MAZINGA Z

“Mazinga Z” (in originale “Majingā Z”) è stato il primo anime giapponese, in ordine cronologico, basato sulla storia di un grande robot pilotato a cui si ispireranno in seguito altri cartoni animati come Goldrake (giusto per citarne uno) e facente parte di un mondo robotico molto più ampio ideato da Go Nagai, che lo inventò insieme all’analogo manga nel 1972. La serie animata si compone di 92 episodi (in Italia ne furono doppiati e trasmessi però solo 51) e si inserisce, come dicevamo, in un universo narrativo del quale avrebbero fatto parte in seguito anche Goldrake (Grendizer) e il Grande Mazinga. La prima versione del manga era invece composta da 216 pagine, mentre una seconda, meglio curata e diretta a un pubblico più maturo, fu poi realizzata da Gosaku Ota.

L’idea di un grande robot pilotabile venne a Nagai mentre guidava nel traffico, immaginando cosa sarebbe potuto accadere se alla vettura fossero usciti dei grandi arti, in modo da poter scavalcare gli altri mezzi. Alla Toei l’idea piacque e iniziarono i lavori per una nuova serie fantascientifica, in cui il robot si chiamava “Iron Z”, ma il pilota si sarebbe dovuto inserire nella testa con una motocicletta, anziché un’automobile. La Fuji TV, che avrebbe dovuto trasmetterlo, chiese però un cambio di nome e alla proposta di “Energer Z”, seguì quella definitiva di Nagai: “Mazinga Z”… era nato un mito.

Nel corso della stesura della storia diverse altre modifiche vennero fatte, in particolare l’eroe in motocicletta ricordava “Kamen Rider”, perciò il direttore della Toei inventò un mezzo volante battezzato Hover Pilder (nel corso della serie sostituito da una versione migliorata, chiamata Jet Pilder): al posto della motocicletta che si doveva arrampicare sulla schiena del robot, il pilder atterra direttamente sulla testa del robot, agganciandosi; con questo cambiamento, fu necessario riadattare ulteriormente il design del robot.

La storia narra di un enorme robot costruito dall’anziano scienziato Juzo Kabuto e lasciato in eredità, alla sua morte, al nipote adolescente Koji Kabuto (in Italia battezzato Ryo). Compito dell’automa sarebbe stato quello di contrastare i piani del Dottor Hell (in Italia Dottor Inferno), uno scienziato tedesco che nel 1962 aveva partecipato con Kabuto e altri colleghi a una spedizione archeologica nell’isola greca di Bardos (Rodi nell’adattamento italiano), alla scoperta dei resti dell’antica civiltà micenea. Ritrovato l’esercito di mostri meccanici costruiti dai Micenei, il dottor Hell svelava le sue reali intenzioni uccidendo tutti i presenti (tranne Kabuto, che riuscì a fuggire) e impossessandosi dell’antica tecnologia, con lo scopo di dominare entro pochi anni il mondo.

I giapponesi organizzarono frattanto la difesa nel Centro Ricerche per l’Energia Fotoatomica, diretto dal professor Yumi. Qui furono allestite le basi di Mazinga Z e di Afrodite A, un robot meno potente, dalle fattezze femminili, costruito dal professor Yumi e pilotato da sua figlia Sayaka. Più avanti nella serie si unì a questi anche il Boss Robot (che Koji nell’originale giapponese prende in giro, chiamandolo col gioco di parole Borot, sinonimo di ferraglia), guidato da Boss, Nuke e Mucha, compagni di scuola di Koji, le cui imprese costituivano il lato comico della serie.

Dal canto suo, anche Hell affidò le missioni di guerra a due subalterni alquanto strani: il barone Ashura (il cui corpo è diviso in una metà maschile e una femminile) e successivamente il Conte Blocken (la cui testa è staccata dal corpo), ex ufficiale nazista, riportato in vita nel corso dei suoi esperimenti durante la Seconda Guerra Mondiale. Ad essi si aggiungerà l’ambizioso Marchese Pigman, “centauro” col mezzo busto superiore di uno stregone pigmeo, attaccato sulle spalle del corpo di un gigantesco guerriero watussi.

Alto circa 20 metri, costruito in una speciale superlega (detta Z) e dotato di armamenti nucleari, Mazinga Z riuscì a respingere tutti gli assalti dei mostri meccanici del pure geniale Hell, che alla fine si trovò costretto a chiedere aiuto allo stesso popolo dei Micenei, trasferitosi da millenni nelle viscere della terra. Il Duca Gorgon, ambasciatore del regno di Mikene, gli concesse allora alcuni suoi mostri che, pur impegnando duramente il robot terrestre, non furono in grado di eliminarlo. Nel corso di questi combattimenti venne distrutta Afrodite A, sostituita dalla più forte Dianan A.

Nell’episodio 91 della serie i contendenti si affrontarono in un grande scontro finale dove Hell e Blocken trovarono la morte (Ashura e Pigman erano caduti in battaglia qualche tempo prima). I terrestri non ebbero però il tempo di gioire della vittoria: nel successivo episodio il Duca Gorgon, che non aveva preso parte alla lotta, ordinò, per conto del Grande Generale Nero di Micene un attacco in massa da parte della grande armata di mostri guerrieri di Mikene (tali avvenimenti sono anche narrati, in forma leggermente differente, in un breve film, “Mazinga Z contro il Generale Nero”, usato come collegamento alternativo fra le serie di “Mazinga Z” e “Il Grande Mazinga”). Questa volta Mazinga Z subì gravissimi danni e a salvarlo dalla fine intervenne il nuovo robot Grande Mazinga, guidato da un certo Tetsuya (ma questa è un’altra storia), che era stato costruito in segreto da Kenzo Kabuto, figlio di Yuzo e padre di Koji.

E adesso facciamo un po’ di luce sulle problematiche legate alla versione e all’adattamento nel nostro paese, dal cambiamento dei nomi alla diversità cronologica della messa in onda che ha comportanto la conseguente perdita per noi della continuity dell’universo robotico di Go Nagai. In Italia, la serie di “Mazinga Z” giunse nel 1980 dalla Spagna e  non direttamente dal Giappone. Il protagonista Koji fu ribattezzato Ryo. Per anni rimase diffusa la convinzione che fossero stati gli adattatori spagnoli a cambiare il nome del personaggio, ma nell’edizione spagnola si chiama Koji… dunque, lasciamo a voi trarre le conseguenze.

Inoltre agli episodi trasmessi in Italia vennero tagliate diverse scene senza motivo apparente. Oltre a singoli tagli all’interno della puntata della durata di pochi secondi, vennero completamente tolte le scene iniziali (in cui generalmente gli antagonisti discutevano o iniziavano a porre in esecuzione il loro piano). Questi tagli ridussero la durata media di ogni episodio a circa 19 minuti anziché i normali 22.

Nel nostro paese poi vennero trasmessi solamente 51 episodi sul totale di 92. Questo impedì al pubblico italiano di apprezzare la continuità narrativa fra “Mazinga Z” e “Il Grande Mazinga” (che veniva introdotto appunto durante le puntate finali di Z). La serie del Grande Mazinga era nel frattempo stata opzionata nel 1979 da alcuni network televisivi privati (a diffusione regionale) e, a causa delle differenze nei doppiaggi, i legami con le precedenti avventure di Mazinga non erano evidenti (nonostante la presenza di personaggi comuni nelle varie serie, come il piccolo Shiro e i tre pasticcioni Boss, Nuke e Mucha). Inoltre, se si conta che la serie Goldrake, che in Giappone era stata l’ultima della saga, in Italia era stata proposta dalla Rai per prima (nel 1978) e sempre con doppiaggi che cambiavano i nomi originali dei personaggi (in Goldrake il nome di Koji, ex-pilota di Mazinga Z, che già era diventato per noi Ryo, si trasforma ulteriormente in Alcor), si capisce quanta parte della creazione di Go Nagai sia andata “persa” per il pubblico italiano, che comunque decretò il successo individuale di ciascuna serie.

Tornando a “Mazinga Z” e alla sua versione italiana, la sigla venne interpretata dai Galaxy Group: in realtà sotto questo nome si celavano i Pandemonium, gruppo comico-canoro-teatrale che ha collaborato soprattutto con Gabriella Ferri e Gigi Proietti e che ha realizzato anche le sigle di “Astroganga”, “I bon bon di Lilly” e “Piccola Lulu”. La sigla fu realizzata da Dino Verde (autore di brani come “Piove – Ciao ciao bambina”, “Romantica” e sceneggiatore di film come “Tempi duri per i vampiri” e “La morte cammina con i tacchi alti”) e Detto Mariano  (autore di canzoni per Adriano Celentano, i Ribelli, Equipe 84, Al bano e Romina Power, i Camaleonti, Raffaella Carrà e di pezzi famosi come “L’immensità”) come libero adattamento delle due sigle originali giapponesi. Da segnalare poi, nel doppiaggio, la presenza di note voci come quella di Claudio Sorrentino (Ryo), Liliana Sorrentino (Sayaka), Antonio Colonnello (parte maschile del Barone Ashura), Lino Troisi (prima voce del Dottor Inferno) e Fabrizio Manfredi (Shiro).

Con l’arrivo del Grande Mazinga nel 1974 ebbe inizio la nuova serie animata, mentre Mazinga Z fu riparato e lasciato inattivo al centro di ricerche: avrebbe fatto ritorno nelle ultime puntate della serie, sempre guidato da Koji (che frattanto si era recato negli Stati Uniti con Sayaka), per dare manforte al Grande Mazinga impegnato ad abbattere una volta per tutte la minaccia del regno di Mikene. Distrutto questo, Koji comparirà ancora nella serie di “Atlas Ufo Robot” (in originale “Ufo Robo Grendizer”; nella trasposizione italiana viene però come detto ribattezzato Alcor), mentre Mazinga Z e il Grande Mazinga escono di scena. Nel film “Ufo Robot Goldrake contro il Grande Mazinga” si vedono collocati in un museo nei pressi di Tokyo. Mazinga Z è comparso però in altri anime di Nagai e soprattutto negli OAV di “Mazinkaiser”, privi però di continuità narrativa con l’originale.

Per chiudere una curiosità: nella città di Tarragona, in Spagna, esiste addirittura una statua dedicata a Mazinga Z.

Davide Longoni