rispettato da tutti coloro che lo conoscevano. Tuttavia, la sua vita cambiò drasticamente quando un giorno arrivò al castello una misteriosa dama vestita di verde smeraldo. La Dama Verde era di una bellezza straordinaria, con occhi profondi come le foreste circostanti e capelli scuri che sembravano catturare i raggi del sole. Portava con sé un’aura di magia e mistero che affascinò immediatamente Sir Malcolm. I due trascorsero molto tempo insieme, passeggiando nei giardini del castello e condividendo segreti che solo il vento avrebbe potuto portare via”.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=72857" rel="attachment wp-att-72857"><img class="alignright size-medium wp-image-72857" title="castello di stirling 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/castello-di-stirling-2-300x157.jpg" alt="" width="300" height="157" /></a>Esploriamo insieme il mistero di questa figura enigmatica, esaminando le origini della leggenda, le possibili spiegazioni e l’impatto culturale che ha avuto nel corso dei secoli. La Dama Verde è diventata famosa per le sue profezie. “Si narra che abbia previsto con precisione eventi chiave, come la morte di importanti figure storiche e l’esito di battaglie cruciali. Le sue visioni hanno offerto speranza e ispirazione al popolo scozzese. Secondo la leggenda, la Dama Verde appare di solito nei momenti di crisi o di grande importanza nazionale. Le testimonianze di incontri con questa figura sovrannaturale sono state riportate da re, regine e soldati”.</p>
<p>Ma chi era veramente questa misteriosa Dama?</p>
<p>“Nel corso dei secoli, sono emerse diverse teorie sulla vera identità della Dama Verde. Alcuni suggeriscono che fosse una sacerdotessa celtica che possedeva doni di chiaroveggenza. Altri la vedono come un simbolo della connessione della Scozia con la natura e lo spirito del paese. Una teoria affascinante suggerisce che la Dama Verde fosse una sorta di guardiana dell’equilibrio tra il mondo degli spiriti e quello umano. Le sue profezie avrebbero avuto lo scopo di mantenere l’armonia tra queste due dimensioni. C’è anche chi crede che la Dama Verde fosse un’entità mitica, una rappresentazione dell’anima stessa della Scozia. La sua figura sarebbe stata un modo per personificare la forza e la resilienza del popolo scozzese nei momenti difficili.</p>
<p>La leggenda della Dama Verde è radicata nell’antica storia di Stirling Castle, risalente a secoli fa. Si narra che una giovane donna, nota come la Dama Verde, sia apparsa agli abitanti del castello durante periodi di turbolenza e incertezza. Vestita in abiti verdi scintillanti e circondata da un’aura di mistero, la Dama Verde è stata vista sia come presagio di eventi futuri che come messaggera di speranza.</p>
<p>Tuttavia, tornando all’origine della leggenda, la felicità di Sir Malcolm e della Dama Verde fu destinata a essere effimera. Una notte, mentre una luna piena illuminava il cielo, la Dama Verde confessò a Sir Malcolm di essere una creatura delle fate, legata al mondo magico che coesiste con quello umano. Le sue parole erano un misto di tristezza e speranza, poiché rivelò che il suo tempo nel mondo degli uomini stava per finire e che presto sarebbe dovuto tornare nel regno fatato. Sir Malcolm si ritrovò diviso tra l’amore che provava per la Dama Verde e l’inevitabilità del suo destino. Tentò disperatamente di trovare un modo per impedirle di partire, ma le leggi del mondo magico erano insormontabili. La notte in cui la Dama Verde dovette tornare nel suo regno arrivò rapidamente, e i due amanti si trovarono di fronte a una dolorosa separazione.</p>
<p>La leggenda narra che, mentre la Dama Verde si allontanava attraverso un velo di luce dorata, le sue ultime parole furono di amore eterno per Sir Malcolm. In quel momento, i giardini del castello si riempirono di fiori verdi mai visti prima e l’aria sembrava essere intrisa di magia.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-72858" title="castello di stirling 3" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/castello-di-stirling-3.jpg" alt="" width="249" height="203" /></p>
<p>Da allora, il Castello di Stirling è stato associato alla storia della Dama Verde. Si racconta che ogni anno, durante la notte di luna piena in cui la Dama Verde tornò nel suo mondo, l’atmosfera si impregna di una presenza magica. Alcuni visitatori hanno affermato di aver intravisto una figura vestita di verde passeggiare tra gli alberi, con uno sguardo malinconico e un sorriso etereo.</p>
<p>Il racconto della Dama Verde di Stirling Castle continua a ispirare e affascinare, mescolando il mondo reale con quello fantastico delle fate e dei misteri irrisolti. Le colline delle Highlands custodiscono ancora i segreti di questo antico castello… La Dama Verde è diventata parte integrante della cultura scozzese. Le sue profezie e il suo legame con Stirling Castle sono celebrati attraverso opere d’arte, poesie e racconti tramandati di generazione in generazione”. <span style="color: #0000ff;"><strong>(1)</strong></span></p>
<p>Questa leggenda ricorda da vicino quella di Angizia, maga-dea abruzzese che dimorava nel lago del Fucino aiutando gli antichi Marsi di cui era anche protettrice. Quando la sua “casa” fu prosciugata dai Torlonia, la si vedeva spesso piangere sulle anche sponde del Fucino e quando si palesava agli uomini, ogniqualvolta c’era un disastro incombente sulle sue genti.</p>
<h3>Nicoletta Camilla Travaglini</h3>
<p><span style="color: #ffff00;"><strong>NOTE</strong></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><strong>(1)</strong></span> <a href="https://epochedistoria.altervista.org/la-dama-verde-di-stirling-castle-unaffascinante-leggenda-scozzese/" target="_blank">https://epochedistoria.altervista.org/la-dama-verde-di-stirling-castle-unaffascinante-leggenda-scozzese/</a></p>
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		<title>LA STORIA DI MOLI E LISE</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Sep 2024 22:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’era una volta un giovane pastore di nome Moli a cui piaceva tanto ballare, cantare e suonare la zampogna. Moli era un giovane allegro e spensierato, che con il suo gregge si spostava da un posto a un altro conoscendo sempre gente nuova. Un giorno, il pastore, mentre si spostava lungo il tratturo si fermò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=72826" rel="attachment wp-att-72826"><img class="alignleft size-medium wp-image-72826" title="moli e lise" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/moli-e-lise-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a>C’era una volta un giovane pastore di nome Moli a cui piaceva tanto ballare, cantare e suonare la zampogna.</p>
<p>Moli era un giovane allegro e spensierato, che con il suo gregge si spostava da un posto a un altro conoscendo sempre gente nuova. Un giorno, il pastore, mentre si spostava lungo il tratturo si fermò in un paesino, vide una giovane pastorella molto belle e dolce e se ne innamorò ricambiato.</p>
<p>Questa fanciulla di nome Lise, era sordomuta e così non poteva udire la voce del suo Moli. Venne il giorno in cui Moli dovette partire e a malincuore lasciò la sua Lise per andare in Puglia, ultima tappa del suo viaggio.</p>
<p>Lungo il cammino Moli decise di scrivere tutte le canzoni che conosceva per ribadire il suo amore verso la ragazza e così cammin facendo l’uomo arrivò alla sua meta… ma un violento temporale lo costrinse a fermarsi sotto un albero!</p>
<p>Scelta poco oculata, in quanto un fulmine si abbatté sull’albero dove si era riparato il giovane pastore spaccandosi in due tronconi, di cui uno cadde sopra lo sventurato giovane…</p>
<p>Il giorno seguente gli amici di Moli si preoccuparono non vedendolo arrivare e subito si misero alla sua ricerca che… purtroppo diede esito negativo, finché non lo trovarono morto sotto l’albero. Vicino al giovane, però, trovarono i suoi diari pieni zeppi di canzoni dedicate alla sua Lise e la sua inseparabile zampogna.</p>
<p>Gli amici dello sfortunato Moli presero i suoi scritti e decisero di portali a Lise come testimonianza del grande amore che il giovane pastore nutriva per lei.</p>
<p>Arrivarono al paese di Lise, ma non la trovarono e così diedero alla madre gli scritti del giovane pastore.</p>
<p>La madre di Lise, non volendole dare un dolore, buttò i diari in un pozzo. Per Lise il tempo passava lento e inesorabile e non riusciva a capire perché Moli non tornasse. Un giorno era particolarmente assetata e andò a dissetarsi con un sorso d’acqua del pozzo che custodiva i diari del defunto pastore e… improvvisamente le parve di udire la voce del suo Moli che cantava solo per lei. Al secondo sorso iniziò a cantare canzoni che non aveva mai udito, ma che conosceva a memoria.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=72827" rel="attachment wp-att-72827"><img class="alignright size-full wp-image-72827" title="Confini_del_Molise-var" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Confini_del_Molise-var.png" alt="" width="260" height="232" /></a>Da quel giorno la giovane Lise riacquistò la voce e l’udito e iniziò a viaggiare per le terre dove era vissuto il suo Moli, cantando le canzoni che il giovane pastore aveva scritto per lei. Passarono gli anni e anche per Lise, instancabile nel suo vagare, giunse la sua ora… e così riuscì a ricongiungersi finalmente al suo Moli.</p>
<p>Gli abitanti dal Matese all’Adriatico, dal Trigno al Fortore rimasero colpiti ed emozionati da questa meravigliosa storia d’amore e così vollero chiamare quelle terre Molise, in onore proprio dei due sfortunati amanti.</p>
<h3>Nicoletta Camilla Travaglini</h3>
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		<title>LA PRINCIPESSA TRISTE</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Aug 2024 22:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’era una volta un castello magico costruito sul mare con tante torri merlate e tanti tetti colorati. Esso pareva quasi costruito nel cielo e appoggiato su un caleidoscopico, meraviglioso e colorato arcobaleno. Questo maniero era così incantevole che pareva di cristallo: era stupendo, enorme e brillante a tal punto che le sue pareti riflettevano i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=72621" rel="attachment wp-att-72621"><img class="alignleft size-medium wp-image-72621" title="ortona 1 la spiaggia" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/ortona-1-la-spiaggia-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>C’era una volta un castello magico costruito sul mare con tante torri merlate e tanti tetti colorati. Esso pareva quasi costruito nel cielo e appoggiato su un caleidoscopico, meraviglioso e colorato arcobaleno.</p>
<p>Questo maniero era così incantevole che pareva di cristallo: era stupendo, enorme e brillante a tal punto che le sue pareti riflettevano i colori dell’arcobaleno che si specchiavano sul mare che circondava questo incantata magione.</p>
<p>In questo meraviglio castello viveva una dolce principessa, giovane, esile e delicata e il suo nome era Ornella. Questa bella, giovane principessa era, ahinoi, sempre sola e un po’ riservata e schiva, e forse anche un po’ malinconica. Passava le sue giornate a guardare il mare dal quale sembra affascinata. I giorni passavano inesorabili, lunghi, noiosi e tristi, e con la preoccupazione del Re e della Regina che vedevano la loro Ornella sempre più sola, malinconica e infelice.</p>
<p>Era un giorno di maggio quando la principessa, guardando dalla finestra della sua stanza vide, all’orizzonte, una magnifica nave al cui comando c’era un bellissimo giovane. Essa si fermo nel porto del castello e la giovane donna  subito si innamorò di questo misterioso marinaio. Quella sera la principessa triste, che ora non era più triste, si stava preparando per partecipare al ballo di corte dove avrebbe finalmente conosciuto il suo marinaio. La serata trascorreva tranquilla, spensierata, tra balli, tavole imbandite e tante tante allegre risate. A un certo punto entrò la principessa che era semplicemente meravigliosa con il suo abito azzurro che sembrava quasi fatto dalle onde del mare e tutti rimasero stupiti dalla bellezza di Ornella. Il marinaio, che in realtà era un principe, chiese al re di poterla sposare… ma il re offeso dalle parole del principe lo cacciò via. Il principe sparì nella notte con la sua nave dicendo a Ornella: “Tornerò presto a prenderti e vivremo per sempre felici e contenti!”.</p>
<p>Purtroppo non fu così perché il principe non tornò più e Ornella sempre più preoccupata e disperata gridava dal ponte: “Torna, torna da me!”.</p>
<p>Nessuno rispose mai alla sua preghiera e così  Ornella un giorno si buttò in  acqua per raggiungere il suo principe e, dopo averlo raggiunto in fondo al mare, vissero felici e contenti per sempre.</p>
<p>Nelle notti di tempesta si sente ancora il vento cantare la canzone di Ornella che dice: “Torna!” mentre, il giorno dopo la tempesta, la spiaggia vicino al castello della principessa triste è piena di bellissimi fiori colorati come l’arcobaleno che sorregge il castello incantato.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=72622" rel="attachment wp-att-72622"><img class="alignright size-medium wp-image-72622" title="ortona 2 il castello" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/ortona-2-il-castello-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Questa è la versione romanzata di una delle tante leggende che alleggiano sul Castello di Ortona ridente località marina in Abruzzo nota per il suo castello sul mare e perché nella chiesa di San Tommaso Apostolo sono custodite le preziose reliquie del Santo. La vera leggenda del castello aragonese di Ortona racconta, purtroppo, una storia diversa da quella qui narrata e infatti si legge su <a href="https://storieinspiegabili.odisseaquotidiana.com/search/label/Abruzzo" target="_blank">https://storieinspiegabili.odisseaquotidiana.com/search/label/Abruzzo</a>:</p>
<p><span style="color: #ffff00;"><strong>La Leggenda della Ritorna di Ortona</strong></span></p>
<p>“C’era una volta una giovane principessa che viveva nel Castello Aragonese di Ortona, era molto amata dai suoi genitori e benvoluta dalla corte e dal popolo per la sua grazia e la sua generosità. E proprio il mare è il protagonista della leggenda della bella principessa amata dal popolo: si racconta che un giorno al porto di Ortona approdò una nave e il capitano, un ricco mercante, fu accolto alla corte del re; l’uomo portava con sé prodotti esotici provenienti da tutto il mondo. Il mercante conobbe la bellissima figlia del sovrano, se ne innamorò perdutamente e da lei fu subito ricambiato, fu un colpo di fulmine, ma senza lieto fine, perché questa non è una storia d’amore, è un racconto strano e misterioso, pertanto serve un ostacolo che sbarri la strada ai due innamorati.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=72623" rel="attachment wp-att-72623"><img class="alignleft size-full wp-image-72623" title="ortona 3 lo scoglio" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/ortona-3-lo-scoglio.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a>Il Re non aveva assolutamente intenzione di dare la sua unica figlia in sposa a un lupo di mare, un avventuriero, ma, non volendo mancargli di rispetto, né ferire la sua giovane figlia, gli propose una sfida impossibile da superare. Promise infatti al mercante di concedergli la mano della figlia solo se gli avesse portato in dono qualcosa di unico, mai visto prima in quelle terre e straordinario. Il mercante, molto sicuro di sé, partì immediatamente promettendo di tornare al più presto. Passarono i giorni, che diventarono prima settimane e poi mesi, ma del mercante non si ebbero notizie: tutte le mattine la fanciulla si sedeva su uno scoglio davanti al porto e da li guardava il mare aperto, sperando nel ritorno del mercante; i pescatori di passaggio la sentivano piangere e invocare: “Ritorna, ritorna…” e da quel giorno lo scoglio fu soprannominato “la Ritorna”.</p>
<p>Il mare allora, mosso a compassione dalle grida strazianti della ragazza, avendo pietà di lei, decise di mostrarle la verità. Si racconta che una notte un’onda avvolse la principessa e la portò sui fondali, dove giaceva il corpo senza vita dell’amato. La mattina successiva dal mare affiorarono dei bauli pieni di frutti mai visti prima, erano verdi e tondi e venivano chiamati Cervelli di Scimmia o Arance degli Osagi e si diceva che chi ne avrebbe mangiato sarebbe stato in grado di compiere imprese impossibili. Questo era lo straordinario dono per il Re di Ortona. Della principessa non se ne seppe più nulla, ma ancora oggi, presso il Castello di Ortona, i pescatori giurano di udire i lamenti di una giovane donna nelle notti di burrasca”.</p>
<h3>Nicoletta Camilla Travaglini</h3>
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		<title>LE FATE DI ROCCAMANDOLFI</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Jul 2024 22:00:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Roccamandolfi è un ridente paesino del Molise, nelle vicinanze di Isernia. Fu un tenimento Longobardo ed era parte della Contea di Bojano; con i Normanni il borgo venne poi aggregato alla Contea di Molise. I signori di Roccamandolfi furono i conti di Pannone (poi diventato Pandone). Nel 1195 nel maniero di Roccamadolfi trovò rifugio Ruggero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=72533" rel="attachment wp-att-72533"><img class="alignleft size-medium wp-image-72533" title="roccamandolfi 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/roccamandolfi-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=68269">Roccamandolfi</a> è un ridente paesino del Molise, nelle vicinanze di Isernia. Fu un tenimento Longobardo ed era parte della Contea di Bojano; con i Normanni il borgo venne poi aggregato alla Contea di Molise. I signori di Roccamandolfi furono i conti di Pannone (poi diventato Pandone).</p>
<p>Nel 1195 nel maniero di Roccamadolfi trovò rifugio Ruggero di Mandra, conte di Molise, il quale successivamente contrastò nei limiti del possibile l&#8217;assedio del castello da parte delle truppe imperiali di Federico II, finché non fu costretto ad arrendersi. Nel 1220 lo stesso sovrano ordinò la distruzione della fortezza che poteva rappresentare un pericolo per il proprio potere. Ma Tommaso da Celano, conte di Molise, disubbidì a Federico II e cominciò la eroica difesa del castello insieme alla sua famiglia. Una notte il conte uscì dalla rocca per riprendersi il castello di Celano lasciando il maniero nelle mani della moglie Giuditta, che nonostante la stenua e disperata difesa dovette però arrendersi nel 1223. La Rocca Maginulfi fu così distrutta dal conte di Acerra, Tommaso I d’Aquino, per volere del re. Il borgo fu riedificato più a valle dove sorge oggi l’odierna Roccamandolfi. L&#8217;etimo del nome è di origine longobarda, e cioè, Rocca di Maginulfo.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=72534" rel="attachment wp-att-72534"><img class="alignright size-medium wp-image-72534" title="roccamandolfi 3" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/roccamandolfi-3-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a>Si legge su <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Roccamandolfi" target="_blank">Wikipedia</a>: “Nel paese di Roccamandolfi fino agli anni Sessanta si praticava la <em>pesatura del corpo in cambio della grazia</em>, usanza di origine orientale che ricorda alcune tradizioni medio-orientali, ma anche al tempo stesso la pesatura del cuore dei morti da parte del Dio Anubi nella cultura egizia antica.</p>
<p>Nella piccola Chiesa dei Santi, in cui si venera ancora oggi, tra gli altri, San Donato Vescovo d’Arezzo, si pesava un bambino o chiunque richiedeva la guarigione al Santo e in cambio di questa gli si offriva una quantità di grano o di cereali pari al peso della persona che aveva bisogno dell’intervento miracoloso. La pratica serviva più spesso per cercare di curare le malattie che un tempo era impossibile “tenere a bada” in alcun modo, tra cui ricordiamo l’epilessia.</p>
<p>La ricerca affannosa del popolo per curare questi disturbi ha fatto sì che i tutti i mali incurabili e dalle origini poco chiare vengano ancora oggi dette in dialetto (roccolano ma anche nel resto del Molise): “lə malə də Sandə Dənàtə” ossia “il male di San Donato”.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=72535" rel="attachment wp-att-72535"><img class="alignleft size-medium wp-image-72535" title="roccamandolfi 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/roccamandolfi-2-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a>Il Santuario di San Liberato è invece un tempietto ricavato nell’abside della Chiesa di San Giacomo Maggiore, ma attualmente l’intero edificio sacro è considerato sia “Santuario di San Liberato” che “Chiesa di San Giacomo il Maggiore”, in cui sono conservate, quindi, anche alcune reliquie del Santo Apostolo”.</p>
<p>Tra le tante leggende che sono fiorite intorno al maniero di Roccamandolfi ce n’è una in particolare che racconta che all’interno del castello vivessero le fate che poi si trasferirono nei boschi circostanti il castello. Pare che i signori della rocca praticassero lo “Jus primae noctis” cioè “il Diritto della Prima Notte”: così, una di queste donne che doveva subire questa orribile legge, prima di entrare nelle stanze del signore del castello, si buttò dalle mura del castello pur di non subire l’onta di tale costume, ma… la donna venne salvata, prima di stramazzare al suolo, dalle fate diventando alla fine una di loro!</p>
<p>Si racconta che nelle notti di luna piena si veda ancora una figura di donna diafana aggirarsi nelle vicinanze dei ruderi del castello!</p>
<h3>Nicoletta Camilla Travaglini</h3>
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		<title>LA LEGGENDA DI MOLLY MALONE</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Jun 2024 22:00:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[C’era una volta in Irlanda una bellissima ragazza di nome Molly, che vendeva il pesce con il suo carrettino per le vie di Dublino: per le sue umili origini e condizioni sociali, e, soprattutto, per la sua avvenenza non disdegnava la compagnia di uomini paganti. Ella era molto ambita dai giovani studenti della prestigiosa università [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=72343" rel="attachment wp-att-72343"><img class="alignleft size-medium wp-image-72343" title="Molly-Malone 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Molly-Malone-1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>C’era una volta in Irlanda una bellissima ragazza di nome Molly, che vendeva il pesce con il suo carrettino per le vie di Dublino: per le sue umili origini e condizioni sociali, e, soprattutto, per la sua avvenenza non disdegnava la compagnia di uomini paganti.</p>
<p>Ella era molto ambita dai giovani studenti della prestigiosa università Trinity College, e così la si poteva vedere girare con il suo carretto carico di pesci il giorno e la notte intrattenere le giovani promesse del Trinity. Purtroppo un brutto giorno la bellissima Molly cominciò ad essere stanca, sempre più stanca ed affaticata e… non passò molto tempo che la febbre si portò via lei e i suoi genitori.</p>
<p>Alcuni sostengono che Molly in realtà fosse una giovane rivoluzionaria morta  in una delle tante insurrezioni contro gli inglesi. La cosa certa è il suo fantasma vaghi ancora per le vie di Dublino.</p>
<p>Si racconta, infatti, che in alcune notti particolari, una leggera nebbia avvolga i nottambuli. Questa nebbia è così fitta che si smarriscono anche i più noti punti di riferimento, facendo sembrare Dublino una città silenziosa e fantasma. Vagando attraverso questa nebbia alcuni, sostengono di aver visto una figura etera che indossava vestiti del XVII  secolo  mentre spingeva  un carretto di legno e che ad ogni passo si udiva un sinistro cigolio.</p>
<p>Nessuno però ricorda il rumore dei passi sul selciato e un silenzio quasi inquietante rotto solo da una leggera cantilena che dice “Vongole e cozze vive” che secondo alcuni era quello che diceva Molly quando spingeva il suo carretto lungo le strade seicentesche di Dublino. Secondo alcuni si tratta del fantasma di Molly Malone.</p>
<p>Questa bella ragazza  rappresenta uno dei personaggi più famose nella storia di Dublino; e, nonostante vi siano forti dubbi sulla sua reale esistenza, Molly è e sarà per sempre una icona dell’Irlanda e soprattutto della sua capitale. La sua statua pare si  trovassero a Grafton Street in quanto sembra che lì fosse ubicato un piccolo cimitero, dove potrebbero trovarsi le sue presunte spoglie mortali, o perlomeno quelle di una delle tante Molly Malone. Successivamente, però, la statua fu spostata  per essere ubicata di fronte all’ Ufficio del Turismo in Suffolk Street.</p>
<p>Di Molly Malone, in realtà, non si conosce niente; infatti non sono prove concrete della sua esistenza. Sembra che ci siano diversi atti di nascita e di morte di persone che portano questo nome, ma nessuna corrisponderebbe alla nostra Molly; comunque sia pare che ella sia nata nel Seicento e abbia avuto una vita breve ma molto, molto intensa entrando nell’immaginario popolare grazie anche  a una nota canzone popolare irlandese  “Cockles and mussels”, “cardi e cozze”.</p>
<h3>Nicoletta Camilla Travaglini</h3>
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		<title>IL CODEX GIGAS</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Mar 2024 23:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Codex Gigas (in italiano il “Libro Gigante”) è il più grande manoscritto medievale esistente al mondo, oltre che uno dei libri più mysteriosi e meno conosciuti della storia. Si ipotizza che sia stato creato nel monastero benedettino di Podlažice in Boemia, nella attuale Repubblica Ceca: la sua realizzazione si colloca nel primo trentennio del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=71042" rel="attachment wp-att-71042"><img class="alignleft size-medium wp-image-71042" title="codex gigas 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/codex-gigas-1-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a>Il Codex Gigas (in italiano il “Libro Gigante”) è il più grande manoscritto medievale esistente al mondo, oltre che uno dei libri più mysteriosi e meno conosciuti della storia. Si ipotizza che sia stato creato nel monastero benedettino di Podlažice in Boemia, nella attuale Repubblica Ceca: la sua realizzazione si colloca nel primo trentennio del XIII secolo. Nella cosiddetta Guerra dei Trent’anni, l’opera fu trafugata dall’esercito svedese come bottino di guerra e attualmente è conservata presso la Biblioteca Nazionale Svedese a Stoccolma.</p>
<p>Il manoscritto è conosciuto anche col nome di Bibbia del Diavolo per la grande illustrazione del demonio in esso contenuta e per la leggenda riguardo al fatto che l’autore, per scriverlo, abbia richiesto l’aiuto del demonio. Infatti secondo la quel che si narrava all’epoca, egli era un monaco che si impegnò, isolandosi nella sua cella, a produrre in una notte un’opera che glorificasse il suo monastero.</p>
<p>Il Codex Gigas è contenuto in una copertina di legno ricoperta di pelle, con alcuni ornamenti in metallo. Le dimensioni sono: 92 centimetri di lunghezza, 50 di larghezza e 22 di spessore, misure che lo rendono il manoscritto più voluminoso del Medioevo con un peso di 75 kg. Inizialmente conteneva 320 pagine di <em>vellum</em>, ma otto di queste sono state successivamente rimosse provocando ulteriori sospetti riguardo alla sua origine. I fogli sono tutti numerati sul <em>recto</em>, anche se si tratta in realtà di un dettaglio che venne aggiunto solo più tardi, probabilmente nel XVII secolo.</p>
<p>Nonostante la grandezza del manoscritto potesse rendere difficile la consultazione, il libro è stato spesso utilizzato da monaci e studiosi, come dimostrano varie note scritte su diverse pagine da persone differenti.</p>
<p>Stando alla sua storia, il codice pare sia stato creato da un certo Herman il Recluso all’interno del monastero Benedettino di Podlažice nei pressi di Chrudim, che venne distrutto nel XV secolo. Nel Codex, il 1229 viene registrato come l’anno di completamento dell’opera. Il libro fece poi la sua comparsa nel monastero cistercense di Sedlec e successivamente venne acquistato da quello benedettino di Břevnov. Dal 1477 al 1593 fu custodito nella biblioteca di un monastero di Broumov fino a quando non venne trasferito a Praga nel 1594 per entrare a far parte della collezione di Rodolfo II d’Asburgo. Alla fine della Guerra dei Trent’anni, nel 1648, tutta la collezione di Rodolfo II venne presa dall’esercito svedese. Nel 1649 il manoscritto si trovava nella Biblioteca Reale di Svezia a Stoccolma. In seguito il Codex Gigas attirò la curiosità della regina Cristina I di Svezia, la quale avendo messo insieme una vasta biblioteca oggi in parte andata purtroppo perduta, si interessò anche a questo libro fino a quando non abdicò nel 1655 per lasciarlo alla città di Stoccolma. Il 7 maggio 1697 scoppiò all’interno del castello reale un incendio che partendo dall’ala nord colpì anche la Biblioteca Reale e molti dei libri furono messi in salvo. Il Codex Gigas, date le sue enormi dimensioni e il suo peso, per essere salvato dalle fiamme fu lanciato da una finestra del palazzo. Andarono comunque smarrite alcune pagine, le famose otto pagine mancanti. Nel settembre 2007, dopo 359 anni, il Codex Gigas è stato riportato a Praga in prestito per qualche mese a disposizione della Biblioteca Nazionale Ceca per tornare poi definitivamente in Svezia.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=71043" rel="attachment wp-att-71043"><img class="alignright size-medium wp-image-71043" title="codex gigas 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/codex-gigas-2-300x192.jpg" alt="" width="300" height="192" /></a>Fin qui la sua storia ufficiale.</p>
<p>Di pari passo, la leggenda vuole che a redigere il manoscritto fu un monaco che aveva infranto i propri voti ed era perciò stato condannato a essere murato vivo. Per evitare tale punizione, il monaco promise di creare in una sola notte un’opera monumentale che potesse contenere al suo interno tutto lo scibile umano. Verso mezzanotte, resosi conto dell’impossibilità dell’impresa, evocò il diavolo implorando il suo aiuto. Egli glielo concesse, in cambio, però, della sua anima immortale. Il monaco acconsentì al patto e volle anche aggiungere un’immagine di Satana in segno di gratitudine, ben visibile infatti all’interno del volume e da cui arriverebbe il soprannome di Bibbia del Diavolo.</p>
<p>Tale leggenda deriverebbe dal nome stesso con cui è conosciuto il monaco, ovvero Herman Inclusus, ossia “il recluso”, da cui l’idea della condanna ad essere murato vivo. Tuttavia, recenti studi ipotizzano che il nome potrebbe derivare da una libera scelta di reclusione da parte del monaco, come anche la decisione di redigere il manoscritto stesso, verosimilmente al fine di espiare i propri peccati.</p>
<p>Il Codex include una trascrizione completa della Bibbia tratta quasi interamente dalla <em>Vulgata</em>, ad eccezione degli <em>Atti degli Apostoli</em> e dell’<em>Apocalisse di Giovanni</em>, che sono tratti invece dalla <em>Vetus Latina</em>.</p>
<p>Il testo include anche: la <em>Etymologiae</em> di Isidoro di Siviglia, due lavori di natura storica di Giuseppe Flavio, ovvero <em>Antichità giudaiche</em> e la <em>Guerra giudaica</em>, una storia della Boemia (<em>Chronica Boëmorum</em>) di Cosma Praghese, vari trattati (di storia, etimologia e fisiologia), un calendario con la lista dei santi, l’elenco dei monaci dei monasteri di Podlažicama, formule magiche e altri documenti tra cui gli alfabeti greco, cirillico ed ebraico. L’intero libro è scritto in latino. Fra tutte, la parte di maggior rilievo storico è la <em>Cronaca di Cosma</em>, di cui la copia presente nel Codex è considerata la più fedele e più antica.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=71044" rel="attachment wp-att-71044"><img class="alignleft size-medium wp-image-71044" title="codex gigas 3" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/codex-gigas-3-300x170.jpg" alt="" width="300" height="170" /></a>Il manoscritto include miniature in rosso, blu, giallo, verde e oro. Le maiuscole iniziali sono minuziosamente miniate e frequentemente occupano l’intera pagina. L’aspetto del manoscritto resta fondamentalmente invariato dall’inizio alla fine, così come la calligrafia dello scrivano che non mostra segni di anni di malattia o di cambiamenti di umore. Questo fatto ha alimentato la credenza che il manoscritto sia stato scritto in un periodo di tempo incredibilmente breve. In realtà alcuni studiosi hanno stimato che l’opera potrebbe essere il lavoro di un solo uomo che ha lavorato per oltre 20 anni.</p>
<p>Degna di nota è la pagina 577, che contiene come dicevamo un’immagine del Diavolo a tutta pagina. Alcune pagine prima di questa immagine sono scritte su fogli di pergamena stranamente anneriti che le danno un aspetto inquietante, in qualche modo differente dal resto del codice, altro particolare che ha alimentato nei secoli la leggenda della Bibbia del Diavolo.</p>
<h3>A cura della redazione</h3>
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		<title>VIMANA, GLI UFO DEL PASSATO</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jan 2024 23:00:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Si chiamano Vimana e sono in pratica macchine volanti che solcavano i cieli della Terra migliaia di anni fa. Lo rivelano testi antichissimi: non solo la Bibbia, ma anche il Ramayana e il Mahabharata parlano di mezzi volanti che sfrecciavano nel cielo. Addirittura illustrano com’erano fatti e da cosa erano alimentati… e tutto questo risale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70927" rel="attachment wp-att-70927"><img class="alignleft size-medium wp-image-70927" title="vimana 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/vimana-1-235x300.jpg" alt="" width="235" height="300" /></a>Si chiamano <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=155">Vimana</a> e sono in pratica macchine volanti che solcavano i cieli della Terra migliaia di anni fa. Lo rivelano testi antichissimi: non solo la Bibbia, ma anche il Ramayana e il Mahabharata parlano di mezzi volanti che sfrecciavano nel cielo. Addirittura illustrano com’erano fatti e da cosa erano alimentati… e tutto questo risale addirittura al tempo dell’Impero Rama, in una terra “contemporanea ad <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=23">Atlantide</a>”, scomparsa per i terrificanti conflitti dell’ultimo Kali Yuga.</p>
<p>Ma andiamo un po’ con ordine.</p>
<p>La loro esistenza è presente nei miti e nelle tradizioni di molte culture e antichissimi scritti ne parlano: si tratta di una delle pagine più accattivanti sui misteri legati alla vera Storia del genere umano che riguarda reperti e testimonianze storico-archeologiche che fanno pensare alla presenza, in un remoto passato, di tecnologie incredibilmente avanzate. Come, ad esempio, le tracce dell’esistenza di macchinari volanti alcuni millenni di anni fa: i Vimana, appunto.</p>
<p>E’ sicuramente difficile credere a una cosa del genere, eppure nei meandri delle testimonianze più lontane possono annidarsi documentazioni inquietanti, esattamente come quelle che riguardano gli odierni Ufo o Ovni che dir si voglia.</p>
<p>Partiamo dalla Bibbia. Ricordate Elia rapito in cielo su un carro di fuoco? Il suo e altri casi contenuti nel libro sacro dei cristiani testimonierebbero, secondo alcuni studiosi, la presenza sulla Terra, in tempi antichissimi, di vere e proprie macchine volanti. Anche Ezechiele e Salomone solcano da un luogo all’altro il cielo con carri fiammeggianti o spinti da turbini di vento. E non manca chi viene portato via da incredibili aeromobili. La Bibbia tuttavia non è l’unico libro antico a parlarne. Se ne trova traccia anche in testimonianze sumere ed egizie, negli scritti cinesi e soprattutto in India, dove l’evidenza della questione si fa addirittura prorompente.</p>
<p>Testi come il Ramayana e il Mahabharata, oppure altri come il Samarangana Sutra-dhara, il Mayamatam (attribuito al celebre architetto Maya), il Rig Veda, il Yajurveda e l’Ataharvaveda descriverebbero senza possibilità di fraintendimento, almeno secondo quanto sostengono i ricercatori, dei veri e propri mezzi volanti.</p>
<p>Lo stesso farebbero anche libri di minor importanza come Satapathya Brahmana, Makandeya Purana, Rig Veda Samhita, Visnu Purana, Harsacarita e altri. Una fondamentale disamina sul contenuto di questi antichi testi sarebbe stata realizzata dallo storico Ramachandra Dikshitar.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70928" rel="attachment wp-att-70928"><img class="alignright size-medium wp-image-70928" title="vimana 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/vimana-2-300x180.jpg" alt="" width="300" height="180" /></a>La questione, ad approfondire gli antichi scritti indiani, risulta particolarmente affascinante perché alcuni di essi, come il Samarangana Sutradhara, sembrano spiegare addirittura come erano costruite quelle stupefacenti macchine volanti definite appunto Vimana. La parola stessa, in sanscrito, assumerebbe vari significati, a seconda del contesto e dell’epoca. In linea generale, tuttavia, la traduzione più arcaica sembrerebbe corrispondere a “oggetto che attraversa il cielo”.</p>
<p>C’è chi sottolinea come il termine sia composto dal prefisso “VI”, che significa “uccello”, e dal suffisso MAN, che indica un “luogo (volante) abitato”. Ma non è tutto: si apprende infatti che le macchine volanti erano costruite in materiale leggero e, allo stesso tempo, forte e ben modellato, specificando che per realizzarle erano necessari ferro, rame, mercurio e piombo, dando quindi anche una loro descrizione costruttiva. Queste incredibili meraviglie tecnologiche, ovviamente sempre in base agli antichi testi e alla loro interpretazione, erano in grado di spostarsi a grandi distanze e potevano sfrecciare nell’aria, ma anche immergersi sotto la superficie di laghi e mari.</p>
<p>A proposito dell’argomento il Vaimanika Shastra rappresenta un vero e proprio manuale, scritto in sanscrito, che illustra proprio le caratteristiche tecniche di un Vimana e spiega addirittura come va pilotato. Si tratta però, è il caso di dirlo per dovere di cronaca, di un lavoro attribuito al XX secolo, ottenuto &#8211; si dice &#8211; da un medium tramite scrittura automatica… quindi la sua attendibilità è tutta da dimostrare. Vi si afferma che i Vimana citati negli antichi scritti vedici indiani sarebbero stati degli avanzati velivoli. Si sostiene inoltre che il Vaimanika Shastra sia solo una piccola parte (un quarantesimo), di un’opera molto più consistente, lo Yantra Sarwasa (che si potrebbe tradurre come “Il tutto sulle macchine”), elaborato da Maharishi Bharadwaj e da altri saggi a vantaggio dell’umanità. Altri sostengono però che quei contenuti risalirebbero a testi antichissimi.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70929" rel="attachment wp-att-70929"><img class="alignleft size-medium wp-image-70929" title="vimana 3" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/vimana-3-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Nelle oltre 200 strofe del Samarangana Sutradhara viene specificato poi quale fosse l’utilizzo dei Vimana, sia in tempo di pace che in tempo di guerra. Non solo. Quanto viene scritto in quel libro è quanto mai intrigante e costringe a più d’una riflessione. Il Vimana – si legge testualmente &#8211; “è forte e durevole, il corpo deve essere costruito come un grande uccello volante in materiale leggero. Al suo interno va inserito il motore a mercurio con il suo apparato di riscaldamento in ferro posto in basso. Per mezzo del potere del mercurio che permette la messa in moto, un uomo che si siede all’interno del mezzo potrà percorrere una grande distanza nel cielo in modo meraviglioso. Con le stesse modalità, seguendo le istruzioni descritte, potrà essere costruito un Vimana grande come il tempio del Dio in movimento. Dovranno essere costruiti quattro contenitori resistenti di mercurio nella struttura interna. Quando questi verranno riscaldati dal fuoco controllato dai contenitori di ferro, il Vimana svilupperà una potenza di tuono attraverso il mercurio. Successivamente si convertirà in una perla nel cielo”.</p>
<p>Anche Ramayana e Mahabharata, due dei più grandi poemi della mitologia indiana (Sanatana Dharma), contengono la descrizione di un Vimana, rappresentato come una macchina volante a doppio ponte, cilindrico e dotato di oblò e cupola, che volava alla velocità del vento ed emetteva un suono melodioso. Ma si tratta solo di alcuni esempi, perché sono tanti i libri sacri dell’India che parlano di Vimana suddividendoli in diverse categorie: facendo una sintesi dei testi, possiamo dire che ne esistevano essenzialmente quattro tipi, definiti Shakuna Vimana, Sundara Vimana, Rukma Vimana e Tripura Vimana.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70930" rel="attachment wp-att-70930"><img class="alignright size-full wp-image-70930" title="vimana 4" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/vimana-4.jpg" alt="" width="290" height="174" /></a>La cosa più sconvolgente, e misteriosamente interessante, di tutto questo è il fatto che stiamo parlando dell’India di almeno 15.000 anni fa e, in particolare, quella del cosiddetto Impero di Rama, situato in una terra ritenuta contemporanea ad Atlantide. Terra che, alla stregua di quel mitico continente, sarebbe scomparsa a causa di guerre e disastri naturali, lasciando solo piccole tracce della sua passata esistenza. In India sarebbero tuttavia sopravvissuti numerosi testi, come quelli citati prima appunto, che serbano il ricordo di quella civiltà fatta risalire, da alcuni, addirittura a 30mila anni fa.</p>
<p>La tradizione che affonda nella notte dei tempi vuole che le apocalittiche guerre e i disastri di cui si parla nel Ramayana e nel  Mahabharata siano state l’epilogo dei terrificanti conflitti dell’ultimo Kali Yuga, come vengono chiamati i cicli temporali della tradizione indiana.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70931" rel="attachment wp-att-70931"><img class="alignleft size-medium wp-image-70931" title="vimana 5" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/vimana-5-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a>Non è però facile collocare nel tempo gli Yuga. Certi studiosi, come El Kunwarlal Jain Vyas, ritengono che esistesse un ciclo Yuga Maggiore della durata di 6mila anni e un ciclo Yuga Minore della durata di 360 anni. In ogni caso gli studi più accreditati ritengono che Rama appartenesse al ventiquattresimo ciclo Yuga Minore, e che ci sia un intervallo di 71 cicli tra Manu e il periodo Mahabharata, cosa che ricondurrebbe, per l’appunto, a un periodo di almeno 26mila/30mila anni fa.</p>
<p>Di testimonianze di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=5">oggetti volanti non identificati nel corso della Storia</a> ce ne sono parecchie, sicuramente quelle relative ai Vimana sono fra le più minuziosamente dettagliate e ampiamente documentate… sia che si tratti di realtà o di semplice fantasia.</p>
<h3>A cura della redazione</h3>
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		<title>IL MISTERO DEL VOLO PAN AM 914</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jan 2024 23:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il mondo è pieno di enigmi, ne esistono di tutti i tipi e generi, più o meno complessi, e molti di essi sono ancora oggi irrisolti, o almeno ancora non si è riusciti a trovare una soluzione plausibile o scientifica. Si tratta di misteri inspiegabili su cui a lungo si è cercato di indagare, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70873" rel="attachment wp-att-70873"><img class="alignleft size-medium wp-image-70873" title="volo 914" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/volo-914-300x242.png" alt="" width="300" height="242" /></a>Il mondo è pieno di enigmi, ne esistono di tutti i tipi e generi, più o meno complessi, e molti di essi sono ancora oggi irrisolti, o almeno ancora non si è riusciti a trovare una soluzione plausibile o scientifica. Si tratta di misteri inspiegabili su cui a lungo si è cercato di indagare, per cercare di trovare una loro valida e coerente spiegazione. La maggior parte di questi enigmi riguarda soprattutto la scomparsa di persone: tra rapimenti (forse alieni, forse no) e sparizioni (spesso senza una soluzione) molti sono i misteri che, anche a distanza di anni, tengono banco e sotto scacco l’interesse dell’opinione pubblica circa l’alone arcano che li avvolge. Ne è un esempio il mistero che da lungo tempo riguarda la scomparsa di un aereo avvenuta nel lontano 1955, un mezzo che è decollato da New York, ma è atterrato solo 37 anni dopo a Caracas in Venezuela.</p>
<p>L’enigma a cui ci stiamo riferendo è quello che riguarda il volo Pan American World Airways 914 che aveva come destinazione finale Miami, la città portuale della Florida sud-orientale. Era il 2 giugno 1955. Il volo, decollato normalmente dall’aeroporto John F. Kennedy, sparì all’improvviso senza lasciare più alcuna traccia fino al 1992. A bordo c’erano 57 passeggeri e un equipaggio di 4 persone. Il tempo stimato per l’arrivo era di tre ore. Tutto procedeva secondo i piani di volo, quando il segnale dell’aereo sui radar scomparve improvvisamente. Temendo un incidente, le autorità statunitensi avviarono immediatamente le ricerche nell’Oceano Atlantico, che si sono susseguite per mesi senza alcun risultato o ritrovamento. A quel punto, resasi vana ogni possibilità di ritrovare i resto dell’aeromobile, le famiglie dei passeggeri furono informate che non esisteva una vera e propria soluzione al caso e ricevettero tutte un risarcimento da parte della compagnia aerea.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70874" rel="attachment wp-att-70874"><img class="alignright size-medium wp-image-70874" title="volo 914 equipaggio" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/volo-914-equipaggio-160x300.png" alt="" width="160" height="300" /></a>Il colpo di scena arrivò esattamente 37 anni dopo: un addetto della torre di controllo aereo, Juan de la Corte, notò che il radar stava rilevando un aereo comparso dal nulla. Pensando inizialmente a un guasto dell’apparecchiatura, nel giro di poco tempo l’operaio dovette ricredersi: l’aereo in questione era infatti un McDonnell Douglas DS4 con eliche, un vecchio modello ormai praticamente in disuso da tempo. Juan riferì che il pilota di quell’aereo gli avrebbe comunicato di aver programmato l’atterraggio alle 9.45 del 2 luglio 1955 all’aeroporto di Miami. Lo stesso Juan avrebbe allora informato il pilota che la data di quel giorno era invece il 21 maggio 1992.</p>
<p>A quel punto, l’uomo al comando dell’aereo a quella notizia non avrebbe reagito bene, ma pare che sia atterrato comunque normalmente. L’incredulità del pilota di fronte alla notizia spinse il controllore di volo ad allertare anche la sicurezza aereoportuale, ma dopo quel primo attimo di spiazzamento, il pilota avvisò tutti di star lontani dall’aereo, sollevando il vetro e sbracciandosi con una cartellina in mano. Diede quindi subito avvio alle manovre per decollare nuovamente fino a svanire ancora dai radar scomparendo di nuovo e stavolta per sempre. Non se ne troverà assolutamente più traccia nemmeno negli anni a venire: l’unica “prova”, se così vogliamo definirla, dell’accaduto è un calendario tascabile del 1955, la famosa cartellina che teneva in mano e che è poi caduta al pilota mentre si sbracciava per non far avvicinare alcuno.</p>
<h3>A cura della redazione</h3>
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		<title>GUNUNG PADANG, LA PIÙ ANTICA PIRAMIDE DEL MONDO</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Dec 2023 23:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Siamo sempre abituati ad associare le piramidi solamente agli antichi Egizi, ma nella realtà queste costruzioni sono sparse un po’ in tutto il mondo, come ad esempio quelle in centro America o quelle asiatiche. Una in particolare sta interessando molto gli studiosi, perché potrebbe riscrivere decisamente la storia. Stiamo parlando di quella di Gunung Padang, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70785" rel="attachment wp-att-70785"><img class="alignleft size-medium wp-image-70785" title="piramide-Gunung-Padang 1" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/piramide-Gunung-Padang-1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Siamo sempre abituati ad associare le <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=60977">piramidi</a> solamente agli <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=141">antichi Egizi</a>, ma nella realtà queste costruzioni sono sparse un po’ in tutto il mondo, come ad esempio quelle in <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=60799">centro America</a> o quelle asiatiche. Una in particolare sta interessando molto gli studiosi, perché potrebbe riscrivere decisamente la storia. Stiamo parlando di quella di Gunung Padang, a 30 km dalla città di Cianjur, nella provincia di Giava in Indonesia, che potrebbe essere la piramide più antica del mondo. Anzi, una delle costruzioni più antiche del pianeta.</p>
<p>I recenti studi di un team di esperti di esperti farebbero pensare infatti che questo incredibile sito megalitico sia antecedente alle piramidi egizie e persino a costruzioni ritenute le più antiche della Terra come quelle di Göbekli Tepe in Turchia. Il team ha pubblicato recentemente i frutti della ricerca durata anni sulla rivista “Archaeological Prospection”. Il gruppo interdisciplinare dell’Agenzia nazionale per la ricerca, capitanato dal geologo Danny Hilman Natawidjaja, afferma nello studio che Gunung Padang risale addirittura all’ultima era glaciale, in pratica a un’età compresa tra i 25mila e i 14mila anni fa.</p>
<p>Gunung Padang ha sicuramente un fascino misterioso e ancestrale. Non per nulla gli abitanti del luogo lo considerano un luogo sacro, lo venerano e ad esso sono legati da vincoli atavici. Il sito, dichiarato patrimonio culturale nazionale, viene chiamato anche “Montagna dell’Illuminazione” ed è situato sulla sommità di un vulcano spento.</p>
<p>La piramide sarebbe stata costruita scolpendo inizialmente la collina lavica e poi ponendo in essere interventi architettonici avvolgenti. E’ risultato chiaro però, secondo gli esperti, che la struttura è frutto di interventi diversi operati in varie fasi temporali. Lo studio evidenzia infatti che subì le ultime lavorazioni tra il 2mila e il 1100 avanti Cristo, quindi in epoca diciamo più “recente” rispetto all’inizio della costruzione.</p>
<p>Nella prima fase i costruttori scolpirono il materiale lavico. Poi altri, un migliaio di anni dopo, tra il 7900 e il 6100 a.C., aggiunsero uno strato di mattoni e pilastri di roccia. Successivamente fu riversato uno strato di terra su una frazione della collina, coprendo parte del lavoro precedente. Tra il 2000 e il 1100 a.C., invece, gli esponenti di un altro aggregato umano aggiunsero ulteriore terriccio, edificando i terrazzamenti in pietra oggi visibili e inserendo nuovi elementi strutturali.</p>
<p>Le evidenze rilevate nel sito indonesiano sono, in ogni caso, straordinarie e stravolgono le consapevolezze finora maturate dagli archeologi.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70786" rel="attachment wp-att-70786"><img class="alignright size-full wp-image-70786" title="piramide-Gunung-Padang 2" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/piramide-Gunung-Padang-2.jpg" alt="" width="276" height="183" /></a>La prima cosa sorprendente è che i primi costruttori di Gunung Padang dimostravano capacità tecniche molto elevate. Una scoperta che spazza i convenzionali paradigmi applicati ai cosiddetti cacciatori-raccoglitori che si pensava fossero i primi abitanti della Terra. La ricerca evidenzia, insomma, che esistevano pratiche costruttive avanzate già durante il periodo glaciale.</p>
<p>L’equipe di esperti ha studiato a fondo e per molto tempo (dal 2011 al 2015) la struttura tramite procedimenti tomografici ed utilizzo del georadar. Inoltre i ricercatori hanno fatto carotaggi nella collina raccogliendo campioni che hanno consentito una datazione degli strati col radiocarbonio e i risultati sono stati davvero sorprendenti.</p>
<p>E’ stata perfino confermata, inoltre, l’esistenza di evidenti cavità all’interno della struttura che farebbero pensare a stanze, gallerie e passaggi interni, proprio come per quelle egizie. Per questo gli esperti hanno intenzione di eseguire indagini più approfondite attraverso l’utilizzo di sonde dotate di telecamere per poter esplorare al meglio l’interno.</p>
<p>Gunung Padang si rivela così uno dei più grandi e stimolanti misteri che l’archeologia moderna e le nuove tecnologie ci propongono. E sembrerebbe proprio che i risultati, se convalidati, potrebbero effettivamente riscrivere la storia così come l’abbiamo finora conosciuta. Non ci resta che attendere i prossimi sviluppi.</p>
<h3>A cura della redazione</h3>
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		<title>IL GRAAL E SAN NICOLA</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Dec 2023 23:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Graal  si presenta, nelle realtà percepibile, come un oggetto astratto di cui non si conosce né la forma e né la natura, per  questo motivo potrebbe trattarsi di qualcosa di metafisico e ultraterreno. Alcuni ricercatori ritengono che si tratti di una pietra, altri affermano che  appaia, nella realtà fisica, sotto forma di: un libro, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70712" rel="attachment wp-att-70712"><img class="alignleft size-medium wp-image-70712" title="il-Santo-Graal" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/il-Santo-Graal-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Il Graal  si presenta, nelle realtà percepibile, come un oggetto astratto di cui non si conosce né la forma e né la natura, per  questo motivo potrebbe trattarsi di qualcosa di metafisico e ultraterreno.</p>
<p>Alcuni ricercatori ritengono che si tratti di una pietra, altri affermano che  appaia, nella realtà fisica, sotto forma di: un libro, un calice, una scodella, un piatto oppure una testa scolpita, però potrebbe trattarsi anche di una pietra a cui è stata data la forma di nappo con delle lettere incise sopra di esso; in altre parole il Graal  potrebbe essere una pietra da cui è stato ricavato un calice che, però, si legge come un libro!</p>
<p>Non è escluso che esso rappresenti la testimonianza dell’istituzione del rito dell’Eucarestia, oppure di libri sacri che riportano cerimonie note solo agli iniziati!</p>
<p>Non si può escludere neanche l’ipotesi che esso stia a indicare ricorrenze dedicate alla dea universale della fecondità conosciuta come Magna Mater, oppure che sia uno dei tanti nomi ed epifanie della Magna Mater stessa!</p>
<p>E’ pur vero che non possiamo neanche scartare l’ipotesi secondo cui il Graal sia l’eterna ricerca delle origini dell’essere umano stesso e la sua sete di sapere!</p>
<p>Tra le tante leggende fiorite intorno a questa reliquia alcune di esse possono essere ricollegate a saghe celtiche in cui l’eroe, possessore di quest’oggetto, riesce a spostarsi attraverso un mondo soprannaturale posto su di un piano magico uguale e parallelo al nostro. In tali narrazioni epiche la sua forma era quello di un piatto o di una coppa, che sembra richiamare l’inesauribile cornucopia dell’abbondanza della tradizione greco-romana.</p>
<p>Jean Chevalier e Alain Cheerbrant nel Dizionario dei Simboli affermano che: “Nella tradizione greco-romana essa è un «simbolo della fecondità e della felicità, che si ricollega sia al mito di Giove e di Amaltea (la capra o la ninfa che nutrì con il suo latte il dio bambino) sia a quello di Ercole e di Acheloo. Piena di messi e di frutta, l’apertura in alto e non in basso come nell’arte moderna, essa è l’emblema di numerose divinità: Bacco, Cerere, i Fiumi, l’Abbondanza, la Costanza, la Fortuna, ecc.».</p>
<p>Fu Zeus che, avendo rotto giocando il corno della capra che lo allattava, l’offrì alla sua nutrice Amaltea, promettendole che questo corno si sarebbe riempito in futuro di tutti i frutti che essa avrebbe desiderato. La cornucopia rappresentata la profusione gratuita dei doni divini.</p>
<p>Secondo un’altra leggenda… la cornucopia sarebbe un corno del fiume Acheloo, il più grande fiume della Grecia, figlio di Oceano e di Teti, la divinità del mare, il maggiore di più di tremila fiumi e padre di innumerevoli fonti. Come tutti i fiumi, aveva il potere di trasformarsi in tutte le forme che desiderava: in occasione di un combattimento che l’oppose a Eracle per il possesso della bella Deianira, si trasformò in toro, ma avendogli Ercole spezzato un corno, si dichiarò vinto. In cambio della restituzione di questo corno, offrì a Eracle un corno della capra Amaltea da lui posseduta. La cornucopia sarebbe, quindi, quella di Acheloo, il dio fiume, che una ninfa aveva raccolto e riempito dei frutti più deliziosi, o quella della capra che allattò Zeus? A seconda della versione adottata, abbondanza verrebbe dall’acqua o dal cielo: ma non forse il cielo, con le sue piogge, ad alimentari i fiumi?</p>
<p>Successivamente, la cornucopia è diventato l’attributo, piuttosto che il simbolo, della libertà, della felicità pubblica, dell’occasione fortunata, della diligenza e prudenza, che sono alle fonti dell’abbondanza, della speranza e della carità, dell’autunno-stagione dei frutti, dell’equità e dell’ospitalità.</p>
<p>Il simbolo molto esteso della coppa si presenta sotto due aspetti essenziali: quello di vaso dell’abbondanza e quello del vaso contenete la bevanda dell’immortalità”. <span style="color: #ffff00;"><strong>(1)</strong></span></p>
<p>A proposito della cornucopia dell’abbondanza Laura Rangoni, dice che: “In genere Epona era raffigurata su un cavallo o posta accanto a dei cavalli, con vari oggetti simbolici; in area gallo-romana era anche assimilata a Cerere…</p>
<p>La presenza tra le sue mani della cornucopia emblema dell’abbondanza. Inoltre, in epoca altomedievale, Epona fu anche assimilata a Hera, divinità celtica…</p>
<p>In Hera, Era o Haerecura… portatrice di abbondanza, vagasse volando durante i dodici giorni tra Natale e Epifania.</p>
<p>Hera legata a Diana, da cui Herodiana (in seguito trasformata in Erodiade), era la dea notturna per eccellenza…</p>
<p>Alcuni tra i massimi studiosi del folklore, e in particolare Propp, ritengono che vi sia una relazione diretta tra i miti primitivi che riguardano il culto della Grande Madre, i culti della fertilità e le fate… Propp ha messo in evidenza le analogie tra la fata-maga e Cibele, in quanto entrambe custodiscono il regno dei morti e sono signore degli animali.</p>
<p>E’ incerto se far derivare l’etimologia della parola fata della dea Fauna, chiamata anche Bona Dea…”. <span style="color: #ffff00;"><strong>(2)</strong></span></p>
<p>Secondo alcune versioni, il Graal, era lo smeraldo più prezioso e lucente del diadema di Lucifero, l’Angelo più bello del Creato. Esso cadde sulla Terra quando questi si ribellò al volere di Dio e ingaggiò una battaglia con gli Angeli e fu raccolto dagli uomini che lo usarono per fini non sempre nobili.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70713" rel="attachment wp-att-70713"><img class="alignright size-medium wp-image-70713" title="il santo graal cover" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/il-santo-graal-cover-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>Secondo gli autori de “Il Santo Graal”: “La differenza più evidente risiede nella presentazione stessa del Graal, descritto come una pietra preziosa d’origine celeste ma d’imprecisate forma e dimensioni…</p>
<p>La sacra reliquia, qui, non è né la coppa che contiene l’ostia e che già contenne il sangue del Cristo, come Chétien, né il calice dell’Ultima Cena e di Giuseppe d’Arimatea: è invece una pietra preziosa, che sembra rinviare peraltro alla Pietra Angolare figura del Cristo stesso, il Lapis associato in area germanica alla pietra incastonata nella corona imperiale e detta der Waise, “l’Unico” (e in senso “l’Orfano”) o der Weise “il Saggio”.</p>
<p>Attorno alla definizione del Graal data da Wolfram, quella effettivamente misteriosa di <em>lapsit exillis</em>, si è scatenata una ridda d’ipotesi. L’accostare l’espressione <em>lapsit exillis</em> a quella di <em>lapsit elixir</em>, interpretabile come “pietra filosofale”, avrebbe infatti consentito un più stretto collegamento con la cultura arabo-musulmana e un rifarsi pertanto al mondo neoplatonico-ermetico, con il mito del Cratere, sede dell’intelligenza e simbolo di rinascita…</p>
<p>L’espressione <em>lapsit exillis</em> (cioè <em>lapis exilii</em>, “pietra dell’esilio”?) come <em>lapis e coelis</em>, avvicinando la pietra del Graal di Wolfram a una stella caduta (la pietra che secondo alcune leggende orna la corona di Lucifero e precipita con lui dall’alto dei cieli) e quindi all’anima imprigionata nella materia e liberata dalla potenza dello Spirito”. <span style="color: #ffff00;"><strong>(3)</strong></span></p>
<p>E’ molto interessante la descrizione che viene fatta da Chrétien del Graal: “Tra l’altro, a questo punto il Graal appare come una storia di magica cornucopia o corno dell’abbondanza.</p>
<p>Cento cavalieri, avendone ricevuto l’ordine, con reverenza presero il  pane in salviette bianche davanti al Graal, arretrarono in gruppo e, separandosi, distribuirono il pane a tutte le tavole. Mi fu detto, e lo riferisco a voi… che se qualcuno tendeva la mano per ottenere qualunque cosa, la trovava pronta davanti al Graal, vivande calde o vivande fredde, piatti nuovi o vecchi, carne animali domestici e cacciagione.</p>
<p>…Il Graal era il frutto della beatitudine, una tale abbondanza delle dolcezze del  mondo che le sue delizie erano pari a quelle che ci vengono descritte del regno dei cieli.</p>
<p>…Là vive una schiera di volenterosi, ed io ti dirò come si sostentano. Essi vivono grazie a una pietra della specie più pura…</p>
<p>E’ chiamata <em>lapsit exillis</em>. Grazie al potere di quella pietra, la fenice arde e si riduce in cenere, ma la cenere le ridona la vita. Così la fenice muta e cambia piumaggio, che dopo è fulgido e splendente e bellissimo come prima. Non vi fu mai umano tanto gravemente malato che, se un giorno vede la pietra, possa morire entro la settimana che segue. E il suo aspetto non diverrà smunto. Il suo aspetto rimarrà lo stesso, sia una fanciulla o un uomo, come nel giorno in cui vide la pietra…</p>
<p>Ascolta ora come vengono resi noti coloro che sono chiamati dal Graal. Sulla pietra, intorno all’orlo appaiono lettere che indicano il nome ed il lignaggio di ognuno, fanciullo o fanciulla, che deve intraprendere questo viaggio benedetto. Né è necessario cancellare le iscrizioni, poiché quando egli ha letto il nome, questo svanisce davanti ai suoi occhi”. <span style="color: #ffff00;"><strong>(4)</strong></span></p>
<p>Gli autori de “Il Santo Graal” affermano che: “Con l’aiuto anche dei testi evangelici apocrifi, si era andato così tessendo un “romanzo del Santo Calice”, che coinvolge le leggende relative a Pilato, all’imperatore  Vespasiano, alla reliquia romana dell’immagine del volto di Gesù  (la Veronica), e dove si narrava come Giuseppe d’Arimatea, ereditato il Graal, lo avesse affidato a compagni sicuri…</p>
<p>Molte sono le reliquie del Sangue del Cristo conosciute nella Cristianità. Esse possono essere di tre tipi: della Passione…; reliquie relative a miracoli eucaristici…; reliquie del sangue miracolosamente sprizzato da ostie o da immagini profanate…</p>
<p>Note, fra l’altro, le ampolle di Santo Sangue che si dicevano trovate all’interno del crocifisso celebrate come “Santo Volto”, giunto a Luni dalla Terrasanta – secondo la leggenda nel secolo VIII, in realtà più probabilmente nell’XI – e passato quindi a Lucca.</p>
<p>…Né mancano le chiese che vantavano addirittura il possesso del recipiente nel quale Gesù aveva consacrato il vino durante la Cena, e che poi era servito a Giuseppe d’Arimatea per raccogliervi il sangue scaturito dalle Sue ferite (ma gli angeli che raccolgono in un calice il sangue del Cristo sono frequenti nelle scene pittoriche tardo-medioevali di crocifissione). I pellegrini alto-medievali segnalano la presenza del calice dell’Ultima Cena nella chiesa dell’Anàstasis di Gerusalemme, ne parla per la prima volta il monaco Adamnano riferendo la testimonianza del vescovo gallo-franco Arculfo, il quale lo avrebbe visto nel 640 durante un viaggio in Palestina; riprende poi la notizia Beda il Venerabile (675 &#8211; 735). Entrambi lo descrivono come un calice d’argento, dotato di manici e piuttosto capiente: avrebbe infatti avuto la capacità di un sestario gallico, pari a più di sette litri. Non è chiaro quando fu trafugato: forse nel 1009 durante le distruzione del califfo fatimide al-Hakim o nel 1187 quando Gerusalemme fu presa dal Saladino (ma ciò è improbabile, dal momento che esso non è mai menzionato dalle fonti della Gerusalemme del periodo crociato; d’altronde il sultano non violò la chiesa del Santo Sepolcro).</p>
<p>Nel maggio 1101 i marinai genovesi avevano conquistato la città di Cesarea sul litorale palestinese: tra le prede riportate da quella città – e deposte nella cattedrale dedicata a San Lorenzo – il grande cronista della crociata del XII secolo, Guglielmo di Tiro, menziona un «recipiente di colore verde intenso a forma di piatto che […] i genovesi, credendolo di smeraldo, […] vollero offrire come insigne ornamento per la loro chiesa». Si tratta del Santo Catino di Cesarea, un piatto largo in pasta vitrea – e di forma esagonale del diametro di32 centimetri e mezzo e della capienza di circa tre litri -, ancor oggi tra le glorie del tesoro della cattedrale genovese.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70714" rel="attachment wp-att-70714"><img class="alignleft size-full wp-image-70714" title="santo graal valencia" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/santo-graal-valencia.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a>…Intanto acquistava fama crescente nella Cristianità – specie da quando, nel 1238, la città di Valencia era stata riconquistata dai crociati spagnoli – il Santo Calice costituito da una pietra di calcedonio montata in oro custodito nella cattedrale di quella città. Secondo la tradizione si trattava del calice dell’Ultima Cena, che Pietro aveva portato a Roma, quindi passato a San Lorenzo – diacono della chiesa di Roma, iberico d’origine, custode del tesoro della comunità cristiana dell’Urbe – inviato a Huesca durante la persecuzione di Valeriano. Da Huesca il calice era passato nel 713 al monastero di San Juan de Peña, da dove i re d’Aragona lo avevano traslato nel1399 aSaragozza e poi nel1347 aValencia. Non è escluso che la dedicazione laurenziana della loro cattedrale e la conoscenza del leggendario rapporto fra il diacono Lorenzo e il calice dell’Ultima Cena abbia incentivato l’identificazione, da parte dei genovesi, dell’oggetto appartenenti al bottino riportato da Cesarea con la reliquia della Consacrazione.</p>
<p>…Il sia pur solo preteso smeraldo di Genova e il calcedonio di Valencia richiamano al fatto che recipiente dell’Ultima Cena era secondo la tradizione, ricavato da un’unica pietra. Un <em>lapis unicum</em> come la gemma della corona imperiale di Aquisgrana: Gesù si era presentato, non dimentichiamolo, come Pietra Angolare”. <span style="color: #ffff00;"><strong>(5)</strong></span></p>
<p>Franco Cardini, Massimo Introvigne e Marina Montesano sostengono che: “Il Graal rientra, dal punto di vista tipologico, nella grande serie degli “oggetti magici” dono dell’Altro Mondo e che producono inesauribili ricchezze…</p>
<p>A livello letterale la cerca del Graal è solo una bella avventura cavalleresca; ma a livello allegorico essa è il racconto del processo iniziatico che conduce alla conquista della sapienza, cioè alla liberazione dalla prigione delle apparenza; a livello morale inoltre la cerca indica il dovere di uscire da quella prigione; il che significa come, a livello anagogico, cioè spirituale, il Graal possa essere quel che il mistico e alchemico Raimondo Lullo definisce lo scopo d’ogni sete di sapere e ogni forma d’amore…</p>
<p>Il cavaliere del Graal, in quanto cercatore di se stesso – il Graal come aspirazione interiore oggetto di uno junghiano “processo d’individualizzazione” -, è anche un cercatore di Dio: il che qualifica la cerca del Graal come esercizio ascetico, conquista, “guerra santa interiore”. D’altronde, la cerca è infinita: il Graal resta ineffabile e insondabile; e tale ineffabilità, tale inesorabilità permane il nucleo ultimo del suo mistero.</p>
<p>Al Graal compete un paradossale privilegio: è un “oggetto misterioso”, sfuggente ma anche abbastanza noto, un’araba fenice cui si attribuisce a livello di idee diffuse la forma approssimativa di un calice eucaristico e che si mette in relazione con l’Ultima Cena e il sangue sparso da Gesù sulla croce e nel sacro vaso, appunto, raccolto… Graal un oggetto che si presenta in varie forme all’interno di differenti sistemi mitico-religiosi, dotato sempre e comunque di un valore universale; oppure un simbolo di potere e di conoscenza…</p>
<p>Il Graal si situa proprio all’incrocio nel quale queste due scienze dell’uomo – l’antropologia e la storia – convergono e s’incontrano.</p>
<p>La parola <em>graaus</em> (al nominativo; nei complementi, <em>graal</em>) è attestata in lingua d’Oil almeno a partire dal Roman d’Alexandre del 1160-70: il Du Cange riferisce che il latino <em>gradalis</em>, corrisponde a <em>graaus</em>, è contenuta nel testamento del conte Ermengaud d’Urgel (1010) che dona all’abbazia di Sainte Foy di Conque «gradales duas de argento». Nella Cronica di Elinando di Froidmont, abbazia vicina a Bruges  in cui è conservato una reliquia del Santo Sangue, la parola <em>gradalis</em> designa il piatto o la scodella in cui il Cristo ha mangiato con i discepoli in cui fu raccolto il Santo Sangue…</p>
<p>Con la parola Gradals o Gradale i francesi chiamano una scodella larga e piuttosto profonda dove i ricchi sono soliti disporre vivande prelibate insieme al loro sugo, una dopo l’altra (<em>gradatim</em>), un boccone dopo l’altro, in strati diversi. La scodella è detta comunemente Graalz, giacché è cosa gradita e piacevole mangiare intorno ad essa, sia per il contenitore, di solito d’argento o di altro materiale prezioso, sia per il contenuto, una sequenza varia di cibi prelibati…</p>
<p>Nell’area di Troyes la parola <em>graal</em> esisteva da molto tempo come nome comune per indicare un piatto o una scodella. Ma anche altre regioni della Francia conoscevano varianti di questo termine col medesimo significato…</p>
<p>Ora, Chétien descrive il suo <em>graal</em> come un piatto largo e abbastanza capiente e profondo da contenere un grosso pesce, mentre un testo primoduecentesco, la prima “Contaminazione anonima” del Perceval, ne tratta come di un recipiente tanto grande e profondo da contenere una testa di cinghiale.</p>
<p>Si è in altri termini dinanzi a un oggetto in origine d’uso corrente, magari addirittura umile e quotidiano. Si tende a pensare che etimologicamente esso sia la sintesi di due parole latine, <em>crater</em> (panciuto vaso vinario) e <em>vas garale</em> (un recipiente atto alla conservazione  della salsa latina detta <em>garum</em>: di nuovo qualcosa a che fare con il pesce)”. <span style="color: #ffff00;"><strong>(6)</strong></span></p>
<p>In alcune versioni del mito del Graal si sostiene che quando Seth, il figlio di Adamo ed Eva, cercò di salvare suo padre da una letale malattia, tornando nell’Eden, egli non trovò nessuna cura specifica per lui, ma una cura per tutti i mali del mondo, insieme a una promessa che Dio non avrebbe mai abbandonato il genere umano e pare che questo fosse il Graal.</p>
<p>Questo oggetto smette di essere qualcosa di metafisico per entrare nella realtà percepibile, quando Giuseppe d’Arimatea, un ricco ebreo forse parente di Gesù, raccoglie il Sangue del Cristo proprio nella coppa che poi verrà definita Santo Graal.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70715" rel="attachment wp-att-70715"><img class="alignright size-medium wp-image-70715" title="giuseppe-darimatea-e-nicodemo" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/giuseppe-darimatea-e-nicodemo-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a>Dopo la crocifissione, il corpo di Gesù, fu dato in consegna a Giuseppe d’Arimatea e gli fu dato anche la coppa dell’Ultima Cena, con la quale il maestro celebrò questo rito.</p>
<p>L’ebreo lavò il corpo del defunto, ma mentre faceva questo dalle ferite uscì del sangue che Giuseppe raccolse nella coppa, quindi il corpo fu avvolto in un sudario e fu messo nel sepolcro, ove dopo tre giorni resuscitò.</p>
<p>Dopo la resurrezione Giuseppe fu imprigionate dai romani con l’accusa di sottrazione di cadavere e privato del cibo, fu lasciato languire in un’umida cella, dove un giorno gli apparve Gesù risorto ammantato di luce che gli consegnò la coppa rivelandone, anche le virtù della medesima; Giuseppe fu tenuto in vita grazie a una colomba che portava tutti i giorni un’ostia nella coppa.</p>
<p>Era il 70 d.C. quando Giuseppe d’Arimatea fu scarcerato, insieme a sua sorella e a suo cognato Bron. Questi scelsero, per causa di forza maggiore, l’esilio e partirono su una nave che li portò oltreoceano, verso un’isola sconosciuta dove, perpetrarono le loro tradizioni. Qui costruirono una tavola come quella usata per l’Ultima Cena dove presero posto dodici commensali, mentre il tredicesimo fu lasciato vuoto, perché era quello che avrebbe dovuto essere occupato da Gesù o da Giuda. Se questa sedia veniva inavvertitamente occupata essa eliminava all’istante il commensale, per questo esso ebbe il nome di “Seggio Periglioso” e la tavola fu chiamata “Prima Tavola del Graal”.</p>
<p>Passarono alcuni anni in questa terra sconosciuta e Giuseppe sentì il bisogno e  la voglia di andare via e durante uno dei suoi tanti pellegrinaggi per le vie del mondo, si fermò in Bretagna precisamente a Glastonbury, dove fondò la prima comunità cristiana che doveva soppiantare l’antica religione dei Druidi. Il primo tempio cristiano, qui fondato, fu dedicato alla Madonna o, secondo alcune versioni, a Maria Maddalena ed è in questo luogo che rimase il Graal che veniva utilizzato durante la funzione religiosa.</p>
<p>Alla morte di Giuseppe il Graal fu custodito da suo cognato che grazie alla coppa riuscì a sfamare tutti i suoi seguaci. Dopo Bron il Graal passò nelle mani di un nuovo custode che conservò la sacra reliquia in un castello sulla Montagna della Salvezza di cui ignoriamo l’ubicazione.</p>
<p>Nacque in quegli anni anche un ordine cavalleresco che venne denominato come l’Ordine  dei Cavalieri del Graal, con il compito di proteggere questa coppa; essi si nutrivano delle ostie che la reliquia dispensava e il loro capo e custode del divino recipiente ricopriva la carica di Re Sacerdote.</p>
<p>Uno di questi custodi fu ferito, secondo alcune versioni, dalla lancia di Longino e divenne sterile come la terra nella quale era ubicato il castello che custodiva la divina coppa.</p>
<p>Molti hanno visto un parallelo tra il Re Ferito, come venne denominato da allora in poi il custode del Graal, e la figura di San Rocco che in molte immagini viene raffigurato con una ferita alla  gamba.</p>
<p>Il Re Ferito trovava sollievo solo pescando e così fu definito anche come Re Pescatore ed egli sarebbe stato salvato da una domanda ben precisa fatta da un cavaliere puro di cuore; è da qui che inizia la saga di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda di cui parleremo in seguito.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70716" rel="attachment wp-att-70716"><img class="alignleft size-medium wp-image-70716" title="lancia di longino" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/lancia-di-longino-186x300.jpg" alt="" width="186" height="300" /></a>Tornando alla lancia di Longino, essa è l’arma con cui il centurione romano trafisse il costato di Gesù crocifisso: pare che  avesse, come il Graal, delle doti magiche molto forti, perciò fu custodita insieme ad altre reliquie come: una spada e il piatto che resse la testa di Giovanni Battista, all’interno del castello del Monte della Salvezza.</p>
<p>Questi quattro oggetti magici hanno influenzato la nostra cultura italiana poiché sono riprodotti nei semi delle carte da gioco.</p>
<p>Questa tradizione degli oggetti magici ha radici molto antiche e profonde presenti in culture millenarie come quelle asiatiche nelle quali si raccontano leggende secondo cui degli angeli sarebbero scesi dal cielo e si sarebbero stabiliti nel deserto dove avrebbero rivelato agli uomini la loro cultura superiore.</p>
<p>Prima di scomparire per sempre questi dei avrebbero lasciato quattro potentissimi talismani in grado di conferire poteri simili ai loro dei: una pietra, una spada, un calderone e una lancia. Questi oggetti  sono presenti in quasi tutte le tradizioni. La pietra, ad esempio, potrebbe essere quella nera della Ka’ba, la spada potrebbe essere quella nella roccia, la coppa il Graal e la lancia forse quella di Longino.</p>
<p>Alla morte di Erode, Israele fu divisa in un mosaico di staterelli, che solo nel 6 d.C. divennero Provincia romana, con tutti gli onori e oneri che ciò comportava.</p>
<p>Gli ebrei insofferenti all’allora stato di cose insorsero, dapprima con piccole sommosse culminate poi in vere e proprie rivolte. Mentre la Galilea bruciava, Roma inviò un poderoso esercito per domare questi fuochi atti a spezzare il giogo degli invasori; paese dopo paese, città dopo città la zona settentrionale della Galilea si arrese e l’esercito giunse fino alle mura di Gerusalemme dove, forse corrotto dagli insorti, esso si fermò. Nonostante  queste vittorie, gli ebrei continuarono a lottare e così nel 66 d.C. il generale Vespasiano, futuro imperatore, fu incaricato di riportare la pace nella provincia. Era il 68 quando le truppe del futuro imperatore si fermarono a causa della morte dell’imperatore  Nerone e tornarono a Roma. Nei diciotto mesi di tregua, gli ebrei non riuscirono a riorganizzare una resistenza duratura e così, mentre Vespasiano fu incoronato imperatore, suo figlio Tito partiva alla volta di Gerusalemme per riconquistarla.</p>
<p>L’assedio fu lungo e sanguinoso ma alla fine i romani ebbero ragione degli assediati e così entrarono trionfalmente in città dove si abbandonarono a ogni genere di violenza. Molti furono crocifissi sulle mura della città, le strade pullulavano di cadaveri appesi alle croci, il tempio fu profanato, derubato bruciato e infine raso al suolo, sulla cui terra fu buttato il sale.</p>
<p>Alcuni gruppi di persone appartenenti alla casta degli Zeloti si arroccarono nell’antica fortezza di Masada, essi resistettero per lungo tempo, finché, come narra una leggenda, una ragazza si innamorò di un soldato; essa, per amore, rivelò all’uomo dove erano i pozzi che alimentavano la città; i romani, allora, chiusero i pozzi e gli assediati furono costretti a arrendersi, ma per non subire l’onta della sconfitta si uccisero tutti. I romani penetrarono nella cittadella e trovarono solo tanti cadaveri sparsi per la città.</p>
<p>Dopo aver domato la rivolta, Tito fece erigere delle mura intorno al monte Golgotha e vi mise della terra intorno, quindi lo fece spianare fino a trasformarlo in un pianoro, che conteneva al suo interno il Sepolcro con le spoglie mortali del Cristo. Non contento di ciò proibì il culto del cristianesimo e gli ebrei furono costretti a disperdersi per i quattro angoli del mondo.</p>
<p>Furono anni difficile per i cristiani e le loro tradizioni, queste infatti, furono affidate a sette segrete con a capo un vescovo di nome Marco.</p>
<p>Con l’avvento di Costantino sul trono, le cose cambiarono radicalmente; i cristiani uscirono dalla clandestinità e quando nel 314 divenne signore anche delle terre d’oriente, lui e sua madre Elena rimasero affascinati dalle leggende che aleggiavano intorno al Santo Sepolcro. Così in breve tempo si iniziarono gli scavi per riportare alla luce questi tesori; si narra che, durante questi lavori, Elena avesse trovato un oggetto, forse una coppa, dove si raccolse il Sangue di Gesù.</p>
<p>A questo punto la storia del Graal si fa sempre più confusa e lacunosa; secondo alcune fonti esso finì in Britannia, dopo che Roma fu depredata dai Visigoti nel 400 d.C. e pare che questa reliquia giaccia in fondo a un pozzo a pochi passi  dalla presunta tomba di un nobile cavaliere, forse re Artù.</p>
<p>Altre testimonianza parlano di un imperatore bizantino che nel I secolo d.C., dopo aver sottratto ai persiani alcune reliquie, forse anche il Santo Calice, le fece portare a Costantinopoli.</p>
<p>Alcune leggende affermano che a Costantinopoli vi fossero confluite tantissime reliquie sacre tra cui la Sindone, i Chiodi con cui Gesù fu crocifisso, alcune spine della Corona, di cui una oggi è a Vasto e naturalmente il Graal, che pare contenesse la Sindone medesima.</p>
<p>Sembra che questi due oggetti abbiano seguito lo stesso cammino, ma queste sono solo supposizione; comunque il Santo Sudario, nel 1204 durante il sacco di Costantinopoli da parte dei Templari, era qui e fu portato poi a Lirey in Francia e da qui a Torino.</p>
<p>Una delle caratteristiche peculiari di questa reliquia sembra essere quella di donare al suo possessore un potere immenso e una larghezza di mezzi illimitata, come quello che aveva San Nicola.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70717" rel="attachment wp-att-70717"><img class="alignright size-medium wp-image-70717" title="san nicola" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/san-nicola-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Il culto di San Nicola è arrivato in Abruzzo attraverso il tratturo L’Aquila – Foggia.  Egli è patrono di <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=59755">Pollutri</a>, graziosa cittadina abruzzese situata poco lontano da Vasto. Il suo territorio è attraversato dai fiumi Sinello e Osento ed è ammantato da magnifici vigneti, uliveti e una volta anche da uno sterminato bosco, di cui una parte viene riportata anche dalle mappe catastali risalenti all’Unità d’Italia. Di esso oggi rimane solo un piccolo pezzetto chiamato “Bosco di don Venanzio” e la “Quercia di San Nicola”, albero sacro dedicato al Santo Patrono di Pollutri.</p>
<p>La quercia infatti è, secondo quanto ci riferisce Antony S. Mercatante: “Albero robusto, sacro al dio del cielo dei Greci, Zeus e alla sua controparte romana, Giove. L’oracolo di Zeus a Dodona, si trovava in un bosco di querce, dove la sacerdotessa pronunciava gli oracoli dopo aver ascoltato il fruscio delle foglie. Sia nella mitologia greca che in quella romana il primo cibo degli esseri umani fu la ghianda, frutto della quercia. Gli indiani dell’America settentrionale, che mangiavano le ghiande, credevano che la quercia fosse un dono di Wy-ot, il primogenito della terra e del cielo.</p>
<p>In Germania, quando Bonifacio VIII volle convertire la popolazione, una delle sue prime azioni fu quella di distruggere la quercia sacra ai Druidi, poiché si riteneva fosse la dimora di demoni, draghi e nani”.<strong></strong></p>
<p><em>Vox populi</em> afferma  che l’immensa selva che costituiva il succitato bosco, desse rifugio alle più diparte figure mitologiche e non, comprese fate, streghe, gnomi e naturalmente briganti che vi sotterrarono immensi e favolosi tesori!</p>
<p>Si racconta che un principe longobardo voleva fondare una città nel luogo dove avrebbe ritrovato il suo adorato puledro perduto e, a quanto pare, lo ritrovò nel posto in cui oggi sorge Pollutri, da qui forse l’etimo del nome. Secondo altri il suo nome deriva da un tempio dedicato a Polluce, mentre altre fonti parlano di nome di derivazione greca che significa “molta acqua”. Esso fu un possedimento dei Caldora, dei Capua ed infine dei D’Avalos.</p>
<p>Come abbiamo detto la venerazione di San Nicola giunge a Pollutri attraverso il tratturo Magno o del Re, grazie anche a una reliquia consistente in una rappresentazione del braccio del Venerabile.</p>
<p>La leggenda vuole che a Pollutri San Nicola durante una forte carestia che aveva investito questo paese, disponendo solo di poche fave, le moltiplicò all’infinito, riuscendo a sfamare tutti!</p>
<p>In ricordo di questo miracolo la prima domenica di maggio e il 6 dicembre si celebrano delle cerimonie che commemorano questo fatto prodigioso.</p>
<p>Le donne e quelli del comitato delle feste, dopo la raccolta, attraverso la questua, del frumento con il quale si impasterà il pane di San Nicola, le piccole pagnotte verranno portate al forno dalle donne su lunghe tavole in equilibrio sulla loro testa.</p>
<p>Il 6 dicembre, dopo la funzione religiosa, c’è la processione con il busto del santo; nel pomeriggio, il rintocco della campana della chiesa principale dedicata proprio al santo, il cui suono scongiura le tempeste, si accenderanno le pire sotto sette, o nove, grossi calderoni contenenti le fave e il paiolo che bollirà per primo farà vincere il suo proprietario. Una volta cotte le fave verranno distribuite insieme ai pani che portano l’effige del santo e che verranno consumati per devozione e tradizione, insieme al vino.</p>
<p>Questo rito potrebbe essere un antico retaggio delle feste celebrate in onore del divinità celtica della fertilità Dagda. Secondo alcune leggende egli era il marito di Brigid o di una dea con tre nomi: Menzogna, Astuzia e Disgrazia. Egli possedeva un calderone prodigioso con il quale nutriva tutta la Terra non  solo in senso materiale ma anche in quello spirituale e culturale, per questo era chiamato anche Signore del Grande Sapere. Il suo calderone, secondo alcune leggende, fu poi smembrato in 7 coppe più piccole.</p>
<p>Come si è visto i calderoni sono sette, questo numero, però non è citato a caso poiché esso è… magico per antonomasia, in quanto risulta dall’unione del 3, che rappresenta la molteplicità, e del 4, che rappresenta la globalità.  Questa cifra ha una rilevante importanza, perché è associata alla creazione divina del mondo; Dio, infatti, creò il mondo in sette giorni! Esso è anche una dimensione spazio-temporale sacra per antonomasia.</p>
<p>Il numero sette è associato ai pianeti, ai metalli, ai nani della famosa fiaba di Biancaneve, 47 erano le persone partite alla volta dell’ignoto per salvare le sacre spoglie di San Nicola; gli dei dell’antico Egitto erano divisi in gruppi di sette, gli unguenti sacri erano 7, i nodi magici usati per far passare il mal di capo erano sempre… 7, le anime di Ra erano sette etc.</p>
<p>L’energia del Cosmo è costituita dalla dinamicità del triangolo e la fissità del quadrato, poiché la combinazione di queste due figure geometriche, riportano, sempre, al numero sette. Presso gli ebrei dire “sette volte sette” o l’elevazione a potenza di questa cifra indica un numero infinito di volte.</p>
<p>Le fave simboleggiano, in alchimia, il sale minerale ed evocano lo zolfo rinchiuso negli elementi.</p>
<p>Questo legume è usato presso alcuni popoli, come dolce tipico dell’Epifania, sostituito, a volte da un piccolo pesce, simbolo, presso le prime comunità cristiane, del divino.</p>
<p>Esse sono il pasto per eccellenza della tradizione contadina, molto costumato durante i lavori nei campi e come buon auspicio per i matrimoni; in quanto rappresentano la prole maschile che verrà; in Italia, infatti, simboleggiano l’organo sessuale maschile.</p>
<p>Gli antichi, usavano questo legume durante le cerimonie funebri, in quanto esse contenevano l’anima dei trapassati.</p>
<p>Le fave appartengono a quei sortilegi definiti “protettori”, in quanto rappresentano la morte e la vita, intesa come prosperità. Durante i riti della Primavera, dedicati alla Magna Mater, esse sono il primo dono di questa divinità, nonché, la prima offerta dei morti ai vivi, oltre che il segno della loro rinascita attraverso la reincarnazione.</p>
<p>In molti riti orfici e pitagorici, si evitava di mangiare fave perché equivaleva a nutrirsi della testa dei propri avi. Mangiare i defunti sotto forma di fave era come entrare a far parte del ciclo della reincarnazione, nonché sottomettersi agli enormi poteri della materia.</p>
<p>Durante i riti della Primavera, era attraverso di esse che ci si metteva in contatto con il mondo invisibile, imperscrutabile, dell’oltretomba.</p>
<p>Presso i greci questi legumi venivano sia mangiati che usati come palline per votare i magistrati.</p>
<p>Nelle società rurali abruzzesi, le fave, erano molto diffuse, in quanto rappresentavano il primo e desiderato raccolto della nuova annata agricola, opportuno per superare l’esaurimento delle derrate alimentari dell’anno precedente e nell’attesa di quelle nuove che non erano ancora pronte. Questo periodo era chiamato la “Costa di Maggio” o di “Giugno”, particolarmente sentito nelle aree rurali di montagna.</p>
<p>San Nicola è inoltre invocato a Pollutri per far addormentare i bambini affinché, con il suo tocco lieve, abbassi loro le palpebre permettendogli come Morfeo, divinità del mondo antico protettore dei sogni che appariva sotto forma di persona conosciuta al dormiente, un dolce e tranquillo riposo!</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70718" rel="attachment wp-att-70718"><img class="alignleft size-full wp-image-70718" title="atena" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/atena.jpg" alt="" width="220" height="384" /></a>L’etimo del nome Nicola deriva dall’unione di due parole greche “Nike” e “Laos”, cioè “Vincitore del Popolo”. Per gli antichi, infatti, la “Vittoria” era personificata dalla “Nike”. Questa divinità era l’immagine del potere invincibile di Zeus e di Pallade Atena, il più importante nume dopo il padre di tutti gli dei, Zeus. Atena era venerata anche con il nome di Atene Nike ed essa non era alata poiché, essendo l’alter ego della divinità, non si poteva staccare da essa.</p>
<p>Atena era, secondo la mitologia classica, la personificazione della sapienza, dell’agilità e della guerra. Era la regina del cielo e una delle dodici divinità più importanti dell’Olimpo, nonché una delle tante facce della Grande Madre e del suo archetipo la Dea Bianca, cioè la Luna.</p>
<p>Atena venne fuori dalla testa di Zeus, quando questi mangiò la sua prima moglie Meti, poiché era incinta.</p>
<p>Il padre degli dei temeva, infatti, che il nascituro fosse superiore a lui e in qualche modo ne usurpasse il potere, e così appena dopo essersi nutrito della consorte, gli scoppiò un forte mal di capo: allora, Efesto con una grossa ascia gli assestò un colpo, la testa del padre degli dei si aprì, e… come per incanto vi emerse una giovane donna bellissima vestita con una lucente armatura.</p>
<p>Questa dea aveva dato agli uomini l’olivo e aveva inventato l’aratro e il suo uso; per questo motivo essa era venerata anche come protettrice dell’agricoltura.</p>
<p>Per propiziarsi una buona semina e quindi un buon raccolto, ben due dei tre rituali sacri erano dedicati ad essa, come le feste in suo onore, le cosiddette Panatenee, che in principio erano semplici rituali della mietitura.</p>
<p>La sua immagine iconografica è quella di una donna nel vigore della giovinezza con uno scudo e una lancia. I suoi animali totemici erano: il gallo, la civetta, la cornacchia e il serpente; la sua pianta sacra era l’olivo; presso i romani venne chiamata Minerva.</p>
<p>Tra i suoi appellativi vi erano anche quello della già citata Nike come vittoria, per il suo tempio che dominava l’Acropoli.</p>
<p>Con il passare del tempo la Nike, divenne il simbolo di eventi lieti, prosperi, vittoriosi, nonché di competizioni sportive e avvenimenti musicali che coinvolgevano in generale il popolo.</p>
<p>Presso i Sabini essa veniva chiamata Vacuna, che era anche protettrice dell’agricoltura e del desiderio carnale, inteso come piacere.</p>
<p>Nell’aquilano presso uno dei ruderi di un tempio dedicato a questa divinità, che il sincretismo cristiano ha trasformato in Santa Maria della Neve, venivano celebrati, agli inizi di agosto, dei singolari riti propiziatori.</p>
<p>Essi consistevano nel tracciare un solco con l’aratro, il più diritto possibile, e questo solco attraversava tutti i campi fino al sagrato della chiesa di Santa Maria della Neve. Il giorno successivo una mucca veniva fatta genuflettere sulla porta della chiesa, dopodiché un ragazzo scelto tra le migliori famiglie della zona le montava in groppa e si allontanava dal paese per tornarvi più tardi dopo che alcune persone avevano ammonticchiato dei covoni di grano. Egli dopo essersi seduto su di essi distribuiva delle ciambelle a tutti i partecipanti alle feste che culminavano con musica, canti e danze.</p>
<p>I romani la chiamarono Dea Victoria ed era rappresentata, come la sua antesignana Nike,  con le ali e un ramo di palma e una corona di alloro, ed era una divinità celeste minore.</p>
<p>Già dall’etimo del nome si evince che questo Santo, abbia a che fare con l’abbondanza e la prosperità e sia uno delle tante figure pagane che la  “trasmutazione” cristiana ha beatificato.</p>
<p>Nicola pare sia nato a Patara in Turchia, o più in generale, in quella “regione” che durante l’Evo Medio era definita come “Saracinia” cioè terra dei Saraceni o Mori, comunque dei pagani. Egli nacque verso la fine del 200 d.C. da una famiglia cristiana agiata.</p>
<p>Tra le tante leggende che aleggiano intorno a questa figura, si narra che appena nato si sollevò, con le mani giunte, dal catino nel quale lo stavano lavando, ringraziando il Signore di essere nato; egli si nutriva solo i mercoledì e venerdì, giorni con particolari influssi negativi, secondo la tradizione popolare.</p>
<p>Mercoledì, dal latino “dies mercuri”, cioè giorno di Mercurio, deriverebbe dal nome della divinità tedesca Odino, padre di tutti gli dei, marito di Frigga o Feya e padre di Thor. Nelle società contadine il mercoledì era considerato il giorno dedicato alla Madonna del Carmelo o del Carmine; infatti, per loro, questo giorno veniva chiamato semplicemente il “Carmine”.</p>
<p>Venerdì dal latino “dies veneris”, cioè giorno di Venere, dea della bellezza nonché uno delle tante facce della Grande Dea Madre, divinità universale che si scindeva presso i vari popoli, religioni e società in diversi numi come ad esempio la tedesca Freya, che per i popoli teutonici era la dea della fertilità, signora e padrona della giovinezza, della bellezza, dell’amore sia platonico che  passionale e ovviamente di tutto ciò che era associato ad esso.</p>
<p>Questa divinità bellissima, moglie di Odur, in alcune versioni del mito consorte di Od e in altre addirittura compagna del potente Odino, figlia di Njordhr, sorella di Freyr e madre di Hnossa, era una delle più potenti divinità dei Vani nonché figlia del protettore dei naviganti, veniva raffigurato come un guerriero selvaggio e crudele.</p>
<p>Essa conosceva anche l’arte della divinazione che mise al servizio di Odino quando questi perse l’uso della vista; essa divenne, così, potente da indossare il mantello del destino, decretando la vita e la morte degli uomini, esigendo, inoltre, il tributo di metà dei guerrieri periti in battaglia. Il giorno consacratole era il venerdì da cui prende anche il nome,  i suoi animali sacri erano i gatti, i falchi, le farfalle, il cuculo e i cavalli.</p>
<p>Con l’avvento del cristianesimo, si cercò di sradicare questo culto pagano demonizzandolo e così il venerdì divenne un giorno infausto, i gatti alati che trainavano il suo cocchio si mutavano in streghe dopo sette anni e infine i cavalli neri divennero i messaggeri degli inferi. Inoltre questo già nefasto giorno divenne addirittura sfortunato per tutti i tipi di lavoro da quando il 13 ottobre 1307, che cadeva di venerdì, Filippo IV detto il Bello emise un mandato di cattura contro tutti i templari che si trovavano sul suolo francese.</p>
<p>Appena emesso l’ordine di cattura, alcuni templari presero il mare, dal porto de la Rochelle, e solo coloro che riuscirono a imbarcarsi nella confusione seguita agli arresti poté salvarsi, da allora in memoria di questo massacro perpetrato ai danni di innocenti, questo giorno ha preso una valenza malefica.</p>
<p>Per tornare al personaggio storico, o perlomeno a quello che si sa di San Nicola come persona realmente vissuta, si dice che egli presenziò, forse, con la carica di diacono, al concilio di Nicea, dove, tra le tante cose, si confermò la natura divina del Cristo, per poi recarsi a Roma, ove, per volere di Papa Silvestro, divenne vescovo di Myra in Lycia, provincia dell’Asia Minore e fu grazie al suo apostolato che questa terra venne risparmiata dalle eresie.</p>
<p>Rimasto orfano in giovane età, fu perseguitato e torturato per le sua ideologia religiosa, finché l’Editto di Costantino non pose fine alle persecuzioni cristiane.</p>
<p>Nicola di Patara morì intorno nel 350 a.C. a 82 anni; egli fu un forte, deciso, zelante cristiano che operò molti miracoli.</p>
<p>Una delle sue prime biografie fu redatta nel 740 da Sant’Andrea di Creta. La venerazione del Beato giunse in Occidente dopo che l’Imperatore bizantino Leone III l’Isaurico (680 &#8211; 741) proibì il culto delle sacre rappresentazioni, mettendo al bando tutto ciò che le riproduceva.</p>
<p>Molti religiosi per perpetrare questa tradizione, fuggirono in Occidente portandosi dietro le loro usanze, compreso il culto di San Nicola.</p>
<p>Le spoglie mortali di Nicola furono sepolte in una chiesa di Myra vicino Patara che fu sconsacrato e così si perse la memoria dell’edificio insieme a ciò che conteneva.</p>
<p>Passarono i secoli e questa terra fu conquistata dai Selgiunchi che, nutrendo una profonda avversione per i cristiani, impedivano ai pellegrini di raggiungere la Terra Santa  assalendoli e depredandoli. Probabilmente fu questo uno dei tanti motivi per cui si promossero le Crociate.</p>
<p>Nel 1086 un vescovo ebbe un sogno premonitore nel quale il Santo di Bari gli imponeva di andare a recuperare le sue spogli mortali in Terra Saracinia. L’anno successivo tre caravelle con 47 baresi, tra i quali vi erano sacerdoti, mercanti e soldati, partirono verso l’ignoto per recuperare i sacri resti del Vescovo di Myra.</p>
<p>Questa chiesa, secondo la leggenda, era accudita da monaci, cosa alquanto improbabile, poiché essa era sconsacrata ed era in territorio pagano. Quando i baresi giunsero in questo luogo, prima dei veneziani, anche loro interessati alla sacre ossa, si trovarono di fronte un sarcofago bianco con dentro i resti del Santo immerso in un liquido trasparente, la cosiddetta manna, che inondava la stanza con un odore paradisiaco. Dopo aver preso le spoglie e averle poste in un barile, essi partirono alla volta di Bari. Durante il viaggio si scatenò una tremenda tempesta che fece temere più volte per l’incolumità dei marinai i quali furono salvati dal Santo che fece cessare la procella.</p>
<p>Il 9 maggio del 1089 il corpo di Nicola giunse a Bari dove guarì circa 47 malati terminali; in quell’anno si iniziò la costruzione di un tempio dedicato al Santo e nel frattempo le spoglie furono poste nella Cattedrale pugliese. Durante lo scavo delle fondamenta dell’edificio alcuni muratori furono coinvolti in un mortale incidente, ma la loro grande fede e l’ulteriore miracolo operato dal Santo li salvò. Era il 1097 quando la nuova sede del corpo mortale di Nicola fu terminato, siccome mancava un pilastro, esso arrivò fortunosamente galleggiando per mare, dalla terra natale del Beato.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70719" rel="attachment wp-att-70719"><img class="alignright size-full wp-image-70719" title="sinter klaas" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/sinter-klaas.jpg" alt="" width="183" height="275" /></a>In seguito alla riforma, i protestanti abolirono la festività in onore del Santo, anche se i coloni olandesi continuarono, a New Amsterdam, a venerarlo e quando questa città passò sotto il controllo inglese e fu ribattezzata con il nome di New York, il venerabile divenne Sinter Klaas: un misto tra l’iconografica classica del beato e il dio teutonico Thor e la sua festa fu spostata al 25 dicembre. La festa del santo fu soppressa dalla chiesa nel 1969.</p>
<p>Secondo quando afferma Laurence Gardner, la figura di Babbo Natale ha radici pagane: “Prendendo in esame il personaggio di Babbo o Papà Natale, assodato trattasi di una figura in intima connessione con mondo degli Elfi… La figura di Babbo Natale (con il caratteristico copricapo intrecciato di agrifoglio) altro non può essere che la rappresentazione schietta e diretta del natalizio Re dell’Agrifoglio, chiamato anche Papà Inverno e Nonno Gelo.</p>
<p>La leggenda sostiene anche che Nicola possedesse il potere di calmare il mare in tempesta; mentre la storia che lo collega ai bambini si riferisce al miracolo di aver ridato vita a tre giovani che erano smembrati e tenuti sotto conserva da terribili, quanto improbabili, genitori cannibali!</p>
<p>Nicola divenne in breve uno dei più potenti santi protettori. In particolare in Grecia, Apuglia, Sicilia, Lorena  e Russia… Prendendo spunto dall’episodio dei tre sacchetti colmi di monete d’oro, nei Paesi Bassi prese a diffondersi la leggenda che San Nicola avrebbe fatto ritorno sulla Terra ogni anno per continuare a beneficiare l’umanità con i suoi preziosi doni premiando i bambini buoni la vigilia del 6 dicembre, giorno della sua festa patronale.</p>
<p>In realtà Santa Claus scaturì da un personaggio fiabesco introdotto nella tradizione nordamericana dai coloni tedeschi: il nome del personaggio era Pelznichol (che significa Nicola Impellicciato), a volte chiamato Vecchio Nick. Si trattava di una sorta di folletto dispettoso… riportando alla mente una figura eroica come quella dell’antico eroe mesopotamico Enkidu descritto nell’epopea di Gilgamesh.</p>
<p>Pelznichol era un tipo strano e selvatico, famoso per i suoi tiri mancini e gli scherzi che amava giocare alla gente almeno una volta all’anno, tradizione poi trasformatasi in quella del dono natalizio…</p>
<p>Il Vecchio Nick era invece molto più vicino alle connotazioni imposte da Papa Gregorio I all’immagine del diavolo, tratta in modo pressoché completo da quelle dei tempi medioevali degli angeli caduti, a tal punto che nel mondo anglosassone sovente era (ed è) proprio il diavolo a essere chiamato Vecchio Nick…”.<span style="color: #ffff00;"> <strong>(7)</strong></span></p>
<p>Babbo Natale è diventato nel tempo però l’emblema natalizio più amato dai bambini, perché dispensatore di doni. Egli arriva di notte su una slitta d’oro carica di doni trainata da delle renne che sfrecciano nel cielo buio della fredda notte di Natale. Esse si fermano sul tetto e Babbo Natale, calandosi dal cammino, deposita i doni sotto l’abete natalizio.</p>
<p>Ha una lunga barba bianca ed è corpulento, indossa un costume rosso, che inizialmente era verde, ma poi per ragioni d’immagine si è preferito il look attuale, ed ha un viso allegro e vivace.</p>
<p>Vive in una casa in Lapponia o Finlandia e i suoi aiutanti sono gli gnomi e i folletti e tanti animaletti che collaborano nel trovare e incartare i regali che i bambini, e non solo, di tutto il mondo gli richiedono. L’immagini classica di questo personaggio tipicamente nordico, risponde più o meno a quella descritta poc’anzi; ma in realtà questa figura del “dispensatore di regali” è modellata sull’archetipo di San Nicola.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70720" rel="attachment wp-att-70720"><img class="alignleft size-medium wp-image-70720" title="Jonathan_G_Meath_portrays_Santa_Claus" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Jonathan_G_Meath_portrays_Santa_Claus-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" /></a>Santa Claus è, infatti, la distorsione del nome San Nicola, che gli emigrati olandesi chiamavano “Sinte Niklaas” e gli anglosassoni trasformarono in “Santa Claus”, al quale nel 1863 il disegnatore Thomas Nast diede l’aspetto definitivo che abbiamo ancora oggi. Egli ha in comune con il Santo a cui si è ispirato solo la barba bianca e il fatto di essere entrambi dispensatori di regali.</p>
<p>Come si è affermato poc’anzi, i coloni olandesi trapiantati nel “Nuovo Mondo” distorsero sia il nome di San Nicola che la sua immagine iconografica classica, facendone un misto fra un santo cristiano e il dio pagano Thor.</p>
<p>Il dio Thor, il cui etimo significa “Tonante”, per i teutonici era una divinità celeste, figlio di Odino e della dea Terra, Jordh, nonché marito di Sif e signore dei tuoni e fulmini, oltre che della tempesta.</p>
<p>Egli era signore e padrone di un regno chiamato Thrudvangnel nel quale sorgeva un enorme castello di oltre 500 camere, conosciuto come il “Castello del Fulmine”; egli si muoveva su un carro trainato da capre, che durante il Medioevo diventarono sinonimo del diavolo.</p>
<p>Secondo la tradizione classica, infatti, le capre erano gli animali totemici di Era, consorte di Zeus. Questo animale era anche la personificazione della dea, che veniva però trafitto da lance durante le feste a lei dedicate, poiché esso aveva svelato a Zeus il nascondiglio di Era, quando questa cercava di sottrarsi alle ire del suo divin consorte.</p>
<p>Zeus, invece, aveva trasformato suo figlio Dionisio, nato da una relazione con Semele, in un capro nero per salvarlo dalle grinfie di sua moglie Era; per questo motivo gli adepti al culto di Dionisio, squartavano un capro selvatico per cibarsene.</p>
<p>Molte divinità silvane venivano identificati con questo animale, quindi, diventa ovvio la loro demonizzazione da parte della cristianità, poiché essi rappresentavano un retaggio di antichi culti dedicati alla natura.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=70721" rel="attachment wp-att-70721"><img class="alignright size-medium wp-image-70721" title="thor" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/thor2-263x300.jpg" alt="" width="263" height="300" /></a>Il simbolo che contraddistingue Thor è il martello forgiato dal nano Sidri che aveva la particolarità di tornare come un boomerang sempre nelle mani del suo padrone. Mentre il nano stava costruendo questo oggetto, venne infastidito da Locki, una divinità malefica e dispettosa che veniva chiamata anche “L’Ingannatore” per la sua propensione a fare scherzi dannosi, che trasformatosi in mosca si divertì a infastidire Sidri che, a causa di questa interferenza, costruì il martello con il manico troppo corto!</p>
<p>Questa potente arma poteva uccide, ma poteva dare anche la vita, poiché questo nume usava la sua arma per benedire le unioni di giovedì, giorno a lui dedicato; infatti giovedì in inglese si dice Thursday che non è altro che la corruzione delle parole Thor’s day, cioè il giorno di Thor.</p>
<p>Egli possedeva una forza straordinaria che gli perveniva da una cinta magica, la quale gli raddoppiava il vigore. Il suo culto rimase vivo per tutto il Medioevo, finché il re Olaf II lo sradicò anche con l’uso della forza, convertendo i suoi sudditi al cristianesimo.</p>
<p>San Nicola rappresenta, come d’altronde Merlino, il punto di unione spirituale tra cristianesimo orientale e occidentale; poiché il suo culto dall’Italia si espanse in altri paesi come Gran Bretagna, Belgio, Olanda, anche la chiesa ortodossa nutre tutt’ora un grande rispetto e devozione per lui al punto che è anche divenuto il Patrono della Russia e della Grecia.</p>
<p>Sono fiorite molte leggende sulla larghezza di mezzi di San Nicola e perciò si è ipotizzato che egli fosse il possessore del Santo Graal o che addirittura egli fosse il Graal stesso: poiché non conosciamo la reale forma dell’oggetto in questione tutte le ipotesi possono essere giuste.</p>
<p>In alcune fiabe si narra che il Santo Graal fu donato a Nicola da Gesù stesso sotto forma di bambino e forse questa fu una delle ragioni per cui le sue spoglie mortali furono all’origine di dispute accese tra molti potenti, tra cui anche il Papa, che allestì una spedizione per ritrovarle in una misera chiesetta sconsacrata nella terra degli infedeli.</p>
<p>Si racconta che tanti e tanti secoli fa in una delle tante città del mondo allora conosciuto, vivesse un nobile che a causa di speculazioni sbagliate avesse perso tutti i suoi averi. Quest’uomo aveva anche tre figlie da marito, ma dato che non aveva niente non le poteva neanche maritare, e così queste erano destinate a diventare donne di malaffare. Questa famigliola era comunque molto religiosa e pia e non passava giorno che essi non pregassero San Nicola. Il beato, commosso da  tanta fedeltà nei suoi confronti, decise di intervenire e lo fece alla sua maniera: per due notti di seguito il Santo buttò delle monete d’oro attraverso la finestra della casa del pover’uomo; ma la terza sera Nicola, trovò le finestre sbarrate; così salito sul tetto lanciò le monete attraverso in cammino e queste finirono nelle calze delle giovani donne, appese lì ad asciugarsi. Così le ragazze poterono sposarsi e il Santo diventò protettore, anche delle fanciulle da marito.</p>
<h3>Nicoletta Camilla Travaglini</h3>
<p><span style="color: #0000ff;"><strong>NOTE</strong></span></p>
<p><span style="color: #ffff00;"><strong>(1)</strong></span> Chevalier, Jean; Gheerbrandt, Alain; “Dizionario dei Simboli”, Biblioteca Universale Rizzoli, quarta edizione, luglio 2001 pagg. 314, 323.</p>
<p><span style="color: #ffff00;"><strong>(2)</strong></span> Rangoni, Laura: “Le Fate”, Xenia Edizioni, 2004, pag. 9, 25, 61, 62.</p>
<p><span style="color: #ffff00;"><strong>(3)</strong></span> Cardini, Franco; Introvigne, Massimo; Montesano, Marina: “Il Santo Graal”, Giunti Editori, marzo 2006, pagg. 45, 46, 47, 48.</p>
<p><span style="color: #ffff00;"><strong>(4)</strong></span> Baigenet, Michael; Leigh, Richard; Lincoln, Henry: “The Holy Blood and Holy Graal”,  Arnaldo Mondadori Editore, 2003, pagg. 388, 389 e seguenti.</p>
<p><span style="color: #ffff00;"><strong>(5)</strong></span> Cardini, Franco; Introvigne, Massimo; Montesano, Marina: op. cit., pagg. 55, 64, 65, 66, 67, 68, 69, 70.</p>
<p><span style="color: #ffff00;"><strong>(6)</strong></span> Cardini, Franco; Introvigne, Massimo; Montesano, Marina: op. cit., pagg. 15, 16, 25, 26, 27, 28, 39.</p>
<p><span style="color: #ffff00;"><strong>(7)</strong></span> Gardner, Laurence: “Il regno dei Signori degli Anelli &#8211; Mito e magia del Santo Graal”; Newton &amp; Compton Editori, 2001, pagg. 174-179.</p>
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