IL MOSTRO DI FIRENZE & LA PSICOSI FILMICA DEL THRILLING ANNI ’80

Il mostro di Firenze, caso mostro – nel senso di abominevole, fuori dall’ordinario, prodigioso e tricorporeo – ha generato a ridosso dei delitti, alcune pellicole direttamente ispirate agli eventi.

Per la precisione tre pellicole.

La prima è Il mostro di Firenze, del 1985, diretta da Cesare Ferrario, con Leonard Mann, Bettina Giovannini, Gabriele Tinti e Lidia Mancinelli. Le musiche, al limite del plagio verso il motivo di Nightmare, sono di Paolo Rustichelli.

Partiamo da qui, dalle musiche malinconiche e minimaliste, quasi alla Carpenter.

Leonard Mann (volto reduce da polizieschi e thrilling dei ’70) e gli altri personaggi del film galleggiano sopra le note melanconiche e ripetitive, restituendoci, oggi a trent’anni esatti dalle mattanze selvagge, un mondo da belle époque già finita, stroncato da dosi massicce di moda, design, pubblicità ed eroina. La politica pret-a-porter dei socialisti rampanti svela un nuovo popolo di consumatori superficiali e distratti, stancati dall’incubo degli anni di piombo; è l’ora dell’evasione fiscale di massa, dei condoni, del debito pubblico galoppante, della stagione dell’ottimismo e arricchimento privato.

Il mostro distrae l’opinione pubblica, nel suo essere fuori dal comune, leviathan, moloch, cerbero, ippogrifo perfetto per un paese metafisico e autarchico pieno di camorristi, mafiosi e tangenti di prassi.

Questo l’identikit del nuovo mondo del riflusso.

E come dice perfettamente uno scrittore titanico come Nino Filastò – nel suo capolavoro letterario sul mostro, ri-edito da Maschietto Editore, Storia delle merende infami – “il caso del mostro di Firenze abbia cambiato l’Italia di questi ultimi anni. Forse più dello stragismo, più di Tangentopoli. Ha diffuso e reso materiale il senso dell’insicurezza, della precarietà, ha dimostrato l’incapacità dei nostri apparati, a razionalizzare l’irrazionale, a rendere storiografico quello che appare al primo sguardo un guazzabuglio dal quale sembra impossibile cavare le gambe”.

Ma torniamo al film.

Girato a ridosso degli eventi.

Col tanfo di sangue e la paura a marchiare gli interni piccolo borghesi in cui si muove Mann (alter ego sosia di Mario Spezi, da cui il film è tratto): case anonime, spoglie, grigie, anemiche, lontanissime dal paese utopico auspicato dal lusso di Piazza Affari.

Vincente poi l’idea di ricostruire il percorso nero del mostro attraverso Mann giornalista alle prese con un libro metafisico sul maniaco ombra.

L’impresa titanica parte dall’inizio.

Dal delitto dell’agosto del 1968, quando la Beretta calibro 22, long rifle, modello 73/74, sparò la prima volta.

Il 22 agosto del 1968.

Il primo raptus contro Barbara Locci & Antonio Lo Bianco in località Lastra di Signa.

Leggo da Filastò: “ha sparato quasi a bruciapelo colpendo entrambi i bersagli, senza sprecare uno solo degli otto colpi. Poi dispone i corpi nella posizione in cui si trovavano prima: l’uomo al posto di guida, la donna al suo fianco. Fruga nella borsetta della donna, perquisisce alla ricerca di qualcosa, strappa la catenina dal collo di Barbara. E poi riveste la donna, ricoprendo quella parte del corpo di lei che è oggetto di scandalo, che prima dava scandalo. Un’azione quest’ultima che sembra armonizzare con gli spari esplosi, come avverrà sempre anche nei delitti successivi allo scopo d’interrompere l’atto amoroso, facendo sì che esso non raggiunga la conclusione.”

Tutto questo, nel film di Ferrario è ricostruito bene, con la mano tremolante del mostro che le rimette le mutandine nere.

Il film prosegue sull’inchiesta di Mann/Spezi e si attiene abbastanza ai fatti.

Il corpo centrale della storia si apre nell’intermezzo del teatro, dove il protagonista intravede una coppia facoltosa formata da madre (Mancinelli) e figlio, possibile nucleo d’origine del mostro.

Una madre soffocante.

Un figlio schiacciato, desideroso di squarciare il ventre uterino che lo vuole ingoiare.

Mann pare perseguitato dai fantasmi che tratteggia sulla carte e il film scivola in una dimensione d’incubo impalpabile e indefinita, dove il confine tra ciò che è reale e non svanisce.

Mann/Spezi, scrivendo il film, e con lui Ferrario perso nella psicosi filmica degli eventi quasi contemporanei, deve costruire i contorni dell’ombra che lo perseguita.

A questo proposito è splendida la scena al lavabo di pietra ove il mostro si sarebbe lavato le mani insanguinate dopo uno dei delitti. Mann contempla la superficie dell’acqua, quando la sagoma del mostro si materializza dietro di lui, poi un’increspatura nella superficie cancella tutto, smaterializzando qualunque certezza. E infatti ci si affida a delle ipotesi, come quella del trauma, dell’imprinting del mostro, costretto a osservare il padre storpio e impotente benestante che fa fottere la bella moglie da un aitante borgataro.

Al bimbo mostro non resta che tornarsene in camera e bucare gli occhi di una bambolina, così come aveva già fatto il maniaco de I corpi presentano tracce di violenza carnale di Martino/Gastaldi.

Il film di Ferrario ricostruisce anche il delitto del 1985 ai danni dei due turisti francesi, impegnando una certa forza thrilling nella dinamica omicidiaria, al punto da rendere la scena inquietante e paurosa.

Il finale poi è fortemente simbolico, coi protagonisti del film presenti al processo e il mostro, gelido come il Nanni Moretti/Berlusconi, dietro le sbarre. E la domanda che continua ad aleggiare è sempre la stessa: come mai uno come noi è diventato un mostro? Anzi.

Il mostro.

Il film di Ferrario è ingiustamente dimenticato, ed è un peccato: si tratta di uno dei film thrilling più interessanti e paurosi del decennio.

L’assassino è ancora tra noi.

Certo.

L’assassino può avere le mani pulite.

Può sedersi accanto a noi.

Può riservare nove poltrone.

Può prenotare la nostra morte.

Oppure.

Essere ancora tra noi.

Uno di noi.

Mescolato a noi.

Simile a noi.

All’apparenza.

Il film di Ferrario si scervellava nel costruire la psiche del maniac, nel cercarne le motivazioni psicologiche.

L’assassino è ancora tra noi è l’altro thrilling girato a ridosso dei tristi eventi.

In piena psicosi, sempre nel 1985.

La regia è di Camillo Teti.

Tra gli interpreti: Mariangela D’Abbraccio (sorella della pornostar), Giovanni Visentin, Riccardo Pernotti, Luigi Mezzanotte.

Rispetto all’altro, questa pellicola, forse per la presenza di Ernesto Gastaldi (uno dei padri fondatori del thrilling italiano) alla sceneggiatura, presenta una maggiore libertà nella ricostruzione filmica.

Intendiamoci: le scene primarie delle coppiette ci sono e fanno paura.

Le uccisioni sono maggiormente truculente.

L’omicidio del 1974 e quello successivo del 1968 in flashback, dove il mostro inizia la sua macabra coreografia, sono ben rappresentato.

La mano ombra che carezza il corpo snudato e madreperlaceo di Stefania Pettini.

Stefania e quel 1974.

Filastò scrive: “Il giorno stesso in cui trovò la morte si stava confidando con un’amica su un incontro sgradevole che aveva avuto con uno sconosciuto. Nel momento in cui stava per ampliare la confidenza coi dettagli, entrò nella camera della ragazza la madre di quest’ultima, e Stefania si zittì immediatamente (…) poi le due ragazze non ebbero più modo di rientrare nel discorso, quella stessa notte Stefania era morta, uccisa dal Mostro”.

In questo secondo film la protagonista è una giovane laureanda in criminologia, poniamo una studentessa di un De Fazio.

Alla morgue incontra il bel e tenebroso dottor Alex. Tra i due nasce una storia sentimentale. Intanto i delitti proseguono. Si ritrovano confezioni di psicofarmaci sui set delle mattanze.

Al posto della lunga digressioni sulla madre e il figlio castrato, Teti & Gastaldi si concentrano sul sottobosco dei guardoni.

La descrizione del bar ritrovo (un dopolavoro squallido, un parallelepipedo di vetro smerigliato degno del più infame pornofumetto) rende alla perfezione l’umanità periferica e sbandata dei voyeur.

La giovane criminologa Cristina porta avanti la sua contro indagine, sganciandosi dagli eventi originali.

A un certo punto il maniac la prende di mira, trascinandola dentro il gorgo oscuro del puro thrilling.

I sospetti sul fidanzato.

La morte orribile del barista guardone.

Un tentativo di omicidio.

Cristina sola in casa e il mostro che cerca di entrare, col suo occhio onnisciente che la spia.

La seduta spiritica del finale, per evocare gli spiriti di Antonella & Paolo – giugno del 1982, sempre Filastò: “Antonella e il suo compagno vengono trovati nella quasi immediatezza dell’evento. Questo perché sono stati colpiti a morte a poca distanza da molti amici. Gli amici e conoscenti sono lì, in macchina anch’essi che percorrono quella stessa strada (…) Eppure anche questa volta l’aggressore non è andato a caso. C’è solo un paio d’alberi e qualche ciuffo di cespugli stentati su un bordo dello spiazzo di sosta dov’è avvenuta l’aggressione, nessun nascondiglio adeguato, non è un posto da guardoni, questo. E’ molto improbabile che qualcuno si sia appostato lì, in attesa dell’arrivo di una coppia qualsiasi. L’agguato è preordinato, l’assassino ha dovuto lasciare la sua auto a una certa distanza, altrimenti la sua automobile sarebbe stata avvistata da qualcuno dei giovani che transitano o sono addirittura fermi a breve distanza. Stavolta il lupo solitario dev’essersi avvicinato a piedi, dopo aver percorso un tratto abbastanza lungo (…) Perché scegliere proprio un posto così in vista? Non può esserci che una spiegazione, non ha scelto il posto, ma le vittime. Le ha cercate, proprio loro”.

Un film ancora più cupo e thrilling del precedente, a suo modo circolare e meta-cinematografico (il finale al cinematografo dove Cristiana e il dottor Alex vengono raggiunti dal mostro onnisciente, proprio mentre sullo schermo scorrono i primi fotogrammi del film).

Uno degli ultimi lavori angoscianti in un decennio sul punto di evaporare.

Anche il mostro, dopo il delitto dell’85, evaporerà, lasciando sulla scena una combriccola di selvaggi logofrenici, totalmente inaffidabili e pasticcioni.

Ma questa è un’altra storia.

L’ultimo film sul mostro messo in cantiere in quegli anni, anche se un pochino dopo rispetto ai due precedenti, è 28° minuto: inferiore nella riuscita filmica, ha comunque buoni motivi per essere ascritto alle pellicole legate al mostro.

La regia e il soggetto sono di Paolo Frajoli, le musiche di Paolo Rustichelli, il montaggio di Alessandro Perrella.

Una scena d’omicidio è presa di peso da L’assassino è ancora tra noi. Per il resto la trama oscilla tra i set da soap brasiliana con Cristian Borromeo e una bellissima Antonella Sperati, spesso nuda o danzante. I due sono una coppia di fidanzatini, angustiati dalle mattanze del mostro. Borromeo ha un dialogo illuminante con la madre, dal quale si capisce come il mostro abbia influenzato il rapporto genitori/figli riguardo la sfera sessuale: la madre di Borromeo si preoccupa affinché il figlio non corra inutili rischi con la Sperati e lui, allora, la rimbrotta scherzoso dicendo, “vorrà dire che scoperemo al coperto”. E’ la gioventù emancipata degli anni ’80, qui parecchio depressi e minimalisti, già insipidi come i ’90.

Oltre ai due (che comunque hanno parecchi problemi sessuali, tanto che il Borromeo alla fine non vuole mai farlo, adducendo ridicole scuse o mal di testa misteriosi), gli altri protagonisti sono un Marzio Honorato commissario sulle tracce del maniaco e la sua amante Corinne Clery. Honorato si chiama Poggi, come il suo personaggio in Un posto al sole. Mentre lui perde tempo con lo psichiatra (un Paul Muller in gran forma) lombrosiano (che ipotizza cose deliranti, tipo che il mostro è un paranoide ossessionato dai rapporti extra-coniugali, un maniaco psicotico all’apparenza normale, tranne per un’atipica ed eventuale isteria nervosa che potrebbe portarlo a temporanee zoppie o paresi!!!), l’assassino zoppo (vestito di nero con un casco da motociclista e armato di pistola col silenziatore) ci dà dentro a più non posso, aggredendo coppiette fedifraghe nel pieno di amplessi sporchi e saturi come la pellicola di bassissima qualità.

L’atmosfera di 28° minuto è satura come quella di un pornofumetto sul genere di Cronaca Nera o Attualità violenta flash di Barbieri.

Al buon Honorato/Poggi non resta che cogliere l’intuizione della compagna, la quale immagina le vittime come coppiette irregolari, forse punite proprio per questo loro essere fuori dalla morale cattolica, sfumatura interessante toccata da qualche parte anche da Filastò nel suo libro mostro a cui rimando in continuazione. Intanto Borromeo e la Sperati vanno al cinema a vedere un horror degno di Andy Milligan. Dopo l’ennesimo tentativo sessuale fallito, la dolce Sperati rientra a casa scornata. La vediamo sola in una nebbia da delitto e infatti la zoppia del mostro la segue. Lei arriva al portone e si salva. Quella sera altri irregolari dell’amore cadono sotto il taglione del maniac.

Poi il film smette del tutto di seguire i fatti e vola via; si scopre che il mostro ha manomesso una centralina telefonica per spiare le conversazioni delle coppiette e sapere dove si appostano. Poggi allora usa la sua amante come esca, sperando che il mostro registri tutto. Cosa che puntualmente avviene, visto che (film da uno + uno) Borromeo è il pazzo di turno, tormentato dall’imprinting banale della mammina scopazzata dal babbo o da un umanoide pasoliniano.

Nonostante la povertà e l’insensatezza di trama, attori e regia, un film pregno, fertile e interessantissimo.

Da riscoprire e ri-editare in DVD.

Questo quanto.

Il resto è una insulsa fiction di Canale 5 su cui è meglio tacere.

Ciò nondimeno tracce sul mostro ve ne sono anche in altri thrilling degli anni ’80, inevitabilmente visto il clamore degli eventi.

Penso al Camping del terrore di Deodato, bello slasher finto americano, basato su un maniaco che ha ucciso (e ucciderà ancora) una coppietta in una tenda. La psicosi alla base dell’omicida ancora in libertà, tra noi, è simile a quella riscontrata nei fatti concernenti i delitti fiorentini.

Idem per Phenomena di Argento, filmaccio abborracciato sul momento per sfruttare l’eco dei delitti.

Un’atmosfera malsana e ossessiva che rimanda al martirio delle coppiette è presente in un film di Lamberto Bava, Morirai a mezzanotte, che presenta una criminologa ossessionata dai delitti di un omicida presumibilmente incarcerato e morto.

Involontariamente, molti assassini nerovestiti e con le mani guantate dei ’70 hanno anticipato la teatralità oscena del mostro.

Penso alla coppia di ragazzi appartati in una pineta sub-lunare in Spasmo di Lenzi, mentre un uomo li spia dall’abitacolo surriscaldato dell’auto.

Penso alla coppietta uccisa mentre fa l’amore in L’etrusco uccide ancora.

Penso al già citato I corpi presentano tracce…

E’ finita qui?

Forse.

Adesso buona parte dei protagonisti di quegli eventi sono morti e quell’Italia è scomparsa, affogata nelle ansie flessibili di questo brutto presente.

Rimane una natura messa a digiuno dal vento, gente vuota, paesi d’ombra pre-dicembrini, campane & feudi in bosco.

Ove il mostro continua a sognare.

Tra la forra.

Il colore.

E il buio.

Davide Rosso