TRUE CRIME & COVERS NOIR

True Crime Detective Magazine 1924-1969 è il titolo dell’ennesimo magnifico volume della Taschen curato da Eric Godland ed editato da Dian Hanson. Un librone pieno zeppo di illustrazioni d’annata e saggi sul fenomeno delle riviste di crimine nate negli USA sul finire del XIX e l’inizio del XX secolo. Fenomenologia di una forma culturale che è sopravvissuta fino ad oggi – se vogliamo rimanere in un ambito casalingo basti pensare alle nostrane rivistacce tipo Cronaca nera/vera eccetera, tutt’ora nelle patrie edicole.

Il modello originale a sua volta riproponeva, nell’epoca d’oro della stampa seriale, quello che erano stati, per noi europei, gli specchi della paura di cui abbiamo già parlato altrove. True crime dunque come grembi maturi per la nascita delle novelle poliziesche, hard boiled e, infine, noir.

Sesso, violenza, devianze sessuali assortite, donne che fumano (chiaro indice di vizio, di sin), nuovi crimini urbani, nuove droghe, il tutto speziato per un pubblico di illetterati che imparava a leggere per la prima volta, attirato dai colori sgargianti (già technicolor hitchcockiani, già finestre sul cortile e donne che vissero 2 volte).

La prima rivista fu la National Police Gazette, al servizio, di facciata, della pubblica moralità. Le storie, i racconti, le illustrazioni servivano da specchi ammonitrici per il cittadino probo, retto, illuso di vivere nel migliore dei mondi possibili. Poi arrivarono a cascata tutte le altre pubblicazioni. Dal 1924 al 1969, l’epoca d’oro appunto. Front page detective. Real detective. Famous Police. Women in crime. Police record detective. Detective cases. Uncensored detective. Official detective stories. Smash detective. Scoop detective. Detective world. Exclusive detective. Daring detective. Questi i nomi pittoreschi. Questo l’universo impregnato di lussuria, bondage su pin pop up.

Si era partiti da Edgar Poe e dal suo Mary Roget, poi c’era stato Dickens con la Bleak House a tracciare la strada. Conan Doyle l’aveva percorsa fino in fondo e le Nick Carter story le avevano serializzate per la massa. Alle meravigliose pitture di donnine, ancora castigate e terrorizzate, magari armate di pistola solo per difendersi da ombre espressioniste proiettate lungo luridi muri di periferia, erano subentrate altre minacce, minacce degne rappresentanti della Great Depression degli anni ’30. Nuove sin stars come John Dillinger, Al Capone, Bonnie Parker & Clyde Barrow, Machine Gun Kelly, Babyface Nelson. Nuovi criminali, più aggressivi, anarchici e irriducibili alla società che lavora, alla morale comune. Nemici pubblici capaci di far inorridire, ma, anche, soprattutto, affascinare il pubblico femminile.

Le riviste presentavano articoli di cronaca opportunamente ingigantiti, racconti, foto piccanti di corpi femminili in preda all’isteria del perverso. Comunità di nudiste nei boschi minacciavano l’ordine costituito, la marijuana era una sex sigarette che corrompeva le minorenni delle scuole superiori, trasformandole in puttane o pupe da ghetto. Un populismo sublime ammantava quelle pagine e vedeva orrori quotidiani ovunque. La droga era una grande protagonista. Seguivano le profanazioni nei cimiteri, le prime sette californiane, accolite di pervertiti che, con la scusa di qualche divinità dimenticata, si divertivano a scoparsi le teen. A complicare le cose arrivarono i banchieri, i grandi corrotti, le tresche politiche. E, dal 1947, ecco il noir, signori.

Nel 1947 arriva la black dalia, un fantoccio umano dal sex appeal inorganico, mutilato, sporcato da una violenza senza nome, senza ragione, così come quella coeva del nazismo, della seconda World War, dei campi di concentramento nazi. Ormai il mondo è maturo per comprendere la banalità del male, la sua invadenza, la sua latenza obliqua. Il noir colora le daughter of satan, le slaves, le orgies by appointment. Tutto scivola nel rosso, nel sesso sempre più pronunciato sulle copertine, arrivano le mutilazioni sui corpi, gli psicopatici alla Peeping Tom. All’interno le foto riproducono, con modelle professioniste, le scene dei crimini, e i poliziotti fanno a gara per collaborare alle riviste, in qualità di esperti, un poco come il generale Garofano su Quarto grado.

I grandi scrittori della scuola hard boiled troveranno in queste pagine le prime pubblicazioni. Parlo di giganti come Erle Stanley Gardner, Dashiell Hammett, Ellery Queen e Jim Thompson, che cooptò pure la sorella e la moglie come modelle per foto di finti delitti. Anche le allusioni divengono sempre più marcate. Pistole sventolate davanti alle bocche spalancate delle modelle e, alcune, quelle più perverse, che se le infilavano in bocca,  mimando quel che già sapete.

Ehi, è il crimine bellezza! E’ il nero della vita. Che si porti un pigiama a righe, un completo da duemila dollari, o un baby doll da urlo, ehi, siamo tutti nel giro del vizio. Ciascuno, a modo suo, ha qualcosa da nascondere, qualcosa per cui ucciderebbe, infrangerebbe le leggi scritte dagli uomini su mandato di God. I detective dei magazine, in realtà, avevano lasciato da tempo spazio ai poliziotti in uniforme, agli esperti dell’FBI, ai G-man, ai super agenti segreti. Ma ai festini off-hollywood si continuava a spacciare e adesso le tipine coi golfini o i seni a balconcino erano loro a corrompere i figli della buona borghesia che lavora (e lavora in attesa dei tempi delle multinazionali globalizzate). Le donne, non si accontentano più delle sigarette o dei poster in cameretta dei super criminali alla Dillinger. Ora esibiscono tacchi vertiginosi, gonnellini minuscoli, baschi in testa e bottiglie semi vuote da accostare alle labbra di fuoco. Sono importunate da agenti con taccuino, o si riaggiustano le vesti su una brandina lurida in qualche bettola accanto al primo venuto. Altre, coi nuovissimi giubboni di cuoio, sono alla sbarra, per il riconoscimento in qualche centrale di polizia.

Alle pitture dei primi anni si affiancano copertine fotografiche. Altri technicolor, segmenti per film mai girati su cui, certe volte, figurano inesperti attori (Steve McQueen per esempio). Di certo l’emancipazione femminile è quasi compiuta. Con buona pace dei benpensanti. Bad girl, gang, prostituzione per i ’60. Kennedy sta per farsi saltare la faccia & la summer of love sta per essere invasa di black panthers e Charlie Manson in sedicesimo.

Le inside magazine si adeguano con nuove copertine in trip di colori e nuovi nemici (magari semplici pilloline per l’aborto). Tranquilli. L’ordine trionferà ancora. La polizia metterà le magagne sotto il tappeto ancora una volta, in attesa che il mondo scoppi di nuovo.

Ok. E noi?

In Italy? Mentre la DC comandava?

Noi abbiamo avuto i nostri true crime con le copertine dei Gialli Garzanti (le tre scimmiette) e soprattutto, con le sovracoperte fotografiche dei Gialli proibiti Longanesi.

Già, i Gialli proibiti Longanesi. Li conoscevate? Se frequentate i mercatini delle pulci, sì.  Perché tutta la tirata di cui sopra era per arrivare (pretestuosamente) qui (che poi sempre e comunque è un modo per girare attorno alla boa del noir).

Ogni romanzo una morsa. C’era scritto su ogni volume.

I Gialli proibiti sono ormai diventati i preferiti di chi cerca non soltanto il romanzo appassionante, che si legge tutto d’un fiato sino all’ultima pagina, ma che possiede anche un valore drammatico e letterario duraturo. In una parola, i Gialli proibiti sono diventati i vostri gialli. La testa del gatto nero, contrassegno delle loro sovracoperte, vi è ormai nota come sigillo di garanzia. Garanzia della più alta qualità dei testi e delle traduzioni e di pregi che invano cerchereste in collezioni tanto divulgate come questa. Il vostro Giallo proibito non è un opuscolo, non è un fascicolo o un libretto; è un volume degno di figurare nella vostra biblioteca perché non si può “buttar via”, perché si può rileggere e perché è il meglio che l’industria italiana può offrirvi. La carta è ad alto contenuto di cellulosa, gli inchiostri, ad assorbimento rapido, non sporcano, non macchiano, non riflettono dannosamente la luce. Il vostro Giallo proibito è composto in “Baskerville”, un carattere moderno, che riunisce perfettamente le doti di robustezza ed eleganza. Anche se il volume supera il numero medio di pagine, il carattere è sempre fuso su dodici punti. Questo corpo, assieme con la sfumatura avoriata della carta, con l’abbondanza della marginatura della pagina, consente all’occhio più affaticato un’agevole lettura sotto qualsiasi tipo di luce. Il Giallo proibito, anche quando raggiunge le tirature più avanzate, non viene mai stampato su macchine rotative, ma nelle macchine piane più moderne, per garantire alta nitidezza alla impressione dei caratteri. Cucito a pieni punti di filo cotone, esso è rilegato in materiale Linson, ad alta resistenza, composto di lunghe fibre di corda Manilla, tinte in pasta. Il dorso della copertina viene arrotondato su macchina a due morsi, ha la centina regolare, un rinforzo duplice di garza fissato da collanti elastici. Esso è munito di eleganti capitelli giallo indelebile. La sovracoperta, riprodotta da “ektachromes” eseguite da fotografi specializzati, dopo la stampa dei colori (mai meno di quattro) viene laminata con un alto spessore di pellicola trasparente, resistente al calore, agli acidi, non infiammabile e lavabile.

Oggi quale casa editrice spenderebbe tante parole per spiegarci come sono rilegati i libri? In quarta di copertina.

Quella era un’industria che (poteva) funzionava.

Longanesi & C ogni 5 del mese, a 500 lire per volume.

E c’è da credere a simili spiegazioni tecniche.

Oggi, un qualunque libro (anche di editori blasonati) è assemblato col culo. Tempo una lettura, un paio di anni e un trasloco e lo puoi buttare o ricomprare.

Quei volumi Longanesi del gatto nero sono indistruttibili. Io ne ho acciuffato un centinaio dentro uno scatolone al mercatino delle pulci. Vi parlo di libri di cinquanta anni fa. Letti, usati da mani ignote, alcune volte persino annotati, con delicatezza a matita, eppure perfetti, appena adombrati da fioriture gialle di muffa. Le copertine poi, quei colori da technicolor anni ’50, quasi tanti fotogramma strappati a un film noir mai fatto, mai girato, eppure presente, fisicamente vivissimo e sgargiante. Le copertine infatti, e la fattura di altissimo artigianato librario, erano/sono il pezzo forte per comprare quei romanzi, pulp letterari di derivazione americana/inglese di media fattura. Intendiamoci, letture noir, poliziesche o hard boiled piacevoli, certune volte impreziosite dalla presenza di autori con la “A” maiuscola come John D. McDonald (da non confondere col mediocre John R. McDonald) o Frederick Brown, che, nei Longanesi, vede uscire in italiano il capolavoro La statua che urla, dal quale Argento copierà i suoi primi tre film senza pagare un soldino.

Ma torniamo brevemente alle immagini.

Ai fotogrammi ektachromes di noir ad alto tasso di sadismo ed erotismo. Gialli proibiti, appunto.

Gialli noir.

I soggetti erano sempre, al cento per cento, femminili.

Solo donne a riempire la scena, le sovracoperte, donne sole in pose languide e sensuali, truccate pesantemente, con gli occhi bistrati da dark ladies, le bocche rosso fuoco e le forme straripanti. Aggiungeteci anche gambe chilometriche e vestitini ridottissimi. Per l’epoca (parliamo dei Cinquanta/Sessanta della nostra editoria) erano immagini fortine. Erotiche proprio. Gli scatti sono sicuramente ascrivibili per intero a fotografi americani, con modelle americane o straniere (e in molti casi, se non in tutti, ripresi dalle copertine dei true magazine di cui parla il volume Taschen – la cosa è comprovata dal fatto che alcune copertine che io ho sui Longanesi le ho riviste nelle immagini di repertorio del volume curato da Godtland). La Longanesi insomma, riproduceva e immetteva sul mercato italiano (con la cura di cui sopra) l’equivalente delle true crimes (almeno nelle sovraccoperte) di oltreoceano.

Ma le immagini delle copertine non si limitavano a solleticare per prima la vista. Stuzzicavano nel lettore anche l’immaginazione per quello che poteva essere la storia del romanzo e contribuivano a generare i primi semi di un nuovo universo narrativo, un nuovo genere, con propri luoghi comuni, figure, eccetera.

Magari si vedeva una ninfa uscire da un meraviglioso stagno. La ragazza aveva gli occhi chiusi, sognanti, e si carezzava la pelle, mentre, alle sue spalle, l’increspatura delle onde creava un effetto di movimento estremamente plastico e il titolo ci lasciava nel più assoluto smarrimento, “Per un bel pezzo”. Per un bel pezzo di che? Chi è la ragazza? Cosa ci fa nuda nel lago? Sta per fare una brutta fine? Aspetta qualcuno? Il suo carnefice? O è lei quella cattiva?

Oppure le modelle erano adagiate nude nella sabbia, abbandonate teneramente sulla battigia, come morte, ma con le unghie perfettamente smaltate e le labbra seducenti, invitanti.

Altre volte, le ladies noir si coccolavano tra le coltri rosa di letti sfarzosi, avvolgendosi tra le pieghe carnose delle sottovesti. “Avrai quel che ti spetta” o “La bella notte” potevano essere  i titoli, e potevamo aspettarci di tutto.

Le pin up del noir dei Gialli proibiti mostravano più che potevano (anni Cinquanta lo ricordiamo, DC in piena potenza e la chiesa a processare Pasolini per il solo fatto di esistere) i loro seni monumentali, quasi un trailer per quello che sarebbe venuto dopo. Abbracciate a speroni rocciosi, come ne “La ferita sanguina”.

Oppure semplicemente sfacciate, con le bocche dischiuse, a sussurrare qualcosa al lettore, come ne “E’ il tuo funerale” o “Vieni ad uccidermi”.

In certe copertine, le pose lasciavano quasi supporre una trama porno da Ellroy, da sottobosco delle stelline hollywoodiane che si smarriscono sulle strade perdute o nei retrobottega dei produttori da b-movie. Penso alla ragazza bellissima, che guarda timorosa verso l’obiettivo, de “La via senza ritorno”.

Sempre dal sottobosco del noir più scalcagnato e proibito arriva “La ragazza drogata” con la pin up prona sul letto, in tenuta classica fatta di calze di nylon, giarrettiera e sigaretta (tutti elementi, come abbiamo visto, indici di una certa aberrazione).

Certe copertine invece erano indistinguibili da un catalogo di intimissimo, vedi “Ti ho visto” di John D. McDonald, uno dei maestri del noir americano.

Raramente si intuiva qualcosa dello sfondo in cui erano calate le modelle. In “Le dure delizie” intravediamo una staccionata, della terra brulla e della paglia a contornare le gambe e i piedi, venosissimi, della bellezza di turno.

Uno spaccato da gotico rurale americano, alla Faulkner.

E che dire della strada notturna, perduta, di “Esci adagio” titolo ammonizione ben compreso dalla modella, una biondina che sembra strisciare lungo il muro giallo arancione, aspettandosi il peggio.

Poteva mancare, visto che di pin up parliamo, il bondage?

La legatura?

Ed ecco allora “Fredda come la morte”, dove campeggia una bella col caschettino, novella dalia nera, legata in vestaglia su una sedia. La veste, celestina, e il verde pallido della tappezzeria, quasi si fondono cromaticamente. Lei ci osserva, come fosse colpa nostra che è lì, e nel bagliore dei suoi occhi chiari intravediamo l’abisso vampirico del noir, le vibrazioni di una L.A. lordata di napalm nucleare appena oltre la porta di quella stanza pornografica e gogò.

Stesso tema, stessa minaccia fuori campo, in “Legata, sì”, dove un’altra femme aspetta il martirio esibendo il nylon sublime delle calze e delle scarpette rosse. Appena sopra, cerchez la femme, i nodi strozzano le caviglie ambrate.

E ancora, una segretaria, la ragazza della porta accanto, quella finita per sbaglio nel giro storto, con maglioncino bianco e gonna al ginocchio marroncina, immersa in un big dream nero come l’abisso e le corde che le disegnano i lineamenti pieni del corpo, le insidiano i seni a balconcino in “Il poliziotto è marcio” di W. P. Mc Given… sì, il romanzo da cui Fernando Di Leo, pur con molti cambiamenti, ha tratto il suo omonimo film con Luc Merenda.

Bellezze in costume per la copertina di un altro pezzo da novanta del noir come W. R. Burnett, “Aiuto”, o con le nudità appena nascoste dalla fascietta editoriale Longanesi in “A denti stretti”. Donnafobia. I nostri occhi slittano come mouse morgue.

Ci sentiamo spregevoli e voyeur. Guardoni col fucile a canne mozze tra le gambe. Rara apparizione maschile in “Ancora calda”, dove la ragazza, forse morta, forse svenuta, è abbandonata tra le braccia di un gagà di bianco vestito.

Pose da Marylin in sedicesimo ne “Ho paura di sì”.

Donna di carattere, da dossier porno segreto, è quella accigliata con la sigaretta stretta tra le labbra di “La finestra aperta”.

Un autentico capolavoro, per la posa, i colori e l’atmosfera, la copertina di “Il vizio aspetta”.

Una sedia.

Un non luogo verde, uniforme, indefinito, quasi uno spazio saturo da quadro di Bacon.

In primo piano lei, la dark lady per eccellenza, coi capelli corvini, la piega appena fatta, una vestaglia nera come il peccato, le gambe dischiuse leggermente e una che sfugge alle pieghe del tessuto e si mostra fasciata di nylon e reggicalze.

Il corpo di lei adagiato sulla sedia.

In attesa che tutto si compia.

Una mano lungo la spalliera, con la pistola in pugno.

Una pornostar eroinomane modaiola e morbosa losangelina senza speranza pronta per Forest Lawn?

Cyberlady pruriginosa per la Hollywood Babilonia del big noir?

E se ce l’avesse con noi?

Biascico qualcosa.

Narcotici.

Donne irraggiungibili.

Delitti inspiegabili.

Longanesi & C.

E potremmo continuare all’infinito.

Magari parlandovi di altri volumi putrescenti giunti fino a noi dalle sacche del tempo, come I Narratori Americani del Brivido della Farca, la casa editrice dei Racconti di Dracula.

Stessa formula, stesso formato, stessi autori con altri pseudonimi adatti al genere (americani quindi, da duri).

Romanzacci più sgualciti e tirati via rispetto ai Longanesi (che appunto esibivano nel catalogo prime traduzioni di autori certe volte di altissimo spessore letterario).

Qui siamo nel ghetto della letteratura, in quei territori in cui pochissimi si aggirano.

Le copertine sono disegnate dai copertinisti dei Dracula.

Mario Caria su tutti, Mario Ferrari, Greco.

Gli Scrittori.

Perry Landers.

Rick Harrison.

Joe Vivard.

Mike Chandler.

Gene Nelson.

Edwin Stone.

Rick Donovan

Thomas Wright.

Jack Hunt.

Red Mc Calley.

Come dire, sarCazzo!

Dietro invece c’erano sempre loro.

Giovanni Simonelli.

Renato Carocci (un gigante dei pulp nostrani).

Aldo Crudo.

Mario Pinzauti.

Pino Belli.

Franco Prattico.

Loro, sempre loro.

La squadra dei Dracula al completo.

Qui al servizio di un hard boiled  all’amatriciana.

Fuochi nel ventre.

80 passi dalla morte.

Letti che scottano.

Bionda alla dinamite.

Una notte per la rossa.

Trappola per un duro.

Calze di nylon per la bara.

Pietà per chi resta.

Le vergini del male.

Buio nel cervello.

Qualcosa di grosso.

Eccetera.

Eccetera.

Dissolvenza

in

nero.

Davide Rosso