UN CANNIBALE DI NOME DEODATO: IL CINEMA THRILLER – HORROR DI UN REGISTA AMERICANO 17

Appendice II

Ballad in Blood

Regia: Ruggero Deodato. Soggetto: Ruggero Deodato. Sceneggiatura: Ruggero Deodato, Jacopo Mazzuoli, Angelo Orlando. Fotografia: Mirko Fioravanti. Montaggio: Daniel De Rossi. Suono: Vittorio Melloni, Claudio Marani. Mixage: Francesco Tumminello. Costumi: Loredana Paletta. Scenografi: Paolo Innocenzi, Barbara Sgambellone. Musiche: Claudio Simonetti. Brani Musicali: Flying like an angel (Simonetti – Imevbore), Fasan techno, Techno train, Sweetly (Riz Ortolani, Katyna Ranieri). Produzione: Bell Film srl di Massimo Esposti, Mibact. Produttori: Pietro Innocenzi, Umberto Innocenzi, Massimo Esposti. Produttore Esecutivo: Raffaele Mertes, Pietro Innocenzi. Assistente alla Regia: Mirko Urania. Effetti Speciali: Paolo Galiano, Fabio Unger. Esterni: Orvieto. Interni: Studios srl.  Interpreti: Carlotta Morelli (Lenka), Gabriele Rossi (Jacopo), Noemi Smorra (Elizabeth), Edward Williams (Duke), Rogert Garth (Arden), Rita Rusciano, Saverio Deodato, Ernesto Marieux (Leo), Ruggero Deodato (professor Roth), Christiane Grass (donna anziana), Carlo Grossi (Lorenzo), Graziano Scarabicchi, Adriano Paris, Emiliano Martellini (amici di Remo), Mattia Biritognolo, Gianluca Adami, Mirko Delli Poggi (ragazzi in auto), Federico Mandini, Flavio Lovisa (netturbini), Rebecca Di Maio (ragazza sulla croce).

Ruggero Deodato torna dietro la macchina da presa dopo 23 anni, a parte la piccola partecipazione (tre minuti) a The Profane Exhibit con il segmento Bridge, nel 2013. Ballad in Blood è del 2016, non si tratta di una data di uscita perché il film non ha ancora trovato una distribuzione, poco dopo aver ricevuto il grande omaggio dall’amico regista Eli Roth. The Green Inferno (2013), opera cruda e controversa, infatti, è ispirata senza mezzi termini a Cannibal Holocaust ed è dedicata al suo autore.

Il soggetto di Ballad in Blood fa riferimento al caso di Meredith Kercher, studentessa uccisa a Perugia nel 2007 in circostanze non ancora chiarite, di sicuro dopo una notte di eccessi erotici, alcol e droga insieme a tre amici. Deodato parte dal caso reale, che ambienta a Orvieto, tra studenti dediti a festini eccessivi che convivono con gruppi di schizzati punk che sembrano i guerrieri della notte. Il film viene presentato il 5 aprile 2016 in anteprima mondiale al “Lucca Film Festival”. Subito dopo la pellicola è stata presentata in altre rassegne europee, mentre la prima proiezione doppiata in italiano ha avuto luogo durante il “Fi Pi Li Horror Festival 2017”, alla presenza di Deodato, del cast completo e del maestro Claudio Simonetti.

Vediamo la trama. Si comincia con una sorta di girone infernale ambientato nel Pozzo di San Patrizio a Orvieto dove si presenta una festa di Halloween, eccesiva e truculenta, tra ragazze legate a una croce, droga, sesso e schizzi di sangue. Si può dire che l’antefatto che scorre sui titoli di testa sia l’immagine dell’intero film e caratterizzi bene il tono della narrazione. L’azione vera e propria prende il via il giorno successivo alla festa di Halloween con quattro ragazzi che ridono e scherzano per le strade di Perugia, pure se il film è girato a Orvieto. Jacopo (Rossi) e Duke (Williams) si svegliano nell’appartamento di due studentesse straniere: la ceca Lenka (Morelli) e l’inglese Elizabeth (Smorra), in Italia grazie al progetto Erasmus. Jacopo e Lenka sono fidanzati e studiano all’università, mentre Duke – un bel ragazzo di colore – frequenta l’ambiente scolastico per spacciare droga e sbarcare il lunario. Quando i tre amici si risvegliano si rendono conto che Elizabeth è morta, la vedono sul lucernario sopra le loro teste, con la gola sgozzata, in una scena cruenta indimenticabile. Nessuno di loro ricorda che cosa sia accaduto, il problema principale è sbarazzarsi del corpo, ma nonostante alcuni maldestri tentativi non ci riescono.

A questo punto vediamo il vecchio meccanismo di Cannibal Holocaust – la VHS ritrovata che fa capire la verità – visti i tempi moderni corretto in una serie di video girati dalla vittima con il telefonino. Complica la situazione, una testimone di nome Francesca che ha trovato il telefonino di Elizabeth e ha visto il gruppo di amici andarsene da una festa. I ricordi tornano alla memoria, poco a poco, vediamo la scena di sesso a tre con Elizabeth obbligata ad avere rapporti con Duke mentre Jacopo partecipa e Lenka la minaccia con un coltello. Lenka finisce per sgozzare l’amica, tra schizzi di sangue, in un tripudio di splatter che si converte in gore. Lenka pensa a come togliersi dai guai, il suo piano prevede l’uccisione di Duke da parte di Jacopo, per eliminare un complice ingombrante, ma le cose non vanno come lei vorrebbe, perché il nero prima di morire riesce a far fuori Jacopo con una coltellata. Finale diverso dal caso realistico, cui Deodato si ispira, con la dark lady che abbandona la scena lungo un viale nebbioso insieme a un angelo dalle ali nere (Garth) e il padrone di un pub, che la ricattava perché conosceva i particolari del delitto.

La sceneggiatura, basata su un soggetto originale di Ruggero Deodato, elaborata da Jacopo Mazzuoli e Angelo Orlando, è stata scritta più volte nel corso di tre anni, per cercare di poter usufruire dei finanziamenti governativi. Il film è stato ritenuto di interesse culturale – forse per merito dell’ambientazione a Orvieto e per alcune riprese che immortalano le bellezze artistiche della città umbra – e gode della partecipazione economica del Mibact. Calzante il titolo in lavorazione: Il giorno dopo.

Analogia con Cannibal Holocaust, la composizione del cast con attori sconosciuti, a parte il professionista Gabriele Rossi (Jacopo), debuttano nel mondo del cinema Carlotta Morelli, Noemi Smorra ed Ernesto Mahieux, come è un esordio assoluto quello di Edward Williams. Un lungo cameo di Deodato nei panni del professor Eli Roth – un chiaro omaggio all’amico regista – dell’università di Perugia, in sedia a rotelle, vittima di uno scherzo feroce da parte degli studenti. Attori molto bravi e ben diretti da Deodato, che si dimostra regista di grande esperienza, adatto a lavorare con i giovani e su un argomento molto contemporaneo.  Carlotta Morelli è bravissima come infernale dark lady, sensuale e malvagia al tempo stesso, seducente e crudele, angelo della morte e conturbante icona erotica. Bravo anche Gabriele Rossi, sempre strafatto e sopra le righe, in preda ai fumi dell’alcol e della droga, che vaga come un’anima perduta per le strade della città umbra. Edward Williams è credibile nei panni del colossale Duke, sciocco quanto forte e violento, un bambinone con poco sale in zucca e una grande forza fisica che vive spacciando cocaina e hascisc.

Riprese a settembre 2015, per meno di un mese (tre settimane e tre giorni), perché il budget è modesto, tra esterni a Orvieto (molte sequenze nel Pozzo di San Patrizio) e interni negli studi De Paolis. Colonna sonora a base di musica sintetica e tecno, adatta al tipo di pellicola, curata da Claudio Simonetti, fondatore dei Goblin e collaboratore abituale di Dario Argento (Profondo rosso, Suspiria…). Tra i brani che fanno parte della colonna sonora ricordiamo Sweetly, composto dal grande Riz Ortolani, grazie alla cortesia di Katyna Ranieri che ne ha concesso l’utilizzo.

Ruggero Deodato ha confidato alla stampa: “Il film è ispirato a un fatto di cronaca vero, ambientato in una città dove molti vanno in Erasmus, ma il giudizio finale è diverso, l’ho cambiato, l’ho dato io, e ho condannato chi dovevo condannare”. Il film è un’opera in nero, tra schizzi di sangue e sesso, eccessi inimmaginabili che la renderanno difficilmente distribuibile in Italia, cupa, claustrofobica, angosciante, costellata di personaggi negativi e senza speranza di redenzione. Lo stile di Deodato e le analogie con il suo capolavoro si notano soprattutto in questa caratterizzazione: i veri cannibali sono gli studenti, i giovani universitari che approfittano di un Erasmus per darsi a vizi – persino demoniaci e satanisti – conditi di droga e sesso.

Tomas Ticciati è stato tra i primi a commentare la versione italiana del film sulla rivista digitale Tutto Mondo News. Riportiamo il suo giudizio, molto condivisibile: “Oggi che il genere italiano, inteso come prodotto popolare di industria cinematografica ramificata, non esiste più, Deodato aveva paura a tornare sul grande schermo, temeva di non sapere cosa raccontare e come raccontarlo ed è solo tramite un certo tipo di realtà, che non è quella piatta e patinata delle fiction, che è riuscito a rendere Ballad in Blood un film con scene memorabili, molto sangue, molto sesso e una riflessione critica sull’attuale stato di un certo tipo di gioventù libertina e amorale che in parte si ricollega a quello che il regista ha affermato: Ai ragazzini hanno tolto la morte, non esiste la morte e poi in televisione dicono che le giovani generazioni non hanno futuro. E allora questi che devono fare? Solo drogarsi?. In sintesi, Ballad in Blood è un’opera al nero con un buon numero di frecce avvelenate nel proprio arco”.

Il regista ha confessato alla stampa: “La mia paura era che non fosse un film alla Deodato, che non si sentisse la mia mano. Ma ho visto che il pubblico ha apprezzato il senso dell’umorismo. Ridere è importante”. Dobbiamo dire che di umorismo abbiamo trovato ben poco, perché Ballad in Blood è un film agghiacciante, realizzato in notturni gelidi, cupi e oscuri, che ricordano il vecchio cinema postatomico e le pellicole dei guerrieri della notte. Invece lo stile di Deodato si apprezza, pur se non a livello dei tempi migliori, nella confezione di una storia nera senza vie di scampo che coinvolge lo spettatore nelle turpi macchinazioni di una donna satanica. E poi abbiamo gli eccessi, vero marchio di fabbrica: un atto sessuale con il ragazzo così pieno di droga e alcol da vomitare sul corpo della compagna, un cadavere che precipita dal lucernario, il bagno in vasca per lavare la salma, le uccisioni atroci ed efferate, il volo di una vecchia scambiata per una testimone dei fatti che si schianta in fondo al pozzo di San Patrizio, il rapporto a quattro, intenso e perverso, il finale al sangue con un massacro a colpi di coltello. Film irrimediabilmente condannato a un divieto ai minori di anni 18 che lo vedrà costretto a una circolazione limitata, forse solo nei festival internazionali, di sicuro mai nei circuiti televisivi. Durante le prime proiezioni del film in pubblico qualche ragazzo ha detto a Deodato di trovarlo ringiovanito, per aver girato un film basato su simili tematiche. “Grazie, era quello che volevo. Perché io sono vecchio, ma solo dentro”, ha risposto soddisfatto il regista, che ha sempre avuto tra gli appassionati del suo cinema non solo vecchi nostalgici ma anche molti giovani.

Il film presenta alcuni aspetti negativi nella sceneggiatura, così come la psicologia dei personaggi resta a livello di fumetto nero (ma forse Deodato voleva mostrare il vuoto interiore di certi giovani), per non parlare della suspense che in alcune sequenze latita. Tutto questo si perdona perché il regista mostra una tecnica sopraffina, racconta una storia immorale per lunghi flashback, riprende in primissimi piani orge sfrenate, fotografa un racconto realistico che profuma di horror truculento alla Fulci e persino di droga movie alla Caligari.

Ballad in Blood è in gran parte girato in claustrofobici interni, molta macchina a mano, diverse soggettive inquietanti, molte scene spinte in primo piano, sottolineate dalla musica volutamente fastidiosa di Simonetti. Un mix di macabro e di sensualità che mette in primo piano la bravura di Carlotta Morelli, eccitante e conturbante, demoniaca e sensuale. Ricordiamo la sequenza finale quando Duke uccide Jacopo e la dark lady – vera e propria mente perversa di tutta la faccenda – si abbevera del sangue che sgorga copioso dal collo del compagno. Straordinaria la sequenza finale con la perversa protagonista che danza in mezzo ai cadaveri mentre una musica triste si diffonde da un giradischi. Finale cimiteriale, cupo come l’intera narrazione filmica, che ricorda le ultime sequenze del Salò (1975) di Pasolini con i militi fascisti che danzano mentre intorno a loro tutto è morte e desolazione.

Deodato ha confidato alla stampa: “In Italia non si fa più il cinema di genere degli anni Settanta e Ottanta perché non ci sono molti Deodato in circolazione. I giovani si fanno troppe pippe mentali, non hanno la forza di fare film sanguinari. Forse anche perché non seguono più la cronaca nera dei giornali. A casa mia, quando mio padre leggeva il giornale, poi lo dava alla cameriera e lei la mattina chiamava noi sette fratelli per raccontarci le storie che aveva letto. Mi ha sempre affascinato. Per questo non è corretto definirmi un regista horror. Io faccio film realisti. Dopo Rossellini ci sono io!”. Ruggero Deodato non è il massimo della modestia, ormai lo conosciamo bene, ma come abbiamo cercato di spiegare nel corso della nostra trattazione, il senso profondo del suo cinema nasce proprio dalle esperienze di aiuto regista compiute alla bottega del grande Rossellini.

(17 – continua)

Gordiano Lupi