UN CANNIBALE DI NOME DEODATO: IL CINEMA THRILLER – HORROR DI UN REGISTA AMERICANO 05

Capitolo Quinto

I temi del cinema cannibalico

Prima di parlare del capolavoro di Deodato, che ci terrà impegnati per tutto il capitolo successivo, vediamo di analizzare per sommi capi ciò che sta alla base del cinema cannibalico, tornato prepotentemente alla ribalta grazie al raffinato Hannibal Lecter di Tomas Harris portato sul grande schermo nel 2001 da Ridley Scott.

I cannibali di casa nostra sono meno britannici di Anthony Hopkins, non hanno la flemma di chi cucina caviale e carne umana, magari accompagnando il tutto con stufato di fave e vino Chianti d’annata.

I nostri cannibali sono quasi sempre dei selvaggi mangiatori di uomini, tribù antropofaghe dell’Amazzonia che si sbarazzano di chi va a turbare la loro tranquillità. I film del nostro filone cannibalico sono girati tra Brasile, Perù e Colombia e vogliono portare sullo schermo riti tribali di mangiatori di carne umana. Più raramente il cannibale italiano è metropolitano e ha problemi psichici. Accade con Joe D’Amato in Buio Omega (1980) – un uomo reso folle dalla morte della sua ragazza la imbalsama e poi le addenta il cuore per tenerla sempre con sé – o in Apocalypse Domani (1980) di Antonio Margheriti, dove i reduci dalla guerra del Vietnam contraggono un virus che li obbligano a cibarsi di carne umana. Una via di mezzo tra il selvaggio tribale e il folle la troviamo in Antropophagus e in Porno Holocaust (1980) di Joe D’Amato, ma ne parleremo a suo tempo.

Nel cinema cannibalico italiano è importante un’ambientazione tropicale ricca di immagini raccapriccianti con dei selvaggi antropofagi che le fanno vedere di tutti i colori a una spedizione di scienziati, antropologi o giornalisti. Sono film che stanno a metà strada tra l’horror e l’avventuroso.

Vediamo adesso di dare qualche nozione antropologica e medica in tema di cannibalismo, tabù che affonda le sue radici in una sorta di comando genetico. Può servire per capire molte cose.

Tra gli animali esistono casi di cannibalismo. Basti pensare alla mantide che divora il maschio durante il rapporto sessuale o al leone che si mangia i piccoli di un altro padre quando conquista la sua femmina. Per noi uomini il tabù è forte e radicato. Gli antropologi distinguono: autocannibalismo (vedi il caso di chi si mangia le unghie o l’interno delle guance sino all’autotortura), endocannibalismo (consumo di individui entro uno stesso gruppo) ed esocannibalismo (individui non facenti parte della comunità). Caso tipico di endocannibalismo è il rituale della Comunione con il pasto del Corpo di Cristo che pare un ricordo di antiche consumazioni antropofaghe. Non ditelo ai cattolici perché vi tacceranno di eresia. Ma tant’è. Però pure l’espressione “Ti magio”, spesso pronunciata tra innamorati, altro non sarebbe che un residuo di antichi pasti cannibalici, primo tra tutti quello del bambino che nella fase orale succhia il latte del seno della madre (Freud). Il criminologo Francesco Bruno dell’Università di Roma afferma che il primitivo istinto della fase orale quando raggiunge eccessi patologici  porta all’impulso criminale e quindi al cannibalismo. Si nota il bisogno di possedere una persona sino in fondo per poterne fare ciò che si vuole, persino mangiarla. Si tratta di schizofrenici o di persone del tutto incapaci di controllare gli impulsi e che regrediscono alla fase orale.

Cesare Lombroso – nel 1878 – studiò il caso di Vincenzo Verzeni, che qualche anno prima aveva ucciso e mangiato almeno venti donne, e ipotizzò l’esistenza di un organo cerebrale ferino collocato nella regione temporo-parietale destra “responsabile della sventurata e irresistibile inclinazione a uccidere”. Oggi Joele Norris dice che ci sono disfunzioni dell’ipotalamo che destabilizzano il sistema ormonale e alterano le capacità del cervello di misurare le emozioni. Per questo studioso ci sarebbero diverse fasi: fantasie che spingono a uccidere, comportamento paranoide, sollievo derivato dall’uccisione, asportazione degli organi e cannibalismo (fase totem).

Giorgio Racagni, direttore del Centro di Neurofarmacologia dell’Università di Milano, ha studiato il comportamento degli animali e ha notato che tra i roditori in certe situazioni si verificano episodi di cannibalismo. Infatti la madre si mangia i propri piccoli in situazioni di stress nervoso, se percepisce che l’ambiente esterno dove li ha partoriti non è adatto al loro sviluppo.

Per tornare agli uomini dobbiamo dire che a Ratisbona, una città della Baviera, vennero rinvenuti in un pozzo di una villa romana tredici scheletri che testimoniavano un episodio di cannibalismo rituale praticato dagli Alemanni. Gli uomini infatti avevano i crani sfondati, le donne erano scotennate, le ossa presentavano strani tagli a dimostrazione di come quelle persone vennero torturate e scorticate vive. Molte casse toraciche presentavano traccia di estrazione del cuore: pare che gli Alemanni divorassero il cuore del nemico sconfitto in un rito tribale antichissimo. Gli archeologi dicono che elementi chiave del cannibalismo sono delle incisioni nelle ossa lasciate da oggetti da taglio, fratture provocate con l’intento di estrarre gli elementi nutritivi, bruciature che rivelano una rudimentale cottura e sostanze particolari nelle feci. Bisogna fare attenzione però a generalizzare. Molti ricercatori sostengono (su tutti William Arens dell’Università di New York) che gli unici casi di cannibalismo si sono avuti durante lunghe carestie o per episodi di follia individuale.

Passando dalla antropologia alla mitologia incontriamo molti esempi di divinità cannibali: Saturno che divora i suoi figli, i Ciclopi che mangiano i marinai di Ulisse, Medea che per vendicarsi del tradimento di Giasone gli serve a tavola i due figlioletti.

Tra i personaggi storici italiani troviamo il conte Ugolino della Gherardesca che per fame si mangiò i figli, anche se pare sia soltanto una leggenda immortalata nella Divina Commedia da Dante Alighieri.

Nella cronaca abbiamo casi di cannibalismo contemporaneo tra gli assediati di Stalingrado, di Parigi, di Shangai, tra i sopravvissuti della spedizione antartica Franklin del 1819 e tra i superstiti delle Ande del 1972. E poi ci sono i cannibali serial killer, i cannibali psicopatici che uccidono a scopo di libidine e si cibano delle carni della vittima. Sono molti di più di quanto si creda, purtroppo. Negli Stati Uniti esiste la Serial Killer Encyclopedia, un’opera di duemilacinquecento pagine giunta alla quarantaduesima edizione che comprende tutti i casi elencati in ordine alfabetico. Citiamo solo Andrea Chikatilo, il mostro di Rostoff, che tra il 1982 e il 1991 si è mangiato almeno cinquanta bambini e Nikolaj Dzhumagaliev, il mostro di Alma Alta, che tra il 1970 e il 1989 si è divorato almeno cento donne.

Come sempre il cinema dell’orrore è forse meno orribile della realtà, anzi direi che si limita a portare sul grande schermo i tabù diffusi e a esorcizzare un problema presente nel quotidiano. I cannibali sono sempre esistiti e continueranno a esistere. Con buon pace dei benpensanti. Il cinema cannibalico italiano fornisce un’immagine raccapricciante del mondo odierno, dipinto a forti tinte, spesso anche sadiche e scellerate. Abbiamo una vera e propria apologia del selvaggio, senza però raggiungere mai i limiti estremi che ogni giorno la realtà ci presenta.

(5 – continua)

Gordiano Lupi