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	<title>La zona morta</title>
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		<title>XV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: I CLASSIFICATO</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2026 22:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[LA FINE DELL&#8217;ETERNITA&#8217; di Roberto De Filippis Daeron riprese coscienza. Davanti a lui il campo di battaglia, nella sua disperata desolazione. Steso nel fango, nel sangue e nella polvere, contemplava l’orrore di quella distruzione. Lentamente, provò a rimettersi in piedi, ma le ferite gli facevano troppo male. Rimase in ginocchio, aggrappato alla sua spada, confuso, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48959" rel="attachment wp-att-48959"><img class="alignleft  wp-image-48959" title="centuria" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/centuria7-600x177.png" alt="" width="480" height="142" /></a></strong></h3>
<h3>LA FINE DELL&#8217;ETERNITA&#8217;</h3>
<h3>di Roberto De Filippis</h3>
<p>Daeron riprese coscienza. Davanti a lui il campo di battaglia, nella sua disperata desolazione. Steso nel fango, nel sangue e nella polvere, contemplava l’orrore di quella distruzione. Lentamente, provò a rimettersi in piedi, ma le ferite gli facevano troppo male. Rimase in ginocchio, aggrappato alla sua spada, confuso, senza sapere cosa fare. Com’era stato possibile? Com’era accaduto tutto questo? Sentì che le forze gli venivano meno, e stava per crollare; poi un pensiero lo scosse, e facendo leva sulle sue ultime forze, si rialzò in piedi. Sapeva che non gli restava molto da vivere; un’ora, forse meno. Ma non poteva andarsene, non ancora. Iniziò a muovere qualche passo incerto, poggiandosi sulla spada coperta di sangue. E pian piano, inizio a farsi strada fra i cadaveri e i moribondi. Scrutava ogni corpo, ogni volto, tutti resi irriconoscibili dalle ferite e dal dolore, ma sapeva bene come trovare cosa cercava. Trascorsero minuti interminabili, e Daeron, chino su ogni cadavere e ogni moribondo, continuava la sua opera. Poi la vide; una collina, che pareva un’isola all’interno del campo di battaglia, al cui centro giaceva un unico corpo. I corvi e gli sciacalli sembravano tenersi a distanza da quel luogo; il corpo giaceva lì, lontano dagli altri, così com’era caduto. Arrancando, Daeron si portò fino alla cima della collina, e trovò ciò che cercava. Era lei; il suo corpo giaceva immobile, con gli occhi chiusi, un’espressione stranamente serena; non vi era traccia di sangue o ferite sul suo corpo; sembrava stesse dormendo pacificamente, con le dita poggiate sulla spada al suo fianco, l’armatura bianca immacolata. Allora il guerriero poté crollare in ginocchio, al suo fianco. Chinò la testa, e le lacrime iniziarono a scorrergli sul viso. Anche nella morte, era bellissima. Presto l’avrebbe raggiunta; ma quale destino riservano gli dèi nell’aldilà a coloro che hanno fallito? Prima di perdere i sensi, Daeron cercò di ricordare cosa li aveva condotti a tutto questo…</p>
<p>Daeron e Nysia avevano finalmente trovato la torre. La mano di lei scivolò a cercare quella di lui, e Daeron la strinse; rimasero così, per lunghi interminabili attimi in silenziosa contemplazione. Emozioni diverse e contrastanti si agitavano dentro di loro: Gioia e trepidazione, incanto e timore. E sopra ogni altra cosa, la speranza; che in quella piccola torre ci fosse la loro salvezza.</p>
<p>“Questo potrebbe essere l’ultimo momento che passiamo insieme” disse Nysia. Daeron mosse la mano fino a toccare il suo viso “Ci sarà di nuovo un tempo per noi, quando questa battaglia sarà finita. La combattiamo unicamente per questo.” Avvicinò il volto di lei al suo, e le loro labbra si incontrarono. Chiusero gli occhi e il loro bacio fu dolce, tenero, ma non era un bacio d’addio. Quando i loro sguardi si incrociarono di nuovo, l’amore brillava nei loro occhi. Daeron le lasciò la mano, e si incamminò verso l’ingresso della torre. Lei rimase lì immobile, con la sua armatura bianca e immacolata che riluceva al sole, senza riuscire a muoversi, né a dire nulla. Prima di entrare, Daeron si voltò un’ultima volta, per imprimersi l’immagine di lei nella mente. Lei gli sorrise, e Daeron svanì nell’oscurità della torre.</p>
<p>Nysia tornò indietro, fino alla radura dove l’aspettava la sua scorta. Montò a cavallo, e si diresse verso l’accampamento del suo esercito. La battaglia era vicina.</p>
<p>Daeron avanzava a passi incerti nel buio. Inciampò più volte. Attese che i suoi occhi si abituassero all’oscurità, e individuò la botola. La sollevò e scese nelle profondità della torre.</p>
<p>Giunse così nella vasta sala sotterranea, illuminata dalla luce della magia. Su una poltrona imbottita stava seduta una figura incappucciata con una tunica nera. Daeron attese silenzioso che il mago si accorgesse della sua presenza. Dopo lunghi minuti, il mago disse con un sussurro sibilante: “Leggi le pagine aperte sul libro, e poi scegli una delle due porte.” Daeron guardò il muro ovest, dove ora erano apparse due porte di legno, massicce e senza serratura. Sapeva che era inutile replicare, così si avvicinò al leggio. Su ognuna delle due pagine c’era un’immagine, e un’iscrizione. Daeron osservò la prima, l’immagine di una pantera nera, quindi lesse l’iscrizione:</p>
<p>“Scegli me, e camminerai sulla sicura terra.</p>
<p>Scegli me, e non dovrai temere più nulla.</p>
<p>Scegli me, e vincerai le tue battaglie.</p>
<p>Continuerai a seguire il tuo percorso,</p>
<p>senza rischiare la sorte.</p>
<p>Solo una cosa non posso darti:</p>
<p>Quella che più desideri.</p>
<p>Quant’altro vorrai, sarà tuo.”</p>
<p>Daeron alzò gli occhi, e vide che sulla porta di destra, era apparsa l’effige di una pantera nera.</p>
<p>Allora guardò la seconda pagina. C’era l’immagine di un cigno bianco:</p>
<p>“Scegli me, e volerai nel cielo irto di predatori.</p>
<p>Scegli me, e dovrai temere ogni giorno di essere ucciso.</p>
<p>Scegli me, e l’esito delle tue battaglie si farà incerto.</p>
<p>Abbandonerai il tuo percorso,</p>
<p>per intraprendere una nuova strada a te ignota.</p>
<p>Io non posso darti nessuna certezza,</p>
<p>ma solo la speranza di avere ciò che più desideri.”</p>
<p>Sulla porta di sinistra, apparve l’effige del cigno bianco.</p>
<p>Daeron rimase sorpreso per qualche attimo; non era questo ciò che si aspettava. Non aveva altra scelta che arrischiarsi a interrogare il mago. Si avvicinò al fianco della sua poltrona, e si fece coraggio.</p>
<p>“Potente Aglamar… io sono venuto qui per implorarti di aiutarci a vincere questa battaglia. Un uomo malvagio è entrato nelle nostre terre con il suo esercito, per impossessarsi del regno… e della principessa. Lei combatterà al fianco dei nostri sudditi, uniti sotto la sua bandiera. Sono accorsi da ogni parte del regno per aiutarla. Ma non possiamo vincere, senza il tuo aiuto. Il loro esercito è troppo forte e spietato. E Nysia…” esitò per un istante “non accetterà mai di divenire sua; morirà combattendo. Non so quale porta scegliere, non so cosa significhi tutto questo. Ti prego, aiutaci.”</p>
<p>Di nuovo, il mago rimase immobile a fissare il fuoco che ardeva. Passò qualche minuto, e Daeron si trattene a forza dall’agire o parlare ancora. Poi Aglamar parlò di nuovo, con il suo sussurro sibilante.</p>
<p>“Aiuto? Io non posso aiutarvi. Ma voi potete aiutare voi stessi. Non esiste una porta giusta da scegliere; devi scegliere quella che ti indica il tuo cuore. Ora l’unica domanda è: qual è la cosa che più desideri? “Aglamar tacque. Daeron rispose subito “Vincere questa battaglia.” Il mago scosse lentamente la testa, invisibile sotto il cappuccio nero “Non è questo, e lo sai bene; lo desideri, certamente, ma non è la cosa che più desideri.” Allora Daeron disse “Voglio stare con lei, per sempre, com’era prima che arrivassero gli eserciti invasori a turbare la nostra pace”. Il mago voltò la testa verso di lui, per la prima volta, e Daeron intravide i suoi occhi; brillavano di una luce dorata. Aglamar lo fissò, poi replicò “Se è così, sacrifica il tuo desiderio e scegli la porta della pantera. Vincerete la battaglia. Voi sopravviverete. Sarete ancora felici, ma mai più insieme. Sappi comunque che hai una terza possibilità. Puoi lasciare questa torre, e andare al fianco di Nysia sul campo di battaglia. Ma decidi in fretta, perché il combattimento è già iniziato.”</p>
<p>Daeron era immobile, e osservava il mago, e le due porte. Nysia… non poteva perderla. La cosa più cara che avesse al mondo. Ma il suo amore trascendeva ogni cosa; voleva che lei vivesse, non voleva che perdesse tutto a causa del suo egoismo. Così inizio a dirigersi verso la porta della pantera. Il mago aveva ripreso a fissare il fuoco, quasi ignorandolo. Daeron giunse davanti alla porta, e vi posò sopra una mano. Ma esitò. Ritirò la mano, e si voltò verso Aglamar. “Mi hai detto cosa sarebbe accaduto se avessi aperto la porta della pantera. Ora, ti prego, dimmi cosa accadrebbe se scegliessi il cigno.” Aglamar continuava a osservare il fuoco, e ancora una volta la risposta si fece attendere a lungo. Alla fine, sussurrò “Non lo so. Nessuno di quelli che è giunto fin qui ha scelto quella porta. Del resto, io sono solo un guardiano. Anch’io, un tempo ero simile a te. Giunsi in questo luogo per ottenere il potere supremo della magia. Il mio animo era ardimentoso, il mio sangue ardente. Un tempo” Fece una pausa, poi riprese “Ma c’era un prezzo da pagare. Lo vedrai anche tu, dopo aver scelto la porta. E allora non potrai più tornare indietro. Una volta spinta la porta, dovrai attraversarla”. Daeron guardò ancora il mago, poi la porta della pantera. Nuovamente la toccò. Chiuse gli occhi, e inspirò profondamente “Per te, Nysia”. Spinse la porta. Quello che si parò davanti ai suoi occhi lo lasciò senza fiato. Una distesa gelata infinita, e un vento freddo che gli sferzava il volto. Di fronte a lui, un pilastro di ghiaccio, con una nicchia. E in pochi istanti una mano bianca emerse dal pilastro, e mormorò “Il tuo cuore, dammi il tuo cuore. È questo il prezzo da pagare.” Daeron rimase impietrito davanti a quella visione. Per lunghi istanti non fu capace di muoversi, mentre la mano si protendeva verso di lui, verso il suo petto. Poi con la forza della disperazione riuscì a riprendersi, e gridò “No!” e lasciò andare la porta, che si richiuse. Si voltò rapidamente e iniziò a fuggire su per le scale. Aglamar sibilò “non è possibile evitarlo, ormai”.</p>
<p>Daeron corse a perdifiato per il bosco, raggiunse il suo cavallo e lo spronò a sangue dirigendosi verso il campo di battaglia. Pregava non fosse troppo tardi. Cosa aveva fatto? Non doveva fuggire! Così aveva condannato entrambi… Stupido, stupido codardo! Ma forse era ancora in tempo… forse combattendo avrebbero potuto vincere ugualmente. Forse poteva trovarla e fuggire… se lei fosse stata ancora viva al suo arrivo. Doveva essere ancora viva. Il cavallo schiumava, ma lui era ormai giunto sul campo. La scena era terrificante. Migliaia di uomini e mostri in un ammasso di carne sanguinante. La battaglia era al suo culmine. Lo sguardo di Daeron corse per tutto il campo di battaglia, finché non vide lo stendardo regale di Nysia. Stava lottando con il capo dell’esercito nemico. Si lanciò nel caos della battaglia, gridando il suo nome. Il suo cavallo fu abbattuto da una freccia, poche decine di metri dopo. Cadde, ma si rialzò rapidamente, anche se stordito, e riprese a correre. Ma non riuscì ad arrivare fino a lei. Una pesante mazza lo colpì alle spalle. Si voltò, trapassato da un dolore lancinante, cercando di estrarre la spada. Di fronte a lui, un orco dell’esercito avversario stava rialzando la mazza per colpirlo di nuovo. Daeron cercò di schivare, e la mazza non lo colpì con tutta la sua potenza. Ma il dolore fu comunque terribile, e perse i sensi.</p>
<p>Daeron giaceva vicino al cadavere di Nysia. Ora ricordava ogni cosa. Era tutta colpa sua. Pianse lacrime amare. Poi, prima di abbandonarsi all’oblio, vide qualcosa che luccicava di fronte a lui.</p>
<p>Due porte, quella della pantera, e quella del cigno. E Aglamar.</p>
<p>“Non è ancora finita. Devi varcare la porta. Vivrai, perché la cosa che più desideri è ancora la stessa, e non è la tua sopravvivenza.”</p>
<p>Daeron lo guardò, poi si avvicinò faticosamente verso di lui. Quando fu a un passo dalla porta della pantera si fermò. Aglamar parve leggergli nel pensiero. “Non farlo, io te lo impedirò e morirai”</p>
<p>“Non ho più nulla da perdere”</p>
<p>Daeron si lanciò con un gesto fulmineo, nonostante le ferite, verso la porta del cigno. Aglamar alzò il braccio e lo puntò verso di lui, e scagliò un raggio verde, che l’avrebbe disintegrato in un attimo.</p>
<p>Il raggio cadde sul terreno a pochi centimetri da Daeron, là dov’era un istante prima.</p>
<p>Daeron spinse la porta del cigno, e si gettò al suo interno senza neppure guardare cosa vi fosse dentro.</p>
<p>La porta si richiuse alle sue spalle.</p>
<p>Il sole splendeva sulla pianura sconfinata. I suoi raggi dorati riscaldavano la pelle di Gilthanas, che viaggiava oramai da troppo tempo. Si fermò e fisso la luce del sole, godendosi quell’attimo.</p>
<p>Aveva traversato le lande ghiacciate del nord, dove non c’era vita, solo la neve e il freddo. In quei luoghi desolati, nelle lunghe notti polari, solo con sé stesso, aveva potuto riflettere.</p>
<p>Non voleva null’altro che tornare a casa.</p>
<p>E ora, non era mai stato così vicino.</p>
<p>Aveva desiderato così tanto di sentire di nuovo il calore del sole. Ora ce l’aveva fatta, e non voleva mai più provare la morsa del gelo. Non avrebbe più lasciato la sua terra, se gli fosse stato concesso di ritornarvi.</p>
<p>Era stato chiamato alla guerra, e aveva dovuto lasciare la sua casa, i suoi cari. Si sarebbero ancora ricordati di lui? Erano passati così tanti anni… Ma lui sentiva che loro lo aspettavano ancora. Sentiva che ogni giorno sua moglie rimaneva qualche istante sulla soglia, sperando di vederlo apparire sul sentiero dietro la collina. Sentiva che i suoi figli si radunavano attorno al fuoco la sera, pregando per lui. Si, era così. Lui sarebbe tornato a casa. Non importava quello che aveva visto, quello che era accaduto. Era tutto finito. Aveva compiuto il suo dovere per il regno. Ed era sopravvissuto al viaggio di ritorno. Mancava poco, pochi giorni di marcia verso est, e avrebbe raggiunto i suoi amati boschi. Non sapeva cosa fosse successo nella sua terra mentre era lontano, ma confidava che il suo dio l’avesse protetta dal male.</p>
<p>Strinse nel pungo il medaglione di Aatangard, il dio della luce. Mormorò una preghiera “Guidami a casa.” E chiuse gli occhi.</p>
<p>Vi fu un lampo di luce azzurra. Adesso davanti a Gilthanas era apparso un uomo. Il veterano mise la mano sull’elsa della spada, ma era stanco, troppo stanco di compiere nuove battaglie.</p>
<p>Davanti a lui, un uomo giovane, chino sul terreno, che si guardava attorno confuso, era sporco e ferito. Quando sembrò aver recuperato il controllo, vide Gilthanas, e parlò con voce sommessa:</p>
<p>“Ti prego, non voglio farti del male. Mi chiamo Daeron, e sono cavaliere al servizio della principessa Nysia. Devi aiutarmi, ti supplico. Dove mi trovo?” Gilthanas levò la mano dall’elsa, e guardò il ragazzo. Sembrava davvero non avere idea di dove fosse, ma quello che diceva era abbastanza strano. Rispose “Sei nel regno di re Cronos. Io sono stato lontano molti anni, ma ho parlato con altri pellegrini, e mi hanno detto che i miei signori hanno avuto una figlia, che hanno chiamato Nysia. Ma è ancora una bambina, non ha di certo cavalieri al suo servizio.”</p>
<p>Daeron parve ancora più confuso… Il re Cronos, il padre di Nysia, era morto da tanto ormai.</p>
<p>Aglamar, tramite la porta del cigno, l’aveva portato indietro nel tempo.</p>
<p>Ma perché?</p>
<p>Poi, il suo sguardo si posò su Gilthanas. C’era qualcosa di familiare in quel guerriero… Cercò di capire dove l’avesse già visto. Scrutò il suo volto, e lo vide, nel proprio tempo, con i lineamenti contorti dall’odio, il viso corrotto dalla malvagità.</p>
<p>Il signore oscuro. L’assassino di Nysia.</p>
<p>La paura si impadronì di Daeron… come poteva sperare di affrontarlo? Non era così forte da sconfiggerlo. Poteva tentare, e se avesse vinto il regno non sarebbe stato invaso.</p>
<p>Re Cronos avrebbe regnato in pace e saggezza fino alla vecchiaia.</p>
<p>Nysia non sarebbe morta.</p>
<p>Era questa la seconda possibilità che gli veniva concessa? Ricordò le parole dell’iscrizione…</p>
<p>Nessuna certezza… solo la speranza. Guardò quell’uomo, e ricordò la storia del signore oscuro. Chiamato alla guerra dal re Cronos, aveva combattuto per il regno nelle lontane terre del nord, per molti anni. E poi, dopo un lungo e terribile viaggio per tornare, aveva trovato la sua casa distrutta, sua moglie e i suoi figli uccisi. Se fosse rimasto a casa, questo non sarebbe avvenuto. E fra le macerie della sua casa in fiamme, Gilthanas era mutato, gridando odio e vendetta contro chi l’aveva allontanato dai suoi cari, gli aveva impedito di proteggerli e non li aveva protetti al suo posto. Vendetta contro il re, la sua stirpe, il suo regno.</p>
<p>Ed era divenuto il signore oscuro.</p>
<p>Gilthanas frattanto era fermo, e scrutava il suo interlocutore silenzioso. Non sapeva del moto che stava avvenendo nei pensieri e nell’animo di Daeron.</p>
<p>“La mia casa mi aspetta, Daeron. Non trattenermi ancora… voglio tornare dai miei cari. I confini del regno di Cronos sono a due giorni di cammino ad est, se vuoi raggiungerli. Ora fammi riprendere il cammino.”</p>
<p>Daeron non sapeva cosa fare. Doveva affrontarlo? Ma anche se fosse riuscito a ucciderlo, chi avrebbe ucciso?</p>
<p>Un padre amorevole e un marito fedele che tornava a casa dopo anni di guerra.</p>
<p>Non poteva essere quella la strada da intraprendere. E anche se così fosse stato, lui non l’avrebbe mai potuto fare. Non avrebbe mai commesso un’azione così spregevole e crudele.</p>
<p>Se avesse ucciso quell’uomo, ora, non sarebbe mai potuto tornare nel presente e guardare Nysia negli occhi. C’era forse un’altra strada. Doveva tentare.</p>
<p>Ricordò l’antico nome del signore oscuro: Gilthanas.</p>
<p>“Mio signore Gilthanas, non è il caso che ci ha fatti incontrare. I nostri destini sono legati, e ci è concesso di salvarci a vicenda. La tua famiglia è in pericolo. Devi correre a casa al più presto, per salvarli. Forse sei ancora in tempo.”</p>
<p>Adesso era Gilthanas ad essere confuso “Come conosci il mio nome? E di cosa parli? … Ma non mi importa; anche se sei solo un folle, correrò fino alla mia casa, per quanto veloce possa reggere il mio cuore, finché non li vedrò sani e salvi. E poi non li lascerò mai più.”</p>
<p>Daeron e Gilthanas corsero attraverso la pianura. Giorno e notte, ignorando la stanchezza, corsero come non avevano mai corso prima. Non dissero più una parola.</p>
<p>Finché non giunsero ai confini del regno, là dove, oltre la collina tanto familiare a Gilthanas, si trovava la sua casa. Daeron pregò che fossero ancora in tempo. Si udì un pesante rumore di zoccoli. I razziatori stavano arrivando.</p>
<p>I due salirono sulla collina. Gilthanas vide da un lato la sua casa, sua moglie in giardino intenta nelle faccende domestiche e i suoi figli che giocavano nel prato. Quella vista gli spezzò il cuore.</p>
<p>Dall’altro, un grosso gruppo di razziatori orchi, a cavallo e ben armati. Dovevano essere almeno una trentina, sarebbero stati lì in pochi minuti. E li avevano già visti.</p>
<p>Gilthanas pensò che poteva raggiungere i suoi cari e scappare con loro, nascondersi nei boschi… forse sarebbero sopravvissuti. Ma il tempo era troppo poco.</p>
<p>C’era solo una cosa da fare.</p>
<p>Si voltò verso Daeron, e disse “Io non ti conosco, ragazzo. Ma se il mio dio ti ha messo sul mio cammino per consentirmi di salvare la mia famiglia, non puoi essere malvagio. Voglio che tu mi giuri su ciò che più ami su questa terra, che quando sarò morto proteggerai la mia famiglia e veglierai su di loro.”</p>
<p>Daeron pensò che Gilthanas avesse intenzione di attaccare il gruppo di razziatori. Sarebbe stato un suicidio. “Non farlo, mio signore, morirai inutilmente!”</p>
<p>“Giuramelo!”</p>
<p>Passarono brevi istanti. “Su ciò che ho più caro al mondo, per Nysia, io te lo giuro. Se non adempirò a questo dovere, non sarò mai più degno di rincontrarla.”</p>
<p>Gilthanas si voltò verso i razziatori sempre più vicini. Strinse fra le mani il medaglione del suo dio Aatangard, e si inginocchiò.</p>
<p>“Signore della luce Aatangard…ti sono sempre stato fedele. Ho seguito la via dell’amore e della giustizia. Non ti ho mai chiesto nulla. Ma adesso, l’unica cosa che posso fare è riporre la mia speranza in te. Non posso vincere questa battaglia. I nemici sono troppi e troppo forti. Non ho paura di morire, ma non posso lasciare questa terra sapendo che la mia famiglia è stata trucidata. Avrei voluto poterli riabbracciare, ma questo non mi è stato concesso. Salvali, ti prego.</p>
<p>Ma non ti chiedo questo senza offrirti nulla. In cambio, prendi la mia vita. È tua.” E chiuse gli occhi.</p>
<p>Daeron guardò quell’uomo inginocchiato e chiuso in preghiera, mentre ormai poteva distinguere il volto orribile degli orchi, che già pregustavano la preda… e dall’altro lato, udiva le grida dei familiari nella casa, che si erano resi conto troppo tardi del pericolo.</p>
<p>Era finita. Sarebbero morti tutti, ma almeno Nysia sarebbe vissuta.</p>
<p>…solo la speranza di avere ciò che più desideri…</p>
<p>…dov’era la speranza? Cosa avrebbe potuto fare di più?</p>
<p>Come in un lampo, gli tornarono in mente le interminabili discussioni avute con Nysia sulla fede nel dio della luce. Nysia vi credeva fermamente, non sosteneva che bisognasse abbandonarsi cecamente nelle sue mani, ma che perseguendo l’amore e la giustizia, Aatangard avrebbe vegliato e protetto il cammino di ognuno.</p>
<p>Daeron invece non pregava mai, e credeva che non vi fosse nessuno a proteggerli, se non si proteggevano con le loro forze.</p>
<p>In fondo, pensavano la stessa cosa.</p>
<p>Daeron estrasse la spada e si lanciò contro gli orchi, nella sua ultima carica.</p>
<p>Vi fu un abbagliante lampo di luce. Un istante dopo, Daeron e gli orchi erano svaniti.</p>
<p>Gilthanas aprì gli occhi, e cominciò a piangere.</p>
<p>“Non avrei mai preso la tua vita, Gilthanas. Io non do la vita, e non sottraggo la vita. Io sono la vita. Ti è stata concessa una seconda occasione. Continua a perseguire la via dell’amore, qualunque cosa accada. L’odio consuma e si contorce contro sé stesso. Tu vi eri caduto, ma un altro uomo, guidato dall’amore, ti ha salvato. Continua a credere nel potere della luce.” La voce di Aatangard cessò. Non l’avrebbe udita mai più.</p>
<p>La moglie e figli di Gilthanas correvano verso di lui, gridando il suo nome.</p>
<p>“Te lo giuro, mio signore.”</p>
<p>Gli anni passarono come istanti, e Daeron apparve nel castello della capitale. Davanti a lui c’era Nysia. Il signore oscuro era morto. Il signore oscuro non era mai nato.</p>
<p>Daeron cadde in ginocchio. Nysia si voltò e corse verso di lui. “Cosa succede, amore mio?”</p>
<p>Daeron stava piangendo. “Non sono mai stato così felice”</p>
<p>Lei sorrise.</p>
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		<title>XV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: II CLASSIFICATO</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 22:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[MEDUSA di Christian Folli “Non ti allontanare troppo, Riccardo.” “Va bene, mamma. Arrivo fino agli scogli.” “Fai attenzione quando ti arrampichi.” A metà mattina il caldo è già soffocante. Alcune velature nel cielo, nubi sottili che mascherano l’azzurro e filtrano la luce di agosto, generano una cappa di afa che spinge i bagnanti nell’acqua salmastra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48959" rel="attachment wp-att-48959"><img class="alignleft  wp-image-48959" title="centuria" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/centuria7-600x177.png" alt="" width="480" height="142" /></a></strong></h3>
<h3><strong>MEDUSA</strong></h3>
<h3>di Christian Folli</h3>
<p>“Non ti allontanare troppo, Riccardo.”</p>
<p>“Va bene, mamma. Arrivo fino agli scogli.”</p>
<p>“Fai attenzione quando ti arrampichi.”</p>
<p>A metà mattina il caldo è già soffocante. Alcune velature nel cielo, nubi sottili che mascherano l’azzurro e filtrano la luce di agosto, generano una cappa di afa che spinge i bagnanti nell’acqua salmastra alla ricerca di un momentaneo sollievo. La spiaggia è ancora poco popolata, ma tra poco si riempirà. L’orda dei vacanzieri estivi invaderà la distesa di sabbia ustionante spargendo il colore degli ombrelloni e degli asciugamani, le urla dei bambini e una buona dose di rifiuti e maleducazione.</p>
<p>Riccardo è entrato da poco nell’adolescenza, che lo ha colto di sorpresa costringendolo ad abbandonare alcuni dei giochi a cui era più affezionato, riottosamente ceduti al fratello minore, e instillandogli sotto la pelle pruriti, inquietudini e incertezze che sta cercando di gestire con scarso successo.</p>
<p>Sente la necessità della compagnia dei coetanei, ma è troppo timido per andare a procurarsela. D’altronde è la prima volta che frequenta questo luogo di villeggiatura – come lo definisce ancora la mamma – e i gruppi di ragazzi che vede in giro si conoscono già da parecchi anni. Pazienza, papà verrà a prenderli tra pochi giorni per portarli in montagna, dove hanno una casetta e dove Riccardo ha un sacco di amici.</p>
<p>Nel frattempo fa molti bagni, perché il mare è limpido e caldo, tiene d’occhio suo fratello senza giocarci insieme – dal momento che è un bambino, mentre lui è ormai un ragazzo – ed esplora gli scogli.</p>
<p>Sì, perché in fondo all’ampia baia, non lontano da dove la mamma pianta abitualmente l’ombrellone per tutta la giornata, c’è una distesa di rocce che si incuneano nel blu, un promontorio costellato di buche, anfratti e piccole caverne dove pochi coraggiosi si arrampicano per prendere la tintarella a distanza di sicurezza dalla folla caciarona e sciamante che occupa la spiaggia. La tranquillità al prezzo di un poco di scomodità.</p>
<p>Riccardo è agile, si muove senza problemi sulle pietre, evita i passaggi pericolosi ma si spinge in avanti finché può, per non rimanere vicino a quelli che chiama “turisti da roccia” e soprattutto per poter scoprire i segreti raccontati dalla risacca che rende lucenti gli scogli e dalla spuma che si forma e svanisce come i cristalli di neve di cui è stretta parente.</p>
<p>Granchi e paguri sono i suoi compagni di avventura. Talvolta li caccia, li infila nel secchiello, li porta al fratello Gabriele che li fotografa felice mentre la mamma non nasconde un certo ribrezzo e poi li riporta indietro liberandoli, fra le proteste di Gabriele che li vorrebbe conservare depositandoli nel bagno dell’albergo.</p>
<p>A volte, quando è fortunato, Riccardo trova una stella marina o un pomodoro di mare. In quel caso si limita a osservarli, poiché sa che toccandoli potrebbe far loro del male.</p>
<p>I suoi orari preferiti per l’esplorazione della scogliera sono la mattina presto e il tramonto, quando c’è meno gente nei dintorni e il mare gli sorride con riflessi argentati, invitandolo a condividere i misteri delle profondità salate.</p>
<p>Quella mattina è un po’ più tardi del solito, perché far finire la colazione a Gabriele è stata un’impresa titanica e quindi Riccardo si muove più in fretta per recuperare il tempo perduto. Sale sulle rocce con sicurezza, scansando quelle piatte e di maggiori dimensioni dove si sono già appollaiate alcune persone. Sembrano tutti tranquilli, ma Riccardo li considera comunque potenziali perturbatori della pace della “sua” scogliera.</p>
<p>Ogni tanto lancia uno sguardo verso la spiaggia. La mamma legge sotto l’ombrellone, a poca distanza Gabriele costruisce castelli sulla riva cercando di coinvolgere la bimba con le treccine che in albergo è seduta al tavolo di fianco al loro. Sorride. Tra qualche anno anche gli occhi con cui suo fratello guarderà le esponenti dell’altro sesso non saranno più gli stessi.</p>
<p>Procede ancora un po’, con cautela. Ha evitato una roccia verticale con protuberanze aguzze e si è portato verso l’interno, più distante dal mare.</p>
<p>A pochi passi da lui c’è una grande polla circondata da una sorta di muretto naturale di pietra, di forma vagamente ovale, piena quasi fino all’orlo di acqua leggermente stagnante, che si muove a ritmo con le onde lontane alcuni metri. Probabilmente, pensa Riccardo, da qualche parte sul fondo c’è un collegamento diretto, un tunnel che comunica con il mare aperto.</p>
<p>Ci sono alghe e alcune conchiglie attaccate alle pareti interne, ma per il resto non sembrano esserci altri esseri viventi.</p>
<p>Mentre sta per spostarsi, coglie un movimento guizzante all’estremità opposta della polla. Si avvicina al bordo e osserva meglio. Sì, c’è qualcosa. All’inizio non l’aveva vista perché è trasparente.</p>
<p>Una medusa.</p>
<p>Lunga poco più di una spanna, inclusi i tentacoli. Si muove lenta girando in cerchio, riflettendo le mille sfumature di colore dell’acqua intrappolata in quel castello sottomarino e del cielo d’estate illuminato dai raggi solari.</p>
<p>Riccardo è ipnotizzato. La medusa scivola con grazia ed eleganza dalla superficie al fondo della polla, le lunghe protuberanze filiformi scosse da un moto ondulatorio. A tratti pare fremere come investita da una corrente elettrica, per poi lanciarsi in avanti con uno scatto veloce, arrestandosi subito dopo e rimanendo in posizione verticale per pochi secondi, prima di riprendere la danza al ritmo della vibrazione musicale degli abissi marini che lei sola può udire.</p>
<p>Il ragazzo continua ad osservarla mantenendosi sul bordo roccioso dell’ampia pozza. Sarebbe tentato di affondare una mano nell’acqua e accarezzare quella creatura meravigliosa, ma è spaventato dal suo tocco urticante. Ricorda di aver letto che le meduse più grandi e colorate sono meno pericolose, mentre è sufficiente sfiorare quelle piccole per provare un dolore urente e molto intenso. Chissà di quale specie è questa. Potrebbe essere persino velenosa. Un suo compagno di classe da piccolo è stato ricoverato una settimana in ospedale dopo un incontro ravvicinato con una medusa. Eppure è così bella. Sembra un essere di un’altra dimensione, che ha smarrito la via di casa ed è costretto a vagare in uno spazio angusto in attesa di poter fuggire verso una galassia lontana. Magari al di fuori della Via Lattea esiste un mondo liquido popolato soltanto da meduse.</p>
<p>Si riscuote. Per quanto tempo è rimasto a fissare l’abitatrice della polla e i suoi sinuosi movimenti? Forse è meglio riavviarsi verso l’ombrellone, la mamma potrebbe preoccuparsi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il giorno seguente Gabriele è stranamente ubbidiente (forse vuole far colpo sulla bimba con le treccine) e Riccardo riesce ad arrivare in spiaggia decisamente presto.</p>
<p>“Vai ancora sugli scogli?”</p>
<p>“Sì, ci sono tante cose da vedere. E’ un altro mondo.”</p>
<p>“Va bene, ma non tornare tardi, così magari fai il bagno insieme a tuo fratello.”</p>
<p>Riccardo non perde tempo, salta tutte le tappe di osservazione intermedie senza degnare di un’occhiata granchi, paguri e banchi di pesci e si dirige direttamente alla polla. Ha il timore che la medusa abbia trovato la strada per la libertà, un canale in profondità che sbuca nel mare aperto.</p>
<p>No. E’ ancora là. I movimenti sono gli stessi, fluidi, ondulatori, con piccoli sussulti improvvisi e fasi di quiete. Sarebbe bello immergere una mano nell’acqua. Però la medusa potrebbe arrivare velocemente e pizzicarlo. D’altronde la polla è molto grande, al centro appare anche piuttosto profonda e le meduse non dovrebbero essere così veloci. O forse lo sono? Riccardo è curioso, ma non è un esperto di meduse.</p>
<p>Comunque non c’è bisogno di essere esperti per apprezzarne la bellezza. E’ impossibile staccare lo sguardo. La cupola gelatinosa freme, si gonfia e si sgonfia, si alza e si abbassa, il bordo frastagliato ondeggia, i tentacoli (o si chiamano filamenti? Riccardo non lo sa) sono braccia che lo chiamano a nuotare nella polla. La medusa ora si è accorta di lui. Lo sta osservando. Come è possibile? Di sicuro le meduse non hanno occhi. Eppure sente che l’attenzione di quell’essere è rivolta verso di lui. Il ragazzo è immobile, seduto su una roccia piatta, a pochi centimetri dall’acqua.</p>
<p>La medusa si avvicina, lentamente. Lui non si muove. Respira piano, gli occhi fissi sul corpo trasparente della creatura. E mentre la osserva gli sembra che la forma gelatinosa stia mutando. In modo indefinibile. Anche la pozza è cambiata. Si è dilatata. Sul fondo si intravede qualcosa. Grandi pesci, forse una piovra. Un grande ammasso scuro dai contorni incerti. Un palazzo sottomarino. No, non è possibile. E’ un gioco di luci e ombre, sono solo le rocce sul fondale. Ora la medusa (che non ha più la forma di una medusa) ha ripreso a muoversi in cerchi concentrici. E nell’acqua compaiono altre ombre. Enormi stelle marine, meravigliose conchiglie di madreperla, cavallucci marini. Forse sirene e tritoni. No, quelli non esistono.</p>
<p>Riccardo si ridesta. Fa molto caldo. Deve essere passato parecchio tempo, è il momento di tornare all’ombrellone e fare il bagno con suo fratello.</p>
<p>Malvolentieri, si alza e si allontana, lanciando un’ultima occhiata alla polla.</p>
<p>La medusa è lì. Chissà se anche lei lo sta guardando.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Mamma, posso andare con Riccardo sugli scogli?”</p>
<p>“Va bene, Gabriele, però fai molta attenzione. Guarda dove metti i piedi e segui le indicazioni di tuo fratello. E tornate presto.”</p>
<p>“Grazie grazie grazie mamma!”</p>
<p>Riccardo storce il naso, accenna una protesta ma lo sguardo di sua madre lo zittisce. La bimba con le treccine è andata a fare un giro con i genitori in una località vicina e così il fratellino ha deciso di appiccicarsi a lui. La considera un’intrusione nel suo regno ai confini fra la terra e il mare, ma deve farsene una ragione.</p>
<p>Avanza con grande cautela fra le rocce, scegliendo i passaggi più semplici. Gabriele lo segue ubbidiente e silenzioso. Riccardo è incerto, non sa se condurlo alla polla. Alla fine decide di sì, ha troppa voglia di ritornarci. Una volta arrivati fa un cenno al fratello.</p>
<p>“Ora stai ancora più attento. Guarda dentro quella pozza d’acqua. Cosa vedi?”</p>
<p>Gli occhi di Gabriele rimangono socchiusi per alcuni secondi, poi si spalancano.</p>
<p>“Una medusa! E’ una medusa, Riccardo!”</p>
<p>“Proprio così. Quindi non toccare l’acqua.”</p>
<p>Il sole genera scintillii argentati che riverberano sulla superficie liquida. Alcuni schizzi provenienti dalle onde che si infrangono sulla scogliera raggiungono i due fratelli seduti sul bordo della polla. Gabriele rimane fermo per alcuni minuti, poi si sposta di qualche metro. Ha visto un gruppo di paguri che si sposta velocemente fra le rocce ricoperte da alghe e mitili. C’è anche un grosso granchio che corre a nascondersi in un anfratto ombreggiato. Molto più interessante della medusa.</p>
<p>Riccardo tiene d’occhio distrattamente il fratello mentre si concentra sulla creatura. Ora è ferma quasi al centro del cratere trasparente che la imprigiona. I filamenti tremolano appena, la cupola è immobile. Magari potrebbe infilare una mano in acqua ritraendola subito, giusto per vedere cosa succede. La titubanza dura pochi secondi. Poi Riccardo mette l’indice della mano sinistra nell’acqua. E’ tiepida. La medusa non si muove. Allora il ragazzo immerge tutta la mano, continuando a osservarla. Nessun movimento. Possibile che sia morta? No, è viva. E anche lei lo sta osservando, con uno sguardo senza occhi. Ma non è più una medusa. Lo sta circondando nel morbido abbraccio della sue spire sinuose e avvolgenti. E lo guarda, con liquidi occhi blu cobalto che brillano nel volto della principessa di un reame sottomarino. Non ci sono più filamenti trasparenti, ma lunghi capelli argentati e ondulati che fluttuano nella corrente, nascondendole il viso. Le immagini vanno e vengono, offuscate dall’acqua torbida. In lontananza si odono lo scroscio della risacca e le grida dei gabbiani.</p>
<p>Riccardo trasale. La medusa è a pochi centimetri dalle sue dita. Estrae rapidamente la mano dalla polla, sbilanciandosi e cadendo all’indietro, fra le risate di Gabriele.</p>
<p>“Torniamo indietro, altrimenti la mamma viene a cercarci.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il cielo del mattino è gonfio di nuvole dall’aspetto soffice e cremoso. C’è un’afa pesante, non tira un filo d’aria. Riccardo ha fatto colazione in fretta e si è allontanato dall’albergo verso la sua meta preferita con la mente in subbuglio. Verso l’ora di pranzo arriverà suo padre e domani partiranno per la montagna. Ritroverà i suoi amici, si divertirà, potrà essere anche lui uno spensierato adolescente in mezzo ai suoi coetanei. Ma non vedrà più gli scogli. E la medusa.</p>
<p>Ha avuto la tentazione di catturarla in un secchiello e portarla con sé. Infattibile. Ha visto la scena e udito distintamente nella testa le urla della madre. Dovrà rassegnarsi e salutarla.</p>
<p>Mentre inizia ad arrampicarsi vede una giovane coppia davanti a lui. Per fortuna cambiano direzione, sono in cerca di un po’ di intimità, che troveranno dalla parte opposta della scogliera.</p>
<p>L’acqua nella polla è più immobile del solito. Niente vento. Anche le onde lambiscono le rocce delicatamente, come se non volessero far rumore. I gabbiani si chiamano volteggiando sul mare ma l’eco dei loro versi è smorzata e indistinta.</p>
<p>La medusa nuota pigramente, senza fretta. Di sicuro lo stava aspettando, Riccardo ne è convinto. Quando si siede sul margine della pozza, la cupola trasparente si scuote e la creatura inizia a spostarsi verso il fondo, con un moto spiraliforme. Si spinge in basso fino a quando il ragazzo riesce a intravederla solo per un gioco di riflessi, poi ritorna in superficie.</p>
<p>Non le stacca gli occhi di dosso. Osserva gli spostamenti di ogni singolo filamento. E’ in <em>trance</em>. Una serie di immagini inizia a guizzargli nella mente, confondendosi con la visione della polla e della su abitante. C’è la medusa, ma c’è anche la sagoma di una ragazza (quella che ha intravisto ieri, forse) e ci sono profondità abissali illuminate fiocamente da una luce verdognola nella quale sfumano i contorni di palazzi sommersi, vascelli affondati e incrostati di conchiglie, caverne che polpi e murene hanno eletto a tana, pesci dalle scaglie dorate che danzano tra le onde, seguendo i tritoni e le sirene (che forse sono soltanto un gioco di ombre). E naturalmente ci sono altre meduse, a centinaia, a migliaia, minuscole e trasparenti, grandi come un melone e violacee, ma la sua medusa, quella della polla, è diversa da tutte le altre e Riccardo la distinguerebbe in mezzo a milioni.</p>
<p>E se si tuffasse? Quando ha immerso la mano non è accaduto niente. La medusa non gli farà del male, di questo è abbastanza sicuro. Abbastanza. E’ il suo ultimo giorno in quel mare, poi dovrà salutare la scogliera, la polla e la medusa. Potrebbe immergersi per un momento, provare l’emozione di entrare in quell’acqua e poi uscirne subito. La medusa è ferma al centro della pozza. Non avrà altre occasioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Riccardo doveva essere tornato da un bel pezzo, sapeva che saresti arrivato per pranzo.”</p>
<p>“Sarà in giro con qualche amico, o magari con una ragazza. Vedrai che adesso arriverà.”</p>
<p>“Non ha stretto amicizie e non l’ho visto parlare con nessuna ragazza. Continuava ad arrampicarsi sulla scogliera. Sono preoccupata. Gabriele, accompagna papà. Magari è scivolato su qualche roccia, andate a cercarlo.”</p>
<p>Quando Gabriele e suo padre ritornano, Riccardo non è con loro. Ora anche il padre è preoccupato.</p>
<p>“Avvisiamo l’albergatore e la polizia e cominciamo a cercarlo in spiaggia e in paese.”</p>
<p>“Mamma, ti devo dire una cosa….”</p>
<p>“Più tardi, Gabriele, ora dobbiamo trovare tuo fratello.”</p>
<p>“Ma mamma, è proprio strano….”</p>
<p>“Quando Riccardo sarà tornato, mi racconterai tutto, d’accordo?”</p>
<p>“Ma mamma, nella pozza d’acqua dove mi ha portato l’altro giorno c’era una medusa sola. Adesso ce ne sono due…..”</p>
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		<title>XV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: III CLASSIFICATO</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 22:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[CATARSIA di Nicola Catellani Il paese di Catarsia può essere raggiunto soltanto per caso. Tuttavia, anche il viandante più distratto, scoprendosi a passare nei suoi pressi, viene inevitabilmente incuriosito dai tetti conici delle sue casette, i quali, invece di svettare verso l’alto, rivolgono la punta verso il basso, all’interno delle pareti, come giganteschi imbuti. Ogni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48959" rel="attachment wp-att-48959"><img class="alignleft  wp-image-48959" title="centuria" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/centuria7-600x177.png" alt="" width="480" height="142" /></a></strong></h3>
<h3><strong>CATARSIA</strong></h3>
<h3>di Nicola Catellani</h3>
<p><em>Il paese di Catarsia può essere raggiunto soltanto per caso. Tuttavia, anche il viandante più distratto, scoprendosi a passare nei suoi pressi, viene inevitabilmente incuriosito dai tetti conici delle sue casette, i quali, invece di svettare verso l’alto, rivolgono la punta verso il basso, all’interno delle pareti, come giganteschi imbuti. Ogni casetta è un’unica stanza circolare, col tetto inclinato sporgente all’esterno d’un paio di metri.</em></p>
<p><em>La scoperta di questo paese spinge fatalmente il viandante a vagare tra le sue viuzze buie: le casette coi tetti rovesciati, tutte simili tra loro, sono così ravvicinate da avere i bordi dei tetti in parte sovrapposti, così da formare un’unica grande tettoia.</em></p>
<p><em>Gli abitanti di Catarsia sono spesso bizzarri, ma socievoli. Nessuno di loro è nato qui, e nessuno vi è mai morto. Tutti hanno scoperto il paese nel loro cammino, decidendo poi di fermarsi: chi per un’ora o un giorno, chi per un mese, chi per un anno o più. Ma tutti prima o poi riprenderanno la propria strada, e si lasceranno alle spalle queste casette: hanno avuto un motivo per restare e ne troveranno un altro per andarsene.</em></p>
<p><em>Se chiedete a uno qualsiasi di essi “Cosa ti fa restare a Catarsia?”, invariabilmente risponderà: “La pioggia”.</em></p>
<p><em>E se gli chiederete: “Cosa ti farà lasciare Catarsia?”, la risposta sarà la medesima.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il segnale del cellulare li aveva abbandonati da un pezzo, il sentiero alpino corrispondeva solo vagamente a quello indicato sulla cartina, la segnaletica CAI era scomparsa e le pesanti nuvole grigie si stavano rapidamente addensando tra i monti. Era ormai pomeriggio inoltrato: non potevano più fare dietrofront. Dovevano arrivare per forza e al più presto al rifugio: se fossero stati sorpresi da un temporale estivo a metà pomeriggio, così in quota, sarebbe stata un’esperienza per nulla piacevole. C’era il rischio concreto di diventare una notizia di cronaca del telegiornale della sera.</p>
<p>Diego si preparò a una scenata di Carola, che arrancava pochi metri dietro. Al momento la moglie non aveva abbastanza fiato, ma alla prima sosta non avrebbe mancato di rinfacciargli la loro situazione.</p>
<p>“Quindi?”, sbuffò Carola alla successiva sosta, mentre lui cercava disperatamente di orientarsi. Erano in una gola, e il sentiero continuava a salire, curvando attorno al monte. A quella quota le piante ormai erano rare, e procedendo lo sarebbero state ancora di più. Nessuno oltre loro stava percorrendo quel sentiero.</p>
<p>“La cartina non è chiara” azzardò lui “ma forse il rifugio è poco dopo la curva del monte”.</p>
<p>Lei lo guardò torva. Lui precisò:</p>
<p>“O comunque lì la valle dovrebbe aprirsi. Poi… poi decideremo cosa fare”.</p>
<p>Ripartirono. Lui pregò di trovare davvero il rifugio dopo la curva. O almeno una malga. Una cappelletta. Qualcosa con un tetto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“E questo cos’è?”</p>
<p>Lo sbalordimento prese il posto della stanchezza. Subito dopo la curva del monte c’era effettivamente una spianata, ma in quanto al rifugio…</p>
<p>“Non è di certo lui”, commentò Carola, e subito dopo fu percorsa da un brivido d’inquietudine. “Diego, ma <em>cos’è</em> questo?</p>
<p>“Non ne ho idea. Forse un qualche tipo di resort, stile <em>ecomostro</em>. Sulla cartina non è segnato, e sono certo che su Google Maps non c’era: dev’essere molto recente”.</p>
<p>La spianata a un centinaio di metri da loro era affollata da decine e decine di casette tonde, tutte bianche e simili tra loro, ciascuna con un assurdo tetto grigio e curvo verso l’alto, sporgente all’esterno di un paio di metri. Le sporgenze si toccavano, si sovrapponevano, si incrociavano. Il tutto appariva quasi come un gigantesco agglomerato di funghi tozzi con le cappelle rivolte all’insù.</p>
<p>In mezzo a quell’insolito agglomerato si muovevano delle persone.</p>
<p>“Se non altro, è un riparo” commentò Diego “E non siamo soli.”</p>
<p>Si avviò risoluto in quella direzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le persone indossavano vestiti di varia foggia, dalla giacca e cravatta al caffetano, dal burka al tailleur, ed erano un <em>melting pot</em> di differenti fisionomie e colori della pelle. Sembravano tutti impegnati a entrare e uscire dalle case, a cercare qualcosa nei dintorni, a osservare il cielo. Nessuno di essi fece caso ai due nuovi arrivati, peraltro gli unici a indossare un abito adatto alla montagna.</p>
<p>Diego si avvicinò a un uomo dall’aspetto caucasico, e gli chiese:</p>
<p>“Scusi, che posto è questo?”</p>
<p>L’altro per un istante fece una faccia perplessa, poi rispose in una lingua incomprensibile con un blando sorriso di scuse, allontanandosi subito dopo.</p>
<p>Diego tentò con altri due, provando anche con l’inglese, senza successo.</p>
<p>“Niente da fare, Carola, non c’è modo di…” si girò, ma non vide più la moglie. La scorse una ventina di metri più in là, intenta a chiacchierare amabilmente con una signora anziana. Si avviò verso di loro, arrivando in tempo per sentire Carola dire:</p>
<p>“…e questo è mio marito. Diego, la signora Teresina.”</p>
<p>“Eh… molto piacere, signora” e le strinse la mano. Lei sorrise, fece un cenno con la testa a Carola e si allontanò dicendo, con un accento dialettale appena comprensibile: “Torno tra poco e vi accompagno.”</p>
<p>“Sai, Diego” gli disse sollevata “la signora mi ha detto che siamo stati fortunati: possiamo trovare riparo in queste case.”</p>
<p>“Le hai chiesto che posto è questo?”</p>
<p>“Boh, parlava di un borgo, qualcosa tipo Ca’ Parsia o Ca’ Tarsia… Sai, ci sono alcune casette libere, e sembrava felice che potessimo ripararci sotto una di esse.”</p>
<p>Diego non celò il suo disappunto:</p>
<p>“Di sicuro vorrà affittarcela.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Ma ha il tetto sfondato!” esclamò Diego, seguendo la donna nella casetta. Sull’unica stanza circolare di pochi metri di diametro incombeva il soffitto conico, rivolto verso il basso. La sua punta, peraltro bucata, arrivava a un metro e mezzo da terra.</p>
<p>“No”, assicurò la donna, sorridendo “sono tutti fatti così, per la pioggia. E siete fortunati, proprio stasera pioverà molto”.</p>
<p>“Davvero una bella fortuna…” borbottò lui, gettando uno sguardo nel buco. Era chiuso da una retina metallica dalla trama sottile, del tutto inutile: tutta la pioggia sarebbe stata incanalata lì dentro, e avrebbe inondato la stanza. Aggiunse: “C’è modo di tappare il buco?”</p>
<p>L’anziana parve inorridita.</p>
<p>“Ma così la pioggia non potrebbe entrare!”</p>
<p>Nessuno dei due ospiti osò ribattere. Lei, vedendo le loro espressioni perplesse, propose allora:</p>
<p>“Vi posso mandare qualcuno con un secchio da mettere sotto al buco, ma non sarà la stessa cosa.”</p>
<p>“Ci mandi pure qualcuno”, approvò Diego.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Non è la stessa cosa”, avvisò l’uomo, poggiando il secchio sotto al buco “La pioggia così perde metà del suo potere, se non di più.”</p>
<p>“Potere <em>di cosa</em>?” domandò Diego.</p>
<p>“Il potere della pioggia”, ribatté lui, “Secondo la tradizione bisognerebbe mettersi con la testa sotto al buco, altrimenti gli effetti si disperdono.”</p>
<p>“Gli effetti <em>di cosa</em>?”</p>
<p>“Della pioggia”.</p>
<p>Diego non insistette. L’uomo aveva una cinquantina d’anni, e a occhio gli era sembrato un tipo normale, ma evidentemente…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“è una credenza stranissima”, gli spiegò Carola, rientrando nella casetta. Aveva seguito la vecchia e fatto altre chiacchiere con lei.</p>
<p>“Secondo loro, la pioggia che cade su questo borgo ha dei poteri… particolari. Dicono che sviluppi la creatività, l’ingegno, l’immaginazione… la fantasia…”</p>
<p>“Ma non l’intelligenza, a quanto pare”, commentò sarcastico.</p>
<p>“Il tetto a imbuto serve a raccoglierne il più possibile, e a convogliarla all’interno, qui in mezzo, dove… beh… dove bisognerebbe stare mentre piove.”</p>
<p>“Ti rendi conto di cosa stai dicendo, vero?”</p>
<p>Carola annuì.</p>
<p>“Ti sto solo ripetendo le sue parole. Mi ha dato anche questi” e mostrò al marito tre boccette di vetro “Dice che sono effluvi che, se aperti quando piove, migliorano… il risultato.”</p>
<p>Diego non commentò.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“è effettivamente così”, garantì una ragazza dallo sguardo sognante, dal viso sorridente e dal vestito a fiori. Si era affacciata alla porta per vedere i nuovi arrivati.</p>
<p>“è tipo una <em>doccia di emozioni</em>. Lo so, anch’io quando mi sono ritrovata a Catarsia non volevo crederci. Poi ho visto le persone che venivano bagnate dalla pioggia e ne uscivano&#8230;  cambiate. Ma…” e qui usò un tono più serio “bisogna saper distinguere i vari tipi di pioggia. E non parlo di temporali o pioggerelline, ma di <em>qualità</em> della pioggia. Ogni pioggia ha un effetto diverso.”</p>
<p>“E da cosa lo si capisce?” domandò Carola. Dopo la prima frase, Diego aveva rinunciato ad assecondare quella tipa ed era uscito.</p>
<p>“è un’arte da affinare col tempo. Io non lo so ancora fare, ma mi fido di alcuni abitanti storici. Dipende dal luogo circostante.”</p>
<p>“Dai monti?”</p>
<p>“No, dalle persone che vivono nei paraggi. Sai, le nuvole si formano perché l’acqua evapora e sale, ma oltre all’acqua evaporano anche le emozioni delle persone.”</p>
<p>“Le emozioni?”</p>
<p>“Sì” il volto della ragazza era quasi estasiato “Rabbia, paura, felicità, ansia, tutto sale e si mischia nelle nuvole: a seconda di quali sono i sentimenti prevalenti la pioggia si impregna in un modo o in un altro, e così se non stai attenta ti può piovere addosso una scarica di rabbia, o di paura. Di solito però te ne accorgi con le prime gocce, così nel caso puoi farti da parte.”</p>
<p>Carola cominciò a trattare con cautela quella ragazza. Cercò di assecondarla ancora un poco, prima di liberarsene. Che fosse colpa di quegli… effluvi nelle boccette?</p>
<p>“Ah, certo, ma… qui intorno non ci sono molte persone, siamo in mezzo alle montagne.”</p>
<p>“Sì, oggi probabilmente la pioggia avrà un effetto un po’ diluito, però più naturale.”</p>
<p>Carola iniziò ad accompagnarla gentilmente alla porta, cercando di farle presente che:</p>
<p>“Cara, qui intorno non ci saranno <em>mai</em> molte persone”.</p>
<p>“Ah, ma Catarsia si sposta. Passata questa pioggia, probabilmente andrà altrove, in cerca di altre piogge.”</p>
<p>“Ah, certo, capisco” la blandì, facendole oltrepassare la porta. La ragazza gettò un ultimo sguardo alla capanna e commentò:</p>
<p>“Oh, vi hanno dato le boccette degli effluvi! Io non le uso mai, rendono confusi i sentimenti della pioggia.”</p>
<p>Si udì un brontolio di tuono in lontananza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Qui sentirà raccontare molte stupidaggini sulla pioggia” rivelò l’uomo a Diego. L’aveva incrociato mentre usciva dalla casetta e, sentendolo parlare la sua stessa lingua, si era subito lanciato in conversazione. Diego, per pura cortesia, gli stava dando una chance.</p>
<p>“Sentimenti <em>evaporati</em>, posizioni yoga da mantenere sotto l’acqua, riti propiziatori, digiuni purificatori, pozioni per aumentare gli effetti… ogni abitante di Catarsia ha una propria teoria sulla pioggia, ma non c’è nulla di vero, di scientifico in tutto questo. D’altra parte, se avessero ragione, la pioggia avrebbe già avuto effetto su di loro, e probabilmente se ne sarebbero già andati altrove. Di solito la gente se ne va quando ottiene dalla pioggia ciò che vuole.”</p>
<p>“Quindi lei non è qui per la pioggia?” azzardò Diego.</p>
<p>L’uomo sorrise. Indossava giacca e camicia, come un funzionario.</p>
<p>“Anch’io, come tutti, sono arrivato a Catarsia per caso. Ma, mentre loro sperano in una qualche sorta d’illuminazione divina dalla pioggia, il mio interesse nel rimanere qui è puramente scientifico. Perché, vede, questa pioggia ha davvero degli effetti su qualcuno: di tanto in tanto, dopo una doccia di pioggia, qualcuno ha una sorta di <em>risveglio emotivo</em>, di ebollizione creativa, e d’improvviso trova nuove soluzioni a vecchi problemi. A livello statistico sono relativamente frequenti, quindi una correlazione con la pioggia dev’esserci. Io di professione sono un chimico, e ritengo debba trattarsi di qualche proprietà naturale dell’acqua, senza bisogno di scomodare il soprannaturale: un po’ come l’acqua termale. Per questo sono a Catarsia ormai da mesi per studiare questi soggetti <em>risvegliati</em>, e le possibili correlazioni con la composizione della pioggia.</p>
<p>“Ha trovato delle risposte?”</p>
<p>“Al momento niente di certo, anche se sospetto c’entrino le polveri minerali in sospensione nell’aria dei luoghi in cui piove.”</p>
<p>“Perché dice <em>dei luoghi</em>? Il villaggio è solo qui.”</p>
<p>L’uomo alzò lo sguardo al cielo.</p>
<p>“Questo è uno dei problemi che ostacolano la mia ricerca. Molto spesso, il giorno dopo la pioggia, Catarsia non si trova più nello stesso posto della sera precedente”.</p>
<p>“Che cosa intende?”</p>
<p>“Che oggi Catarsia è tra queste montagne, ma fra poco ci sarà un temporale, e domani potremmo svegliarci in riva al mare all’altro capo del mondo.”</p>
<p>“Scherza?” Diego stava rivalutando tutti i suoi buoni pensieri su quell’uomo.</p>
<p>“Per nulla. Lo chieda a chiunque. Catarsia va dove sta per piovere.”</p>
<p>“Mi faccia capire”, tentò ancora Diego “Secondo lei queste case hanno il formidabile potere di… <em>teletrasportarsi</em> ovunque… Una scoperta che rivoluzionerebbe tutto il mondo dei trasporti… Tuttavia lei si limita semplicemente a studiare il motivo per cui qualcuno diventa più… <em>creativo</em> dopo una <em>doccia di pioggia</em>?”</p>
<p>“Il mio campo è la chimica. Lo spostamento di Catarsia suppongo c’entri con la meccanica quantistica. Ma anche qui le teorie si sprecano, soprattutto quelle sui folletti che smontano e rimontano le case mentre la gente dorme.”</p>
<p>Un lampo illuminò il cielo, e pochi secondi più tardi il mondo tremò sotto il boato del tuono.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Carola!” “Diego!”</p>
<p>Il marito rientrò a passo svelto, mentre cadevano le prime pesanti gocce di pioggia. Osservò di sfuggita la casetta, dove la moglie aveva già srotolato i sacchi a pelo sul pavimento e poggiato a terra la loro lanternina a batteria, accesa. Concentrò lo sguardo sul foro centrale del tetto spiovente e sul secchio sotto di esso.</p>
<p>“Qualcosa non va in questo posto!” esordì, concitato.</p>
<p>“Lieta che tu l’abbia notato”, osservò lei, alzando gli occhi al tetto inclinato e bucato.</p>
<p>“No, voglio dire, ho scambiato qualche parola con alcune persone qua fuori. Sono tutte mezze scentrate, e non parlo solo delle loro idee balzane sulla pioggia e la fantasia. Loro sostengono che…”</p>
<p>“Che queste case si spostino”, terminò lei. “Me l’ha detto la vecchia e poi anche la ragazza.”</p>
<p>“Proprio così! Ho incontrato anche degli stranieri che parlavano inglese. Sostengono di essere arrivati in questo posto <em>quando non era qui</em>!”</p>
<p>“E tu gli credi?”</p>
<p>“Ma certo che no, però… dannazione, questo villaggio sulla mappa non c’è!”</p>
<p>“Come fai a dirlo? Ci siamo persi. Non sappiamo dove siamo.”</p>
<p>Le gocce di pioggia sul tetto picchiettavano sempre più insistenti e decise, e in fondo al secchio iniziava già a formarsi un velo d’acqua.</p>
<p>“Dovremmo andarcene”, stabilì Diego.</p>
<p>“Scherzi? Sta per venire giù il diluvio. Ringraziamo il cielo di avere un tetto sulla testa, anche se… beh, bucato.”</p>
<p>Lui scrutò all’esterno con apprensione. Le nuvole erano scurissime, il sole stava già per tramontare, e i lampi illuminavano le vette. Rimettersi in marcia in quel momento sarebbe stato un suicidio… e peraltro per andare dove? No, avrebbero dovuto inevitabilmente passare la notte lì.</p>
<p>“Cos’è questo odore?”</p>
<p>“Gli effluvi della vecchietta. Non so se funzioneranno come dice lei, ma sono comunque meglio dell’odore di muffa che c’era prima.”</p>
<p>Due boccette erano aperte, ai lati opposti della stanza circolare. La terza era chiusa, in mano a Carola. Diego guardò il secchio.</p>
<p>“Questo imbuto incanala tutta l’acqua del tetto: si riempirà alla svelta. Dovremo svuotarlo di tanto in tanto.”</p>
<p>“Bene, sediamoci a tenerlo d’occhio” propose lei, e avvicino il sacco a pelo al secchio, sedendocisi sopra. Diego fece lo stesso, con un po’ di riluttanza, dall’altra parte del secchio. Gettò uno sguardo all’uscita, alla sua destra, pronto a scattare all’esterno nel caso in cui il panorama iniziasse a dissolversi.</p>
<p>La pioggia aumentò ancora, e dalla retina metallica inizio a gocciolare una doccia leggera.</p>
<p>“Dannazione!” imprecò, “A quest’ora avremmo dovuto essere seduti a un tavolo del rifugio davanti a un piatto di polenta e capriolo, e non… non qui! Il mio stomaco brontola…”</p>
<p>“Tieni queste” e gli allungò alcune barrette energetiche prese dallo zaino, “Sai che ne prendo sempre più del necessario, per le emergenze.”</p>
<p>Diego non perse altro tempo ad aprirne una e a morderla. Lei aggiunse:</p>
<p>“La ragazza mi ha detto che hanno delle provviste in comune. Domattina ci farà avere qualcosa per colazione.”</p>
<p>Rimasero in silenzio per qualche istante, poi un nuovo rombo di tuono squarciò la valle.</p>
<p>“Era meglio chiedere due secchi”, brontolò lui, “Quando lo togliamo per svuotarlo pioverà sul pavimento.”</p>
<p>“Se saremo abbastanza rapidi, saranno solo poche gocce. In quegli istanti potremmo tappare il buco premendoci una giacca a vento.”</p>
<p>“Offri la tua?”</p>
<p>“Ce la giochiamo a carte”, sorrise lei, ed estrasse il mazzo di carte dallo zaino, ancora nuovo e incellofanato. Per tradizione in queste escursioni lo portavano sempre con sé, ma non l’avevano mai usato: dopo la cena erano così stanchi che filavano sempre a letto. E a casa non c’era motivo di usarlo, con la tv.</p>
<p>“Chi perde offre la giacca” disse Carola, strappando il cellofan.</p>
<p>“Però chi vince dev’essere rapido a svuotare il secchio: non vale perdere tempo apposta per far bagnare la giacca.”</p>
<p>“Ovvio. Offre la giacca chi perde due partite su tre.”</p>
<p>Un nuovo lampo illuminò il paesaggio (“rimasto sempre uguale a prima”, constatò Diego, sollevato) e il tuono fece tremare il terreno.</p>
<p>Carola distribuì le carte. Diego estrasse dallo zaino la sua torcia da testa per poterle vedere, mentre lei usò la luce della lanterna.</p>
<p>“Però quando il temporale sta per finire conserviamo l’ultima acqua rimasta nel secchio”, propose lei, giocando la prima carta.</p>
<p>“Perché mai?”</p>
<p>“Ho ancora la terza boccetta. Secondo la vecchietta può anche essere sciolta nell’acqua già raccolta. Cioè, in verità lei sostiene che bisognerebbe usarla mentre si resta sotto la pioggia, ma anche nell’acqua ferma può avere qualche effetto. Possiamo usarla per lavarci la faccia domattina.”</p>
<p>Diego fissò la moglie, e immaginò tutte le altre persone di Catarsia in quel momento, distese con la testa sotto al buco del tetto a farsi innaffiare di pioggia, vecchietta compresa. Gli venne da sorridere.</p>
<p>“Ti rendi conto che queste sono tutte follie, vero? I sentimenti della pioggia, gli effluvi, le case che si spostano…”</p>
<p>Lei sorrise di rimando.</p>
<p>“Vedila così: comunque vada, avremo una storia fantastica da raccontare agli amici!”</p>
<p>Si misero a ridere e continuarono a giocare.</p>
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		<title>XV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: IV CLASSIFICATO</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 22:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[LA REGINA DELLE STELLE di Renata Rusca Zargar La cometa Leonard se n’era andata via con la sua coda scintillante. Tempo prima, quando era transitata vicino a Giove, era stata attratta dal colore rosso e dall’uragano enorme che vi si agitava sopra, oltre ai venti contrari che là soffiavano. L’astro aveva intrecciato allora un’intensa relazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48959" rel="attachment wp-att-48959"><img class="alignleft  wp-image-48959" title="centuria" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/centuria7-600x177.png" alt="" width="480" height="142" /></a></strong></h3>
<h3>LA REGINA DELLE STELLE</h3>
<h3>di Renata Rusca Zargar</h3>
<p>La cometa Leonard se n’era andata via con la sua coda scintillante. Tempo prima, quando era transitata vicino a Giove, era stata attratta dal colore rosso e dall’uragano enorme che vi si agitava sopra, oltre ai venti contrari che là soffiavano. L’astro aveva intrecciato allora un’intensa relazione con il gigante che sapeva collezionare passioni femminili in quantità. Un giorno, però, avendo notato che il suo amante sbirciava altrove, la sua coda si era raffreddata ed ella era fuggita via.</p>
<p>Il gigante supersex, però, non era rimasto solo a lungo. Era il 13 ottobre ed era previsto per quella notte un lungo bacio con la Luna della Terra. Persino gli umani erano curiosi di vedere quell’unione fatata e allungavano il collo verso telescopi e cannocchiali. Venti e tempeste di Giove si sarebbero allargati sul piccolo satellite poetico.</p>
<p>Quella volta, tuttavia, il legame sarebbe durato più a lungo del solito e avrebbe dato vita a una creatura nata, come già un tempo Venere, dalla schiuma del mare. La Regina delle stelle, così si sarebbe chiamata, avrebbe indossato un vestito intessuto proprio di stelle e avrebbe portato sul capo una coroncina di stelline brillanti.</p>
<p>Dunque, ogni notte la fanciulla si sollevava dall’acqua scura del mare e l’accendeva di infiniti lumini sfavillanti.</p>
<p>- Sei bellissima! &#8211; le sussurravano le onde.</p>
<p>- Oh che meraviglia! &#8211; boccheggiavano i pesciolini.</p>
<p>Le stelle erano orgogliose di lei e persino Plutone l’aveva adocchiata. Il vestito largo trasparente e stretto in vita, le forme flessuose, i capelli irradiati di luce, il corsetto di pizzo candido che lasciava intravedere il seno, i piedini morbidi appoggiati sulla battigia, gli avevano fatto perdere completamente la testa. Il suo ghiaccio era diventato bollente e bruciava di desiderio.</p>
<p>“Devo rapire questa Dea e portarla con me.” pensava.</p>
<p>E non era l’unico!</p>
<p>Il diavolo Asmodeo, più rapido e decisionista di Plutone, si era trasformato in una pecorella ed era apparso sulla spiaggia accanto alla divina fanciulla. Se fosse riuscito nella sua impresa, l’avrebbe trascinata all’Inferno per sempre con sé. “Staremo bene insieme.” fantasticava voglioso.</p>
<p>Quella sera, la Regina era uscita dal mare, come al solito, per addentrarsi nei campi dell’entroterra.</p>
<p>Prima, però, aveva preso con sé la tenera pecorella sussurrandole: -Ti sei persa, poverina! Andremo insieme a cercare il tuo ovile. -</p>
<p>Il piccolo animale la fissava con lo sguardo liquido e tenero belando timidamente. A fatica, il turpe Asmodeo riusciva a nascondere gli sgnignazzi volgari che celava dentro di sé ma si consolava pensando che appena possibile avrebbe ripreso la</p>
<p>sua vera natura. Bastava arrivare in un luogo dove le stelle e Plutone non sarebbero riusciti più a individuarli e la donna sarebbe rimasta sola alla sua mercé. Pregustava già la sua pelle liscia, la dolcezza degli abbracci, il fuoco dei baci&#8230; Procedendo per le strade notturne della città, la Regina aveva trovato e imboccato un sentiero che si addentrava in campagna. Gli alberi neri per il buio si alzavano alti e stormivano alla brezza notturna mentre la pecorella belava sempre più forte e rabbrividiva.</p>
<p>“Forse mi sta indicando la strada giusta.” supponeva la fanciulla innocente e quando, dopo tanto cammino, erano giunti a un capanno, la bestia aveva smesso di belare.</p>
<p>- Allora è qui il tuo ovile.- aveva esclamato rivolta all’animale che le sembrava dolce e affettuoso e intanto aveva aperto la porta. In effetti, dentro la capanna c’era un piccolo recinto ma, proprio in quell’istante, la capanna tutta aveva tremato e la pecorella aveva preso sembianze umane.</p>
<p>- Non temere. Non voglio farti del male ma solamente amarti come meriti. Staremo sempre insieme. &#8211; aveva detto con un sorriso ammaliante il bellissimo uomo apparso al posto della pecorella.</p>
<p>La Regina delle stelle era rimasta molto colpita da quell’apparizione. Ricordava, però, certe favole che le avevano raccontato quando era piccola e che l’avevano lasciata a bocca aperta. Alcuni animali si erano trasformati in principi o principesse e ora aveva davanti a sé la prova che quelle metamorfosi esistessero davvero. D’altra parte, lei stessa era nata dalla schiuma del mare e, quindi, non era stato difficile innamorarsi in un baleno dell’attraente Asmodeo.</p>
<p>Inutilmente le stelle piangevano lacrime che si spargevano come pioggia nel blu infinito del cielo e cercavano di inviarle dei messaggi. La fanciulla non poteva sentirle e, probabilmente, se anche le avesse sentite, non le avrebbe credute. Asmodeo era giovane, aitante, passionale e l’amava. E lei amava lui. Ormai, la lunga notte d’amore tra il Bene e il Male stava per concludersi. All’alba, Asmodeo avrebbe trascinato la Regina all’Inferno dove le creature malefiche e gli altri diavoli la stavano aspettando per approfittare di lei. Non capitava spesso all’Inferno una creatura splendida come quella con la quale potersi divertire!</p>
<p>Mentre sorgeva il sole dal mare e dai monti, nella capanna stava arrivando la luce del giorno e tutto intorno gli uccellini ignari avevano ripreso a cantare. “Devo compiere la mia missione. Devo condurre la Regina dai miei fratelli che l’aspettano.” rimuginava Asmodeo mentre immaginava, però, le loro manacce appuntite che spuntavano dalle ali di pipistrello a graffiare e strappare brandelli di quel corpo ammaliante. Egli non sopportava quell’orrenda visione e “Non c’è fretta! &#8211; aveva concluso -Mi divertirò ancora un po’ io prima di passarla agli altri.” Perciò i due erano rimasti chiusi nella capanna per parecchi giorni. &#8211; Perché non usciamo un po’ a passeggiare? &#8211; gli chiedeva spesso la Regina – Perché rimaniamo sempre qua dentro? Fuori c’è il sole, le erbe, i fiori… Potremmo camminare mano nella mano e raccogliere qualche frutto spontaneo, potremmo bagnarci nel ruscello e cantare insieme agli uccellini la nostra felicità. &#8211; Asmodeo non sapeva cosa rispondere.</p>
<p>- Felicità? &#8211; le chiedeva stranito.</p>
<p>- Certo. Non bisogna avere paura delle parole. Io e te siamo felici perché ci amiamo. Cosa c’è di più bello? Vieni, usciamo ed esprimiamo a tutto il mondo la nostra gioia. -</p>
<p>Asmodeo, disgraziatamente, non poteva esaudire quel desiderio perché lui era un diavolo e i diavoli non possono essere felici delle cose semplici, della natura, dei sentimenti. I diavoli possono amare solo il Male e il Dolore, non c’è per loro né gioia né dolcezza.</p>
<p>Anzi, doveva sbrigarsi a trascinarla via con sé perché lui stesso era in pericolo. Ogni momento che trascorrevano insieme lui si sentiva più attratto e, se non fosse stato contro natura, avrebbe pensato di amare quella fanciulla. Non poteva andare così, lei doveva diventare la Regina dei diavoli, l’amante di Satana e le stelline luminose che portava sul capo si sarebbero tramutate in tizzoni ardenti. Eppure non ce la faceva a lasciarla andare a quell’agghiacciante destino. Passavano i giorni e Regina era molto felice con il suo compagno. Solo non capiva perché lui non le permettesse mai di uscire dalla capanna. Lei avrebbe voluto ammirare le stelle durante la notte, magari con il suo amore per mano.</p>
<p>Invece, stava chiusa là dentro!</p>
<p>Così, mentre Asmodeo dormiva, una sera, aveva aperto silenziosamente la porta della capanna ed era scivolata fuori.</p>
<p>Il bosco era fitto fitto e non lasciava scorgere neppure un vago balenio ma lei aveva le sue stelline sul capo e poteva allontanarsi senza perdere la strada. Gli alberi stormivano e profumavano accarezzati da uno zefiretto leggero. Sembrava un paesaggio di fiaba eppure tutti gli animaletti si stavano allontanando velocemente. Un grande diavolo, infatti, era spuntato alle sue spalle, rosso di braci ardenti, con gli occhi sporgenti iniettati di sangue, le orecchie lunghe a punta, le ali da pipistrello aperte e due grandi corna sulla testa. Il mostro l’aveva acchiappata per il vestito sgnignazzando volgarmente e parecchi altri simili a lui l’avevano circondata mentre la foresta aveva iniziato a bruciare. Lingue di fiamme e fumo nero ammorbavano l’aria.</p>
<p>- Cosa volete da me? &#8211; aveva domandato la Regina spaventata. &#8211; Tutto. &#8211; le era stato risposto crudamente – Tu sei nostra e devi venire con noi. -</p>
<p>In conclusione, i piani erano stati rispettati, la preda era stata ghermita e ora si trovava tra le fiamme eterne.</p>
<p>Inutilmente le stelle avevano lanciato polveri nello spazio per impedire quell’ultimo viaggio e liberare la Regina: il Male aveva vinto.</p>
<p>- Bene. &#8211; Il consesso dei diavoli si leccava i baffi e aspettava il momento di violentare a turno l’affascinante fanciulla.</p>
<p>– Ora è completamente nostra. Ne faremo carne di porco. -</p>
<p>- Momento, compagni. &#8211; Asmodeo li aveva interrotti mentre già i primi avevano iniziato a frugare con le loro luride zampe sotto la candida gonna. -Questa è una mia preda. Io l’ho trovata e preparata a venire nel nostro mondo. Per primo tocca a me.</p>
<p>- Ma tu l’hai già avuta! &#8211; aveva protestato Zodiac, uno dei più giovani – Sei stato con lei a lungo. Adesso è nostra.</p>
<p>- Sì l’ho avuta ma solo sulla terra. Non nel nostro habitat. La terrò un po’ con me e poi ve la passerò. -</p>
<p>I diavolacci si erano dovuti arrendere e attendere gli eventi. Asmodeo era nel consiglio direttivo dell’Inferno e aveva molto potere. Così si erano allontanati alla ricerca di topi da torturare e ingoiare come grissini.</p>
<p>Asmodeo, che ormai era ridiventato diavolo, aveva preso Regina per mano ammonendola: “Stai zitta e sbrigati!”. Poi, l’aveva trascinata via di corsa, facendole strappare tutto il vestito e, appena usciti dall’Inferno, si era rivolto alle stelle disperato:</p>
<p>- Solamente voi potete aiutarci. E mamma Luna e Papà Giove. &#8211; Nel blu del Cielo e dell’Universo tutto taceva. Cosa voleva un diavolo che aveva fatto finire Regina all’Inferno? Con che coraggio si permetteva di interpellare il Creato?</p>
<p>- Sono un diavolo, lo so, dedito al Male. L’odio e l’invidia fanno parte di me perciò merito qualunque punizione. Ma la vostra Regina non ha colpe se non quella di avermi amato. Senza peraltro sapere chi io fossi davvero. Aiutatela. &#8211; La Regina fissava Asmodeo. Era un diavolo come gli altri, rossaccio, con le corna, le ali a pipistrello, i piedi unghiati eppure, nel fondo dei suoi occhi lei vedeva l’Amore. Infine, si preoccupava per lei, voleva salvarla. Lui l’amava – aveva intuito – e lei amava lui.</p>
<p>- Asmodeo, &#8211; aveva dichiarato seria – tu mi ami e io ti amo. Resterò con te qualunque sia il tuo lavoro. -</p>
<p>Una lacrima era uscita da uno di quegli occhi sporgenti e aveva disegnato una riga sulla guancia rugosa.</p>
<p>- Non puoi amare il Male, tu sei la Regina delle stelle, la Regina del Bene. &#8211; Sì posso. Troveremo un modo ma rimarremo insieme e saremo conforto l’uno per l’altra e viceversa. -</p>
<p>Asmodeo stava ricordando dei versetti: &#8211; “E ci fu guerra in cielo: Michele e i suoi angeli combatterono contro il drago; e il drago combatté e i suoi angeli, e non prevalsero; né il loro posto fu trovato più in cielo. E il grande drago fu cacciato, il vecchio serpente, chiamato diavolo e Satana, che seduce il mondo intero: fu cacciato sulla terra, e i suoi angeli furono cacciati con lui.”1-</p>
<p>Regina lo guardava senza capire.</p>
<p>- Questo è scritto nei testi sacri – aveva aggiunto lui -come pure “Ho visto Satana cadere dal cielo come un fulmine.2” Ricordo che a quel tempo ero un piccolo Angelo, mi divertivo con le mie alucce giocando come fossi stata una farfalla. Mi trovavo vicino a quelli che avevano perso la battaglia anche se non avevo neppure combattuto, ma fui spinto tra le fiamme come gli altri. Non ho mai avuto la forza di ribellarmi. Ma non sono stato un diavolo attivo nel procurare anime al nostro popolo. Quando mi mandavano al capezzale dei morenti, in quella stanza c’era sempre anche un angelo e io mi facevo da parte. Mi nascondevo dietro un comodino, magari facevo sparire le candele o qualche altro dispetto, ma lasciavo che l’anima si salvasse. Non ho mai condotto nessuno tra le fiamme. Tu Regina</p>
<p>1 Apocalisse 12:7-9</p>
<p>2 Luca 10:18</p>
<p>saresti stata la prima a seguirmi ma io non potrei sopravvivere pensando di averti donata al Male, proprio te che io amo. Torna al tuo mondo, io tornerò al mio. &#8211; Asmodeo aveva lasciato la mano di Regina ed era sparito.</p>
<p>La Regina delle stelle aveva ripreso la solita vita: ogni sera usciva dalla spuma del mare e si addentrava nella campagna. Qualche volta, però, arrivava alla capanna e riviveva il tempo passato con Asmodeo.</p>
<p>Lo chiamava piangendo ma lui non rispondeva.</p>
<p>Per quello che aveva fatto, per aver fatto fuggire quell’anima tanto appetitosa, Asmodeo era stato frustato per un tempo infinito e poi incarcerato. Ma non urlava e non si disperava perché aveva salvato la sua amata dalla schiavitù dell’Inferno. Avrebbero lasciato le stelle due creature dell’Universo a soffrire così?</p>
<p>Per il compleanno, le stelle avevano regalato alla loro giovane Regina una collana di preziosi opali di fuoco in cui sfavillavano iridescenze strabilianti. L’esposizione ai raggi della Luna aveva poi rafforzato le proprietà soprannaturali del gioiello. &#8211; Questa collana ti accompagnerà nel tuo cammino e sarà per te fonte di saggezza. &#8211; le avevano rivelato.</p>
<p>Regina non aveva dato molto peso a questo discorso. Cosa avrebbe mai fatto una collana? Lei amava Asmodeo e non sarebbe stato certo un monile che glielo avrebbe riportato.</p>
<p>Piuttosto si sarebbe rivolta all&#8217;Arcangelo Chamuel o all’angelo Soqedhazi che avevano le abilità per aiutare le coppie a superare ciò che li separava. Già. Ma cosa avrebbe mai potuto dire? “Aiutatemi perché vorrei stare con un diavolo?” Angeli e diavoli erano due mondi notevolmente lontani tra loro!</p>
<p>Asmodeo, intanto, dalla sua prigione infernale, attraverso il mistero degli opali, poteva, però, osservare la sua amata.</p>
<p>“Non mi ha dimenticato. Piange perché non può vedermi, non può stare con me!” Questa sicurezza gli aveva dato nuova forza e pure una puntina di speranza. -Basta! Voglio essere liberato. &#8211; aveva urlato con quanto fiato aveva in corpo &#8211; Ho capito. Voglio tornare libero a fare il diavolo. -</p>
<p>- Troppo facile, carino! &#8211; gli era stato risposto &#8211; Eri pronto ad andartene, a lasciare l’Inferno!</p>
<p>- Va bene, ho sbagliato. Non ne parliamo più.</p>
<p>- No devi provarci che sei sempre un diavolaccio crudele e non un tenero innamorato.</p>
<p>- D’accordo.</p>
<p>- Vai e porta tre anime all’Inferno. -</p>
<p>Asmodeo a questo punto era cambiato. Non voleva condannare nessuno però doveva farlo per tornare libero e rivedere la sua amata. Non poteva resistere senza di lei, tuttavia per non fare mai più un’azione malvagia non aveva tentato nessuno e avrebbe scelto le anime di chi davvero meritava la morte eterna. Avrebbe preso tre uomini che avevano ucciso le loro donne, il peggior delitto che si potesse concepire e così era stato.</p>
<p>I diavolacci, soddisfatti delle prede, gli avevano permesso allora di tornare sulla terra: -Stai attento a non fare altri errori, questa volta, non saresti mai più liberato. &#8211; l’avevano ammonito &#8211; E porta pure qui molti altri uomini schifosi che se lo meritano!- La Regina delle stelle, quella sera, appena uscita dalla spuma del mare se lo era trovato davanti. E non in forma di umano ma in quella di diavolo. &#8211; Se mi vuoi, sono venuto per stare con te per sempre. &#8211; le aveva detto. &#8211; Sì, ti voglio e tu lo sai. &#8211; aveva risposto Regina.</p>
<p>In quell’attimo lui l’aveva presa per mano e subito erano atterrati entrambi sul lato nascosto della Luna.</p>
<p>- Qui c’è una casetta tutta per noi, dove staremo sempre insieme e dove nessuno potrà mai trovarci.</p>
<p>- Sarà fantastico. La nostra casa avrà le persiane sempre aperte, intorno ci sarà un giardino dove sbocceranno fiori dai mille profumi, non molto lontano ci sarà un bosco con tanti alberi sempreverdi.</p>
<p>- Sì e a uno di questi alberi attaccherò un’altalena dove i nostri figli potranno dondolarsi.</p>
<p>- Pensi che avremo dei figli?</p>
<p>- Sì, perché non c’è amore più grande del nostro. -</p>
<p>Le stelle ascoltavano quei discorsi e piangevano. La loro bellissima Regina amava un mostro scappato dall’Inferno, brutto e rossaccio come tutti i diavoli. Sapevano però che lei era felice con lui. Così avevano inviato loro tanta polvere di stelle e Asmodeo sembrava persino più bello.</p>
<p>Era passato del tempo e tutto era andato come previsto: la casetta, il giardino, l’altalena con i figli.</p>
<p>Solo la Regina delle stelle era sempre più magra, pallida e debole. Nel lato nascosto della Luna non c’era la spuma del mare e lei non poteva rinascere ogni notte come un tempo.</p>
<p>Asmodeo aveva capito che se l’amava davvero doveva lasciarla andare, altrimenti lei sarebbe perita.</p>
<p>Lui avrebbe continuato a crescere i figli nella casetta ma lei doveva tornare nel suo habitat.</p>
<p>Una sera l’aveva presa per mano e l’aveva accompagnata là, sulla terra, vicino al mare.</p>
<p>L’aveva abbracciata e baciata:</p>
<p>- Torna alla schiuma del mare, mi occuperò io di tutto. &#8211; le aveva bisbigliato all’orecchio.</p>
<p>Le guance della Regina stavano già riprendendo colore.</p>
<p>- I nostri figli? -aveva domandato lei.</p>
<p>- Li crescerò con tutto l’amore che ho per te.</p>
<p>- Non ci vedremo più?</p>
<p>- Di quando in quando, verrò qui e ti abbraccerò come la prima volta. &#8211; Così era giusto che fosse e, per volere delle stelle, infine, Asmodeo era diventato essere umano e mai e poi mai sarebbe stato ancora un diavolo.</p>
<p>Cara lettrice, caro lettore, se andrete alla sera sulla riva del mare, potrete scorgere qualche volta la Regina delle stelle sorgere dalle acque con il suo vestito intessuto di luce e abbracciare un uomo di straordinario fascino che viene a incontrarla con i loro figli. Allora tutto il mondo diventa dolce come i baci di chi ha il coraggio di accettare un grande amore eterno.</p>
<p><span style="color: #ffff00;"><strong>BIBLIOGRAFIA</strong></span></p>
<p>Luna, Plutone, Giove ecc.: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/" target="_blank">https://it.wikipedia.org/wiki/</a></p>
<p>Apocalisse: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Apocalisse_di_Giovanni https://www.laparola.net/testom.php" target="_blank">https://it.wikipedia.org/wiki/Apocalisse_di_Giovanni https://www.laparola.net/testom.php</a></p>
<p>Luca 10: <a href="https://www.bibbiaedu.it/" target="_blank">https://www.bibbiaedu.it/</a></p>
<p>Dubbi linguistici: <a href="https://accademiadellacrusca.it/" target="_blank">https://accademiadellacrusca.it/</a></p>
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		<title>XV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA AI NASTRI DI PARTENZA</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Nov 2025 23:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantanews]]></category>

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		<description><![CDATA[XV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA Miglior Racconto di Ambientazione Fantasy In memoria di Fabrizio FRATTARI A cura dell’Associazione Culturale “LA CENTVRIA” (http://www.lacenturia.it/) e del sito “LA ZONA MORTA” (http://www.lazonamorta.it/) con la collaborazione dell’Associazione “A Campanassa” di Savona (http://www.campanassa.it/) e della manifestazione “Savona International Model Show 2026” L’Associazione Culturale “La Centuria” e il sito “La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: center;"><strong>XV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA</strong></h2>
<p align="center">Miglior Racconto di Ambientazione Fantasy</p>
<p align="center">In memoria di Fabrizio FRATTARI<strong></strong></p>
<p align="center">A cura dell’Associazione Culturale “LA CENTVRIA” (<a href="http://www.lacenturia.it/" target="_blank">http://www.lacenturia.it/</a>)<strong></strong></p>
<p align="center">e del sito “LA ZONA MORTA” (<a href="http://www.lazonamorta.it/" target="_blank">http://www.lazonamorta.it/</a>)<strong></strong></p>
<p align="center">con la collaborazione</p>
<p align="center">dell’Associazione “A Campanassa” di Savona (<a href="http://www.campanassa.it/" target="_blank">http://www.campanassa.it/</a>)</p>
<p align="center">e della manifestazione “Savona International Model Show 2026”</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=72558" rel="attachment wp-att-72558"><img title="centuria" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/centuria9-600x167.png" alt="" width="480" height="150" /></a>L’Associazione Culturale “La Centuria”<strong><em> </em></strong>e il sito <em>“</em>La Zona Morta”, in collaborazione con l’Associazione “A Campanassa” di Savona,<strong><em> </em></strong>gestiranno le varie<em> </em>fasi dell’iniziativa e selezioneranno, tra gli scritti pervenuti, i racconti finalisti, i quali saranno poi valutati dalla Giuria costituita da scrittori quali Davide Longoni (<em>autore di “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=1105">Mercuzio e l’erede al trono – Livello 0</a></em><em>”</em>), <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=28853">Donato Altomare</a> (<em>plurivincitore del <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=30348">Premio Italia</a></em><em>, del Premio Urania e del Premio Vegetti, presidente del World SF Italia, scrittore di innumerevoli romanzi, tra cui il recente “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=67304">Wormhole</a></em><em>” scritto con <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=67328">Umberto Guidoni</a></em>)<em>,</em><em> </em><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=41374">Filippo Radogna</a> (<em>giornalista, saggista e scrittore, due volte vincitore del Premio Italia e del <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=44006">Premio Vegetti</a> con l’antologia di racconti “<a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=40559">L’enigma di Pitagora e altre storie</a>”</em>), <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=27114">Fabio Calabrese</a> (<em>scrittore e saggista, appassionato di tutto il genere fantastico</em>), oltre alla Professoressa Laura Lavagna socia dell’Associazione  “A  Campanassa”, a esperti appassionati del settore dell’Associazione “La Centuria” e a autori di giochi.</p>
<p>Ciascun testo verrà giudicato innanzitutto per l’originalità della trama e della scrittura, per la forma e la chiarezza narrativa.</p>
<p>La cerimonia di proclamazione dei vincitori avrà luogo nella tarda mattina/primo pomeriggio del giorno domenica 12 gennaio 2026 all’interno della Torre medievale del Brandale, piazza del Brandale 2, di Savona, nell’ambito  dello svolgimento della XI edizione della manifestazione “Savona International Model Show 2026”, in concomitanza con lo svolgimento degli eventi collegati alla Rievocazione Storica Medievale dei figuranti dell’Associazione “A Campanassa”. Il Comitato Promotore provvederà a comunicare (per lettera o via e-mail), nel  mese di gennaio 2025, le modalità della conclusione del trofeo (data, luogo, orario della proclamazione dei risultati e premiazione) a tutti i partecipanti.</p>
<p>E’ prevista un’unica categoria del Concorso letterario: “Fantasy”.</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=72563" rel="attachment wp-att-72563"><img class="alignright size-full wp-image-72563" title="logo wsfi" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/logo-wsfi3.png" alt="" width="150" height="68" /></a>Il racconto vincitore della Categoria “Fantasy”<strong> </strong>verrà pubblicato sul sito internet de “La Centuria” (<a href="http://www.lacenturia.it/" target="_blank">http://www.lacenturia.it/</a>), sul sito internet “La Zona Morta”<strong></strong>(<a href="http://www.lazonamorta.it/" target="_blank">http://www.lazonamorta.it/</a>), nell’antologia  “La Zona Morta &#8211; Archivi” pubblicata dalle <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=73319">Edizioni Scudo</a>, nonché sulla brochure cartacea ufficiale dedicata alla “Savona International Model Show” prossima<em> </em>ventura. Inoltre, il suo autore riceverà un premio di 150,00 euro<strong> </strong>(dal Comitato Promotore).</p>
<p>Il racconto secondo classificato riceverà un premio di 100,00 euro<strong> </strong>e sarà anch’esso pubblicato sui medesimi siti internet.</p>
<p>Il racconto terzo classificato riceverà un premio di 50,00 euro in buono-libri  gentilmente offerto  dall’Associazione “A’ Campanassa” di Savona e dall’Associazione “La Centuria” e sarà anch’esso pubblicato sui medesimi siti internet.</p>
<p>Previste inoltre una medaglia, un attestato di merito e la pubblicazione anche per i racconti quarto e quinto classificato.</p>
<p>I primi tre classificati verranno inoltre omaggiati dell’iscrizione gratuita per l’anno 2025 all’associazione “<a href="https://www.worldsf.it/" target="_blank">World SF Italia</a>”.</p>
<p>Ai cinque finalisti infine verrà dato in omaggio un libro offerto dalle Edizioni Il Foglio Letterario (<a href="http://www.ilfoglioletterario.it/" target="_blank">www.ilfoglioletterario.it</a>).</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=73625" rel="attachment wp-att-73625"><img class="aligncenter size-large wp-image-73625" title="Locandina del Trofeo Letterario Fantasy 2025- 2026" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/Locandina-del-Trofeo-Letterario-Fantasy-2025-2026--424x600.jpg" alt="" width="424" height="600" /></a>REGOLAMENTO<strong></strong></p>
<p>1)<strong> </strong>Tutti i testi partecipanti dovranno essere spediti via e-mail (senza indicazione di firma “elettronica” o nominativo del mittente) nel corpo del testo di un messaggio di posta elettronica oppure in allegato esclusivamente in formato .rft<strong> </strong>o .txt a tutti e tre gli indirizzi di seguito riportati: <a href="mailto:associazione@lacenturia.it">associazione@lacenturia.it</a>, <a href="mailto:longdav@libero.it">longdav@libero.it</a> e <a href="mailto:letteratura@dark-chronicles.eu">letteratura@dark-chronicles.eu</a>. Nella medesima comunicazione di posta elettronica dovranno altresì essere indicati la data e l’ufficio postale presso il quale è stato effettuato l’accredito/ricarica sulla Carta PostePay (come riportata al punto 2), a dimostrazione dell’avvenuto versamento della quota d’iscrizione. Le generalità degli autori (nome, cognome, indirizzo, CAP, recapito telefonico, indirizzo e-mail dalla quale è stata effettuata la trasmissione del racconto in formato elettronico) e il modo in cui sono venuti a conoscenza del concorso dovranno essere indicati chiaramente in un’apposita busta chiusa, controfirmata sui lembi di chiusura, da spedirsi unicamente a mezzo posta prioritaria al seguente indirizzo: Davide Longoni, via Francesca Nord 12/b, 25030 Roccafranca (Brescia). Dovranno altresì essere inserite A) la “manifestazione di consenso all’utilizzo dei propri dati personali, ai sensi della Legge 675/1996, D. Lgs. n.196 del 30/6/2003 (e successive modificazioni ) – Trattamento dei dati personali”; B) la “dichiarazione dell’autore che l’opera inviata è inedita alla data della spedizione”; C) la “dichiarazione che i diritti sull’opera partecipante al “XV Trofeo La Centuria e la Zona Morta – Edizione 2025” restano a tutti gli effetti di completa ed esclusiva proprietà dei rispettivi autori, salvo quelli per la pubblicazione (a mezzo stampa e/o online) dei lavori vincitori e di quelli finalisti a cura de “La Centuria” e de “La Zona Morta”; e D) indicazione della data e dell’ufficio postale presso il quale è stato effettuato l’accredito/ricarica sulla Carta PostePay (come riportata al punto 2), a dimostrazione dell’avvenuto versamento della quota d’iscrizione. Tutte le dichiarazioni di cui sopra dovranno essere espressamente firmate dall’autore dell’opera/e inviata/e. In caso di partecipazione con più racconti le dichiarazioni di cui sopra dovranno essere sottoscritte per ciascuno dei racconti inviati. Il Comitato Promotore non si fa in nessun caso carico di disguidi postali di sorta.</p>
<p>2)<strong> </strong>La partecipazione al concorso letterario “XV Trofeo La Centuria e la Zona Morta – Edizione 2025” è pari a euro 8,00 (otto/00), da versarsi tramite ricarica/accredito su Carta PostePay n. 4023 6010 5343 2639  intestata a Davide Longoni.</p>
<p>3)<strong> </strong>Le iscrizioni sono aperte sino al 20 dicembre 2025. Tutti gli elaborati dovranno pervenire entro tale termine. Per le opere pervenute oltre tale data farà fede il timbro postale. In ogni caso, tutti i testi che perverranno al Comitato Promotore dopo il 24 dicembre 2025<strong> </strong>non saranno presi in alcuna considerazione.</p>
<p>4)<strong> </strong>I racconti presentati non dovranno superare i 21.600 caratteri, spaziature fra parole incluse. L’impaginazione dei lavori è libera (in via puramente indicativa, 21.600 caratteri – spazi inclusi – equivalgono circa a 12 cartelle dattiloscritte, di non più di trenta righe per sessanta battute l’una). E’ gradita l’indicazione, per ogni racconto, del numero di battute totali.</p>
<p>5)<strong> </strong>Ogni concorrente può partecipare con più opere per un massimo 4 racconti, purché inediti, originali e in lingua italiana.</p>
<p>6)<strong> </strong>La categoria ammessa in concorso è la seguente: Fantasy<strong> </strong>(Heroic Fantasy, Sword and Sorcery, Dark Fantasy, Urban Fantasy, etc). Dovranno essere presenti nel racconto significativi elementi di Fantasy che vadano al di là del reale.</p>
<p>7)<strong> </strong>I lavori non verranno in alcun caso restituiti. Gli autori sono pertanto invitati a tenere una copia dei propri manoscritti. A ogni elaborato la Giuria attribuirà una valutazione in decimi. I premi verranno assegnati sulla base del punteggio raggiunto con i seguenti criteri:</p>
<p>-Originalità della Trama: da 1 a 3;</p>
<p>-Stile e scrittura: da 4 a 10.</p>
<p>Inoltre, finché la rosa dei finalisti non sarà stata resa pubblica (gennaio 2026), i partecipanti sono tenuti a non diffondere il proprio racconto e a non prestarlo per la pubblicazione.</p>
<p>8)<strong> </strong>Tutti i diritti sulle opere partecipanti al “XV Trofeo La Centuria e La Zona Morta – Edizione 2025” restano a tutti gli effetti di completa ed esclusiva proprietà dei rispettivi autori, salvo quelli per la pubblicazione (a mezzo stampa e/o online) dei lavori vincitori e di quelli finalisti a cura de “La Centuria” e de “La Zona Morta”.</p>
<p>9)<strong> </strong>In caso di vittoria o pubblicazione, l’autore concorderà eventuali ottimizzazioni di cui verrà fatta oggetto la sua opera con il Comitato Promotore e le riviste/fanzine/case editrici interessate.</p>
<p>10)<strong> </strong>Le decisioni del Comitato Promotore e della Giuria Nazionale sono insindacabili e inappellabili. La Giuria si riserva il diritto di non assegnare alcun riconoscimento nel caso fra le opere pervenute non ve ne sia alcuna ritenuta meritevole.</p>
<p>11)<strong> </strong>La partecipazione al Trofeo comporta l’accettazione di questo regolamento in tutte le sue parti. Eventuali trasgressioni comporteranno la squalifica dal concorso.</p>
<p>Per ulteriori informazioni:</p>
<p>Associazione Culturale “La Centuria”</p>
<p><a href="http://www.lacenturia.it/" target="_blank">http://www.lacenturia.it/</a></p>
<p>e-mail: <a href="mailto:associazione@lacenturia.it">associazione@lacenturia.it</a></p>
<p>Referenti: Sergio PALUMBO</p>
<p>oppure</p>
<p>La Zona Morta</p>
<p><a href="http://www.lazonamorta.it/" target="_blank">http://www.lazonamorta.it/</a></p>
<p>e-mail: <a href="mailto:longdav@libero.it">longdav@libero.it</a></p>
<p>Referente: Davide LONGONI</p>
<p>oppure</p>
<p>Dark Chronicles</p>
<p>e-mail: <a href="mailto:letteratura@dark-chronicles.eu">letteratura@dark-chronicles.eu</a></p>
<p>Referente: Andrea MIGONE</p>
<p>TUTELA DELLA PRIVACY DEI PARTECIPANTI (Legge 675/1996, D. Lgs. n.196 del 30/6/2003, Regolamento Ue 2016/679 &#8211; GDPR &#8211; General Data Protection Regulation-  e successive modificazioni).</p>
<p>Le generalità che devono essere fornite per partecipare al “XV Trofeo La Centuria e La Zona Morta – Edizione 2025″<strong> </strong>sono utilizzate esclusivamente: per comunicare i risultati ai partecipanti; per l’invio di materiale promozionale relativo al ” XV Trofeo La Centuria e La Zona Morta – Edizione 2025″<strong> </strong>e alle altre attività/iniziative di settore. I dati raccolti non verranno in ogni caso comunicati o diffusi a terzi. Inoltre, scrivendoci, sarà sempre possibile: modificare, aggiornare, rettificare, trasformare e integrare i dati inviati (es: cambio di indirizzo); cancellare i dati inviati; chiedere che non<em> </em>venga inviato alcun materiale promozionale.</p>
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		<title>XIV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: V CLASSIFICATO</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Oct 2025 22:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[IL VOLO DEL SERPENTE di Renata Rusca Zargar Il lungo corteo storico si era appena avviato dalla piazza del Brandale e aveva imboccato via Pia. La gente si faceva da parte per lasciar passare i figuranti e osservare dame e cavalieri che riportavano in vita un periodo in cui Savona era stata chiamata pomposamente libero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48959" rel="attachment wp-att-48959"><img class="alignleft  wp-image-48959" title="centuria" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/centuria7-600x177.png" alt="" width="480" height="142" /></a></strong></h3>
<h3>IL VOLO DEL SERPENTE</h3>
<h3>di Renata Rusca Zargar</h3>
<p>Il lungo corteo storico si era appena avviato dalla piazza del Brandale e aveva imboccato via Pia.</p>
<p>La gente si faceva da parte per lasciar passare i figuranti e osservare dame e cavalieri che riportavano in vita un periodo in cui Savona era stata chiamata pomposamente libero Comune.</p>
<p>-Preziosa, tieni bene la mano sopra la mia. Dobbiamo mostrarci orgogliosi dei nostri palazzi, dell’arte e della cultura dei nostri antenati.</p>
<p>-Sì, sì, di cosa hai paura? Che i tuoi concittadini ti rimproverino di non aver impersonato abbastanza realisticamente il nobile di cui porti la veste?</p>
<p>-Non ho paura di nulla ma sono fiero di essere savonese e di rievocare la storia della mia città.</p>
<p>-Già. Ti occupi di un passato che non puoi cambiare ma non ti interessa affatto la nostra vita di oggi.</p>
<p>- Certo che mi interessa. Ma ora siamo qui, tutti ci guardano e non dobbiamo fare brutta figura.</p>
<p>-Ti preme solo dell’opinione degli altri. E della mia? Ti sei mai chiesto se io ho ancora voglia di partecipare a questa carnevalata?</p>
<p>-Sorridi, Preziosa. Sembra che stiamo litigando! Vuoi farti vedere da tutti?</p>
<p>-E se anche fosse? A chi importa di sapere se sono infelice o no?</p>
<p>-Va bene. Se non vuoi più intervenire a queste manifestazioni, non verremo più. Sarà un vero peccato perché la veste medioevale rossa con il corpino attillato ti sta davvero bene. Sei una signora altera e sprezzante, abituata ad avere tutti i cavalieri ai tuoi piedi che si farebbero uccidere per un tuo sguardo. Poverini, non sanno che il tuo cuore è solo mio.</p>
<p>-Come fai a esserne sicuro?</p>
<p>-Ti conosco meglio di quanto tu conosca te stessa. Noi siamo uniti per sempre, non devi dimenticarlo, al di là di ogni circostanza. Al di là del tempo e dello spazio. Nessuno riuscirà mai a dividerci. -</p>
<p>Dopo via Pia, si procedeva in via Paleocapa, la strada più ampia della città.</p>
<p>Umberto avanzava superbamente con quel sorriso appena accennato che immaginava essere quello che i nobili dispensavano al popolino nelle occasioni pubbliche.</p>
<p>Preziosa, invece, era annoiata dalle sfilate e persino dalla vita coniugale. Tutto le sembrava solo consuetudine e quotidianità, niente altro.</p>
<p>Dopo aver percorso via Paleocapa, corso Italia, piazza Sisto IV, infine, i figuranti erano tornati nel complesso del Brandale dove, nella Sala degli Stemmi, avrebbero lasciato i loro costumi e si sarebbero rivestiti dei loro abiti contemporanei.</p>
<p>Preziosa aveva aperto la porta della stanza al secondo piano della Torre e si era trovata proprio davanti alla grande finestra la testa di un gigantesco Serpente verde brillante la cui coda appoggiava addirittura a terra sulla via.</p>
<p>Il respiro le si era strozzato in gola e non aveva fatto in tempo neppure a girarsi verso Umberto che si era sentita attrarre da quel mostro e addirittura si era trovata seduta su una squama. Da un’altra squama mastodontica pendevano delle redini simili a quelle dei cavalli. Si era aggrappata disperatamente e subito, oscillando, quella creatura orribile aveva preso ad alzarsi da terra sopra le case della via.</p>
<p>La Torre del Brandale si stava allontanando e con essa Umberto. Forse lui si era accorto che lei non c’era più, forse avrebbe chiesto aiuto. Ma a chi?</p>
<p>Il Serpente si stava librando sempre più in alto e lei poteva scorgere, girando appena la testa e lo sguardo verso il basso, i tetti delle case, il porto, la Torretta…</p>
<p>Se fosse caduta, si sarebbe schiantata al suolo ma continuando a rimanere là sopra che destino avrebbe avuto? Sarebbe stata condotta in qualche altro luogo per essere divorata.</p>
<p>Certo, era così.</p>
<p>Intanto, il paesaggio cittadino era scomparso e sotto di sé intravedeva solo nuvole.</p>
<p>Le lacrime scorrevano a fiumi lungo le sue guance mentre si domandava in silenzio cosa mai avesse fatto di male per dover soffrire così tanto!</p>
<p>Se alzava gli occhi, coglieva solo azzurro e l’imponente testa triangolare del Serpentone con la lingua biforcuta che entrava e usciva da quella bocca enorme. Se si voltava poco poco verso il basso, ormai poteva distinguere unicamente azzurro e qualche nube oltre al ciclopico corpaccione di quell’animale a scaglie che non sapeva neppure come definire. Un dinosauro, forse?</p>
<p>Così frastornata e terrorizzata trovava nei suoi pensieri solo disperazione.</p>
<p>Ma no! Non c’era da temere perché in realtà stava dormendo e sicuramente tra poco si sarebbe svegliata dall’incubo e avrebbe trovato nel letto Umberto, il suo Umberto.</p>
<p>Invece, disgraziatamente, il viaggio stava continuando.</p>
<p>Allora, forse, avrebbe potuto parlare al gigante verde, chiedergli dove la stesse portando e perché.</p>
<p>-Senta, signor Serpente, mi ascolta?</p>
<p>-Ti ascolto. &#8211; La bestia le aveva risposto! Dunque, non era un animale normale.</p>
<p>-Perché mi ha rapita e dove stiamo andando?</p>
<p>-Presto lo saprai.</p>
<p>-Perché ha preso proprio me?</p>
<p>-Ci sono ragioni che vengono da altri tempi e che l’essere umano non ricorda più.</p>
<p>-Solo io ho queste ragioni?</p>
<p>-Può darsi. Dovrai risolvere i tuoi conflitti.</p>
<p>-Va bene. Ma lei, signor Serpente ha portato via solo me da Savona. Nessun altro in città ha dei problemi da risolvere?</p>
<p>-Certamente, tutti hanno qualcosa da chiarire dentro di sé ma è venuta una chiamata per te da un altro mondo. Qualcuno ti vuole. Io sono solo un mezzo di locomozione, non so altro. -</p>
<p>Un mezzo di locomozione! Un mostro che volava nello spazio chissà dove! Forse, era stata punita perché si lamentava sempre della routine?</p>
<p>-Signor Serpente, se lei mi riporta a casa, dimenticherò tutte le mie angosce e sarò sempre felice. Glielo prometto.</p>
<p>-Non è così semplice. Ma non temere, tra poco saremo arrivati.</p>
<p>-Dove? A Savona? Mi riporta a casa?</p>
<p>-Vedrai tu stessa dove arriveremo. Io ti lascerò e tu farai il tuo percorso. -</p>
<p>Preziosa piangeva ancora di più. Che mai aveva fatto di tanto terribile per meritare quel trattamento?</p>
<p>E Umberto, cosa avrebbe pensato Umberto?  Non avrebbe mai potuto immaginare che lei era stata ghermita dalla finestra da un Serpente lungo quanto era alta la Torre del Brandale! Avrebbe creduto che lei fosse fuggita per non vederlo più!</p>
<p>Mai come ora aveva sentito la sua mancanza, la sicurezza dei suoi abbracci, la dolcezza dei suoi occhi, la forza con cui la riparava da ogni dolore.</p>
<p>Si pentiva di essersi lamentata infinite volte di qualsiasi sciocchezza ma non le sembrava che fosse un delitto così grave, era un po’ il suo carattere e basta.</p>
<p>-Signor Serpente, mi riporti a casa, giuro che sarò sempre serena e felice. Mi riporti, la prego, chissà cosa starà pensando mio marito Umberto! Io non voglio lasciarlo, voglio tornare da lui.</p>
<p>-Ormai è tardi. Siamo quasi arrivati. Siamo a più di 6000 chilometri da casa tua.</p>
<p>-Cosa vuol dire?</p>
<p>-Vuol dire che il paese dove stiamo per atterrare è lontano circa 6000 chilometri da Savona.</p>
<p>-Paese? Atterrare?  Quanto tempo è passato da quando siamo partiti?</p>
<p>-Il tempo è una categoria degli umani. Per noi è stato sospeso. -</p>
<p>Preziosa era abbattuta. Cosa le stava succedendo?</p>
<p>Sotto di sé cominciava a percepire qualche striatura bianca di nuvole ma il cielo era in gran parte limpido e azzurro.</p>
<p>Ancora più sotto, le sembrava invece di adocchiare uno scenario tutto giallo… Ora distingueva meglio: sembrava un deserto. Dove si trovava?</p>
<p>Il grande Serpente era planato sulla sabbia e si era abbassato in modo che lei potesse scendere agilmente. In un attimo, poi, aveva ripreso il volo ed era sparito.</p>
<p>La sabbia si stendeva fino all’orizzonte, non c’era niente altro e faceva molto caldo. Preziosa aveva ancora addosso il costume medioevale con le maniche larghe e lunghe che le teneva molto caldo e in testa non aveva nulla per coprirsi se non una ghirlanda di fiori.</p>
<p>Ormai, comunque, aveva smesso di piangere perché aveva capito che fosse del tutto inutile. Le era chiaro, invece, che avrebbe affrontato la prova.</p>
<p>Appena aveva espresso mentalmente quell’intenzione, un cammello o dromedario, non si ricordava più chi avesse due gobbe, le era apparso vicino e si era chinato per permetterle di salire in groppa dove si trovava una larga sella, un cappello e un paio di occhiali scuri.</p>
<p>Appena lei si era sistemata, la bestia si era rialzata e si era avviata con la sua andatura oscillante.</p>
<p>Il cammello, ora ricordava chi avesse due gobbe, avanzava nella sabbia che sembrava estendersi fino all’orizzonte. Il caldo era torrido e Preziosa aveva molta sete. Per la stanchezza, aiutata dal dondolio dell’animale, era caduta assopita e si era appoggiata sul morbido tappeto che ricopriva la sella.<br />
Quando aveva riaperto gli occhi, davanti a lei era apparso un giardino florido di erbe e fiori, dove scorreva un ruscelletto di acqua cristallina. “Sarà un sogno, purtroppo, o un miraggio” aveva ipotizzato. L’animale si era abbassato come prima e lei era scesa a terra. Le erbe profumavano intensamente e, poco più avanti, una cascatella formava un piccolo laghetto trasparente. Sulle rive del laghetto c’era un paravento di foglie a cui era appesa una tunica chiara.<br />
-C’è qualcuno? &#8211; aveva domandato ma non aveva ricevuto risposta.<br />
L’abito medioevale di tessuto pesante non era certo adatto per un’oasi, così si era infilata dietro il paravento e aveva velocemente indossato la tunica. Con quella era entrata nel laghetto per lavarsi e rinfrescarsi e aveva poi bevuto l’acqua cristallina della cascatella.<br />
Si era sentita rinfrancata anche se in un angolo del suo cervello bruciavano tante domande: dove mi trovo, cosa farò, come farò a tornare tra gli esseri umani, come potrò tornare a casa, che starà pensando Umberto?</p>
<p>A quell’ultimo interrogativo era scesa anche una lacrimuccia ma Preziosa era ben consapevole ormai che piangere non risolvesse nulla.<br />
Dietro il paravento c’era ora anche un magnifico completo azzurro con ricami in oro. Guardandosi un po’ intorno e non vedendo nessuno, aveva infilato il corpetto, la gonna larga e lunga fino ai piedi e si era ricoperta il capo con il velo trasparente dal bordo preziosamente ricamato.</p>
<p>A quel punto, aveva scorto un calesse tirato da un cavallo bianco con i finimenti che sembravano d’oro. Si era sistemata sui cuscini e l’animale era partito al trotto.</p>
<p>Non era stato un viaggio lungo perché, oltre il deserto, era apparsa ben presto una città animata di persone e animali da trasporto e, infine, un imponente palazzo di colore aranciato dalle centinaia di piccole finestre.</p>
<p>Il calesse si era fermato là davanti e diverse fanciulle si erano precipitate ad accoglierla per accompagnarla all’interno della costruzione.</p>
<p>Un appartamento era già pronto per lei. In una delle camere stupendamente lussuose si trovava anche un vastissimo armadio zeppo di vestiti e accessori. Doveva solo scegliere.</p>
<p>“Forse, dovrò incontrare un personaggio importante &#8211; rifletteva Preziosa osservando tutta quella ricchezza. – Allora potrò spiegare che sono qui per errore, che non sono una principessa ma una semplice casalinga sposata con un geometra appassionato di storia del nostro paese. Non so come abbia fatto ad arrivare fin qui e non so neppure dove mi trovi, ma forse qualcuno me lo dirà.”</p>
<p>Abbigliata con un sari di seta rossa con ricami in oro che metteva in evidenza la sua bellezza, era stata accompagnata in una stanza che lei avrebbe definito sala del trono.</p>
<p>Là sedeva un uomo giovane dai grandi occhi neri. Indossava un completo chiaro e un cappello che non erano di foggia occidentale.</p>
<p>-Vieni avanti. Ti aspettavo &#8211; l’aveva accolta.</p>
<p>-No, sire, voi sbagliate, non aspettavate me. Io sono una donna qualsiasi, non sono una principessa.</p>
<p>-So tutto di te, Preziosa. So cosa ti piace mangiare, so in quali vie della tua città usi passeggiare, so quali libri leggi, che programmi guardi alla televisione, come si chiamano le tue amiche e molto altro.</p>
<p>-Come fate a saperlo? Forse, vi confondete con un’altra.</p>
<p>-Tuo marito si chiama Umberto, la tua amica del cuore è Anna, frequenti una palestra di fitness in via Paleocapa e il tuo colore preferito è il blu. Posso continuare, se vuoi.-</p>
<p>In quel momento, Preziosa si era resa conto che lui stesse parlando la sua lingua.</p>
<p>-Ma voi parlate italiano?!</p>
<p>-Sì, ho imparato l’italiano per te.</p>
<p>-Perché mi avete fatto rapire e portare qui? Dove siamo esattamente?</p>
<p>-Perché ti voglio qui con me. Sarai la mia Maharani. E questo è ciò che voi chiamate Oriente.</p>
<p>-Come fate a sapere tutte queste cose su di me?</p>
<p>-Tu hai un gatto che hai chiamato Oz.</p>
<p>-Sì.</p>
<p>-Lui è stato in contatto con la nostra Tigeress.</p>
<p>-Chi è?</p>
<p>-Vieni qui vicino alla porta che dà sul giardino. Ecco là Tigeress.</p>
<p>-Ma è una tigre!</p>
<p>-Sì, è la nostra tigre di casa.</p>
<p>-Non avete paura?</p>
<p>-No, al contrario ci protegge e ci difende.</p>
<p>-E il mio gatto cosa c’entra?</p>
<p>-I gatti possono mettersi in contatto con altre forze della natura. Così ha parlato di te, io ti ho vista attraverso i suoi occhi e ho deciso di averti.</p>
<p>-Non avete pensato che io avrei potuto non essere d’accordo? Io voglio tornare a casa.</p>
<p>-Ti lascerò del tempo per cambiare idea. Vivrai qui e avrai tutto quello che vuoi. Abiti, gioielli, servi, ogni tuo desiderio sarà esaudito. Alla fine di questo periodo, deciderai liberamente se tornare alla tua vecchia vita o rimanere qui ed essere la mia sposa. -</p>
<p>A quelle parole, il Maharaja si era alzato in piedi: la sua giacca bianca damascata, il copricapo rosso adornato di gioielli lo rendevano straordinariamente affascinante. Era bello, con la pelle abbronzata, gli occhi profondi, la bocca carnosa.</p>
<p>Preziosa era stata quindi riaccompagnata nel suo appartamento.</p>
<p>Nei giorni seguenti, per passare il tempo, usciva a passeggiare nel grande giardino che si trovava sul retro del palazzo. I sentieri si alternavano ai cespugli di erbe verdi e di fiori colorati grandi e piccoli, bianchi, rosa, rossi, arancio. Ne aspirava il profumo, poi si sedeva su una panchina di ferro battuto ricoperta di morbidi cuscini. Mentre gli uccelli di ogni colore cantavano sui rami degli alberi, ogni tanto la tigre affettuosa sbucava fuori da un groviglio di arbusti e molte piccole scimmiette le saltellavano intorno.</p>
<p>All’ora dei pasti, la sua cameriera personale la pettinava e la vestiva elegantemente e poi veniva accompagnata in un salone dalle pareti dipinte raffiguranti scene di caccia tradizionale. In quelle occasioni, il Maharaja si sedeva vicino a lei e, qualche volta, le prendeva la mano fissandola negli occhi.</p>
<p>A notte, infine, nella stanza da letto, prima di coricarsi, Preziosa curiosava da una delle finestrelle che aveva visto sulla facciata del palazzo quando era arrivata, la vita che ferveva ancora in città: i risciò, le auto, i carretti, persino i cammelli che transitavano con il loro carico di persone e di merci.</p>
<p>-Vorrei uscire &#8211; aveva chiesto una sera.</p>
<p>-Certo. Ti accompagno in un luogo che appartiene alla mia famiglia e che ti piacerà. -</p>
<p>Il Maharaja era salito insieme a lei su un calesse dal tettuccio di argento cesellato a mano.</p>
<p>Muovendosi velocemente sulle strade, mentre tutti si prostravano al loro passaggio, poco dopo erano giunti in vista di un laghetto dalle acque immobili. La luce della luna emetteva riflessi aranciati su quella superficie mentre la meraviglia di un grande palazzo di marmo emergeva dalle acque.</p>
<p>-Questo è Jal Mahal, il Palazzo dell’Acqua, che appartiene da sempre alla mia famiglia. Noi vediamo solo il piano superiore perché gli altri quattro sono sommersi. Vieni, una barca ci porterà a visitarlo. -</p>
<p>La shikara, rivestita con morbidi cuscini ricamati e ricoperta da fiori colorati addobbati in modo da formare un tettuccio, scivolava dolcemente verso la terrazza della costruzione. Là si poteva passeggiare tra i viali ordinati di piante fiorite alla luce delle fiaccole e delle stelle.</p>
<p>Ravi Singh camminava in silenzio vicino a lei e con un tocco leggero a tratti le stringeva la mano.</p>
<p>Preziosa non aveva mai visto un luogo tanto ammaliante e, dopo quella sera, vi era tornata da sola più volte per riflettere.</p>
<p>Ravi le stava lasciando del tempo per assaporare la nuova vita, era gentile e poco assillante. Un giorno, probabilmente vicino, le avrebbe chiesto cosa avesse deciso e se desiderasse quell’universo seducente da principessa, sposa di un giovane ricco e bellissimo in un paese incantato dove tutto sembrava possibile.</p>
<p>Lei non aveva dimenticato Umberto e la realtà forse comune che condividevano insieme. “Noi siamo uniti per sempre, al di là di ogni circostanza. Al di là del tempo e dello spazio. Nessuno riuscirà mai a dividerci” le aveva ripetuto lui proprio quel giorno in cui poi lei era stata sequestrata.</p>
<p>Anche Preziosa aveva compreso ormai quanto fosse profonda la loro unione ma non era sicura, come Umberto, che nessuno avrebbe potuto mai dividerli. Infatti, come sarebbe riuscita a fuggire da quella prigione?</p>
<p>-Forse, è giunta l’ora di tornare a casa mia. &#8211; aveva azzardato un giorno a pranzo.</p>
<p>-Non credo che tu desideri veramente riprendere un’esistenza miserabile come quella che vivevi. Quando sarai la mia sposa, governeremo insieme questo paese, viaggeremo nei luoghi più belli del mondo, ogni tuo desiderio sarà un ordine per me e per il mio popolo.</p>
<p>-Se, invece, io desiderassi andare via?</p>
<p>-Non te lo permetterei mai. Tu sei destinata a me. Non ho fretta e ti lascerò il tempo necessario ma dovrai amarmi ed essere felice insieme a me. -</p>
<p>Preziosa si era ritirata nel suo appartamento perché aveva capito dal tono che non fosse prudente insistere. Era stata strappata al suo ambiente e ora era schiava perciò doveva trovare un modo per evadere da quella detenzione seppur dorata. Sicuramente il bel principe non l’avrebbe mai lasciata libera.</p>
<p>Popolavano il giardino del suo appartamento molte scimmiette grigie che il principe chiamava entelli.</p>
<p>Spesso ne carezzava qualcuna perché erano molto simpatiche ed espansive.</p>
<p>Una mattina, mentre, seduta su una panchina, cercava di immaginare una via di fuga senza trovare alcuna soluzione, una di loro si era accomodata accanto a lei sui cuscini ricamati in oro zecchino.</p>
<p>-Ciao. Sono Enty, ho sentito che vorresti rientrare a casa da tuo marito.</p>
<p>-Sì, ma non so proprio come fare. Un Serpente gigantesco mi ha ghermita e mi ha condotta qui. Forse, potrebbe riaccompagnarmi a casa.</p>
<p>-Il Serpente non ti riporterà mai indietro perché è dominato dal Maharaja.</p>
<p>-Lo so. Ma speravo, chissà, che qualcuno mi aiutasse.</p>
<p>-Noi scimmiette siamo devote al dio Hanuman, un uomo scimmia che persegue la giustizia e aiuta a liberare chi è prigioniero.</p>
<p>-Il dio Hanuman potrebbe liberarmi?</p>
<p>-Domani ti porterò una statuetta del Dio e tu le rivolgerai le tue preghiere. -</p>
<p>Preziosa non era riuscita a dormire dall’ansia. Esisteva davvero qualcuno o qualche forza benefica che potesse soccorrerla?</p>
<p>La mattina dopo, nel giardino, Enty le aveva consegnato una statuetta di terracotta: aveva la testa di scimmia e il corpo di uomo.</p>
<p>-Prega il dio Hanuman. Egli vedrà la sincerità del tuo cuore. -</p>
<p>Preziosa aveva subito sistemato il dio su un mobile e gli aveva offerto acqua pura e manciate di petali di fiori freschi.</p>
<p>Poi, aveva iniziato a supplicarlo.</p>
<p>-Ti prego, Hanuman, tu che sei saggio e onesto, oltre che giusto, fammi tornare a casa. So che qui è tutto meraviglioso, avrei ogni piacere e ricchezza ma perderei la mia essenza certa e soprattutto l’amore. Perdonami se sono stata sciocca sottovalutando il dono più vero che mi fosse capitato. Fammi tornare da Umberto per sempre. -</p>
<p>Le lacrime scendevano dagli occhi del cuore mentre baciava i piedi della statua.</p>
<p>Proprio quel pomeriggio, Ravi le aveva annunciato che il tempo ormai fosse giunto.</p>
<p>-Credo che tu abbia avuto un periodo abbastanza lungo di conoscenza dei luoghi e anche della mia persona. Domani verranno i sarti per preparare per te il vestito da sposa e molti altri abiti. Tra tre giorni sarai finalmente la mia Maharani e inizieremo un lungo viaggio per presentarti al popolo dei miei territori. -</p>
<p>Preziosa si era rifugiata nelle sue stanze ancora più disperata. Purtroppo, il momento che temeva era giunto, il Maharaja Ravi Singh avrebbe preteso che lei diventasse Maharani a tutti gli effetti.</p>
<p>Supplicando Hanuman, aveva baciato e ribaciato i piedi della statuetta fino a quando non si era assopita.</p>
<p>Spuntava il sole. Enty l’aveva svegliata.</p>
<p>-Dunque, andiamo. Sali sul calesse insieme a me.</p>
<p>-Dove andiamo?</p>
<p>-A casa. Ti riporterò a Savona.</p>
<p>-Grazie! Grazie! &#8211; Preziosa cercava di abbracciare la sua nuova amica.</p>
<p>-Non perdere tempo! Se vuoi portare qualcosa con te, puoi farlo.</p>
<p>-No, non voglio portare nulla. Solo la statuetta di Hanuman che tu mi hai dato.</p>
<p>Tenendo stretta l’immagine del Dio, Preziosa si era sistemata sul sedile del calesse. La scimmietta, invece, si era seduta in groppa al cavallo e ne aveva afferrate le redini.</p>
<p>Il calesse tirato da un cavallo bianco e guidato da Enty si era rapidamente alzato verso l’alto mentre dal basso era deflagrato un urlo spaventoso. Tutto si era fatto buio, la pioggia battente aveva investito i fuggitivi, lampi e tuoni scuotevano il carrozzino e innervosivano il cavallo.</p>
<p>Forse sarebbero precipitati.</p>
<p>-Hanuman, salvaci tu! &#8211; implorava Preziosa mentre Enty cercava di tenere a freno il cavallo imbizzarrito che minacciava di scaraventarli nell’abisso nero che si era spalancato sotto di loro.</p>
<p>Il grande Serpente che l’aveva condotta in quel paese le aveva seguite e tentava di divorare Enty nella sua bocca spropositata mentre un vento furioso cercava di strappare Preziosa dal calesse.</p>
<p>Sembrava la fine del mondo ed era, certamente, la fine della fuga verso la libertà.</p>
<p>Invece, dalla statuetta che Preziosa teneva tra le mani era partita, improvvisamente, una saetta: il grande Serpente era caduto a testa in giù disintegrandosi e persino il vento aveva interrotto la sua furia.</p>
<p>Velocemente allora la piccola carrozza si era allontanata da quel luogo, il cielo si era rasserenato ed era apparsa solo qualche nuvoletta leggera.</p>
<p>Ecco, infine, laggiù, spuntare la Torretta e finalmente la Torre del Brandale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>-Allora, Preziosa, sei pronta? Hai messo il tuo costume nell’armadio?</p>
<p>-Sì, sì. Possiamo tornare a casa, grazie al cielo!</p>
<p>-Ma come ti sei vestita? Non sapevo che avessi un sari. Te lo sei fatto fare dalla sarta? E così bello, poi! Color ciclamino e tutto bordato in oro. Ti sta davvero bene.</p>
<p>-Sì, Umberto. Sono molto stanca. Non vedo l’ora di riposarmi un po’.</p>
<p>-Hai una scimmia al guinzaglio? Dove l’hai presa?</p>
<p>-Me l’ha regalata una mia amica.</p>
<p>-Non me n’ero accorto. Sembra simpatica. Penso che ti farà compagnia.</p>
<p>-Sì. Ora, però, desidero solo abbracciarti e baciarti. Mi sei mancato tanto.</p>
<p>-Tanto? Il tempo di cambiare il costume? Comunque sono contento che desideri starmi vicino. Anch’io non chiedo altro che rimanere con te per l’eternità. -</p>
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		<title>XIV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: IV CLASSIFICATO</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Oct 2025 22:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[CANTANO LE SABBIE di Stefano Palumbo Un timido refolo freddo accarezza le antenne di Asha. Senza mollare le redini di Sabbia, alza lo sguardo dalle dune giallastre, verso il cielo sgombro. Vento delle montagne, vento di bufera. Il deserto mormora il proprio malumore. Anche Yokotan, in testa alla carovana, se n’è accorto. Ruota sulla groppa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48959" rel="attachment wp-att-48959"><img class="alignleft  wp-image-48959" title="centuria" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/centuria7-600x177.png" alt="" width="480" height="142" /></a></strong></h3>
<h3>CANTANO LE SABBIE</h3>
<h3>di Stefano Palumbo</h3>
<p>Un timido refolo freddo accarezza le antenne di Asha.</p>
<p>Senza mollare le redini di Sabbia, alza lo sguardo dalle dune giallastre, verso il cielo sgombro. Vento delle montagne, vento di bufera. Il deserto mormora il proprio malumore.</p>
<p>Anche Yokotan, in testa alla carovana, se n’è accorto. Ruota sulla groppa del suo Scorpide, il guscio di chitina verde che brilla sotto il sole alto, la guarda, una domanda silenziosa negli occhi scuri, e Asha annuisce.</p>
<p>Yokotan non se lo fa ripetere. Batte una zampa sulla corazza dello Scorpide, e subito le tenaglie della bestia schioccano il segnale di “fermi”. Tutti i venti Scorpidi della carovana si fermano scricchiolando nel mezzo del deserto.</p>
<p>La corazza di Sabbia sobbalza sotto la spessa coperta che Asha adopera come sella. Sono troppe, ormai, le lune che le pesano sulla chitina, e gli acciacchi tornano a ogni migrazione più forti.</p>
<p>Le tenaglie di Sabbia schioccano confuse. Asha lo accarezza sulla gigantesca testa piatta, guadagnandosi un ronzio soddisfatto.</p>
<p>- Promette tempesta.</p>
<p>Il pungiglione coperto di stracci si agita affaticato. La corazza non è più elastica come un tempo, ma la forza del corpo ingobbito come una duna è sempre la stessa.</p>
<p>- Che succede? &#8211; sbraita una voce. &#8211; Perché ci fermiamo?</p>
<p>Il giovane Baruk sta smontando dal suo Scorpide, avanza a passo bellicoso verso Asha. Di sicuro tra poco spunteranno anche Kaja e Taro… e infatti eccoli lì, che gli caracollano dietro trafelati. Si fermano davanti a Sabbia, lontano dalle grosse tenaglie. Asha li scruta dall’alto. Non sembrano nemmeno Coleot come lei. Certo, hanno lo stesso guscio, le stesse antenne, ma c’è qualcosa di più profondo a distinguerli, qualcosa nel modo di muoversi e parlare. Frettoloso, agitato, senza pace.</p>
<p>- Tra poco verrà freddo &#8211; Pacata, Asha smonta da Sabbia. &#8211; Ci accampiamo. Coprite gli Scorpidi.</p>
<p>- Stupidaggini. Il cielo è sgombro.</p>
<p>Asha tace. Entro sera, sarà il deserto a parlare per lei.</p>
<p>- Perfetto! &#8211; ringhia Baruk. La catenella di legno con l’effige di Artria che porta alla vita sbatacchia. &#8211; Altro tempo perso.</p>
<p>- Se continuiamo a fermarci a ogni granello di sabbia, arriveremo alle Piane Erbose che sarà già di nuovo inverno &#8211; mugugna Taro.</p>
<p>Asha li guarda allontanarsi calciando la sabbia. Sciocchi.</p>
<p>- Su, piccolo &#8211; Accarezza Sabbia. &#8211; Vediamo di metterti al riparo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I gesti sono sempre gli stessi, ripetuti mille volte. Le zampe si muovono da sole mentre intrecciano i soliti nodi, e quando il primo brontolio turba il silenzio del deserto, la tenda è già pronta.</p>
<p>Venti, trenta… quante migrazioni ha vissuto? Di sicuro, più di quelle che la separano dal giorno in cui renderà la chitina al deserto. Non c’è da aver paura. È giusto, naturale, come il lento migrare dei Namib. Kolo lo capiva.</p>
<p>Baruk, invece, no. Fosse per lui, mollerebbe all’istante carovana e Scorpidi per una baracca qualsiasi ad Artropia. Perché raccogliere, mercanteggiare, strappare provviste ai Campi Erbosi in estate, e poi svernare nel deserto, mangiando radici e patendo la stessa fame ogni anno, quando basterebbe andare in letargo come fanno gli altri Artros?</p>
<p>Artropia. Non l’ha mai vista, ma ha sentito le voci. Palazzi come colline, mura di roccia, niente vento né sabbia, né musica di tenaglie di Scorpide quando scende la sera e loro discutono di chissà cosa alla luce morente.</p>
<p>Baruk e gli altri non hanno ancora nemmeno srotolato le tende. Infagottati nei mantelli, si affannano intorno alla loro stupida statuetta. È solo una rozza crisalide sbozzata nell’argilla secca, ma loro la ricoprono di fiori secchi e preghiere. <em>Non ti nutrire di altro mortale</em>, comanda Artria, colei che ha sostituito gli spiriti del deserto, e loro eseguono, a costo di morire di inedia. Asha scuote la testa, mentre sistema l’ultima stuoia. Che senso ha scolpire un dio? Non si può, e se si può, evidentemente è uno che vale assai poco.</p>
<p>…ed ecco la pioggia.</p>
<p>Il vento freddo che prima era solo suggerimento ora si è fatto sostanza. Sabbia rabbrividisce, sempre più torpido. Asha si affretta a coprirlo coi teli per proteggerlo dal freddo della notte. Cibo ce n’è poco, come dopo ogni inverno, ma non importa. Ora non le resta che infilarsi nella tenda, accendere un lume, preparare il tè di radice, e godersi il canto della sabbia e della pioggia.</p>
<p>A Kolo sarebbe piaciuta, una sera così.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il mattino dopo, Sabbia si muove a stento.</p>
<p>Mezza giornata di sole basterebbe a rinvigorirlo, ma il cielo è coperto da nuvolacce grigie che neanche gli insulti di Baruk riescono a smuovere. La carovana resterà dov’è, per oggi. Furtiva, Asha sfila due strisce di carne d’afide dalla bisaccia, ne dà una a Sabbia, e si caccia l’altra in bocca, godendosi un solitario raggio di sole che filtra tra le nubi.</p>
<p>È a quel punto che nota che la coperta è sparita.</p>
<p>Rovista nella tenda, fruga ogni anfratto sulla schiena corazzata di Sabbia. Niente. Impossibile che sia stato il vento. L’aveva legata stretta.</p>
<p>Si volta. Dalla groppa del suo Scorpide, Baruk la fissa con un brillio divertito negli occhi.</p>
<p>- Perso qualcosa, Asha?</p>
<p>I due compari fanno a gara a chi sghignazza più forte.</p>
<p>- Potresti chiedere ai tuoi spiriti di aiutarti.</p>
<p>Asha tace. Se si irritasse, farebbe solo il loro gioco. Sono cuccioli, ancora freschi di uovo. Sanno poco, e hanno vissuto ancor meno. Fruga con gli occhi le dune ammorbidite dalla pioggia, ma la sabbia gelosa non rivela nulla. Forse, dietro quella duna. Con un sospiro, si mette in cammino.</p>
<p>Le voci dell’accampamento si affievoliscono subito. La sabbia ingoia ogni suono, stempera, sfuma. Cammina, in cerca del rosso della coperta. Se c’è, la troverà.</p>
<p>E poi, dalla setosa morbidezza del deserto emerge la dura pietra, e davanti a lei si spalanca la bocca nera di una grotta. Dall’accampamento era impossibile vederla, nascosta com’è dalle dune, ma l’arco di pietra è alto, e l’entrata ampia quanto venti Scorpidi affiancati.</p>
<p>Trema. Dentro è buio pesto, ma non è l’oscurità amica e piena di stelle della notte. No, questo è un nero denso e astioso. E poi l’odore. Folate marce esalano dal buio, e nemmeno l’aroma della sabbia riesce a coprirle.</p>
<p>Un brillio rosso all’interno. La coperta. Maledetto Baruk.</p>
<p>Cauta, Asha varca la soglia, attenta a non svegliare il silenzio.</p>
<p>L’odore si fa più forte. Negli angoli bui della caverna ci sono sagome informi e senza nome. Un tempo, il deserto era abitato da Scorpidi selvatici, ma ora sono migrati a oriente, dove c’è cibo. Chissà, magari qualche vecchio relitto ostinato come lei resiste ancora, incapace di accettare il cambiamento.</p>
<p>Lentamente, le forme nel buio prendono coraggio, si vestono di contorni, rivelando enormi cumuli di massi rossicci e impolverati. Pietre tutte uguali, con strane forme concave. Incuriosita, Asha ne sfiora una, e il terrore la aggredisce. Non è pietra. È dura, fibrosa chitina. Intorno a lei, riposano una ventina di gigantesche placche rosse, e oltre a quelle, altre più piccole. Gusci bruni di Scorpide, svuotati dalle carni.</p>
<p>Arretra svelta, e urta una pila di cui non si era accorta. Il rombo della frana risuona fino al soffitto invisibile della grotta, eppure, invece di spegnersi, permane. Il suono sale, sale, trasformandosi in un altro più profondo e regolare… il ticchettare di zampe colossali sfumato dal fruscio della sabbia che canta. Il terreno sotto le zampe vibra. La caverna si sta svegliando.</p>
<p>- Mi disturbate ancora.</p>
<p>Una voce profonda sorge dal fondo della caverna. Raschia come pietra strofinata contro pietra, romba come tuono. Canta di notti antiche, di morte e guerra, di regni ormai svaniti dal ricordo, di perdita e rancore.</p>
<p>Il mucchio di placche più alto trema, e una forma titanica si srotola dal centro dell’ammasso, in un agitarsi convulso di zampe acuminate e ondate concentriche di sabbia. Il canto è sempre più forte, più veloce. Terrorizzata, Asha prova a scappare, ma la sabbia smossa le ha seppellito le zampe, bloccandole nonostante gli strattoni.</p>
<p>- Già una volta la mia casa è stata invasa.</p>
<p>Il silenzio cala di botto, mentre quattro occhi scuri e oleosi brillano nel buio. La sabbia smette di cantare. Una testa spigolosa la scruta dall’alto, e gigantesche mandibole tintinnano.</p>
<p>- Erano giovani. Ho perdonato. Non perdonerò due volte.</p>
<p>Un basso brontolio, e la creatura si avventa verso Asha, inevitabile, più montagna della montagna stessa.</p>
<p>Paura, disperazione, memoria. Asha non sa cosa sia la forza che le muove la chitina. Tutto ciò che sa, che riesce a fare, è inchinarsi dinanzi alla creatura.</p>
<p>Il ruggito si spegne. Cauta, alza gli occhi.</p>
<p>È lì, davanti a lei, le occupa tutto il campo visivo. Il suo fiato le scalda il muso. Due lunghe antenne rosso vivo gli sbucano dalla bocca, la sfiorano, assaggiano l’aria. Del corpo corazzato, strabordante di zampe acuminate, Asha vede solo una mezza dozzina di placche che nemmeno il pungiglione di Sabbia potrebbe bucare, dure e spesse, coperte di graffi, abrasioni, incrinature. Il resto è sepolto nella sabbia, invisibile.</p>
<p>Lancia un’occhiata alle decine di gusci ormai vuoti che ingombrano la caverna. Vecchie mute. Impossibile sapere quanto è grande davvero la creatura, ma la sola parte visibile potrebbe divorare l’intera carovana senza nemmeno sforzarsi troppo.</p>
<p>- Conosci il rispetto, piccola Coleot &#8211; La voce del gigante si è fatta curiosa. &#8211;  Cos’altro conosci?</p>
<p>Rapida, la mente di Asha elabora una soluzione. Fruga con zampe tremanti nella bisaccia, e dopo un attimo, porge la striscia di afide rimasta, gli occhi fissi a terra.</p>
<p>L’antenna sfiora curiosa la carne, assapora l’aria impregnata dall’aroma salmastro.</p>
<p>- Pensavo che fosse un’usanza ormai sparita.</p>
<p>- Non per tutti, grande spirito.</p>
<p>Con un guizzo, l’antenna infilza la carne e la porta alla bocca. Quella quantità forse non basta nemmeno a capirne il gusto, ma nondimeno, la semplice offerta sembra soddisfacente, e la testa si ritrae.</p>
<p>- Quella coperta. È arte Namib. Sei una nomade?</p>
<p>- Sei saggio e sapiente, grande spirito.</p>
<p>La chitina della creatura scricchiola mentre si arrotola in grandi spire rilassate.</p>
<p>- Perché mi chiami così?</p>
<p>- Perché è ciò che sei. Il grande spirito del deserto, colui che vive nelle sabbie ed esaudisce i desideri.</p>
<p>Una risata aspra risuona nella sala, colmandola di un rancore vecchio vite intere.</p>
<p>- Forse un tempo. Il mondo non lo pensa più, Namib. Non è forse così anche per voi nomadi? Ormai siete solo gusci vecchi, buoni solo da buttar via.</p>
<p>Asha tace. Meraviglia e speranza la travolgono. L’istinto le grida di tacere, ma il cuore… il cuore sta tornando a nuova vita, dopo inverni ad avvizzire, muta dopo muta, luna dopo luna.</p>
<p>- Ora vattene &#8211; dice la creatura, e ora la voce è un ringhio basso. &#8211; Ti faccio dono della vita. Tienila da conto, e non sprecarla tornando qui.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>- Sei tornata &#8211; dice il Grande spirito, quando, l’indomani, Asha varca di nuovo la soglia della caverna. C’è rimprovero, nella voce, ma anche un certo divertimento.</p>
<p>- Accetta questa offerta, grande spirito &#8211; Asha appoggia a terra l’involto di foglie secche che regge. &#8211; È solo carne di moscerino, ma ci rimane poco, ormai. È stato un inverno duro.</p>
<p>Non che sia un problema, pensa Asha. A mangiar carne, ormai, sono rimasti solo lei, Yokotan e pochi altri. Lo fanno nascosti, al riparo dagli sguardi. Artria ha fatto proseliti.</p>
<p>- Un tempo erano molti, i fedeli come te. Seguivano le vecchie vie, avevano vite piene, e sogni che bruciavano. &#8211; La carne sparisce tra le zanne ricurve. &#8211; Tu hai un sogno, piccola Coleot?</p>
<p>Asha raccoglie le idee. Cammina su sabbia infida. Gli spiriti sono benevoli e capricciosi in ugual misura.</p>
<p>- Tu puoi far avverare i desideri, grande spirito. Questo, io lo so.</p>
<p>- Solo se sono desideri di morte.</p>
<p>- Mio figlio Kolo. &#8211; Il nome esce a fatica. L’ha serbato così a lungo che si è fatto ingombrante, e le graffia la gola. &#8211; È un vero fedele, lo è sempre stato. Ha portato il nome del deserto inciso nella chitina, e ha combattuto durante le guerre coi Topidi.</p>
<p>Sospira.</p>
<p>- Non è tornato. Lo rivoglio con me.</p>
<p>- Perché? Ha avuto una morte onorevole, degna di rispetto.</p>
<p>- Ti offrirò molti sacrifici.</p>
<p>Nel buio, le placche rosse si tendono verso di lei. Asha rabbrividisce.</p>
<p>- Io distruggo, piccola Coleot. Non creo. Ingoio la vita, e me la tengo.</p>
<p>La sabbia fruscia mentre Asha vi si lascia cadere, le zampe giunte. &#8211; Pagherò, grande spirito. Anche con la mia chitina, se la vorrai.</p>
<p>- E se anche fosse possibile, gli faresti il gran torto di farlo tornare di nuovo qui, su questa sabbia morta?</p>
<p>- Non importa, grande spirito. Voglio solo che viva di nuovo.</p>
<p>Asha china la testa.</p>
<p>- Ti imploro.</p>
<p>L’immagine di Kolo le lampeggia davanti agli occhi. Kolo, che impara a stringere i nodi della tenda. Kolo, che ride e corre sulla coda di Sabbia. Kolo, che canta le canzoni degli spiriti. Kolo, con gli occhi rivolti sempre a domani, e mai a ieri.</p>
<p>- E cosa daresti in cambio?</p>
<p>- Tutto. La vita. Ciò che vuoi.</p>
<p>Lo spirito tace, rimugina.</p>
<p>- Raccontami, piccola nomade.</p>
<p>- Chiedi, grande spirito, e risponderò.</p>
<p>- Puoi chiamarmi Skol-os.</p>
<p>Una zampa rossa si stiracchia, e schianta un masso con terrificante disinvoltura.</p>
<p>- Artropia. Quel cumulo di decadenza è ancora lì?</p>
<p>- Sì, grande Skol-os. Ormai quasi tutte le Tribù sono entrate nella Federazione di Artria.</p>
<p>Un’altra roccia si sgretola, e stavolta Skol-os non fa nemmeno finta che sia un incidente.</p>
<p>- Artria. La nuova illusione con cui hanno voluto velarsi gli occhi. E i Topidi?</p>
<p>- Vivono in pace, coltivano la terra, costruiscono villaggi. Non c’è più guerra tra noi.</p>
<p>- Il mondo è diventato assai grigio, senza il sangue a dargli colore. C’è stato un tempo in cui non era così, in cui sopravvivere era un premio… ci prendevamo ciò che era nostro per il diritto del più forte, o perivamo per il dovere del più debole. Ora, invece, pregate gusci vuoti, e mangiate erbe e semi per vivere un altro triste giorno di inutilità.</p>
<p>La voce di Skol-os vibra della furia di un padre tradito dalla sua stessa prole. Il rancore appesta l’aria come fumo. Asha trema.</p>
<p>- Io seguo ancora le antiche vie, grande spirito &#8211; mormora, ma Skol-os nemmeno la sente. E come potrebbe? Non sta parlando a lei, ma a un’intera razza. Un singolo essere svanisce, in un tale frastuono.</p>
<p>- Ve l’avevo mostrato, cosa volesse dire vivere. Ho sparso il sangue rosso di mille e mille Topidi, e come mi avete ripagato? Lasciando ammuffire la vostra forza tra l’erba, come chitina marcia.</p>
<p>Di colpo, pare ricordarsi di Asha. Con un guizzo innaturale per una massa così enorme, sfreccia verso di lei, e si ferma a una zampa scarsa di distanza.</p>
<p>- Il problema dell’avere le carni morbide, però, è che prima o poi qualcuno deciderà di nutrirsene.</p>
<p>Le antenne guizzano. La voce è tanto profonda da far vibrare la chitina.</p>
<p>- Lasciami solo, ora &#8211; dice infine lo spirito, e le spire si arrotolano in un vortice di scaglie. &#8211; Torna domani, con altri doni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fuori, il cielo è ancora grigio, e il freddo intenso resiste, ma il vento ha cambiato direzione. Non spira più dalle terre dove il sole muore, ma da quelle dove nasce l’erba. Due albe, non di più, poi le nuvole fuggiranno via, e la carovana ripartirà. La tensione le morde le zampe. Non c’è più molto tempo.</p>
<p>Un fruscio la fa voltare di scatto.</p>
<p>Dalla cresta di una duna sta franando una piccola cascata di sabbia dorata. Troppa, per essere causata dal vento. Sembra più il passo incauto di zampe giovani e arroganti. Zampe che non hanno mai dovuto cacciare in silenzio per sopravvivere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bagnato dalle tenebre della caverna, Skol-os ora dorme del sonno del potente. Profondo, placido, il sonno di chi non teme nulla. Non bada a ciò che striscia nel buio. Le offerte di carne, le ultime rimaste, sono sparpagliate davanti a lui.</p>
<p>Asha ne guarda le membra avviluppate in un cumulo rosso scuro. Dicono che il sangue dei Topidi abbia proprio quel colore.</p>
<p>- Ladra &#8211; dice una voce piena d’indignazione.</p>
<p>Si volta. Baruk è comparso sulla soglia della caverna, insieme a Kaja e Taro. L’effige di Artria gli oscilla al fianco. Le sagome snelle si stagliano nella luce dorata del deserto, poi avanzano piene d’arroganza nell’ombra della caverna.</p>
<p>- Baruk…</p>
<p>- Kaja aveva ragione! Non ci volevo credere, ma poi ti ho vista scappar via con le provviste. Sapevo che i miscredenti fossero meschini, ma questo è troppo anche per voi!</p>
<p>I tre la circondano, bloccando ogni via di fuga. Vicini, troppo vicini alla sagoma rossa addormentata.</p>
<p>- Cos’hai lì? &#8211; ringhia Taro, occhieggiando le strisce di carne secca a terra. Poi salta all’indietro, orripilato. &#8211; Bestemmia!</p>
<p>- Non urlare! &#8211; geme Asha, ma non le badano.</p>
<p>- Schifosa mangiacarogne, non ti vergogni?</p>
<p>- Andatevene, Baruk! È pericoloso restare qui.</p>
<p>- Perché? &#8211; ride Baruk. &#8211; La tua carne marcia potrebbe avvelenarci?</p>
<p>- Non seguo la tua dea, quindi tieni i tuoi comandamenti per te.</p>
<p>I tre si rabbuiano. Con un gesto pomposo, Baruk alza in alto l’effige, quasi avesse il potere di scacciare le tenebre.</p>
<p>- Artria ci osserva tutti. Non hai il diritto di deridere le sue leggi!</p>
<p>- Osi portare qui quella cosa fetida &#8211; mormora la grotta, e Asha cade nella disperazione.</p>
<p>- Chi è? &#8211; Kaja affronta il buio, intimorita, ma ancora non abbastanza. Non abbastanza. &#8211; Fatti vedere, vigliacco! Vieni alla luce!</p>
<p>- Disonori questo luogo, disonori te stesso, disonori me. &#8211; Il mucchio rosso trema, la polvere si stacca dal soffitto e piove giù come pioggia grigia. &#8211; Me!</p>
<p>Le placche si srotolano, si impennano. L’aria urla di paura.</p>
<p>- Artria, proteggici! &#8211; geme Kaja.</p>
<p>- Non chiamarla in questo luogo, se non vuoi vedermi divorare le sue carni.</p>
<p>Lento, Skol-os il grande, il senza-tempo, Colui-che-divora, emerge dalla sabbia, ed essa ne canta le lodi a ogni movimento delle membra colossali. Tanto lungo da circondare le montagne, tante scaglie quanti sono i granelli di sabbia del deserto Namib, dieci volte dieci zampe e ancor di più. E finalmente, Asha comprende di essersi sbagliata, perché questo non è l’aspetto di uno spirito. È la potenza incarnata di un dio.</p>
<p>Baruk cade a terra. L’arroganza è svanita, ingoiata da un terrore senza scampo. Prova ad alzare l’effige di Artria contro il male ribollente, ma quella gli sfugge e cade a terra, patetica e inutile.</p>
<p>- Troppo a lungo siete rimasti alla luce del sole. I vostri occhi non conoscono più l’ombra, il vuoto, il silenzio. Avete dimenticato fame e paura, e questo è il vostro più grave peccato.</p>
<p>Le mandibole della bestia schioccano, ed è come se fosse di nuovo tempesta.</p>
<p>- Non dimenticherete più &#8211; mormora, e si lascia cadere su di loro.</p>
<p>Senza pensarci, Asha sente il suo corpo lanciarsi in mezzo.</p>
<p>Cala il silenzio. La sabbia non canta più.</p>
<p>Quando Asha osa guardare di nuovo, Skol-os si è fermato. Trema di rabbia gelida mentre osserva Asha, ferma a zampe spalancate, a fare scudo ai tre rannicchiati alle sue spalle, muti e ciechi di terrore.</p>
<p>- Spostati, nomade.</p>
<p>- Grande spirito, risparmiali, ti imploro.</p>
<p>- Le loro vite sono mie ora, piccola Coleot. &#8211; Le antenne frustano l’aria con tutta la forza della loro furia. &#8211; Non te ne farò dono.</p>
<p>- Non te lo chiedo. Permettimi di pagarle.</p>
<p>Skol-os si accosta a lei, e Asha si ritrova specchiata in un occhio vasto come la sua tenda, eppur minuscolo in confronto al resto del corpo smisurato. Piccole venature rosse nuotano nel nero fatto di fame, e rabbia, e cose morte e dimenticate.</p>
<p>- Non credere di poter comprare una vita con della carne secca, Namib, ma solo…</p>
<p>- …con un’altra vita.</p>
<p>Skol-os tace, la sorpresa balugina nel nero vitreo.</p>
<p>- Rifletti bene su ciò che mi chiedi.</p>
<p>- L’ho fatto.</p>
<p>- E tuo figlio?</p>
<p>- È perso.</p>
<p>Che strano effetto, poterlo finalmente dire a voce alta. Come se qualcuno le avesse appena sfilato dieci primavere dalla chitina.</p>
<p>- Lo so che è perso, l’ho sempre saputo. Nemmeno tu, mio signore, puoi restituirmelo. Ciò che è passato, non torna. &#8211; Fa un cenno verso i tre disgraziati. &#8211; Ma forse posso comprare un po&#8217; di futuro. Anzi, tre.</p>
<p>- Un futuro marcio &#8211; sputa Skol-os, ma Asha scrolla la testa.</p>
<p>- Io ho deciso la mia strada, e Kolo la sua. Che decidano della loro con le proprie zampe.</p>
<p>Per un po’, Skol-os tace, meditabondo, mentre Asha attende placida il suo destino. Pensieri informi vorticano nell’occhio, mentre la sabbia mormora con dolcezza. Infine, si rialza.</p>
<p>- Molto bene.</p>
<p>Una zampa cala di scatto, e schianta l’effige di Artria, lasciando che la sua polvere si mischi alla sabbia. Baruk e gli altri si lasciano sfuggire uno strillo strozzato.</p>
<p>- Strisciate via, indegni! Che il prezzo delle vostre vite possa schiacciarvi fino alla fine dei vostri giorni.</p>
<p>Le teste dei tre si rialzano, incredule.</p>
<p>- Via! &#8211; ruggisce il dio, e i tre fuggono, ebbri di paura, cadendo e rialzandosi, fuori dal buio, nella luce. Finalmente, spariscono.</p>
<p>Alle spalle di Asha, le placche di Skol-os scricchiolano.</p>
<p>- Ti porterò nella memoria e nella carne, piccola Coleot. Sii fiera.</p>
<p>E Asha, fiera, lo è davvero. Di sé, di Kolo, di ciò che è stato. Di ciò che ha visto e fatto e vissuto. Di ogni luna che ha visto levarsi e tramontare. È questo l’ultimo pensiero che riesce a formulare, prima che le zanne di Skol-os la avvolgano. Poi, finalmente, il buio la accoglie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando Yukotan e gli altri varcano la soglia della grotta, la trovano vuota. Solo le placche rosse testimoniano il passaggio di ciò che Baruk e gli altri hanno chiamato mostro. Nient’altro, però. Niente creature, niente Asha.</p>
<p>La piangono, perché lunghi sono stati i giorni che hanno vissuto con lei, e cantano, perché non hanno nemmeno il conforto di una chitina da poter seppellire. E poi, quando il sole torna a scaldare le corazze degli Scorpidi, ripartono, perché l’inverno è stato duro, e la primavera non attende nessuno, nemmeno il lutto.</p>
<p>E mentre avanzano, coi cuori pesanti e la groppa di Sabbia ora vuota, nemmeno il pensiero delle Piane Erbose li consola, perché un altro pezzo della loro memoria è morto.</p>
<p>Avanzano, e li accompagna il flebile canto delle sabbie che giunge dal profondo del deserto, dietro di loro, proprio da lì dove le nuvole si stanno dissipando.</p>
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		<title>XIV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: III CLASSIFICATO</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Oct 2025 22:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[SENTINELLA di Roberto De Filippis Saphira sedeva alla sua scrivania, coperta di mappe e annotazioni. Era stanca. A notte fonda, alla luce di una candela consumata, cercava di trovare una soluzione a quella situazione disperata. Alla porta, qualcuno bussò. “Comandante?” “Entra, Khellendros.” Il soldato entrò nella stanza e si fermò di fronte alla scrivania del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48959" rel="attachment wp-att-48959"><img class="alignleft  wp-image-48959" title="centuria" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/centuria7-600x177.png" alt="" width="480" height="142" /></a></strong></h3>
<h3><strong>SENTINELLA</strong></h3>
<h3>di Roberto De Filippis</h3>
<p>Saphira sedeva alla sua scrivania, coperta di mappe e annotazioni.</p>
<p>Era stanca. A notte fonda, alla luce di una candela consumata, cercava di trovare una soluzione a quella situazione disperata.</p>
<p>Alla porta, qualcuno bussò.</p>
<p>“Comandante?”</p>
<p>“Entra, Khellendros.”</p>
<p>Il soldato entrò nella stanza e si fermò di fronte alla scrivania del comandante, sull’attenti.</p>
<p>“Che notizie?” chiese la donna, senza muovere lo sguardo dalle mappe.</p>
<p>“Comandante, c’è una cosa che dovreste vedere.”</p>
<p>Saphira alzò gli occhi e guardò il soldato. Khellendros appariva turbato.</p>
<p>“Altri problemi? Non credo che la nostra condizione possa peggiorare, Khellendros.”</p>
<p>“E’ accaduta una cosa strana, comandante. E’ comparso un uomo alle porte della città.”</p>
<p>“Che significa, è comparso? Siamo assediati, nessuno può arrivare alle porte.”</p>
<p>“Camminava come se niente fosse, nella terra di nessuno fra gli schieramenti. E’ arrivato alle porte e ha chiesto di entrare”</p>
<p>Saphira si strofinò le tempie. “Ha chiesto di entrare? E chi diavolo era? Una spia?”</p>
<p>“L’abbiamo pensato anche noi, comandante. Anche se non ha molto senso che una spia chieda il permesso di entrare, non crede? In ogni caso, l’abbiamo interrogato.”</p>
<p>“E?”</p>
<p>“Ha detto di conoscerla, comandante. Ha detto che è qui per saldare un debito che ha con voi.”</p>
<p>“Continua.”</p>
<p>“Ora è nelle segrete. Non ha detto né il suo nome, né altro.”</p>
<p>“Era armato o aveva qualche oggetto con sé?”</p>
<p>“Solo un pugnale, comandante. Ve l’ho portato. Non aveva altro.”</p>
<p>Khellendros pose lentamente il pugnale sulla scrivania. Un oggetto bellissimo, sembrava più un ornamento che un’arma.</p>
<p>Saphira lo prese e lo esaminò con attenzione.</p>
<p>“Non è possibile…”</p>
<p>“Comandante?”</p>
<p>“Portami da quell’uomo, Khellendros.”</p>
<p>Saphira e Khellendros si addentrarono nelle segrete. Le guardie si misero sull’attenti al passaggio del loro comandante. Giunsero nei sotterranei; solo due celle erano occupate. Saphira passò davanti alla prima cella, ignorandola. Nella seconda cella c’era un uomo, steso sulla branda, immobile.</p>
<p>“Tàti.”</p>
<p>L’uomo si alzò e guardò la guerriera dai capelli rossi. Sorrise.</p>
<p>“Sono contento di vederti, Saphira.”</p>
<p>“Cosa ci fai qui, Tàti?”</p>
<p>“Sono venuto ad aiutarti.”</p>
<p>Saphira lo osservò con attenzione. Tàti aveva lo stesso aspetto dell’ultima volta in cui l’aveva visto, diversi anni prima. Non sembrava invecchiato di un giorno. Eppure, qualcosa di diverso c’era, nel suo sguardo. Una determinazione, una sicurezza che non aveva mai visto in lui.</p>
<p>“E come pensi di aiutarmi? Cosa sai della situazione qui?”</p>
<p>“Nulla. Quando sono arrivato, ho visto l’esercito che vi sta assediando.”</p>
<p>“Sei arrivato da sud. Come hai attraversato i territori nemici?”</p>
<p>“In volo. Sul mio drago.”</p>
<p>“Em è qui ?”</p>
<p>“Sì. Anche lui è pronto ad aiutarti, nel modo che riterrai più opportuno.”</p>
<p>Saphira si voltò verso Khellendros, che aveva seguito la conversazione con una certa perplessità, finché non aveva udito “drago”.</p>
<p>“Un drago? Possiamo contare sull’aiuto di un drago? Ma è magnifico!”</p>
<p>Saphira fulminò Khellendros con un’occhiata: “Farai meglio a stare zitto, Khellendros”</p>
<p>“Sì, comandante.”</p>
<p>Lei si voltò di nuovo verso Tàti.</p>
<p>“Sei sparito per anni, Tàti. Non ci hai aiutato, quando avevamo bisogno di te. Quello che hai fatto non è perdonabile. Non sai neppure cosa sta accadendo qui, o quanto sia grave la situazione. E comunque, la tua presenza, o quella di Em, non fa molta differenza.</p>
<p>La città cadrà, e molto presto. Tutti quelli che sono qui, verranno uccisi, o peggio fatti prigionieri. E, ora che sei qui, anche tu subirai questo destino.</p>
<p>E probabilmente, è quello che meriti!”</p>
<p>Saphira si voltò furibonda e lasciò a grandi passi le segrete. Tàti non replicò, ma l’espressione sul suo viso non cambiò.</p>
<p>Khellendros rimase lì interdetto, senza saper bene cosa fare.</p>
<p>Tàti sedette di nuovo sulla branda.</p>
<p>“Tu sei Tàti? Ci sono delle storie su di te…”</p>
<p>“Sì, sono io.”</p>
<p>“Quelle storie sono vere?”</p>
<p>“Non so cosa raccontano di me. Manco dall’impero da diversi anni. Vuoi chiedermi di una storia in particolare?”</p>
<p>“Solo di una. E’ vero che hai salvato la vita alla nostra sacerdotessa?”</p>
<p>“Quale sacerdotessa?”</p>
<p>“Giselle, la sacerdotessa della dea.”</p>
<p>Tàti sembrava sorpreso: “Giselle una sacerdotessa?”</p>
<p>“Allora, la storia è vera o no?”</p>
<p>“Immagino di sì. Anche se l’ho solo portata via dal suo villaggio distrutto.”</p>
<p>“Allora non posso che esserti grato. Davvero puoi aiutarci?”</p>
<p>“Sì.”</p>
<p>“Parlerò con il comandante.”</p>
<p>Khellendros non aggiunse altro e lasciò le segrete.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Saphira entrò nella sala di comando sbattendo la porta. Iniziò a camminare nervosamente per la stanza, stringendo i pugni. Poi udì Khellendros bussare.</p>
<p>“Cosa c’è adesso?”</p>
<p>“Posso entrare, comandante?”</p>
<p>“Entra, dì quello che hai da dire e sparisci.”</p>
<p>Khellendros aprì lentamente la porta, fece qualche passo e rimase lì in piedi.</p>
<p>“Allora?”</p>
<p>“Non possiamo perdere questa occasione, comandante. Potrebbe essere il miracolo che aspettavamo…”</p>
<p>“Non è nessun miracolo, Khellendros. E’ solo un uomo chiuso nelle nostre segrete.”</p>
<p>“Non è un uomo qualunque, comandante, e lei lo sa. La gente racconta storie su di lui, accanto al fuoco, nelle taverne. Il guerriero del nord. E il suo drago!”</p>
<p>“Non hai mai visto un drago, vero Khellendros?”</p>
<p>“No.”</p>
<p>“E non avevi mai visto prima d’ora il famoso guerriero del nord, o visto in azione?”</p>
<p>“No, comandante.”</p>
<p>“Un drago non può sconfiggere da solo un esercito. E’ una creatura molto potente, è vero, ma ce ne occorrerebbero una decina, per fare la differenza. In quanto al tuo guerriero del nord, non credo più agli eroi da molto tempo.”</p>
<p>“Ma potrebbe salvare la sacerdotessa!”</p>
<p>“E’ solo questo che ti importa, vero?”</p>
<p>Khellendros esitò “Qualunque aiuto questo guerriero possa darci, comandante, non credo che siamo nelle condizioni di rifiutare.”</p>
<p>Saphira lo trapasso con lo sguardo “Immagino di no. Ma ci parlerai tu. Torna da lui e spiegagli tutto. Senti cosa ha da dire, e prima di accettare torna da me.”</p>
<p>Khellendros sorrise: “Certamente, comandante.” E corse via.</p>
<p>“Sciocco innamorato” sussurrò Saphira.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rimasta sola nella stanza di comando, Saphira cominciò a calmarsi e si sedette alla sua scrivania. Ricordi le riaffioravano nella mente. Erano passati molti anni…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[…]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Sono io che vi do la caccia, Serpente. Chiama pure tutte le tue legioni, se possono salvarti dalla morte, ora!”</p>
<p>La guerriera lasciò cadere l&#8217;arco, e con un gesto fulmineo estrasse una scimitarra che portava alla cintura e tagliò la gola al guerriero del Serpente.</p>
<p>“No, Saphira!!”</p>
<p>Pochi secondi, e il nemico si accasciò in una pozza di sangue, privo di vita.</p>
<p>Nysia iniziò a correre verso Tàti.</p>
<p>“Ora la tua vita mi appartiene, Tàti” disse Saphira con un sorriso.</p>
<p>Nysia raggiunse Tàti, e lo sorresse prima che crollasse al suolo. Sanguinava copiosamente.</p>
<p>“La tua vita è mia, e io non ti consento di morire.”</p>
<p>“Tu mi hai salvato la vita, Saphira.</p>
<p>E finché vivrai, la mia vita ti apparterrà.”</p>
<p>[…]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Era vero, aveva salvato la vita a Tàti, e lui ora era qui per rendere onore a quel debito.</p>
<p>La prima cosa da fare era andare a parlare con il drago dorato.</p>
<p>Saphira lasciò la stanza e salì le scale della fortezza, raggiungendo rapidamente la cima di una torre.</p>
<p>Giunta lì, scrutò il cielo notturno. Sapeva che Em, fra i suoi molti poteri, poteva rendersi invisibile; era così che aveva attraversato indenne le file nemiche. Poteva solo chiamarlo e sperare che rispondesse; di sicuro non si era allontanato troppo da Tàti.</p>
<p>“Em ! “</p>
<p>All’inizio non accadde nulla. Poi sentì un forte vento scuoterla, e percepì una figura possente che si avvicinava, anche se non poteva vederla. Saphira rimase immobile.</p>
<p>Il drago d’oro apparve sulla torre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Saphira.” La voce del drago era imperiosa, il suo portamento maestoso.</p>
<p>“Ci serve il tuo aiuto, Em. Ancora una volta.”</p>
<p>“Ti ascolto.”</p>
<p>“I nemici ci hanno accerchiato. La nostra sacerdotessa è loro prigioniera.”</p>
<p>“Perché non l’hanno uccisa ?”</p>
<p>Di certo il drago non si perdeva in chiacchiere, pensò Saphira.</p>
<p>“Abbiamo un ostaggio. Un ostaggio molto prezioso per loro. E’ un guerriero del Serpente.”</p>
<p>“Farete uno scambio ?”</p>
<p>“Lo scambio è stabilito per domani, ma non mi fido di loro. Certamente tenteranno qualche trucco. E non ho alcuna intenzione di consegnargli il Serpente.”</p>
<p>“Vuoi che vada a cercare i tuoi alleati e ti porti rinforzi ?”</p>
<p>“Non arriverebbero mai in tempo. Dobbiamo cavarcela da soli.”</p>
<p>“Cosa vuoi che faccia, dunque ?”</p>
<p>“Quando Tàti partì, lasciò la sua spada alla fortezza sul lago, ricordi ?”</p>
<p>“Certo.”</p>
<p>“Portami quella spada, Em. Ne avrà di nuovo bisogno.”</p>
<p>Il drago non replicò, mosse le grandi ali e si levò in volo.</p>
<p>Saphira lo seguì con lo sguardo mentre si dirigeva verso nord, nella notte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Khellendros scese nelle segrete. Passò davanti alla prima cella, dove era prigioniero il guerriero del serpente. Esitò un momento, poi si diresse verso la cella di Tàti.</p>
<p>Era ancora steso sulla branda, e aspettava.</p>
<p>“Ho parlato con il comandante. Mi ha chiesto di spiegarti la nostra attuale situazione.” Cominciò Khellendros.</p>
<p>“I nemici ci assediano, come sai già. Sono superiori in numero, e si preparano ad un assalto finale. Non possiamo contare sull’arrivo di aiuti esterni, gli alleati sono lontani e impegnati in altre battaglie.</p>
<p>La città ha una posizione strategica molto importante per la guerra. In più, sono riusciti a catturare la nostra sacerdotessa. Molti soldati sono fedeli alla dea, e la sua assenza li ha demoralizzati.”</p>
<p>“Chi c’è nella cella accanto ?” chiese Tàti.</p>
<p>Khellendros rimase per un momento sorpreso.</p>
<p>“So recepire la presenza di un guerriero del serpente. Chi l’ha catturato ?”</p>
<p>“Sono stato io.” Disse Khellendros.</p>
<p>Tàti si alzò e guardò Khellendros con più attenzione.</p>
<p>“Devi essere molto valoroso. Non è un nemico facile da sconfiggere, ed è ancor più difficile catturarlo vivo.”</p>
<p>“Avevo un buon motivo. Avendo anche noi un ostaggio, hanno lasciato la sacerdotessa in vita.”</p>
<p>“Come posso aiutarvi ?”</p>
<p>“Il nostro piano è creare un diversivo. Proporremo un duello; un nostro campione contro il loro. Mentre gli orchi saranno impegnati a seguire lo scontro – loro amano questo genere di cose – io libererò Giselle dal loro accampamento.</p>
<p>Se riuscirò, e Giselle sarà di nuovo al sicuro fra le mura, uccideremo il guerriero del Serpente. E’ una minaccia troppo grande per noi, non possiamo lasciarlo libero. Non ci capiterà un’altra occasione di ucciderlo.”</p>
<p>“Gli orchi si infurieranno e assalteranno la città, a questo punto.” Disse Tàti.</p>
<p>“Se la sacerdotessa sarà di nuovo fra noi, reggeremo l’assalto. Siamo pronti.”</p>
<p>“E il loro campione ?”</p>
<p>“E’ molto forte. Ma tu puoi tenergli testa, se le storie sul tuo conto sono vere.”</p>
<p>“Mi occorrerà una spada. E non può essere un’arma qualunque.”</p>
<p>“Il comandante se ne sta già occupando.”</p>
<p>“Allora sono pronto a fare quanto dici. Sarò il vostro campione.” Disse Tàti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tornato nella sua stanza, Khellendros strinse l’amuleto magico che portava al collo. Si concentrò sull’immagine di Giselle…</p>
<p>“Giselle!”</p>
<p>“Sono qui.”</p>
<p>“Abbiamo un piano, amore mio.”</p>
<p>“So che vuoi cercare di liberarmi. E’ troppo rischioso. Sono in troppi a farmi la guardia, e non mi perdono di vista un secondo.”</p>
<p>“Domani, tutti i loro occhi saranno puntati da un’altra parte. Possiamo farcela.”</p>
<p>“E il serpente ? Lui sa, non è possibile nascondergli nulla.”</p>
<p>“Morirà.”</p>
<p>“Pregherò la dea perché ci dia la forza.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Terminata la comunicazione magica, Khellendros andò a fare rapporto al suo comandante. Saphira lo attendeva.</p>
<p>“Comandante.”</p>
<p>“Dunque ?”</p>
<p>“Abbiamo il nostro campione. Ha accettato.”</p>
<p>“E tu sei pronto ? E’ una missione molto rischiosa.”</p>
<p>“Non credo di avere scelta.”</p>
<p>Saphira scrutò il suo secondo con attenzione.</p>
<p>“Non voglio eroi che si immolano stupidamente, Khellendros. Vi rivoglio qui entrambi vivi domani, sono stata chiara ?”</p>
<p>“Agli ordini, comandante.” rispose freddamente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rimasta sola, Saphira sapeva che la attendeva la parte più difficile.</p>
<p>Tornò nelle segrete, e senza dire nulla, aprì la cella di Tàti.</p>
<p>Lui si alzò e la seguì. Saphira uscì con lui all’esterno, sulle mura. Stava albeggiando.</p>
<p>Per un po’ rimasero in silenzio. Poi fu Tàti a parlare.</p>
<p>“Non mi hai chiesto nulla. Non mi hai chiesto di Nysia.”</p>
<p>“So già ogni cosa. Lei è stata qui.”</p>
<p>Tàti la guardò con stupore “Hai parlato con lei ?”</p>
<p>“Certamente. Ma non ti dirò ciò di cui abbiamo parlato… non prima di aver risolto questa situazione.”</p>
<p>“Non sono venuto qui per farmi uccidere, Saphira.”</p>
<p>Sul volto della guerriera c’era un sorriso ironico. “Conoscendoti, questa sarebbe una novità.”</p>
<p>“Molte cose sono cambiate. Dimmi cosa devo fare.”</p>
<p>“Bene. Non ci serve che tu vinca. Quello che voglio è che il duello duri il più a lungo possibile, per dare il tempo a Khellendros di riportare Giselle all’interno delle mura.</p>
<p>Quando ciò avverrà, sentirai il suono di un corno. E potrai ucciderlo, o scappare, come preferisci.”</p>
<p>“Questo è ancora più difficile, Saphira. Se l’avversario è forte, bisogna abbatterlo il prima possibile. Più tempo gli darò, più è probabile che sia lui a uccidere me.”</p>
<p>“Infatti non lo sto chiedendo a un guerriero qualsiasi. Ho un intero esercito qui dentro. Lo sto chiedendo a te, perché so che tu puoi farlo.”</p>
<p>Tàti guardava il sole che sorgeva, e in lontananza, il profilo di un drago che si avvicinava da nord.</p>
<p>“La tua spada sta arrivando, a quanto pare.” Saphira sorrise.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’esercito degli orchi era imponente. Si era schierato davanti alla città, a una certa distanza, per non essere alla portata delle frecce e delle catapulte degli avversari.</p>
<p>La porta della città si aprì, e ne uscirono a cavallo Saphira, Tàti e il prigioniero, incatenato.</p>
<p>Dallo schieramento degli orchi, sui loro lupi mannari, si fecero avanti tre figure.</p>
<p>Su uno dei lupi c’era una donna. Man mano che i due gruppi si avvicinavano, Tàti riconobbe Giselle. Indossava una semplice veste bianca, e portava il medaglione della dea al collo. Era illesa.</p>
<p>“Non l’hanno toccata.” Disse Tàti a Saphira.</p>
<p>“Persino gli orchi reputano sacro il potere di guarire. Ma la uccideranno comunque, se non glielo impediamo.”</p>
<p>II loro prigioniero era silenzioso, ma aveva un sorriso beffardo sul volto.</p>
<p>Giunti a metà strada, i sei cavalieri si fermarono. Il capo guerra degli orchi fu il primo a parlare.</p>
<p>“Consegnateci il Serpente, e avrete la vostra sacerdotessa.”</p>
<p>Tàti conosceva le usanze degli orchi. Scese da cavallo, e piantò la propria spada nel terreno. “Io, Tàti, guerriero del nord, sfido il vostro campione. Se sarà lui a vincere, avrete il guerriero del Serpente e terrete la sacerdotessa. Altrimenti, voi ci riconsegnerete la sacerdotessa e la vita del Serpente sarà nostra.”</p>
<p>I due orchi lo scrutarono con attenzione, poi risero sguaiatamente. Il capo guerra parlò di nuovo. “Ancora meglio, piccolo umano. Il mio campione ti farà a pezzi, e la tua testa appesa a un palo ornerà la mia tenda.”</p>
<p>Scambiò delle parole in orchesco con il compagno. Giselle lanciò a Tàti uno sguardo implorante, ma non poterono dirsi nulla. Il secondo orco prese le briglie del lupo di Giselle e si allontanò con lei, tornando verso il loro accampamento.</p>
<p>Il Serpente continuava a sorridere.</p>
<p>Saphira guardò Tàti.</p>
<p>“Non farti ammazzare, amico mio.”</p>
<p>“Credo che tu non mi abbia detto tutto, Saphira.”</p>
<p>“Solo quello che ti serve sapere.” Strizzò l’occhio e tornò verso le mura con il prigioniero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[…]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Siedi, Tàti. Oggi non ci alleneremo.”</p>
<p>“Sì, maestro.”</p>
<p>“Ti impartirò due lezioni. Come le altre volte, ascolta le mie parole con attenzione. Ora non capirai, ma nel corso della tua vita, quando sarà il momento, ti torneranno alla mente.</p>
<p>Per prima cosa, parleremo della paura.”</p>
<p>“La paura?”</p>
<p>“Sì, Tàti. Ricordi l’ultima volta che abbiamo combattuto?”</p>
<p>“Certo, maestro. Quei briganti che ci hanno assalito. E’ stato facile.”</p>
<p>“Avevi paura?”</p>
<p>“Io non ho paura di niente, maestro! E di sicuro non avevo paura di quegli avversari così deboli.”</p>
<p>Juza lo guardò severamente. “Non avere paura significa essere incoscienti, Tàti. La paura è necessaria.</p>
<p>Io avevo paura.”</p>
<p>“Tu, maestro??”</p>
<p>“Avevo paura che tu potessi essere ucciso. Tutti hanno paura di qualcosa, Tàti. Comprendi le tue paure, e impara a conviverci, così potrai controllarle.</p>
<p>E’ attraverso la paura che si impara il coraggio; non ci può essere coraggio senza paura.</p>
<p>Il coraggio è far sì che la tua paura non ti blocchi. Combattere anche se hai paura. Andare anche a rischiare la vita, e battersi con tutte le proprie forze, ma andare comunque. Questo è il coraggio.”</p>
<p>Tàti rimase senza parole.</p>
<p>“La seconda lezione è: in qualsiasi situazione ti troverai nella tua vita, per quanto terribile possa essere, per quanto disperata possa sembrarti la tua condizione… cerca la via di salvezza. C’è sempre. La nostra dea ce ne offre sempre una. Tu devi solo cercarla, e saperla cogliere. Ma c’è.</p>
<p>E questa è la fede.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[…]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli orchi si erano radunati a semicerchio per seguire lo scontro; l’esercito di Saphira era sulle mura e faceva lo stesso.</p>
<p>I due avversari si fronteggiavano. Il campione degli orchi fissava il suo nemico con odio, stringendo la sua arma. Tàti era in posizione di difesa.</p>
<p>Il duello andava avanti già da molto tempo. Entrambi si erano causati piccole ferite, ma nessuno dei due aveva ancora inferto all’altro danni significativi.</p>
<p>Gli orchi non ridevano più. Ammiravano la forza in battaglia e l’abilità con le armi. Ma la cosa più importante è che erano concentrati sui due avversari.</p>
<p>Khellendros ce l’aveva fatta? Mentre riprendeva fiato, Tàti sperava di udire il suono del corno.</p>
<p>Il nemico lo assaltò di nuovo. Il grosso maglio lo mancò. Tàti fece un affondo con la spada, ma l’armatura del nemico resse.</p>
<p>Doveva concludere lo scontro, era sfinito. Sapeva come fare: c’era un punto debole nella sua difesa. Ma era costretto a guadagnare ancora tempo.</p>
<p>Poi accadde qualcosa. Gli orchi urlavano. Si voltò per un secondo, e vide Khellendros e Giselle che correvano disperatamente verso la città. Visibili e a piedi. Khellendros arrancava sorretto da Giselle, era ferito.</p>
<p>“Maledizione…”</p>
<p>Tutto avvenne molto rapidamente. Un contingente di orchi prese i lupi e si lanciò all’inseguimento. Il suo avversario, furioso, lo attaccò. Mentre parava i suoi colpi, Tàti cercava di pensare.</p>
<p>Sulle mura, Saphira e il suo prigioniero guardavano la scena.</p>
<p>Il Serpente rise: “Avete perso.”</p>
<p>Saphira lo fissò. “Sta a vedere.”</p>
<p>Prese il suo arco, incoccò una freccia e mirò con molta attenzione.</p>
<p>“Cosa speri di fare, donna? ”</p>
<p>“Io non sbaglio mai un colpo.” E scoccò la freccia.</p>
<p>Tàti cercava di tenere a bada il suo avversario, e nel contempo di seguire la fuga di Khellendros e Giselle. Non ce l’avrebbero mai fatta. I lupi erano sempre più vicini.</p>
<p>Di fronte a lui, il ghigno del campione si spense quando una freccia, spuntata dal nulla, si piantò nel suo occhio destro.</p>
<p>Con l’unico occhio rimasto, l’orco lo fissò con stupore, e riuscì a mormorare:</p>
<p>“…tu non hai onore”.</p>
<p>Poi si accasciò al suolo.</p>
<p>Tàti guardò il suo avversario morto sul terreno.</p>
<p>Udì la voce di Saphira.</p>
<p>“Salva quei due ragazzi, stupido onorevole guerriero! Volevi saldare il tuo debito? Questo è il momento!”</p>
<p>Il suo istinto prese il sopravvento. Iniziò a correre.</p>
<p>Khellendros era caduto. Giselle tentava di rimetterlo in piedi, ma lui non riusciva a muoversi.</p>
<p>“Ti prego, alzati! Stanno arrivando!”</p>
<p>“Sto morendo, Giselle… salvati almeno tu.”</p>
<p>Gli orchi li stavano raggiungendo, e Tàti era ancora lontano. Non avrebbe fatto in tempo.</p>
<p>Il Serpente guardava Saphira con disprezzo.</p>
<p>“Hai perso comunque, donna.”</p>
<p>Saphira lo colpì con il guanto d’armi. Il Serpente si piegò.</p>
<p>“Silenzio.”</p>
<p>Giselle strinse la mano di Khellendros e rivolse la sua ultima preghiera alla dea.</p>
<p>Il vento intorno a loro si mosse furiosamente.</p>
<p>Le ali di un drago.</p>
<p>Em divenne visibile un attimo prima di soffiare.</p>
<p>Gli orchi bruciavano.</p>
<p>Em prese delicatamente Giselle e Khellendros fra gli artigli, e spiccò il volo.</p>
<p>Il capo guerra degli orchi dava ordini frenetici.</p>
<p>“Il drago! Abbattete il drago! Colpitegli le ali!”</p>
<p>Centinaia di frecce volarono dirette verso Em. Molte lo mancarono, altre furono fermate dalle sue robuste scaglie. Ma alcune gli trapassarono le ali.</p>
<p>Il suo volo si fece incerto. Altre frecce volarono verso di lui.</p>
<p>Saphira si voltò verso il Serpente.</p>
<p>“E’ il momento di morire.”</p>
<p>“Non uccideresti mai un prigioniero in catene, donna.”</p>
<p>Con un rapido gesto, Saphira sguainò il pugnale di Tàti, e lo piantò nel cuore del Serpente.</p>
<p>Lui la fissò con orrore, prima di cadere morto al suolo.</p>
<p>Si voltò verso i suoi comandanti.</p>
<p>“Suonare la carica. Si va in battaglia.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Em stava precipitando. Tàti raggiunse il punto in cui sarebbe caduto. Gli orchi, in assetto da battaglia, stavano avanzando.</p>
<p>All’ultimo momento, il drago riuscì a mutare la sua caduta in una planata, e atterrò vicino a Tàti. Posò Khellendros e Giselle al suolo. Giselle cercò disperatamente di tamponare le ferite di Khellendros.</p>
<p>“Usa il potere della guarigione su di lui, Giselle…” le disse Tàti.</p>
<p>“Non ce la faccio. Non ci riesco.”</p>
<p>“Morirà, solo tu puoi salvarlo. Prega la dea.”</p>
<p>Giselle piangeva e stringeva fra le braccia Khellendros. Le sue mani e il suo corpo tremavano. Poi iniziò a calmarsi, e continuando a stringerlo iniziò a mormorare le parole della guarigione.</p>
<p>Em guardò Tàti: “Un’ultima battaglia, guerriero?”</p>
<p>“Non sarà l’ultima.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le porte della città si aprirono, e l’intero esercito difensore si riversò sul campo di battaglia.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>XIV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: II CLASSIFICATO</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Oct 2025 22:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[CONGELATO di Christian Folli “Congelato?” “Esatto, signor Smith.” Un brivido. Leggero. Non sono diventato uno degli uomini più potenti del pianeta perdendo la calma di fronte agli ostacoli. “Mi spieghi meglio.” “E’ semplice. Lei si sdraia nella celletta di conservazione. Ha la forma di una bara, ma non potevamo fare diversamente. E’ progettata per resistere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48959" rel="attachment wp-att-48959"><img class="alignleft  wp-image-48959" title="centuria" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/centuria7-600x177.png" alt="" width="480" height="142" /></a></strong></h3>
<h3><strong>CONGELATO</strong></h3>
<h3>di Christian Folli</h3>
<p>“Congelato?”</p>
<p>“Esatto, signor Smith.”</p>
<p>Un brivido. Leggero. Non sono diventato uno degli uomini più potenti del pianeta perdendo la calma di fronte agli ostacoli.</p>
<p>“Mi spieghi meglio.”</p>
<p>“E’ semplice. Lei si sdraia nella celletta di conservazione. Ha la forma di una bara, ma non potevamo fare diversamente. E’ progettata per resistere alle temperature più estreme e alle pressioni più elevate. Colleghiamo il suo corpo all’apparecchio tramite elettrodi e cavi (le risparmio la spiegazione scientifica completa), alcuni dei quali si inseriscono nei vasi sanguigni e altri si connettono direttamente ai neuroni. Quando attiviamo il processo, blocchiamo il funzionamento degli organi vitali, a cominciare dal cervello e dal cuore, portando la temperatura dell’organismo parecchio sotto lo zero. Concludiamo la procedura ricoprendola completamente di uno spesso strato di ghiaccio.”</p>
<p>Ho sempre valutato rischi e benefici, ma questa volta ho poco tempo a disposizione. L’impatto dell’asteroide con la Terra avverrà tra una settimana esatta.</p>
<p>“Quante persone avete ibernato finora?”</p>
<p>“Quattro, proponendolo ad altre cinque, incluso lei.”</p>
<p>Uno dei cinque è il Presidente, che me ne ha parlato stamattina.</p>
<p>“Immagino abbiate dei posti anche per coloro che hanno lavorato al progetto.”</p>
<p>“Lo abbiamo promesso a tutti gli ideatori. Purtroppo, i posti realmente a disposizione saranno solo quattro o cinque. Non c’è stato tempo per fare di più. Io naturalmente sono uno degli eletti. Gli altri…”</p>
<p>Già, gli altri. Non è questa la circostanza per pensare agli altri. Fortunatamente non ho amici. Mia moglie ha chiesto il divorzio il mese scorso. Mia figlia è una cretina sinistroide che pensa solo alle battaglie per i diritti dell’umanità e non mi rivolge quasi la parola.</p>
<p>“Mi risponda francamente. Quali sono le probabilità di successo?”</p>
<p>“Dal punto di vista tecnico, molto alte. Il vero problema è che non sappiamo quanti  sopravviveranno all’impatto con l’asteroide. Non siamo in grado di dotare l’apparecchiatura di un – chiamiamolo così – “timer di scioglimento del ghiaccio”. Lasceremo istruzioni non troppo complesse per poter de-ibernare i partecipanti da qui a un centinaio d’anni, quando gli effetti devastanti dovrebbero essere svaniti, a detta dei nostri cervelloni. Ma se gli esseri umani si saranno estinti o se nessuno troverà le celle di conservazione o se nessuno sarà in grado di invertire il processo, non ci sarà niente da fare.”</p>
<p>Un altro piccolo brivido. Un rischio calcolato. Con un’enorme incognita.</p>
<p>“In sostanza, dobbiamo sperare che qualcuno sopravviva, che costoro continuino a riprodursi e che generino se non degli scienziati almeno qualcuno abbastanza intelligente da capire come fare a scongelarci fra circa un secolo, dopo aver ritrovato le cellette di conservazione.”</p>
<p>“Esatto, signor Smith.”</p>
<p>“E per fare questo mi chiedete quasi la metà del mio patrimonio.”</p>
<p>“Deve considerare che quella cifra verrà divisa fra parecchie persone, alcune delle quali hanno capito perfettamente di avere ancora una settimana di vita….”</p>
<p>Sorrido. Pochi concetti ma chiari. E nessuna alternativa.</p>
<p>“Ho ancora alcune cose da sistemare.”</p>
<p>“Mi dica lei quando.”</p>
<p>“Vogliamo fare dopodomani?”</p>
<p>“A dopodomani, signor Smith.”</p>
<p align="center"><sup>*****</sup></p>
<p>Dove mi trovo?</p>
<p>“…”</p>
<p>Un suono in lontananza. Indistinto.</p>
<p>“…”</p>
<p>Ancora il suono. Meno flebile.</p>
<p>“..ith..”</p>
<p>Un abbozzo di senso dell’io. Frammenti di ricordi.</p>
<p>“..Smith..”</p>
<p>Smith. Sì, certo. Sono io. La memoria inizia a diventare più vivida.</p>
<p>“Signor Smith!”</p>
<p>Comincio a riprendere consapevolezza. Non posso muovermi né parlare, immerso nell’oscurità assoluta. Ovvio, dal momento che sono ricoperto da un abbondante strato di ghiaccio. Non avverto freddo, anche se il mio sangue sta circolando, altrimenti non avrei ripreso conoscenza.</p>
<p>“Signor Smith!”</p>
<p>Ora la voce è abbastanza forte. La odo direttamente nella testa.</p>
<p>“Ah, signor Smith! Adesso mi sente! Lo vedo dai segnali degli elettrodi collegati ai suoi neuroni. Scienza e fantascienza sono concetti sempre più relativi e fluidi, non è vero, signor Smith?”</p>
<p>La nebbia si dissolve dalla mente. L’asteroide. Qualcuno è sopravvissuto. E mi hanno trovato. Quanto tempo sarà passato? E come sarà la Terra?</p>
<p>“Bene, signor Smith! La sua attività elettrica cerebrale si fa più vivace. Lei inizia a ricordare. E a porsi domande.”</p>
<p>Il tono della voce suona strano. Provo inquietudine. Sono sepolto vivo dentro una bara di ghiaccio. Spero non ci voglia molto per scongelarmi.</p>
<p>“Ah, signor Smith! Lei non credeva che un giorno sarebbe riuscito a risvegliarsi uscendo dall’ibernazione, non è vero?”</p>
<p>Una leggera sensazione di freddo. Le funzioni del corpo che si riattivano.</p>
<p>“Ma lei vorrà sapere molte cose, signor Smith. Inizierò dalla più importante. Da quando lei ha subito il processo di congelamento ad oggi sono passati soltanto dieci anni.”</p>
<p>Dieci anni! Com’è possibile?</p>
<p>“Ah, signor Smith! L’India! Dobbiamo ringraziare l’India! Mentre in occidente i nostri scienziati si arrovellavano invano, nel paese dalla saggezza ultramillenaria sono stati completati calcoli astronomici di una complessità inaudita, che hanno permesso di indirizzare un missile proprio contro l’asteroide, frantumandolo in mille pezzi prima dell’impatto con la superficie del nostro pianeta. Sfortunatamente, questo avveniva solo il giorno prima della data prevista per la catastrofe e pertanto i frammenti dell’asteroide sono comunque precipitati causando un numero spaventoso di vittime, sia direttamente sia originando terremoti, maremoti e uragani. Inoltre, per anni, i superstiti hanno vissuto immersi in un denso strato di polveri, smog e fumi. E’ stato un disastro, ma nulla in confronto a ciò che sarebbe accaduto senza il missile degli Indiani.”</p>
<p>Mentre ascolto ho l’impressione che il corpo inizi a riscaldarsi. Il buio è ancora completo, ma a tratti mi pare di poter muovere appena la palpebre o la punta delle dita.</p>
<p>“Tuttavia, signor Smith…..”</p>
<p>Perché questa pausa?</p>
<p>“…..è mio dovere informarla che si sono verificati altri eventi, sia durante il periodo più critico sia dopo che la situazione si è, diciamo così, normalizzata.”</p>
<p>Ovvero?</p>
<p>“Mentre il ghiaccio che la avvolge continua a sciogliersi gradualmente, la aggiornerò su alcuni fatti accaduti in sua… assenza.”</p>
<p>Di nuovo quell’inflessione nella voce. Ora avverto i battiti del cuore. Veloci.</p>
<p>“Lei ricorderà, signor Smith, che il giorno in cui venne ibernato le fu comunicato che la cella di congelamento a lei destinata si era guastata e forse non sarebbe stata riparata in tempo. A quel punto lei “convinse”, con molta generosità, il responsabile del progetto a sostituire la sua capsula con un’altra, già destinata a un certo signor Grooves, un multimiliardario ricco quanto lei ma, se mi è consentito, senza i suoi appoggi politici. Purtroppo non fu possibile aggiustare la cella e il signor Grooves morì nel crollo del suo rifugio, abbattuto da un frammento del meteorite.”</p>
<p>Perché me lo racconta? E’ ovvio, in situazioni di guerra o catastrofe vige la legge del più forte.</p>
<p>“Ho un’altra storia da raccontarle. Quando si rese conto della catastrofe imminente, onde poter disporre di tutto il denaro possibile – e in effetti dovette utilizzarne davvero tanto, signor Smith! -, lei si sbarazzò del suo socio accusandolo falsamente di aver manipolato il bilancio della vostra multinazionale. Il signor Loomin fu quindi arrestato, seppure del tutto innocente, come lei ben sa, e morì d’infarto in prigione poche ore prima della caduta dell’asteroide.”</p>
<p>Loomin. Intelligentissimo, altrimenti non l’avrei tenuto come socio. Ma un debole.</p>
<p>“Lei sta iniziando a fare dei piccoli movimenti, signor Smith.”</p>
<p>Vero. Piccoli movimenti delle estremità e della lingua. Anche le tenebre cominciano a rischiararsi.</p>
<p>“Ah, signor Smith! Mi duole avvisarla che la prossima comunicazione sarà la più triste. Sebbene non aveste grandi rapporti, lei aveva una figlia, Sophie, che, per contro, era attaccatissima a sua moglie, o dovrei dire ex-moglie, dato che le aveva intentato una causa di divorzio. Sophie era un’idealista, una persona di nobili principi, e soprattutto una ragazza estremamente sensibile. Sopravvisse alla catastrofe dell’impatto, ma non a ciò che ne seguì: morte, devastazione, sciacallaggi. Si suicidò dopo poche settimane.”</p>
<p>Sophie! Suicida! Una giovane imbecille, ma pur sempre mia figlia.</p>
<p>Non è più buio. Avverto che lo strato di ghiaccio intorno a me si fa sempre più sottile. Posso socchiudere le palpebre. Intravedo delle sagome.</p>
<p>“Come lei ha sempre saputo, signor Smith, sono i soldi a far girare il mondo. E qualcuno ha pagato per essere qui al momento del suo risveglio.”</p>
<p>Ora posso distinguere abbastanza chiaramente tre figure umane intorno alla mia celletta.</p>
<p>“Il ghiaccio sta per svanire, signor Smith. Mi permetta di presentarle coloro che la accoglieranno. Il signor Roger, fratello del signor Grooves. Il signor William, figlio del signor Loomin. L’ultima la conosce. Amalia, la sua ex-moglie.”</p>
<p>Il ghiaccio si è sciolto quasi del tutto. Vedo più distintamente le tre figure. Una ha i capelli lunghi. Tutte tengono in mano un oggetto lungo e affilato. Un coltello.</p>
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		<title>XIV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: I CLASSIFICATO</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Oct 2025 22:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[GHOSTWRITER di Nicola Catellani Il blocco dello scrittore è una brutta bestia. Dario se ne rendeva conto sempre di più. Funziona così: stai lì davanti al tuo portatile, con la pagina bianca che ti fissa dallo schermo, poi tu fissi lei, provi a scrivere due frasi, non ti piacciono, le cancelli, apri un altro file [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48959" rel="attachment wp-att-48959"><img class="alignleft  wp-image-48959" title="centuria" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/centuria7-600x177.png" alt="" width="480" height="142" /></a></strong></h3>
<h3>GHOSTWRITER</h3>
<h3>di Nicola Catellani</h3>
<p>Il blocco dello scrittore è una brutta bestia. Dario se ne rendeva conto sempre di più. Funziona così: stai lì davanti al tuo portatile, con la pagina bianca che ti fissa dallo schermo, poi tu fissi lei, provi a scrivere due frasi, non ti piacciono, le cancelli, apri un altro file per prendere appunti, torni alla pagina bianca&#8230;</p>
<p>Alla fine vai su internet a cercare ispirazione, e lì ti perdi.</p>
<p>E fu sera e fu mattina: secondo giorno. Idem. Dario stacca la connessione internet per evitare distrazioni, ma le cose non migliorano. Anzi, il tempo non passa mai, e sullo schermo nulla cambia. Impreca ad alta voce, invocando un’ispirazione che non arriva.</p>
<p>Di notte ha anche gli incubi.</p>
<p>Aveva affittato quella vecchia villa veneta del Settecento per una settimana, sicuro che l’ambiente l’avrebbe ispirato. Era il sistema usato per i suoi precedenti romanzi, e aveva sempre funzionato alla perfezione: la baita in montagna, la vecchia casa cantoniera, la canonica dismessa della pieve. In quelle occasioni l’ispirazione era fluita in lui, e già dal primo giorno le sue dita avevano danzato sui tasti. La settimana gli era bastata per le prime stesure, poi si era trattato solo di rifinire.</p>
<p>Questa volta, invece, niente. Colpa della villa? Era stata ristrutturata, ma solo in parte: all’esterno mostrava ancora lo stile dell’epoca, invece all’interno – nelle poche stanze in affitto – l’ammodernamento era evidente. I lavori nella parte più caratteristica dell’edificio erano fermi da tempo. Dario aveva camminato a lungo nel parco del giardino, ammirando la villa dall’esterno, immaginandosi la vita in quel luogo nel Settecento. Ma, una volta all’interno, niente ispirazione.</p>
<p>E, la seconda notte, l’incubo.</p>
<p><em>Dario cammina in un salone d’epoca, forse in quella stessa casa, ma i confini sono indistinti. Gli affreschi incomprensibili, confusi. Arriva all’altro capo del salone e apre la grande porta lignea. Si trova in una piccola stanza, una biblioteca di antichi volumi. C’è una poltrona con lo schienale rivolto verso di lui. Qualcuno è seduto sulla poltrona. Dario si ferma, teme di essere entrato dove non dovrebbe. La persona si alza dalla poltrona e si volta.</em></p>
<p><em>È un uomo di una sessantina d’anni, con parrucca bianca e abito decisamente settecentesco. Ha un libro in mano. Sorride a Dario e gli dà il benvenuto. Si presenta come </em>Guidubaldo Pallavicino<em>, o qualcosa di simile. Scrittore veneto. Dario si presenta a sua volta come scrittore. Guidubaldo pare rallegrarsene. Dario rivela di avere il blocco dello scrittore. Guidubaldo si rallegra ancora di più, e si offre di aiutarlo.</em></p>
<p><em>“Sono un fantasma”, rivela, e solo in quel momento Dario si accorge che il corpo dell’uomo è traslucido. “Potrei entrare in te e scrivere al tuo posto. Son pieno di idee! Son morto da centinaia d’anni e in tutto questo tempo non ho avuto altro da fare che pensare a trame di opere!”</em></p>
<p><em>Dario non crede ai fantasmi, ma quella scena appare fin troppo reale.</em></p>
<p><em>“Vorresti… possedermi?”, chiede, impaurito.</em></p>
<p><em>“Non è così terribile come sembra. È una cosetta momentanea.”</em></p>
<p><em>Il fantasma avanza verso di lui. Dario indietreggia.</em></p>
<p><em>“No, no. Non ti avvicinare!”</em></p>
<p><em>“Davvero, non sarà pericoloso&#8230;”</em></p>
<p><em>Il fantasma vorrebbe sembrare rassicurante, ma non lo è affatto.</em></p>
<p><em>“No! No! Vattene!”</em></p>
<p><em>Dario si gira per tornare di corsa nel salone, terrorizzato.</em></p>
<p><em>La porta è sparita.</em></p>
<p><em>“Mi spiace, Dario, ma non ho altra scelta.”</em></p>
<p><em>Il fantasma gli si lancia contro, affondando nel suo corpo.</em></p>
<p><em>Dario urla di terrore e…</em></p>
<p>…spalancò gli occhi con un gemito, poi un sospiro di sollievo. Si trovava nel suo letto. Era stato solo un incubo.</p>
<p>Placò i battiti del cuore. Era ormai mattina, tanto valeva uscire dal letto. Si alzò nella pallida luce che filtrava dalle tende. Ci mancava anche l’incubo…</p>
<p><em>“Buongiorno!”</em></p>
<p>Quel saluto improvviso lo spaventò.</p>
<p>Era solo in casa. Da dove proveniva quella voce?</p>
<p>“Chi è? Chi parla?”</p>
<p>La risposta terrorizzò Dario ancora di più:</p>
<p><em>“Sono Guidubaldo Pallavicino.”</em></p>
<p>La voce era dentro la sua testa.</p>
<p><em>Posseduto da un fantasma!</em></p>
<p>Dario fu preso dall’angoscia nello scoprire di avere un ectoplasma dentro di sé; ad essa seguirono vari minuti di puro spavento nei quali il povero scrittore colloquiò con quella voce interiore, diviso tra il terrore di essere impazzito e il panico di essere davvero posseduto.</p>
<p>La voce interiore, dal canto suo, fece del suo meglio per rassicurare l’uomo delle sue buone intenzioni, dell’assoluta provvisorietà di quella possessione, del fatto che gran parte delle storie sui fantasmi sono false, e così via.</p>
<p>Dario, per tutta risposta, cercò più volte di scappare dalla casa. Ma ogni volta i suoi occhi si chiudevano di colpo, e si risvegliava seduto su una sedia. Il fantasma riusciva a prendere possesso del suo corpo quanto bastava per non farlo fuggire.</p>
<p>Alla fine, per sfinimento, l’uomo gridò:</p>
<p>“Ma insomma, cosa vuoi da me?”</p>
<p>La voce, con accento chiaramente veneto, rispose:</p>
<p><em>“Ostrega!, te l’ho detto stanotte: farti scrivere un capolavoro.”</em></p>
<p>Scendere a patti con un fantasma poteva essere il male minore… se l’alternativa era la pazzia. Quindi Dario attese che il terrore lo abbandonasse, e provò a intavolare una trattativa.</p>
<p>“Ma… perché?”</p>
<p><em>“Sono uno scrittore, ostrega! Son centinaia d’anni dacché son morto che fremo per poter scrivere delle opere, ma non ne ho mai avuto l’occasione”</em>. La voce interiore sembrava quasi implorante. <em>“In questa casa son vissute decine di persone, ma manco uno scrittore. Così, quando ho capito dal tuo sogno che </em>te xe<em> uno scrittore in crisi, ho pensato: è giunto il mio momento. Posso aiutarti!”</em></p>
<p>“E come?”</p>
<p><em>“Semplice. Prendo possesso del tuo corpo e scrivo io al posto tuo!”</em></p>
<p>Non fu per nulla facile convincere Dario, ma dopo una serie di rassicurazioni (il fantasma non avrebbe preteso la paternità dell’opera; si sarebbe accontentato di una semplice dedica “a Guidubaldo Pallavicino”; la possessione era assolutamente innocua; una volta terminato il lavoro l’avrebbe lasciato libero) egli accettò di sottoporsi al tentativo. In pratica il fantasma sarebbe diventato, letteralmente, il suo <em>ghostwriter</em>.</p>
<p>“Cosa devo fare?”</p>
<p><em>“Siediti, serra gli </em>oci<em>, e al resto penso tutto io. Quando te li farò riaprire sarai sbalordito!”</em></p>
<p>“Ma se chiudo gli occhi, come puoi guidare il mio corpo?”</p>
<p><em>“Non me servono i tuoi oci per vedere. Li devi tenere chiusi per non intralciarmi mentre lavoro.”</em></p>
<p>“Non è che poi mi mandi a sbattere da qualche parte? Io non mi fido.”</p>
<p><em>“Oh, Dario, tì te xe propri un mona! I mona sii riconosse dal fatto che i dovarìa tasèr coi parla e che i dovarìa parlar coi tase.</em><span style="color: #ffff00;"><strong> (1) </strong></span><em>Sta’ bono e serra gli oci!”</em></p>
<p>Dario, molto dubbioso, obbedì.</p>
<p>Non provò alcuna sensazione dello scorrere del tempo. Quando il fantasma gli fece riaprire gli occhi poteva essere passato un minuto come mezza giornata.</p>
<p>“Ebbene?”, chiese. La situazione attorno a lui sembrava invariata. “Finito?”</p>
<p><em>“No, non ho nemmeno iniziato”</em>, rispose l’altro, con un leggero imbarazzo, <em>“Non trovo carta, penna e calamaio. Dove li hai cacciati?”</em></p>
<p>“Carta, penna e… Ma il calamaio non si usa più da decenni!”</p>
<p><em>“E dove intingi la penna?”</em></p>
<p>“Ma la penna non si intinge!”</p>
<p>Dario sospettò che il fantasma fosse rimasto isolato in quella casa un po’ troppo a lungo.</p>
<p>“Scusa, ma i precedenti abitanti di questa villa non scrivevano mai niente?”</p>
<p><em>“Da più di cinquant’anni qui non ghe vive nessuno. È stata ristrutturata da poco. Prima g’ha vissuto per oltre quarant’anni una vedova analfabeta”.</em></p>
<p>“E non sei mai uscito?”</p>
<p><em>“Sono un fantasma, </em>insemenìo<em>! Son legato a star qua. Allora, g’avemo ‘sta carta e penna?”</em></p>
<p>Dario sospirò, e si sedette al portatile poggiato sul tavolo. La situazione non si prospettava semplice.</p>
<p>“Ormai non si usano più carta e penna per scrivere. Adesso c’è questo.”</p>
<p>Aprì il computer e lo accese. Lo schermo s’illuminò.</p>
<p><em>“Ostrega!”</em>, esclamò il fantasma, sorpreso. Il corpo di Dario, contro la sua volontà, si ritrasse di colpo all’indietro. <em>“Cosa xè questo libro infuocato?”</em></p>
<p>“Si chiama computer. Forza, possiedimi e usalo.”</p>
<p>Chiuse gli occhi.</p>
<p>Li riaprì. Situazione invariata. Anche stavolta erano trascorsi solo pochi secondi.</p>
<p><em>“Non funziona così, Dario”,</em> lo rimproverò il fantasma, <em>“Io non prendo possesso della tua mente, ma solo del tuo corpo. Se devo usar il </em>libro de fogo<em> me g’hai da spiegar come se fa.”</em></p>
<p>Spiegare l’uso della videoscrittura a uno scrittore del Settecento? Dario non era riuscito nemmeno a spiegarlo a sua madre…</p>
<p>Aprì una pagina bianca sullo schermo.</p>
<p>“Immagina che questo sia un foglio di carta. Qui sotto ci sono dei tasti con le lettere dell’alfabeto. Se spingi un tasto, la lettera compare sul foglio. Così, vedi?”</p>
<p>Premette la A, e comparve sullo schermo.</p>
<p><em>“Xè miracoloso!”</em>, si sbalordì il fantasma, e costrinse il corpo di Dario a farsi un rapido segno di croce.</p>
<p>Dario gli mostrò l’uso dei tasti per gli spazi, la punteggiatura e per andare a capo. Non azzardò oltre.</p>
<p>“Adesso fai una prova tu.”</p>
<p>Chiuse gli occhi.</p>
<p>Li riaprì. La pagina era ancora bianca.</p>
<p>“Cosa succede?”</p>
<p><em>“Le lettere sui tasti… son tutte in disordine! Guarda qua: Q, W, E, R, T, Y… Come se fa a trovar la lettera bona, senza l’ordine alfabetico? Ciò!, a cercar una lettera alla volta, qui si fa notte.”</em></p>
<p>Sullo schermo comparivano solo poche lettere, alcune ripetute di fila per una decina di volte, segno che il fantasma aveva avuto il dito pesante sul tasto.</p>
<p><em>“Mi g’ho bisogno de carta e penna, non del tuo </em>libro de fogo<em>.”</em></p>
<p>Dario non tentò nemmeno di ribattere. Nella valigia aveva infilato cinque o sei fogli bianchi, in caso di appunti, e anche una biro. Li mise sul tavolo. Guidubaldo si mostrò dubbioso.</p>
<p><em>“E il calamaio?”</em></p>
<p>“Non serve. L’inchiostro è dentro la penna.”</p>
<p><em>“E la carta assorbente per asciugare l’inchiostro?”</em></p>
<p>“Non serve. Questo inchiostro si asciuga subito. Sei pronto?”</p>
<p><em>“Mettiti a sedere, si comincia sul serio.”</em></p>
<p>Dario si sedette e chiuse gli occhi.</p>
<p>Li riaprì. Si aspettava ancora una pagina bianca, invece si ritrovò i fogli tutti vergati da una calligrafia larga, antiquata, piena di ricciolini e particolarmente arzigogolata. All’esterno la luce del sole era più vivida: doveva essere quasi mezzogiorno.</p>
<p><em>“Ho finito i fogli.”</em> spiegò il fantasma.</p>
<p>“Non ne ho altri. Posso… uscire dalla casa per comprarli?”</p>
<p>“<em>Ciò, io devo restar qua, ma tu vai pure. Non puoi tentare la fuga, g’avemo un contratto spiritico! Tornerai, e io rientrerò.”</em></p>
<p>Dario raccolse il primo foglio e lesse le frasi.</p>
<p>O meglio, provò a leggerle. Le lettere maiuscole sfoggiavano cartigli svolazzanti ovunque, e le minuscole… le S sembravano F, le A non si distinguevano dalle O e dalle U, le M dalle N, le righe erano schiacciate l’una sull’altra, la punteggiatura quasi del tutto assente.</p>
<p>“Ma non si capisce niente!”</p>
<p><em>“La tua penna xe scarsa”</em>, rispose Guidubaldo, sprezzante, <em>“Troppo corta, poco maneggevole. Ci voleva una vera penna d’oca e l’inchiostro.”</em></p>
<p>Dario s’impegnò a decifrare l’apparente titolo dell’opera.</p>
<p>“Vediamo… <em>‘La gran vittoria del servetto Pantalotti contra il dottor Scatolone e monsignor Turibolo, ossia ragionamenti fantastici posti in forma di dialoghi rappresentativi, composti dall’illustrissimo sior scrittore Dario…’</em>. Ma che roba è?”</p>
<p><em>“Il titolo, ciò. Cos’altro dovrebbe essere, in capo al foglio?”</em></p>
<p>“Ma non puoi scrivere un titolo così!”</p>
<p><em>“E come vorresti scriverlo, di grazia?”</em></p>
<p>“Al giorno d’oggi non si usano più questi lunghi titoli ampollosi. I titoli devono essere brevi, fatti per colpire l’immaginazione del lettore. È sufficiente intitolarlo ‘La gran vittoria’.”</p>
<p><em>“Oh, bella! E come si capisce di chi è la vittoria?”</em></p>
<p>“Si scrive nella presentazione del romanzo sul retro del libro rilegato. Ma poi… che razza di storia vuoi raccontare? Pantalotti? Scatolone?”</p>
<p><em>“Oh, Dario, ma non devi andare a comprare i fogli? Su, prendi i sghei e va’ a reméngo.”</em></p>
<p>Il corpo di Dario si trovò indirizzato a viva forza verso la porta.</p>
<p>Gli fu sufficiente uscire dal cancello per non sentire più la voce interna del fantasma. Dario provò a chiamarlo un paio di volte, ma niente. Meditò se prendere l’auto, fuggire da lì e non tornare mai più: ma gli premeva il portatile. Sarebbe tornato, suo malgrado.</p>
<p>Prima di recarsi in cartoleria, però, fece una rapida ricerca col cellulare su “Guidubaldo Pallavicino”. Solo Wikipedia gli mostrò un riferimento: “Guidubaldo Pallavicino, detto <em>L’Incompiuto</em>, (1711-1770), scrittore”. A quanto pareva, il tipo era esistito davvero! La voce riportava poche righe: Pallavicino in tutta la vita aveva prodotto solo un paio di dimenticati libretti per il teatro (<em>“Sigismondo, ossia il postiglione burlato”</em> e <em>“L’ingenuo Federigo, dramma per musica di un solo personaggio”</em>). Poi, invidioso del successo del commediografo Carlo Goldoni, si era lanciato a scrivere numerose altre opere di teatro, senza mai terminarne nessuna. Da qui il nomignolo <em>“L’Incompiuto”</em> che l’aveva accompagnato fino alla morte.</p>
<p><em>L’Incompiuto</em>, sospirò Dario, avviando l’auto, <em>Sono posseduto da un fantasma incapace di finire quello che inizia!</em></p>
<p>Appena rientrato in casa avvertì la presenza del fantasma dentro di sé. Poggiò la risma sul tavolo e mise subito le cose in chiaro.</p>
<p>“Guidubaldo, prima di continuare voglio che tu mi dica cos’hai intenzione di scrivere su questi fogli. Fammi un riassunto della trama.”</p>
<p><em>“Molto ben. Senti che roba! Xe la storia de un servetto che, per poter magnar a volontà, va al servizio di un dottore e un monsignore, </em>sensa<em> che l’uno sappia dell’altro. È una commedia che…”</em></p>
<p>“Che ho già sentito.” l’interruppe, brusco “<em>Arlecchino servitore di due padroni</em>, di Carlo Goldoni. Trovane un’altra.”</p>
<p><em>“Ostrega,”</em>, borbottò il fantasma, con disappunto, <em>“Beh, no xe problema. G’ho un’altra storia: una bella locandiera viene corteggiata dai suoi clienti, un marchese, un conte e un mercante…”</em></p>
<p>“Sempre Goldoni.”</p>
<p><em>“Ciò!”</em>, esclamò, irritato <em>“No xe possibile che il ciarpame di quello scribacchino sia ancora noto dopo tutti questi anni! Quel teatrante!”</em></p>
<p>“Dimostrami di saper scrivere qualcosa di nuovo. Non voglio accuse di plagio.”</p>
<p><em>“Non xe plagio, semmai rielaborazione. Anche quel massone di Goldoni ha copiato altre opere. Ghe n’era una francese su un avaro che…”</em></p>
<p>“Sforzati di più.”</p>
<p><em>“Ben ben”</em>, si calmò, <em>“Lassamo star il Goldoni. Senti questa, come xe drammatica: una coppia di poveri morosi se vogliono sposar, ma un signorotto s’invaghisce della bella sposina e vuol impedir il matrimo…”</em></p>
<p>“Come no! Ritenta.”</p>
<p><em>“Uff. Allora… gh’è un marinaio il quale naufraga tutto solo su un’isoletta deserta, e g’ha da rimaner vivo finché…”</em></p>
<p>“Già fatto.”</p>
<p><em>“Una storia di magia: un gruppo di gnomi g’ha un anello fatato che dev’essere distrutto in un vulcano prima che…”</em></p>
<p>“Già fatto.”</p>
<p><em>“Un burattino di legno…”</em></p>
<p>“Fatto!”</p>
<p><em>“Ostregheta, ma cos’è? Han già scritto tutto quel che si può scrivere?”</em></p>
<p>Molti tentativi dopo, fu chiaro che la fantasia di Guidubaldo non era così fervida… oppure le sue idee erano già state sfruttate a fondo negli ultimi tre secoli. La voce interna del fantasma era sempre più depressa, e anche Dario non vedeva vie d’uscita.</p>
<p>“Potresti lasciar perdere tutto, e uscire dal mio corpo”, buttò lì.</p>
<p><em>“Non posso, g’avemo fatto un patto. Prima dobbiamo finire l’opera. È la regola dei patti spiritici.”</em></p>
<p>“Finire l’opera…”, sbuffò Dario, ormai insofferente “Mica facile, con <em>l’Incompiuto.</em>”</p>
<p>Citare il soprannome fu un errore. D’improvviso Dario si sentì paralizzare arti e viso, e nella testa gli rimbombò una voce ringhiosa:</p>
<p><em>“Chi ti ha parlato dell’Incompiuto??”</em></p>
<p>Muovendo a fatica le labbra, Dario rispose intimorito:</p>
<p>“Il… il <em>libro di fuoco</em>… Lascia che ti mostri…”</p>
<p>La paralisi si allentò, e Dario si trascinò al computer. Navigò su internet fino a trovare la scarna voce di Wikipedia su Guidubaldo. Poche righe, e nemmeno un’immagine.</p>
<p>“Questa è… una specie di enciclopedia. Parla anche di te.”</p>
<p>Lo sentì borbottare dentro di sé mentre leggeva lo schermo.</p>
<p><em>“L’Incompiuto… il postiglione… Federigo… Ciò!, ho passato la mia vita a scrivere, e questo xe tutto quel che si dice di me? Un insulto e due operette minori?”</em></p>
<p>“Mi spiace”, Dario fece per spegnere il computer, ma il fantasma bloccò il suo braccio.</p>
<p><em>“Fermo. Il tuo </em>libro de fogo<em> parla anche di… quello scribacchino di Goldoni?”</em></p>
<p>Il cuore di Dario mancò un colpo. Avrebbe voluto mentire, ma non riuscì.</p>
<p>“Sì… c’è… una pagina.”</p>
<p><em>“Voglio vederla.”</em></p>
<p>“Non so… se ti conviene.”</p>
<p><em>“Voglio vederla.”</em></p>
<p>“D’accordo.”</p>
<p>La pagina di Wikipedia su Carlo Goldoni aveva una profusione di disegni, figure, foto di statue dell’autore, e non finiva più di scorrere. C’erano pure i link alle pagine specifiche dedicate a ciascuna delle sue opere. Il fantasma ringhiò dall’inizio alla fine. Poi sbottò:</p>
<p><em>“Ciò! Di quell’imbrattacarte hanno citato anche i temi di scuola… E di me, invece…”</em></p>
<p>Dario non sapeva come saltarci fuori: in quello stato d’animo, il fantasma avrebbe potuto compiere qualsiasi gesto insano col suo corpo, e lui rischiava di patirne le drammatiche conseguenze. Doveva assolutamente impedirgli di piombare nello sconforto.</p>
<p>“Non ti abbattere, dai”, improvvisò, “Ecco, io non ho mai letto le tue due opere, ma non credo fossero davvero ‘operette minori’, come dici tu.”</p>
<p><em>“Invece lo sono”</em>, mormorò scoraggiato il fantasma, <em>“Erano i miei primi lavori. Ho sbagliato a pubblicarle subito. Tutti le hanno criticate, così non g’ho mai avuto il coraggio di dare alle stampe le mie opere successive.”</em></p>
<p>“Quelle che non hai mai terminato?”</p>
<p>Guidubaldo rimase muto per un paio di secondi.</p>
<p><em>“In verità le ho terminate… e xerano molto migliori di quelle,” </em>ammise<em> “Ma non me la son sentita di affrontar la critica. Così… g’ho raccontato che non le aveo ancora finite. E me le son tenute per me.”</em></p>
<p>A Dario parve di sentire un mezzo singhiozzo. Tentò di uscire dall’impasse con l’adulazione.</p>
<p>“Capisco. Eh, sono certo che fossero davvero buone: tu mi sembri uno scrittore in gamba. È davvero un peccato che nessuno abbia potuto vederle stampate. Di certo però i tuoi figli avranno apprezzato i manoscritti.”</p>
<p><em>“Non ho avuto figli.”</em></p>
<p>“Allora tua moglie… i parenti…”</p>
<p><em>“Tutti analfabeti.”</em></p>
<p>E dai, no! Dario si rassegnò. Per tirare su di morale il fantasma ormai non vedeva altra soluzione: fargli scrivere qualcosa di nuovo, qualsiasi cosa fosse. Senza pensare al titolo assurdo o al contenuto trito e ritrito.</p>
<p>“D’accordo, Guidubaldo”, capitolò, “Poiché ormai le tue opere si sono perdute nel tempo, ti lascerò scrivere quello che…”</p>
<p><em>“Ah, ma non son mica perdute.”</em></p>
<p>“Come dici?”, Dario fu colto di sorpresa.</p>
<p><em>“Si trovano in una cassa, nella parte ancora diroccata di questa villa. Tutte quante. Ostrega, Dario, io son mica qui a tener su le mura, son qui a far la guardia alle mie opere!”</em></p>
<p>La cassa era ficcata in uno sgabuzzino, nell’angolo più isolato del solaio. Nei secoli vi era stata ammucchiata ogni sorta di cianfrusaglia, e con tutta evidenza nessuno aveva mai pensato di ripulirlo. Guidubaldo gli rivelò dove trovare la chiave della cassa, e Dario avanzò tra il ciarpame. Spostò tutto il materiale accumulato sul coperchio e fece scattare a fatica la serratura arrugginita.</p>
<p>La cassa traboccava di antichi manoscritti, tutti vergati con la grafia barocca e quasi illeggibile di Guidubaldo Pallavicino, <em>l’Incompiuto</em>. Dario ne sollevò uno, con estrema cautela.</p>
<p>“Incredibili. Mi fanno venire un’idea.”</p>
<p>Dario si accordò col fantasma, prese con sé un manoscritto, saltò in auto e rientrò alla villa dopo tre ore.</p>
<p><em>“Ebben? G’avemo buone nuove?”</em></p>
<p>“Buonissime!”, assicurò, con uno smagliante sorriso. “Ho parlato col direttore del museo: ha confrontato il manoscritto con quelli delle tue due opere, e ne ha confermato l’autenticità!”</p>
<p><em>“Vorrei ben vedere!”</em></p>
<p>“Gli ho detto di averne trovati molti altri. Adesso devo solo fare un’offerta al padrone della villa per acquistare la cassa. Poi potrò portare i libri al museo.”</p>
<p><em>“Te li pagherà molti sghei?”</em></p>
<p>“In verità no: una cifra poco più che simbolica”, ammise Dario, “Senza offesa, ma purtroppo non sei Goldoni… per ora. Però il museo si è comunque dimostrato interessato a organizzare una mostra retrospettiva sulle tue opere ritrovate!”</p>
<p><em>“Cosa sarebbe una mostra retrospettiva?”</em></p>
<p>“Un’esposizione delle tue opere, con commenti e note di critica, e un inquadramento storico. Questa è la parte importante: la storia. Vedi, su di te e sulla tua vita si sa poco più di quello che c’è scritto su Wikipedia. Non è sufficiente per la mostra.”</p>
<p>Dario poggiò il manoscritto sul tavolo e avvicinò il computer.</p>
<p>“In una vera mostra c’è sempre un catalogo con le immagini delle opere e la vita dell’autore. Bene, io mi sono presentato al direttore come studioso esperto della vita di Guidubaldo Pallavicino!”</p>
<p><em>“Ma tu non sai niente di me!”</em></p>
<p>“No, ma mi sono comunque offerto di scrivere il testo del catalogo, raccontando la tua vita e le tue opere.”</p>
<p>Accese il programma di scrittura.</p>
<p><em>“E quindi?”</em></p>
<p>“E quindi, caro Guidubaldo, malgrado tutto riusciremo a portare a termine un’opera: la tua biografia. Anzi, in verità un’auto-biografia: tu detti e io scrivo. Forza, mio <em>scrittore fantasma</em>, non perdiamo altro tempo: quando e dove sei nato?”</p>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><span style="color: #ffff00;"><strong>(1)</strong></span> Dario, sei proprio uno stupido! Gli stupidi si riconoscono dal fatto che parlano quando dovrebbero tacere e tacciono quando dovrebbero parlare</p>
</div>
</div>
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