KSENJA LAGINJA… IL DARK TRA ARTE E POESIA

Tra le tante belle cose, che sotto l’aspetto artistico, sono recentemente capitate alla poetessa e illustratrice Ksenja Laginja c’è la vittoria (ex aequo con Raffaele Floris) al V° Premio internazionale di poesia e narrativa “Europa in versi” con i testi inediti “Lo spazio della ricostruzione”, “Tutti aspettiamo qualcosa” e “Stratigrafia della tana”; mentre dal punto di vista grafico ha realizzato la copertina dell’antologia di racconti fantastici “FantaTrieste”, curata da Roberto Furlani ed edita da Kipple Officina libraria. Nata a Genova, Ksenja vive a Roma, dopo la maturità artistica ha svolto gli studi in architettura e dal 2008 è impegnata sotto l’aspetto lavorativo nel campo della grafica e della comunicazione. Tra le sue passioni, oltre ovviamente alla poesia e al disegno, vi sono la fotografia, il cinema, la musica e i viaggi in Europa e in particolare in Germania, Belgio e Olanda. Ha, inoltre, una particolare predilezione per i luoghi abbandonati, spazi da osservare e metabolizzare per poi plasmare nuovo materiale artistico. Ma andiamo a conoscerla meglio.

CIAO KSENJA, IL TUO NOME E IL TUO COGNOME INCURIOSISCONO. QUALI SONO LE TUE ORIGINI?

Sono nata a Genova, da madre trentina e padre istriano di Pola, l’attuale Croazia, da qui deriva il mio nome. La mia non è stata una famiglia nel senso materiale del termine, mio padre se ne andò alla mia nascita, quindi non posso dire di conoscerlo bene, anzi, a dirla tutta la prima conoscenza risale ai miei sedici anni. Prima di allora non avevo mai visto una sua fotografia. Fisicamente sono la sua fotocopia. Ero cresciuta nel mito/orrore di una visione, quella di mia madre, senza conoscerne il volto e tutto quello che si portava dietro. Non ho avuto una reale occasione di conoscerlo come avrei desiderato, quindi ho sempre avuto la sensazione di essere divisa a metà tra due culture. Mio padre arrivò a Genova per motivi di lavoro e conobbe mia madre, che a sua volta si era trasferita lì per studiare e lavorare. Diciamo che le cose non vanno mai come te le aspetti, ma tutto insegna qualcosa. Il mio nome ha una radice greca dai molteplici significati, primo su tutti “straniera”, poi c’è la xenia che riassume il concetto di ospitalità e dei rapporti tra ospite e ospitante nel mondo greco antico.

DAL PUNTO DI VISTA LETTERARIO TI OCCUPI IN PRIMO LUOGO DI POESIA, CAMPO NEL QUALE LAVORI DA ANNI, INFATTI LA PRIMA SILLOGE RISALE AL 2005…

Mi interesso di molte cose perché non sono in grado di generare compartimenti stagni, ogni cosa influenza l’altra. “Smokers die younger” (Annexia Edizioni, 2005), sì, è il primo lavoro in poesia anche se è una cosa giovanile: non si tratta solo di poesia, quanto di un esperimento cut-up tra testo e immagini. “Praticare la notte” (Ladolfi Editore, 2015) è il mio primo lavoro maturo, a dieci anni dal primo, se così possiamo definirlo. Ha raccolto tutto quello che ho letto, vissuto, praticato fino ad allora.

QUAL E’ IL TUO RAPPORTO CON LE PAROLE?

Credo che si tratti di un rapporto bellissimo e allo stesso tempo conflittuale, come nei migliori incontri. Ho necessità della parola, di leggerla soprattutto e di ascoltarla. Ci sono dei momenti in cui avverto la necessità di concentrare tutte le forze, acquisirne il possibile in uno studio matto e disperatissimo e poi di rilasciare tutto. Lì può nascere qualcosa.

HAI APPENA CITATO UN’ESPRESSIONE LEOPARDIANA, A QUESTO PUNTO TI CHIEDO QUAL E’ IL TUO RAPPORTO CON LA LETTERATURA ITALIANA?

Sono sempre stata una grande lettrice: ho imparato a leggere molto prima di andare a scuola e mi hanno sempre affascinato le storie di avventura e i cosiddetti romanzi di formazione. La letteratura italiana è costellata di testi meravigliosi che mi hanno successivamente fatto approdare a testi di altra natura e nazione. Mi piace molto leggerla e continuo a farlo, appartiene alla mia lingua di origine e attraverso di essa posso comprendere il mio essere – qui e ora. La lettura continua, non solo nella pratica dei grandi classici ma anche delle nuove voci. Il contemporaneo mi interessa molto.

CI SONO SEMPRE RICHIAMI UN PO’ DARK NELLE TUE OPERE. COSA TI AFFASCINA DI QUESTE ATMOSFERE?

È come sentirmi a casa: è stato semplice, ho solo seguito un’inclinazione. L’estetica è arrivata tempo dopo, ma ero già così nell’infanzia. Nel tempo ho scoperto le cose che mi piacevano di più e guarda caso appartenevano all’area più oscura e freak. Mi piace il bello dall’altro lato della sponda, scavare continuamente.

E NEL TUO SCAVO ARTISTICO CI SONO ANCHE LE ILLUSTRAZIONI. COME LE REALIZZI?

Nascono dopo un’immersione totale nel progetto che mi viene richiesto, dalle case editrici e a volte direttamente dall’autore. Studio, osservo, digerisco e poi restituisco. È un processo totalizzante, bellissimo.

E IN PROPOSITO NEL 2017 HAI VINTO UN CONCORSO DI ILLUSTRAZIONI DAL TITOLO “SCANNER”: COSA RAPPRESENTAVA IL TUO LAVORO?

“SCANNER • automatici • autoprodotti • autoalimentati” è stata un’avventura bellissima, organizzata da quel genio grafico che è Maurizio Ceccato (Ifix). Il tema del concorso era “Animals” e io ho rappresentato un polpo di lovecraftiana memoria, d’altronde provengo da una città di mare.

QUAL E’ LA TUA IDEA DI ARTE? C’E’ UN PENSIERO DI FONDO CHE LA ANIMA?

Penso a un percorso onesto, vicino alle proprie inclinazioni, non qualcosa che deve piacere al pubblico e vendere per forza. Certo se poi riesci a diffonderlo tanto meglio, ma quello non può essere il fondamento di una ricerca artistica o di un’idea. Fin dagli esordi sono rimasta legata a una sorta di nicchia ma non l’ho trasformata in una gabbia: il ghetto non mi piace come idea, qualsiasi tipo di enclave mi sta stretto, come i gruppi da cui entro ed esco senza soluzione di continuità. Sono un battitore libero.

TI PIACCIONO LE CONTAMINAZIONI? QUALI SONO I TERRITORI CHE AMI ESPLORARE?

Amo esplorare tutto quello che è sottotraccia: l’invisibile. Tutto per me è contaminazione, in questo mi sento molto connettivista.

TI CAPITA SPESSO DI PARTECIPARE E ANCHE ORGANIZZARE READING POETICI E A INCONTRI ARTISTICI COLLETTIVI. INFATTI DA QUALCHE ANNO TI OCCUPI DELLA RASSEGNA DI POESIA E MUSICA ELETTRONICA “POÈME ÉLECTRONIQUE”. CE LA VUOI ILLUSTRARE? COSA TI DA’ DAL PUNTO DI VISTA INTELLETTUALE L’INTERAZIONE ARTISTICA CON ALTRI AUTORI?

Fin dagli esordi, in poesia nel 1997 quando partecipai al mio primo concorso organizzato per le scuole superiori, dove presi un bel secondo posto. Questo mi portò a volermi confrontare anche sul palco. Il primo reading fu proprio a Genova il 6 giugno del 2005: da allora non ho mai smesso. Anche per le arti figurative ho iniziato molto presto, sempre intorno ai sedici anni con le prime esposizioni collettive, però di natura scolastica con il Liceo Artistico; a partire dal 2009 sono arrivata a una sorta di prima maturità stilistica che ovviamente è ancora in evoluzione. Non ci si ferma mai, questo è il lato bello della medaglia, la parte meno bella è rappresentata dal fatto di vivere una continua tensione, la sensazione di non essere mai abbastanza soddisfatta. Vorrei sempre superare il limite. Sono estrema in tutto quello che faccio, non ho mezze misure. In “Poème électronique”, che co-organizzo insieme a Stefano Bertoli, la poesia incontra la musica elettronica, e lo fa sempre in modo imprevedibile in una sorta di improvvisazione. Autori e musicisti non si conoscono mai e le combo vengono individuate sulla base dei testi e delle composizioni. Sono uniti per l’affinità elettiva che percepiamo. È l’incontro il culmine di tutto. Questo è PE. Occuparmi della rassegna mi arricchisce, a vari livelli.

PARLIAMO DELLA CASA EDITRICE KIPPLE, QUAL E’ IL TUO RUOLO E DA QUANTO TEMPO CI LAVORI?

Principalmente mi occupo della comunicazione sui social media e della realizzazione di alcune copertine. Oltre a Lukha B. Kremo, l’editore che la fondò nel 1995, c’è Sandro Battisti che ha il ruolo di editor, Andrea Vaccaro curatore della collana K_noir, Alex Tonelli curatore della collana di poesia VersiGuasti; a breve Roberto Bommarito e Alessandro Napolitano ricopriranno ufficialmente la figura di curatori per una nuova collana. Ci lavoro dal 6 gennaio 2014.

E’ UN PERIODO DIFFICILE IN CUI LA PANDEMIA HA RALLENTATO LE VARIE ATTIVITA’ ECONOMICHE E LAVORATIVE. A VOI COME STA ANDANDO?

La verità è che non ci siamo mai fermati! Durante la pandemia ognuno, nella propria casa/ufficio, ha continuato il lavoro da remoto. Tante sono le novità che usciranno tra l’autunno e l’inverno, che presenteremo a “Stranimondi” tra cui la nuova collana de “I giganti” con un formato davvero speciale e da collezione, cartonato; una collana di fumetti, anche questa in pregevole formato, a cura di Roberto Bommarito e Alessandro Napolitano e alcune pubblicazioni davvero molto interessanti in ambito prettamente SciFi. Siamo appena usciti con il disco di “Poème électronique”, nella collana di audiolibri: praticamente un fiume di progetti e condivisioni tra fantascienza, fumetti, noir, poesia e musica.

ASCOLTI MOLTA MUSICA. CHE IMPORTANZA HA AVUTO NELLA TUA FORMAZIONE CULTURALE? QUALI SONO I GRUPPI CHE PREDILIGI?

Direi che è parte integrante della mia formazione, ho iniziato ad ascoltare i primi vinili quando mia madre lavorava in ospedale e non aveva molto tempo per leggermi fiabe, libri o comunque dedicarmi troppo tempo. A quattro anni ascoltavo i Beatles, Nat King Cole e tanta musica italiana anni ‘60. Poi naturalmente è arrivato il cinema con le sue colonne sonore. Su tutti i film di Dario Argento, ho iniziato a vederli di nascosto intorno agli otto anni, e da lì mi sono mossa verso i Pink Floyd, comprendendo musica classica, jazz, rock progressivo; poi mi sono mossa verso un’area contaminata, anche elettronica. Ho suonato per dieci anni pianoforte e composto musica elettronica per i video che realizzavo nei primi anni 2000. Sicuramente tra i gruppi stranieri posso citare gli Einstürzende Neubauten, Christian Death, Virgin Prunes, Portishead, Nick Cave, Laibach, Nick Drake, Dead Can Dance, Tangerine Dream, Phurpa, Bauhaus, Kraftwerk, Dead Kennedys, Coil, ecc; tra gli italiani Macelleria Mobile di Mezzanotte, Il segno del comando, Lili Refrain, Teho Teardo, il collettivo Duplex Ride, ecc. Potrei continuare per ore.

STAI SVILUPPANDO NUOVI PROGETTI? SE SI’ QUALI?

La verità è che non mi fermo mai, anche quando sembro apparentemente inattiva agli occhi degli altri. Ci sono due parti del processo: il raccoglimento delle forze e delle idee, l’acquisizione bulimica di parole, immagini, suoni e poi… arriva lei: la restituzione. La prima parte può durare anche mesi – se riguarda un progetto personale per cui non ho una scadenza di consegna -, la seconda di solito è fulminante. A quel punto devo solo trasporre l’idea in materia, che sia testo o immagine. Quindi la risposta alla tua domanda è: sì. Sto lavorando su due libri di poesia, uno iniziato nel 2015 e il secondo nel 2016, inoltre sono all’opera sul progetto di un libro illustrato, una sorta di atlante con testi scritti da me. Non pensavo che sarei arrivata un giorno a fare questo: ho sempre pensato di dividere la mia figura, a seconda delle esigenze, e di non poter ricoprire un doppio ruolo. In questo caso mi sbagliavo, oscillo in continua tensione verso la ricerca di nuove suggestioni.

Filippo Radogna