E POI VENNE IL COMPUTER… MA SOLO POI – PARTE 05 – LA GUERRA DEI MONDI (1953)

Il film si regge soprattutto sugli effetti speciali, assolutamente straordinari e la storia della loro realizzazione è quanto mai interessante. Fu grazie al successo commerciale de La “cosa” da un altro mondo che i responsabili della Paramount decisero di realizzare La guerra dei mondi”, dall’omonimo romanzo di H.G. Wells (The War of the Worlds, 1898) di cui avevano acquistato i diritti 26 anni prima (Tr. it. La guerra dei mondi, in H.G.Wells, Avventure di fantascienza, Mursia, Milano 1966).

Il film costò circa un miliardo di lire italiane, prezzo estremamente alto a quell’epoca e la sua realizzazione fu molto sofferta e laboriosa. Occorsero, infatti, più di sei mesi solamente per elaborare gli effetti speciali, più altri due per le sovrapposizioni e i trucchi visivi.

La lavorazione effettiva con gli attori, svoltasi parte a Hollywood e parte in Arizona, fu la più breve: quaranta giorni.

Uno dei primi problemi che si dovettero affrontare fu la realizzazione dei marziani. Wells li aveva immaginati come dei polipi moventisi su tentacoli, ma una soluzione del genere, tecnicamente difficile per l’epoca, non fu presa in considerazione. Si preferì realizzare una specie di crostaceo con un occhio gigante composto da tre lenti distinte, una testa e un cervello di dimensioni enormi, un corpo sottile e due lunghe braccia con tre dita a ventosa. Dallo schizzo si passò alla realizzazione pratica: il truccatore Charles Gemora cominciò a “fabbricare” il marziano usando della gomma e della carta particolare (fu anche creato un solo braccio pulsante, quello della scena finale: una pompa rendeva possibile l’effetto), venne dipinto in rosso aragosta e, dentro la tuta, fu sistemato lo stesso Gemora che, basso di statura, era adatto allo scopo. Fu girato molto materiale sul marziano che non venne poi inserito nel film: George Pal, il produttore e Byron Haskin, il regista, preferirono farlo vedere il meno possibile, basandosi sull’ottima regola che è molto meglio intravvedere (magari al buio) che mostrare chiaramente.

Un grosso problema fu costituito dalle macchine marziane, Wells le aveva immaginate come dei giganteschi tripodi e, all’inizio, fu questa la strada battuta: vennero creati dei modellini che si sorreggevano su tre raggi pulsanti di elettricità statica. Una scarica di circa un milione di volt scendeva dai dischi, quasi a formare delle gambe incandescenti: almeno era questo l’effetto cercato, realizzato mediante fasci di fili elettrici che cadevano dall’alto. Il risultato, è il caso di dirlo, era “elettrizzante”, ma il progetto fu abbandonato per ragioni di sicurezza. Così vennero realizzate quelle astronavi a forma di “manta” divenute poi famosissime. Erano fatte di rame e lunghe circa un metro. Per farle muovere si usarono quindici fili molto sottili, collegati a un carrello sospeso sulla scena e mosso elettricamente.

Il famoso “raggio della morte” era realizzato con dei fili elettrici tesi fra il punto di partenza (la macchina) e il punto di arrivo (la vittima); una resistenza dava corrente ai fili che diventavano incandescenti, si girava il fotogramma e si stendevano altri fili, e così via di seguito: l’insieme della scena dava l’effetto del raggio disintegrante.

La città di Los Angeles, destinata a essere distrutta nella parte finale, fu praticamente ricostruita in studio; i modelli erano piuttosto grandi rispetto ai soliti: il municipio, per esempio, era alto quasi due metri. Le sequenze dell’esodo costarono “il noleggio” di un migliaio di comparse al giorno, ma la fortuna aiutò il produttore e il regista come il giorno in cui, sulla superstrada di Hollywood, si verificò un ingorgo pauroso: il tutto fu coscienziosamente ripreso per poi inserirlo nel film come causato da una fuga precipitosa. Los Angeles completamente deserta fu ottenuta isolando un quartiere ed effettuando le riprese alle cinque del mattino, sporcando le strade, come se vi fosse avvenuto un esodo scomposto, per poi ripulirle a scena conclusa.

Furono necessari vari fotomontaggi: diverse scene, cioè, sovrapposte l’una all’altra, per esempio, città, attori e macchine marziane sullo sfondo di un cielo cremisi, in realtà dipinto su vetro e posto davanti all’obiettivo con altissima precisione. Fu necessario ritoccare a mano 5000 fotogrammi di pellicola per dipingere il secondo raggio, quello verde intermittente che esce dai “poli” delle macchine. Gli uomini e i mezzi che si disintegravano in un caleidoscopio di colori, furono anch’essi realizzati dipingendo a mano i fotogrammi.

Vennero utilizzate molte truppe del comando militare di Phoenix, nell’Arizona, che simularono delle manovre militari vere e proprie. Le scene della prima battaglia furono realizzate “per gradi”, riprendendo, cioè, prima le truppe, poi le macchine marziane, poi inserendo i proiettili, poi i raggi e via di questo passo.

La bomba atomica fu “creata” da un esperto di esplosivi, un arzillo vecchietto allora ottantenne, che sistemò alcune polveri da sparo di diverso colore sopra il coperchio di un piccolo cilindro sigillato di gas esplodente. A un comando elettrico manovrato a distanza, il cilindro saltava in aria creando il fungo policromo che poi venne portato sullo schermo. Furono fortunati: ottennero il risultato voluto al secondo tentativo!

Per simulare la cupola protettiva marziana ne venne costruita una di plastica trasparente grande circa un metro e mezzo, che fu poi sovrapposta alla macchina marziana.

I disegni dei pianeti, nelle sequenze iniziali, sono opera di Chesley Bonestell, dipinti direttamente su vetro; i tecnici poi vi sovrapposero rivoli di lava o effetti di fumo.

Un altro problema fu la colonna sonora: dopo tre mesi di duro lavoro il tecnico del suono, Gene Garvin, ottenne la voce dei marziani incidendo il rumore prodotto da un pezzo di ghiaccio sfregato contro il microfono per poi sovrapporvi l’urlo acuto di una donna inciso al contrario. Il rumore delle macchine marziane era fornito da un registratore calibrato in modo da ottenere una vibrazione oscillante; il raggio della morte era ottenuto suonando a caso le corde di tre chitarre: il suono prodotto veniva amplficato e fatto riverberare.

Come si vede, è comprensibile che i mesi di lavorazione occorsi per realizzare questo colosso siano stati massacranti. Il risultato è valso però l’impresa e anche se in seguito furono realizzati dei remake del film: da quello non ufficiale di Independence Day a quello firmato con la mano sinistra da Steven Spielberg e altri ancora, in Italia siamo giunti alla sua terza edizione più le versioni in VHS e DVD, compresa una Special Edition e continua a essere considerato un classico che, dopo più di 50 anni, riesce ad attirare ancora spettatori di ogni età.

Giovanni Mongini