L’OMBRA DEL GRAN MAESTRO

La maestosa e ieratica abbazia di San Giovanni in Venere sorge nel territorio di Fossacesia, una stupenda cittadina abruzzese vicino al mare.

“La tradizione vuole che, ovviamente supportata anche da ritrovamenti archeologici, tale luogo sacro si erga sui ruderi di un preesistente tempio pagano dedicato a Venere Conciliatrice, culto risalente IV secolo a.C., fatto rimarcato anche nel toponimo Portus Veneris, che indicava un porto posto alla foce del fiume Sangro durante la dominazione bizantina, vicino a un nucleo abitato chiamato Vico Veneriis lungo la via Traiana.

Un’altra leggenda sostiene che il primo nucleo di questo luogo di culto fosse costituito da piccolo ricovero per frati benedettini, provvisto di una cappella, fatto innalzare da frate Martino intorno al 540 dopo aver fatto abbattere il tempio di Venere, che versava in avanzato stato di abbandono per costruirvi una piccola cappella intitolata a San Giovanni e la Vergine Maria. Nel 973 il conte di Teate, Trasmondo I, dispose che il monastero ricevesse delle cospicue rendite tali da trasformarlo, così, da un piccolo ricovero in un potente e opulento monastero. Con l’avvento del Cristianesimo, questo luogo fu abitato da eremiti e uomini pii e, secondo un’antica leggenda, pare che alcuni monaci greco-ortodossi, durante la guerra iconoclastica nel VII secolo, emigrarono in maniera massiccia fino a giungere sulle coste di Fossacesia; tra loro vi erano anche i monaci basiliani, gli stessi che fondarono la chiesa di San Longino a Lanciano poi divenuta la chiesa del Miracolo Eucaristico, che presero possesso di quello che restava dell’antico tempio di Venere, facendolo diventare un luogo di culto cristiano dedicato alla Madonna.

Anche se questo illuminato conte fece in modo che da una semplice e povera “cella”, essa si trasformasse in un monastero, la sua fondazione e la sua opulenza vanno attribuiti al conte teatino Trasmondo II che agli inizi dell’anno Mille, dopo sostanziose prebende, rese possibile la formazione di un solida struttura religiosa, economica, autonoma governata da abati. Come segno di gratitudine nei confronti del conte i monaci, alla sua morte, sopravvenuta nel 1025, lo seppellirono nella cripta dove tuttora riposa.

Se risulta un pochino complicato possedere dati certi sulla sua fondazione e sulla sue prime fasi della sua esistenza, vi sono invece precisi riferimenti storici relativi alle sue fasi costruttive che vanno dal 973 fino al 1204 circa, dove raggiunse il suo culmine con l’abate Oderisi II il Grande. I secoli tra il X e l’XI furono molto importanti per la crescita religiosa, culturale ed economica dell’abbazia la quale divenne in breve tempo uno dei più fiorenti luoghi di culto centro-meridionali annoverando tra i suoi possedimenti oltre duecento feudi sparsi in diverse zone d’Italia e fuori dal nostro territorio nazionale come ad esempio in Dalmazia.

Nel periodo in cui essa stava consolidando il suo potere e la sua fama, nella seconda metà dell’anno Mille circa, il terzo abate Monastico, Oderisio I, appartenete alla famiglia dei Pagliara, ramo secondario dei Conti dei Marsi, i quali a loro volta rappresentavano un ramo cadetto della più gloriosa e prestigiosa famiglia dei Di Sangro, aveva già fatto allestire una fiorente e ricca biblioteca, una ottima scuola retta dai confratelli; fortificò, attraverso fossati, torri e mura la chiesa, costruì ospedali ed officine, ma soprattutto, fondò la cittadina di Rocca San Giovanni, che divenne, in breve tempo, il più fiorente e opulento possedimento della badia e oggi nella chiesa madre di Rocca San Giovanni vi sono molte reliquie e volumi che facevano parte del ricco tesoro dell’abbazia di San Giovanni in Venere.

La famiglia di Sangro a cui apparteneva, come abbiamo detto, anche Oderisio I, discendeva direttamente da Carlo Magno e annoverò nel suo albero genealogico anche Papi e Santi. Questa potente e antichissima casata discende dai duchi di Borgogna che a loro volta erano di stirpe carolingia, longobarda e, naturalmente, normanna. Questi nobili, ovviamente, furono legati da vincoli strettissi alla Chiesa e in special modo al potente, ricco e stimato ordine Benedettino. Nel IX secolo essi, vennero in Italia e si stabilirono maggiormente negli Abruzzi, ove riuscirono a conquistare e, quindi, a governare diversi feudi e contee, prendendo il titolo di “Conti dei Marsi”. I nomi dei conti dei Marsi erano Bernardo, Oderigi, Teodino, Trasmondo e si possono incontrare in molti documenti del XI e del XII secolo. In un atto notarile dell’agosto del 981, conservato a Montecassino, Teodino e i suoi fratelli Rainaldo e Oderisio risultano i Conti di Marsia; si divisero i loro territori nel seguente ordine: Teodino divenne conte di Rieti e Amiterno, Rainaldo conte della Marsia e Oderisio conte di Valva.

Oderisio a sua volta diede origine a tre grandi rami: una discendenza si stanziò nella zona del Sangro con la linea Borrello, la più grande, che si diffuse in tutto l’Abruzzo centrale dando vita a Prezza e a Raiano, alle linee separate di Gentile; un secondo ramo si trasferì in quello che oggi è la provincia di Teramo, conosciuti come i conti di Palearia o Pagliara, che annoveravano tra i membri della loro famiglia Berardo, vescovo di Teramo e Oderisio di Palearia che alla metà del sec. XIII fu nominato dal Re “Giustiziere d’Abruzzo”. Il terzo ramo infine si stabilì a Valva vicino Sulmona. Nel 1250 pochi erano i sopravvissuti di questa discendenza, così la famiglia d’Ocre vide distrutto il suo antico castello come fu in precedenza per i Barili, i quali insieme ai succitati d’Ocre si rifugiarono all’Aquila. Gli altri rami della famiglia come i Borello e i Di Sangro si ritirarono in Sicilia.

Trasmondo, vescovo di Valva e abate di San Clemente a Casauria, era figlio di Oderisio conte de’ Marsi e fratello di Oderisio abate di Montecassino e di Attone, vescovo di Chieti. L’abbazia di San Giovanni in Venere annovera due membri di questa famiglia, oltreché la permanenza del vescovo di Teramo, Berardo.

All’inizio del 1500 essi ottennero il titolo di marchesi e alla fine dello stesso secolo divennero duchi e pochi anni dopo questo titolo acquisirono, anche, quello di principi, governando il loro vastissimo impero in maniera tirannica, dispotica e violenta! Nel loro albero genealogico, vi sono presenti anche figure di spicco come Oderisio, San Bernardo di Chiaravalle fondatore dei Templari, Santa Rosalia, Innocenzo III, Gregorio III, ideatore e iniziatore della Santa Inquisizione, Paolo IV Carafa, che contrastò invece in tutte le maniere l’Ufficio della Santa Inquisizione, Benedetto XIII. Sempre della stessa famiglia dei Di Sangro, come si è potuto ampiamente vedere, Oderisio II “il Grande” portò enorme lustro all’abbazia attraverso mezzo secolo circa di conduzione del luogo sacro, incrementando le opere degli abati precedenti e iniziando i lavori di ampliamento conferendogli la struttura architettonica attuale e per tali meriti sono ricordati in un epigrafe posta sulla facciata principale della badia. (1)

Questo luogo sacro è custode, secondo alcune leggende, di molti misteri come quello del Graal ad esempio; però si sussurra che essa custodisca la tomba di un Gran Maestro dei Templari: “Viene spesso menzionato come l’unico Gran Maestro italiano e infatti, sebbene non si abbiano notizie certe sulle sue origini, oltre a ritrovarlo in vari documenti dell’epoca come Tommaso Berardi, sappiamo che la potente famiglia dei Berardi, noti come Conti dei Marsi, in quel tempo dominante su gran parte dell’Abruzzo, aveva tra i suoi discendenti un maestro dell’ordine templare, Pietro di Ocre. Tommaso Berardi venne eletto nel 1256 Gran Maestro, sotto il pontificato di papa Alessandro IV, succedendo a Renaud de Vichiers. Esercitò le sue funzioni in circostanze non facili, impelagato da una parte nelle questioni sorte con l’ordine degli ospitalieri e dall’altra assistendo impotente ai progressi del sultano mamelucco Baybars al-Bunduqdari, che, poco a poco, obbligò i cristiani della Palestina a ritirarsi tra le mura di San Giovanni d’Acri, ultimo baluardo del Regno di Gerusalemme. In Italia fu attivo nella riorganizzazione dell’ordine successiva al mutare del destino delle crociate e degli ordini cavallereschi sorti con esse”. (2)

Quindi il Gran Maestro Tommaso Berardi faceva parte di una delle famiglie più potenti e influenti dell’epoca tra cui si annoverano due personaggi molto particolari: Tommaso D’Ocre e Tommaso da Celano, ma chi sono questi due personaggi appartenenti a questa illustre dinastia?

“Appartenente alla famiglia nobile degli Ocre, nacque nell’omonima località nel XIII secolo ed entrò a far parte della Congregazione dei celestini, diventando abate di San Giovanni in Piano ad Apricena. Fu creato cardinale presbitero nel concistoro del 18 settembre 1294, l’unico tenuto da papa Celestino V nel suo breve pontificato, con il titolo di Santa Cecilia; accettò il cardinalato, seppur non desiderandolo. Partecipò poi al conclave del 1294, che elesse papa Bonifacio VIII, e fu camerlengo di Santa Romana Chiesa e cardinale protopresbitero. Nelle bolle pontificie promulgate tra il 21 giugno 1295 e il 27 giugno 1298 si ritrova la sua sottoscrizione. Nel 1296 celebrò i funerali dell’ex pontefice Celestino V nel castello Longhi a Fumone. Il 23 maggio 1300 scrisse il suo testamento e morì a Napoli pochi giorni dopo, il 29 maggio. Fu sepolto a Ferentino nel monastero di Sant’Antonio Abate.” (3)

Il conte Tommaso da Celano invece: “Tommaso nacque intorno al 1180 da Pietro Berardi, conte di Albe e Celano, e da madre appartenente alla famiglia comitale dei Palearia, di cui non se ne conosce l’identità. Pietro apparteneva alla dinastia dei Berardi, tra i principali feudatari dell’Italia centrale, stabilitisi inizialmente nella Marsica, ma con l’ambizione di estendere i propri domini tra la Marca di Ancona e Civitate in Puglia, al fine di controllare le vie di comunicazione tra lo Stato Pontificio e i porti sull’Adriatico. In tale prospettiva Pietro cominciò a tessere un’alleanza con Federico II di Svevia, all’epoca re del Regno di Sicilia e protetto dal papa Innocenzo III, sebbene in passato fosse avverso agli Svevi. Con lo stesso obiettivo, nel 1194 Tommaso sposò Giuditta di Molise, figlia di Ruggero, l’ultimo conte normanno di Molise, al fine di allineare i due feudi alle mire regionali di Pietro. Quando nel 1210 il neo imperatore Ottone IV di Brunswick discese in Italia per rivendicare il ducato di Puglia e Calabria da Federico, Pietro rinnegò il recente supporto a Federico e si schierò al fianco di Ottone, ottenendo così la Marca di Ancona e la carica di capitano e maestro giustiziere del Regno. Nel 1212, alla morte del padre, Tommaso ricevette la contea di Albe, mentre il fratello maggiore Riccardo (4)divenne conte di Celano. Nonostante le volontà paterne, Tommaso non rinunciò a farsi chiamare anche conte di Celano, entrando in contrasto con il fratello Riccardo. Nel 1213 Ruggero di Molise morì e il genero Tommaso venne nominato conte di Molise. Tommaso continuò sulla stessa linea politica avviata dal padre, tuttavia la situazione internazionale non era più favorevole ad Ottone. Scomunicato dal Papa nel 1210 per l’aggressione ai domini di Federico II in Italia meridionale, nel 1211 questi era dovuto tornare in Germania per fronteggiare il malcontento dei principi tedeschi sobillati sempre da Innocenzo III; questi inoltre incoronò il giovane Federico come nuovo re di Germania in vece di Ottone. Le fortune di Ottone ebbero fine con la sconfitta nel corso della battaglia di Bouvines del 1214 in cui aveva attaccato il Regno di Francia che sosteneva Federico; Ottone dovette abdicare dal trono imperiale che fu lasciato a Federico II. A causa della caduta del loro protettore, Tommaso perdette la Marca di Ancona che il papa assegnò ad Aldobrandino I d’Este (5). Al fine di ricucire i rapporti con il papato, il Celano desistette dal tentativo di riprendere la Marca, ma concentrò i propri sforzi nell’ampliare e consolidare i suoi possedimenti nella Marsica e in Molise, dove rafforzò le fortificazioni dei centri più importanti come Celano, Ovindoli, Bojano e Roccamandolfi. In tale contesto tuttavia gli attriti con il fratello Riccardo tennero costantemente impegnato Tommaso. Nonostante questi fosse riuscito a scacciare l’avversario dalla contea di Celano, di cui Riccardo mantenne solo il territorio di Tocco, le scaramucce tra i fratelli cominciarono a preoccupare il papato, dove il nuovo papa Onorio III sollecitò più volte la riappacificazione tra i due, coinvolgendo nella diatriba anche Federico II, al quale suggerì di accettare le proposte di Tommaso. Federico tuttavia guardava con fastidio l’operato di Tommaso, in quanto contrario alla sua politica accentratrice dell’amministrazione del Regno e di riduzione del potere dei feudatari locali, tra i quali Tommaso era il più forte. Inoltre in occasione dell’incoronazione di Federico ad imperatore, avvenuta nel 1220 a Roma nella basilica di San Pietro, Tommaso non presenziò alla cerimonia, mentre Riccardo, a capo di una delegazione di baroni locali, donò costosi cavalli da guerra e portò le sue lagnanze contro il fratello al cospetto dell’imperatore. Federico, preoccupato inoltre del potere di Tommaso in quella vasta e strategica area, decise quindi di contestare al conte i diritti su Albe e Celano; questi inviò il proprio figlio Rao a Roma dall’imperatore per rimediare all’incidente diplomatico e avanzò delle richieste che Federico gli rifiutò. A questo punto Tommaso, certo dello scontro con l’impero e forte di 1500 soldati, si ritirò a Roccamandolfi, mentre la moglie Giuditta e i figli rimasero a comandare la resistenza presso la rocca di Bojano. Nel frattempo nel 1221 morì Riccardo, il legittimo conte di Celano, e gli successe in modo formale il fratello Tommaso. Il primo ad attaccare fu Federico che nel 1221 guidò personalmente l’attacco a Bojano. La cittadina si consegnò alle truppe imperiali, ma Giuditta resistette nella rocca, certa dell’intervento del marito in suo soccorso. Allo stesso tempo i soldati di Federico con il sostegno di baroni locali a lui fedeli attaccarono tutte le roccaforti di Tommaso, tra le quali soltanto Celano e Ovindoli si opposero all’imperatore. Il conte con una manovra a sorpresa tornò con le proprie truppe a Bojano dove sorprese i soldati imperiali e li mise in fuga, liberando la moglie e i figli dall’assedio della rocca. La città di Bojano fu incendiata per punire il tradimento, e Giuditta seguì il marito a Roccamandolfi. Federico, saputo della sorte toccata a Bojano, inviò uno dei suoi migliori capitani, il conte Tommaso I d’Aquino, maestro giustiziere di Puglia e Terra di Lavoro, ad assediare le roccaforti di Bojano, che cadde sotto gli attacchi, e Roccamandolfi. Per una seconda volta Tommaso riuscì nottetempo a fuggire da Roccamandolfi e, con l’aiuto di Rinaldo d’Anversa, raccolse nuove forze e sbaragliò le truppe imperiali, spesso in superiorità numerica, in varie aree del contado grazie a veloci scorrerie. I paesi che si erano consegnati a Federico o che gli avevano dato sostegno vennero saccheggiati, tra questi vi erano Paterno, San Benedetto dei Marsi e l’abitato di Celano. Quest’ultimo venne raggiunto con una mossa a sorpresa passando per i tratturi del Macerone e poi quello di Pescasseroli che permise a Tommaso di liberare i celanesi rimastigli fedeli che si erano asserragliati nella rocca di Celano sul monte Tino. Le vittorie di Tommaso ebbero breve durata; le truppe imperiali ricevettero nuovi rinforzi da Stefano di Montecassino e da Rainaldo Gentile, arcivescovo di Capua, che riuscirono ad accerchiare il conte. Anche Giuditta, asserragliata nella rocca di Celano, cominciava a patire il lungo assedio quando i viveri a disposizione degli assediati divennero scarsi. Pressato da simili disordini in Sicilia e desideroso di porre fine alle lotte con Tommaso, Federico in persona cercò di persuadere Giuditta a indurre il marito alla resa offrendole un salvacondotto: questa accettò l’offerta per lei e la sua gente della rocca di Celano, ma non riuscì a far capitolare il conte. La soluzione all’intricata vicenda arrivò tuttavia poco dopo la dipartita dell’imperatore dalla sua ambasciata con Giuditta, nel 1223. Il 25 aprile i rappresentanti imperiali, tra cui il Gran Maestro dell’Ordine Teutonico Ermanno di Salza, proposero un accordo al Celano che questi accettò e che fu garantito dal papa e dai cardinali che parteciparono alla trattativa. L’accordo prevedeva che Tommaso consegnasse all’imperatore Celano, Serra di Celano, Ovindoli e San Potito, conservando la contea di Molise a beneficio della moglie e dei figli. A Tommaso infatti venne imposto un esilio di tre anni a Roma, mentre l’intero apparato militare del conte venne smantellato. A Tommaso venne conferito il giustizierato nel territorio della contea, ma l’imperatore si riservò il diritto di distruggere i suoi castelli per evitare possibili rivolte. Effettivamente Federico, una volta evacuati gli abitati, distrusse l’abitato di Celano a esclusione della chiesa di San Giovanni; i celanesi furono esiliati in Sicilia, Calabria e Malta, dove resteranno fino al 1227. Quindi Federico II, per intercessione del papa Onorio III, permise ai celanesi di tornare in patria; il nuovo paese sorse ai piedi del monte Tino e per ordine di Federico II fu battezzata Cesarea; dopo la morte dell’imperatore, avvenuta nel 1250, fu ripristinato l’antico nome. A tutela dell’accordo preso, Tommaso inviò suo figlio assieme al figlio di Rinaldo d’Anversa (anch’esso ambiva al recupero dei territori persi a favore dell’impero) presso Ermanno di Salza; questi avrebbe consegnato i due fanciulli a Federico nel caso il trattato non venisse rispettato. L’accordo prevedeva anche che Tommaso partecipasse alla crociata che Federico preparava con il re di Gerusalemme Giovanni di Brienne, alla quale però il Celano non prese mai parte. Una volta che Tommaso fu trasferito a Roma al servizio della Santa Sede, Giuditta fece ritorno nel contado di Molise e il suo rango fu restaurato; alcune fonti riportano che Giuditta funse da reggente per conto del figlio Ruggero ancora bambino. Nel 1227 salì al soglio papa Gregorio IX che dimostrò sin da subito la propria avversione nei confronti di Federico II. Già nel 1228 il papa dovette respingere gli attacchi del reggente dell’imperatore impegnato in Terrasanta, Rainaldo di Spoleto, e chiese a Tommaso di prendere il comando delle forze pontificie. Questi, alla testa di 500 cavalieri, invase la Terra di Lavoro e a sorpresa sbaragliò le difese comandate dal giustiziere della Magna Curia Enrico di Morra davanti a Montecassino, riprendendo possesso in qualche modo dei suoi vecchi territori per qualche tempo. Infatti con il ritorno di Federico dalla crociata nel 1229, le forze imperiali ricacciarono le truppe pontificie e il ruolo di Tommaso venne ridimensionato, nonostante i tentativi successivi del papa di restituirgli i vecchi titoli che vennero suddivisi in nuove baronie e possedimenti. Con la pace di San Germano del 1230 vennero temporaneamente risolti i dissidi tra papato e impero. Il nome di Tommaso da Celano scomparve dalle cronache dell’epoca a esclusione di un episodio del 1240, quando Tommaso assunse il comando di 200 cavalieri dello Stato della Chiesa inviati in soccorso del Ducato di Spoleto. Con il declino della fortuna di Federico II, il nuovo papa Innocenzo IV cercò di restituire al Celano i possedimenti perduti, ma mancano notizie precise al riguardo. Tommaso morì tra il 1251 e il 1254, mentre le ultime notizie della moglie Giuditta risalgono al 1247”. (6)

Ma in realtà chi erano i Berardi tra cui si annoverano anche alcuni custodi della Coppa Sacra, il Graal: “I Berardi arrivarono nella Marsica nel 920 con Berardo, soprannominato il Francisco a causa della sua origine franca, e nel volgere di alcuni decenni si affermarono come una delle potenze regionali più influenti. La famiglia discendeva dalla stirpe dei Carolingi: infatti il fondatore Berardo il Francisco Berardi era il pronipote diretto dell’Imperatore Carlo Magno… La casata annoverò tra i suoi membri, spesso identificati con la dicitura “dei Marsi” o “Marsicano”, un totale di almeno sei santi e tredici cardinali, numerosi vescovi e innumerevoli possessori di titoli nobiliari e cariche militari e statali. La zona del loro Stato feudale comprendeva il Fucino e i territori di Celano, abbracciando gran parte del dominio degli antichi Peligni. Nell’XI secolo erano a loro soggette alcune terre poste sulla Val di Sangro e altre della Sabina. I loro feudi furono soggetti al Ducato di Spoleto fino all’850, quando divennero di fatto indipendenti fino al 1143, anno della conquista normanna dei loro territori. Successivamente gli Orsini e i Colonna si espansero nella Sabina e detronizzarono i Conti dei Marsi; ciononostante, i Berardi riuscirono a mantenere il predominio nella Marsica resistendo ancora per qualche tempo, periodo in cui diedero man forte alla lotta contro i Saraceni che avevano invaso i territori dell’Abruzzo, spingendosi fino all’interno. Fatto sta che i Saraceni non occuparono mai più i territori dei Conti dei Marsi. Durante la decadenza della contea dei Marsi, i Normanni, approfittando delle rivalità insite nei vari rami della famiglia dei Berardi, riuscirono a conquistarli nel 1143 facendoli lottare l’uno contro l’altro, per poi costringerli alla sottomissione e alla perdita dei loro feudi. I rami principali si estinsero e rimasero così solo i conti di Albe e Celano. Nel 1212 morì il conte di Albe e Celano Pietro Berardi, che in vita aveva saputo riunire gran parte dei possedimenti della contea dei Marsi, destreggiandosi abilmente nel periodo tra la fine dei Normanni e la minore età del futuro Federico II di Svevia. Egli riuscì in questa fase di vuoto di potere a tornare a essere un potente feudatario del centro Italia, temuto e rispettato sia dal Papa che dai sovrani tedeschi. Quando morì, gli successero a Celano il figlio Riccardo e ad Albe il figlio Tommaso. Quest’ultimo avrebbe voluto avere da subito il potere su Celano, ma la presenza del fratello maggiore impedì il suo piano. In questo frangente si sposò con Giuditta di Molise, diventando così anche conte del Molise e riuscendo ad acquisire un enorme potere. Nel 1221 morì Riccardo e Tommaso ereditò anche la contea di Celano. Da questo momento, tenendo testa al nuovo Imperatore Federico II di Svevia, tentò di restaurare la vecchia contea dei Marsi. Ma la forza e la tenacia di Federico II impedirono il progetto. Federico II combatté in più occasioni Tommaso, ora conte di Celano, che temette in quanto feudatario più potente del Regno di Sicilia, e alla fine di un sanguinoso scontro lo sconfisse, ottenendo la sua resa nel 1223. Tommaso Berardi infatti firmò l’atto di concordia con Federico II nel 1223, decretando il graduale declino della famiglia.

Dalla casata dei Berardi discesero le famiglie Agnone, Albe, Anversa, Avezzano, Balvano, Barile, Borrello, Camponeschi, Celano, Collepietro, Collimento, DePonte, Di Sangro, Dragoni, Fossa, Malanotte, Mareri, Ocre, Pagliara, Pietrabbondante, Rivera e Valva, le quali presero tutte il nome dai feudi posseduti. La famiglia Celano si estinse nella linea maschile nel 1422 con Pietro III, mentre per via femminile nella seconda metà dello stesso secolo con Jacovella, andata in sposa nel 1440 a Lionello Accrocciamuro. Governarono, con alterne vicende, la contea di Celano per diversi secoli dal 1143 al 1461. Gli abitanti di Amiterno e Forcona si rivoltarono contro di loro, uccidendone la maggior parte, i restanti furono costretti a ripiegare verso L’Aquila e a rinunciare ai loro possedimenti. La famiglia Ocre vide la distruzione del castello eponimo, così come successo ai Barile. Altre due famiglie, Borrello e Di Sangro, si rifugiarono rispettivamente in Sicilia e in Puglia, mentre altre ancora preferirono stabilirsi a Rieti e Roma”. (7)

Nicoletta Travaglini

NOTE

(1/7) fonte Wikipedia