VAMPIRE PRINCESS MIYU

I vampiri non fanno parte dell’immaginario giapponese, dove ci sono creature analoghe o di altro tipo magiche come gli yoma, gli shimma e le donne volpi, ma in manga e anime ci sono state e ci sono tuttora storie vampiriche, con elementi presi dalla tradizione occidentale e, più o meno, adattate al contesto giapponese.
Una delle storie più riuscite, trasposta in OAV (film per il mercato dell’home video – 4 episodi), manga (ancora in corso di pubblicazione) e serie tv (26 episodi) è quella di Vampire Princess Miyu di Toshiki Hirano e Narumi Kakinouchi, dove ci si distacca abbastanza dai modelli occidentali per reinventare il vampiro in un contesto orientale, lasciando fuori castelli, succhiatori di sangue, fanciulle intrepide in pericolo, cacciatori, crocifissi e tutto quello che fa parte dell’immaginario da Polidori a Stephanie Meyer, passando per Stoker, Buffy, Angel, Le Fanu e i film della Hammer.
In un mondo molto simile a quello odierno ma in una dimensione surreale e fuori dal tempo, la vampira Miyu, accompagnata dal fedele servitore Larva, un ragazzo eternamente giovane, va a caccia degli Shimma, demoni che si sono infiltrati tra gli esseri umani, mettendoli in pericolo dopo essere stati evocati dalle loro paure e aver preso la loro forma. Miyu stessa è nata vampira da una vampira e Larva è lo Shimma che avrebbe dovuto eliminarla, ma che poi si è unito a lei in questa lotta senza fine e senza speranza.
Le opere legate a Miyu si distinguono per il tratto pulito e idealizzante, vicino sia all’estetica del bishojo e bishonen degli shojo manga (ma Miyu non è uno shojo manga!), sia alla pittura popolare giapponese: i due protagonisti ricordano molto, come abbigliamento e movenze, i personaggi dell’arte figurativa classica giapponese e la commistione tra antico e moderno, netta ma mai stridente, è continua.
La vicenda è divisa sul modello della ricerca dell’avversario e del combattimento, in una realtà straniante, con una struttura che ricorda quella dei robot di Go Nagai e degli anime di combattimenti alla Saint Seiya e alla Sailormoon, basata sullo scontro, con trame sotterranee che si svelano man mano. Una fiaba di combattimenti e di eterna ricerca di redenzione, in cui i personaggi, a cominciare dalla protagonista, sono ambigui, mai né buoni del tutto né cattivi, in una linea grigia tra bene e male dove si sono manifestati creature temibili ma alla fine assetate di emozioni umane, amore, tenerezza, odio, attrazione.
I vampiri, visti come stirpe a parte e più vicini alle creature delle leggende giapponesi che alla tradizione occidentale, sono guardiani del tempo, giustizieri senza padrone e con tanta tristezza dentro, che hanno un loro mondo di provenienza, una città gotica sotterranea che compare in uno degli Oav, e che si presentano come creature nuove rispetto all’iconografia dei dannati bevitori di sangue, ripresa pari pari in altri anime e manga come Vampire Hunter D o Vampire Knight, storie non prive di elementi interessanti ma molto vicine al vampiro o mostro da combattere o bello e dannato di cui innamorarsi.

Così Miyu si presenta come un’evoluzione interessante della ragazza dai poteri magici, non più paladina della legge, non più maghetta pasticciona, ma outsider con un passato analogo, sacerdotessa algida della giustizia, senza nessuna pietà, ma senza nessuna possibilità di amare ed essere amata, se non forse dal fedele Larva, anche se il tutto rimane platonico, salvo forse in alcuni dojinshi creati dai fan.

In Italia Vampire Princess Miyu era stato notato dai fan tra le opere inedite alle prime fiere del fumetto di inizio anni Novanta per il bel disegno e la tematica horror non così comune. Il manga è arrivato tra il 1999 e il 2000 per la Play Press: sarebbe auspicabile forse una sua riproposta, perché non è più di facile reperimento, mentre gli Oav e la serie sono disponibili per Yamato Video. Per chi cerca un prodotto d’atmosfera, tra fiaba e paura, raffinato e crudele, Vampire Princess Miyu è senz’altro una storia da scoprire o riscoprire, adulta e interessante, disperata ed avvincente, un’impossibile redenzione, un ordine da ristabilire terribile e forse alla fine inutile, perché in certi momenti il dubbio che gli eroi non siano meglio degli antieroi viene eccome agli spettatori e ai lettori.

30/01/2010, Elena Romanello