XV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: I CLASSIFICATO

LA FINE DELL’ETERNITA’

di Roberto De Filippis

Daeron riprese coscienza. Davanti a lui il campo di battaglia, nella sua disperata desolazione. Steso nel fango, nel sangue e nella polvere, contemplava l’orrore di quella distruzione. Lentamente, provò a rimettersi in piedi, ma le ferite gli facevano troppo male. Rimase in ginocchio, aggrappato alla sua spada, confuso, senza sapere cosa fare. Com’era stato possibile? Com’era accaduto tutto questo? Sentì che le forze gli venivano meno, e stava per crollare; poi un pensiero lo scosse, e facendo leva sulle sue ultime forze, si rialzò in piedi. Sapeva che non gli restava molto da vivere; un’ora, forse meno. Ma non poteva andarsene, non ancora. Iniziò a muovere qualche passo incerto, poggiandosi sulla spada coperta di sangue. E pian piano, inizio a farsi strada fra i cadaveri e i moribondi. Scrutava ogni corpo, ogni volto, tutti resi irriconoscibili dalle ferite e dal dolore, ma sapeva bene come trovare cosa cercava. Trascorsero minuti interminabili, e Daeron, chino su ogni cadavere e ogni moribondo, continuava la sua opera. Poi la vide; una collina, che pareva un’isola all’interno del campo di battaglia, al cui centro giaceva un unico corpo. I corvi e gli sciacalli sembravano tenersi a distanza da quel luogo; il corpo giaceva lì, lontano dagli altri, così com’era caduto. Arrancando, Daeron si portò fino alla cima della collina, e trovò ciò che cercava. Era lei; il suo corpo giaceva immobile, con gli occhi chiusi, un’espressione stranamente serena; non vi era traccia di sangue o ferite sul suo corpo; sembrava stesse dormendo pacificamente, con le dita poggiate sulla spada al suo fianco, l’armatura bianca immacolata. Allora il guerriero poté crollare in ginocchio, al suo fianco. Chinò la testa, e le lacrime iniziarono a scorrergli sul viso. Anche nella morte, era bellissima. Presto l’avrebbe raggiunta; ma quale destino riservano gli dèi nell’aldilà a coloro che hanno fallito? Prima di perdere i sensi, Daeron cercò di ricordare cosa li aveva condotti a tutto questo…

Daeron e Nysia avevano finalmente trovato la torre. La mano di lei scivolò a cercare quella di lui, e Daeron la strinse; rimasero così, per lunghi interminabili attimi in silenziosa contemplazione. Emozioni diverse e contrastanti si agitavano dentro di loro: Gioia e trepidazione, incanto e timore. E sopra ogni altra cosa, la speranza; che in quella piccola torre ci fosse la loro salvezza.

“Questo potrebbe essere l’ultimo momento che passiamo insieme” disse Nysia. Daeron mosse la mano fino a toccare il suo viso “Ci sarà di nuovo un tempo per noi, quando questa battaglia sarà finita. La combattiamo unicamente per questo.” Avvicinò il volto di lei al suo, e le loro labbra si incontrarono. Chiusero gli occhi e il loro bacio fu dolce, tenero, ma non era un bacio d’addio. Quando i loro sguardi si incrociarono di nuovo, l’amore brillava nei loro occhi. Daeron le lasciò la mano, e si incamminò verso l’ingresso della torre. Lei rimase lì immobile, con la sua armatura bianca e immacolata che riluceva al sole, senza riuscire a muoversi, né a dire nulla. Prima di entrare, Daeron si voltò un’ultima volta, per imprimersi l’immagine di lei nella mente. Lei gli sorrise, e Daeron svanì nell’oscurità della torre.

Nysia tornò indietro, fino alla radura dove l’aspettava la sua scorta. Montò a cavallo, e si diresse verso l’accampamento del suo esercito. La battaglia era vicina.

Daeron avanzava a passi incerti nel buio. Inciampò più volte. Attese che i suoi occhi si abituassero all’oscurità, e individuò la botola. La sollevò e scese nelle profondità della torre.

Giunse così nella vasta sala sotterranea, illuminata dalla luce della magia. Su una poltrona imbottita stava seduta una figura incappucciata con una tunica nera. Daeron attese silenzioso che il mago si accorgesse della sua presenza. Dopo lunghi minuti, il mago disse con un sussurro sibilante: “Leggi le pagine aperte sul libro, e poi scegli una delle due porte.” Daeron guardò il muro ovest, dove ora erano apparse due porte di legno, massicce e senza serratura. Sapeva che era inutile replicare, così si avvicinò al leggio. Su ognuna delle due pagine c’era un’immagine, e un’iscrizione. Daeron osservò la prima, l’immagine di una pantera nera, quindi lesse l’iscrizione:

“Scegli me, e camminerai sulla sicura terra.

Scegli me, e non dovrai temere più nulla.

Scegli me, e vincerai le tue battaglie.

Continuerai a seguire il tuo percorso,

senza rischiare la sorte.

Solo una cosa non posso darti:

Quella che più desideri.

Quant’altro vorrai, sarà tuo.”

Daeron alzò gli occhi, e vide che sulla porta di destra, era apparsa l’effige di una pantera nera.

Allora guardò la seconda pagina. C’era l’immagine di un cigno bianco:

“Scegli me, e volerai nel cielo irto di predatori.

Scegli me, e dovrai temere ogni giorno di essere ucciso.

Scegli me, e l’esito delle tue battaglie si farà incerto.

Abbandonerai il tuo percorso,

per intraprendere una nuova strada a te ignota.

Io non posso darti nessuna certezza,

ma solo la speranza di avere ciò che più desideri.”

Sulla porta di sinistra, apparve l’effige del cigno bianco.

Daeron rimase sorpreso per qualche attimo; non era questo ciò che si aspettava. Non aveva altra scelta che arrischiarsi a interrogare il mago. Si avvicinò al fianco della sua poltrona, e si fece coraggio.

“Potente Aglamar… io sono venuto qui per implorarti di aiutarci a vincere questa battaglia. Un uomo malvagio è entrato nelle nostre terre con il suo esercito, per impossessarsi del regno… e della principessa. Lei combatterà al fianco dei nostri sudditi, uniti sotto la sua bandiera. Sono accorsi da ogni parte del regno per aiutarla. Ma non possiamo vincere, senza il tuo aiuto. Il loro esercito è troppo forte e spietato. E Nysia…” esitò per un istante “non accetterà mai di divenire sua; morirà combattendo. Non so quale porta scegliere, non so cosa significhi tutto questo. Ti prego, aiutaci.”

Di nuovo, il mago rimase immobile a fissare il fuoco che ardeva. Passò qualche minuto, e Daeron si trattene a forza dall’agire o parlare ancora. Poi Aglamar parlò di nuovo, con il suo sussurro sibilante.

“Aiuto? Io non posso aiutarvi. Ma voi potete aiutare voi stessi. Non esiste una porta giusta da scegliere; devi scegliere quella che ti indica il tuo cuore. Ora l’unica domanda è: qual è la cosa che più desideri? “Aglamar tacque. Daeron rispose subito “Vincere questa battaglia.” Il mago scosse lentamente la testa, invisibile sotto il cappuccio nero “Non è questo, e lo sai bene; lo desideri, certamente, ma non è la cosa che più desideri.” Allora Daeron disse “Voglio stare con lei, per sempre, com’era prima che arrivassero gli eserciti invasori a turbare la nostra pace”. Il mago voltò la testa verso di lui, per la prima volta, e Daeron intravide i suoi occhi; brillavano di una luce dorata. Aglamar lo fissò, poi replicò “Se è così, sacrifica il tuo desiderio e scegli la porta della pantera. Vincerete la battaglia. Voi sopravviverete. Sarete ancora felici, ma mai più insieme. Sappi comunque che hai una terza possibilità. Puoi lasciare questa torre, e andare al fianco di Nysia sul campo di battaglia. Ma decidi in fretta, perché il combattimento è già iniziato.”

Daeron era immobile, e osservava il mago, e le due porte. Nysia… non poteva perderla. La cosa più cara che avesse al mondo. Ma il suo amore trascendeva ogni cosa; voleva che lei vivesse, non voleva che perdesse tutto a causa del suo egoismo. Così inizio a dirigersi verso la porta della pantera. Il mago aveva ripreso a fissare il fuoco, quasi ignorandolo. Daeron giunse davanti alla porta, e vi posò sopra una mano. Ma esitò. Ritirò la mano, e si voltò verso Aglamar. “Mi hai detto cosa sarebbe accaduto se avessi aperto la porta della pantera. Ora, ti prego, dimmi cosa accadrebbe se scegliessi il cigno.” Aglamar continuava a osservare il fuoco, e ancora una volta la risposta si fece attendere a lungo. Alla fine, sussurrò “Non lo so. Nessuno di quelli che è giunto fin qui ha scelto quella porta. Del resto, io sono solo un guardiano. Anch’io, un tempo ero simile a te. Giunsi in questo luogo per ottenere il potere supremo della magia. Il mio animo era ardimentoso, il mio sangue ardente. Un tempo” Fece una pausa, poi riprese “Ma c’era un prezzo da pagare. Lo vedrai anche tu, dopo aver scelto la porta. E allora non potrai più tornare indietro. Una volta spinta la porta, dovrai attraversarla”. Daeron guardò ancora il mago, poi la porta della pantera. Nuovamente la toccò. Chiuse gli occhi, e inspirò profondamente “Per te, Nysia”. Spinse la porta. Quello che si parò davanti ai suoi occhi lo lasciò senza fiato. Una distesa gelata infinita, e un vento freddo che gli sferzava il volto. Di fronte a lui, un pilastro di ghiaccio, con una nicchia. E in pochi istanti una mano bianca emerse dal pilastro, e mormorò “Il tuo cuore, dammi il tuo cuore. È questo il prezzo da pagare.” Daeron rimase impietrito davanti a quella visione. Per lunghi istanti non fu capace di muoversi, mentre la mano si protendeva verso di lui, verso il suo petto. Poi con la forza della disperazione riuscì a riprendersi, e gridò “No!” e lasciò andare la porta, che si richiuse. Si voltò rapidamente e iniziò a fuggire su per le scale. Aglamar sibilò “non è possibile evitarlo, ormai”.

Daeron corse a perdifiato per il bosco, raggiunse il suo cavallo e lo spronò a sangue dirigendosi verso il campo di battaglia. Pregava non fosse troppo tardi. Cosa aveva fatto? Non doveva fuggire! Così aveva condannato entrambi… Stupido, stupido codardo! Ma forse era ancora in tempo… forse combattendo avrebbero potuto vincere ugualmente. Forse poteva trovarla e fuggire… se lei fosse stata ancora viva al suo arrivo. Doveva essere ancora viva. Il cavallo schiumava, ma lui era ormai giunto sul campo. La scena era terrificante. Migliaia di uomini e mostri in un ammasso di carne sanguinante. La battaglia era al suo culmine. Lo sguardo di Daeron corse per tutto il campo di battaglia, finché non vide lo stendardo regale di Nysia. Stava lottando con il capo dell’esercito nemico. Si lanciò nel caos della battaglia, gridando il suo nome. Il suo cavallo fu abbattuto da una freccia, poche decine di metri dopo. Cadde, ma si rialzò rapidamente, anche se stordito, e riprese a correre. Ma non riuscì ad arrivare fino a lei. Una pesante mazza lo colpì alle spalle. Si voltò, trapassato da un dolore lancinante, cercando di estrarre la spada. Di fronte a lui, un orco dell’esercito avversario stava rialzando la mazza per colpirlo di nuovo. Daeron cercò di schivare, e la mazza non lo colpì con tutta la sua potenza. Ma il dolore fu comunque terribile, e perse i sensi.

Daeron giaceva vicino al cadavere di Nysia. Ora ricordava ogni cosa. Era tutta colpa sua. Pianse lacrime amare. Poi, prima di abbandonarsi all’oblio, vide qualcosa che luccicava di fronte a lui.

Due porte, quella della pantera, e quella del cigno. E Aglamar.

“Non è ancora finita. Devi varcare la porta. Vivrai, perché la cosa che più desideri è ancora la stessa, e non è la tua sopravvivenza.”

Daeron lo guardò, poi si avvicinò faticosamente verso di lui. Quando fu a un passo dalla porta della pantera si fermò. Aglamar parve leggergli nel pensiero. “Non farlo, io te lo impedirò e morirai”

“Non ho più nulla da perdere”

Daeron si lanciò con un gesto fulmineo, nonostante le ferite, verso la porta del cigno. Aglamar alzò il braccio e lo puntò verso di lui, e scagliò un raggio verde, che l’avrebbe disintegrato in un attimo.

Il raggio cadde sul terreno a pochi centimetri da Daeron, là dov’era un istante prima.

Daeron spinse la porta del cigno, e si gettò al suo interno senza neppure guardare cosa vi fosse dentro.

La porta si richiuse alle sue spalle.

Il sole splendeva sulla pianura sconfinata. I suoi raggi dorati riscaldavano la pelle di Gilthanas, che viaggiava oramai da troppo tempo. Si fermò e fisso la luce del sole, godendosi quell’attimo.

Aveva traversato le lande ghiacciate del nord, dove non c’era vita, solo la neve e il freddo. In quei luoghi desolati, nelle lunghe notti polari, solo con sé stesso, aveva potuto riflettere.

Non voleva null’altro che tornare a casa.

E ora, non era mai stato così vicino.

Aveva desiderato così tanto di sentire di nuovo il calore del sole. Ora ce l’aveva fatta, e non voleva mai più provare la morsa del gelo. Non avrebbe più lasciato la sua terra, se gli fosse stato concesso di ritornarvi.

Era stato chiamato alla guerra, e aveva dovuto lasciare la sua casa, i suoi cari. Si sarebbero ancora ricordati di lui? Erano passati così tanti anni… Ma lui sentiva che loro lo aspettavano ancora. Sentiva che ogni giorno sua moglie rimaneva qualche istante sulla soglia, sperando di vederlo apparire sul sentiero dietro la collina. Sentiva che i suoi figli si radunavano attorno al fuoco la sera, pregando per lui. Si, era così. Lui sarebbe tornato a casa. Non importava quello che aveva visto, quello che era accaduto. Era tutto finito. Aveva compiuto il suo dovere per il regno. Ed era sopravvissuto al viaggio di ritorno. Mancava poco, pochi giorni di marcia verso est, e avrebbe raggiunto i suoi amati boschi. Non sapeva cosa fosse successo nella sua terra mentre era lontano, ma confidava che il suo dio l’avesse protetta dal male.

Strinse nel pungo il medaglione di Aatangard, il dio della luce. Mormorò una preghiera “Guidami a casa.” E chiuse gli occhi.

Vi fu un lampo di luce azzurra. Adesso davanti a Gilthanas era apparso un uomo. Il veterano mise la mano sull’elsa della spada, ma era stanco, troppo stanco di compiere nuove battaglie.

Davanti a lui, un uomo giovane, chino sul terreno, che si guardava attorno confuso, era sporco e ferito. Quando sembrò aver recuperato il controllo, vide Gilthanas, e parlò con voce sommessa:

“Ti prego, non voglio farti del male. Mi chiamo Daeron, e sono cavaliere al servizio della principessa Nysia. Devi aiutarmi, ti supplico. Dove mi trovo?” Gilthanas levò la mano dall’elsa, e guardò il ragazzo. Sembrava davvero non avere idea di dove fosse, ma quello che diceva era abbastanza strano. Rispose “Sei nel regno di re Cronos. Io sono stato lontano molti anni, ma ho parlato con altri pellegrini, e mi hanno detto che i miei signori hanno avuto una figlia, che hanno chiamato Nysia. Ma è ancora una bambina, non ha di certo cavalieri al suo servizio.”

Daeron parve ancora più confuso… Il re Cronos, il padre di Nysia, era morto da tanto ormai.

Aglamar, tramite la porta del cigno, l’aveva portato indietro nel tempo.

Ma perché?

Poi, il suo sguardo si posò su Gilthanas. C’era qualcosa di familiare in quel guerriero… Cercò di capire dove l’avesse già visto. Scrutò il suo volto, e lo vide, nel proprio tempo, con i lineamenti contorti dall’odio, il viso corrotto dalla malvagità.

Il signore oscuro. L’assassino di Nysia.

La paura si impadronì di Daeron… come poteva sperare di affrontarlo? Non era così forte da sconfiggerlo. Poteva tentare, e se avesse vinto il regno non sarebbe stato invaso.

Re Cronos avrebbe regnato in pace e saggezza fino alla vecchiaia.

Nysia non sarebbe morta.

Era questa la seconda possibilità che gli veniva concessa? Ricordò le parole dell’iscrizione…

Nessuna certezza… solo la speranza. Guardò quell’uomo, e ricordò la storia del signore oscuro. Chiamato alla guerra dal re Cronos, aveva combattuto per il regno nelle lontane terre del nord, per molti anni. E poi, dopo un lungo e terribile viaggio per tornare, aveva trovato la sua casa distrutta, sua moglie e i suoi figli uccisi. Se fosse rimasto a casa, questo non sarebbe avvenuto. E fra le macerie della sua casa in fiamme, Gilthanas era mutato, gridando odio e vendetta contro chi l’aveva allontanato dai suoi cari, gli aveva impedito di proteggerli e non li aveva protetti al suo posto. Vendetta contro il re, la sua stirpe, il suo regno.

Ed era divenuto il signore oscuro.

Gilthanas frattanto era fermo, e scrutava il suo interlocutore silenzioso. Non sapeva del moto che stava avvenendo nei pensieri e nell’animo di Daeron.

“La mia casa mi aspetta, Daeron. Non trattenermi ancora… voglio tornare dai miei cari. I confini del regno di Cronos sono a due giorni di cammino ad est, se vuoi raggiungerli. Ora fammi riprendere il cammino.”

Daeron non sapeva cosa fare. Doveva affrontarlo? Ma anche se fosse riuscito a ucciderlo, chi avrebbe ucciso?

Un padre amorevole e un marito fedele che tornava a casa dopo anni di guerra.

Non poteva essere quella la strada da intraprendere. E anche se così fosse stato, lui non l’avrebbe mai potuto fare. Non avrebbe mai commesso un’azione così spregevole e crudele.

Se avesse ucciso quell’uomo, ora, non sarebbe mai potuto tornare nel presente e guardare Nysia negli occhi. C’era forse un’altra strada. Doveva tentare.

Ricordò l’antico nome del signore oscuro: Gilthanas.

“Mio signore Gilthanas, non è il caso che ci ha fatti incontrare. I nostri destini sono legati, e ci è concesso di salvarci a vicenda. La tua famiglia è in pericolo. Devi correre a casa al più presto, per salvarli. Forse sei ancora in tempo.”

Adesso era Gilthanas ad essere confuso “Come conosci il mio nome? E di cosa parli? … Ma non mi importa; anche se sei solo un folle, correrò fino alla mia casa, per quanto veloce possa reggere il mio cuore, finché non li vedrò sani e salvi. E poi non li lascerò mai più.”

Daeron e Gilthanas corsero attraverso la pianura. Giorno e notte, ignorando la stanchezza, corsero come non avevano mai corso prima. Non dissero più una parola.

Finché non giunsero ai confini del regno, là dove, oltre la collina tanto familiare a Gilthanas, si trovava la sua casa. Daeron pregò che fossero ancora in tempo. Si udì un pesante rumore di zoccoli. I razziatori stavano arrivando.

I due salirono sulla collina. Gilthanas vide da un lato la sua casa, sua moglie in giardino intenta nelle faccende domestiche e i suoi figli che giocavano nel prato. Quella vista gli spezzò il cuore.

Dall’altro, un grosso gruppo di razziatori orchi, a cavallo e ben armati. Dovevano essere almeno una trentina, sarebbero stati lì in pochi minuti. E li avevano già visti.

Gilthanas pensò che poteva raggiungere i suoi cari e scappare con loro, nascondersi nei boschi… forse sarebbero sopravvissuti. Ma il tempo era troppo poco.

C’era solo una cosa da fare.

Si voltò verso Daeron, e disse “Io non ti conosco, ragazzo. Ma se il mio dio ti ha messo sul mio cammino per consentirmi di salvare la mia famiglia, non puoi essere malvagio. Voglio che tu mi giuri su ciò che più ami su questa terra, che quando sarò morto proteggerai la mia famiglia e veglierai su di loro.”

Daeron pensò che Gilthanas avesse intenzione di attaccare il gruppo di razziatori. Sarebbe stato un suicidio. “Non farlo, mio signore, morirai inutilmente!”

“Giuramelo!”

Passarono brevi istanti. “Su ciò che ho più caro al mondo, per Nysia, io te lo giuro. Se non adempirò a questo dovere, non sarò mai più degno di rincontrarla.”

Gilthanas si voltò verso i razziatori sempre più vicini. Strinse fra le mani il medaglione del suo dio Aatangard, e si inginocchiò.

“Signore della luce Aatangard…ti sono sempre stato fedele. Ho seguito la via dell’amore e della giustizia. Non ti ho mai chiesto nulla. Ma adesso, l’unica cosa che posso fare è riporre la mia speranza in te. Non posso vincere questa battaglia. I nemici sono troppi e troppo forti. Non ho paura di morire, ma non posso lasciare questa terra sapendo che la mia famiglia è stata trucidata. Avrei voluto poterli riabbracciare, ma questo non mi è stato concesso. Salvali, ti prego.

Ma non ti chiedo questo senza offrirti nulla. In cambio, prendi la mia vita. È tua.” E chiuse gli occhi.

Daeron guardò quell’uomo inginocchiato e chiuso in preghiera, mentre ormai poteva distinguere il volto orribile degli orchi, che già pregustavano la preda… e dall’altro lato, udiva le grida dei familiari nella casa, che si erano resi conto troppo tardi del pericolo.

Era finita. Sarebbero morti tutti, ma almeno Nysia sarebbe vissuta.

…solo la speranza di avere ciò che più desideri…

…dov’era la speranza? Cosa avrebbe potuto fare di più?

Come in un lampo, gli tornarono in mente le interminabili discussioni avute con Nysia sulla fede nel dio della luce. Nysia vi credeva fermamente, non sosteneva che bisognasse abbandonarsi cecamente nelle sue mani, ma che perseguendo l’amore e la giustizia, Aatangard avrebbe vegliato e protetto il cammino di ognuno.

Daeron invece non pregava mai, e credeva che non vi fosse nessuno a proteggerli, se non si proteggevano con le loro forze.

In fondo, pensavano la stessa cosa.

Daeron estrasse la spada e si lanciò contro gli orchi, nella sua ultima carica.

Vi fu un abbagliante lampo di luce. Un istante dopo, Daeron e gli orchi erano svaniti.

Gilthanas aprì gli occhi, e cominciò a piangere.

“Non avrei mai preso la tua vita, Gilthanas. Io non do la vita, e non sottraggo la vita. Io sono la vita. Ti è stata concessa una seconda occasione. Continua a perseguire la via dell’amore, qualunque cosa accada. L’odio consuma e si contorce contro sé stesso. Tu vi eri caduto, ma un altro uomo, guidato dall’amore, ti ha salvato. Continua a credere nel potere della luce.” La voce di Aatangard cessò. Non l’avrebbe udita mai più.

La moglie e figli di Gilthanas correvano verso di lui, gridando il suo nome.

“Te lo giuro, mio signore.”

Gli anni passarono come istanti, e Daeron apparve nel castello della capitale. Davanti a lui c’era Nysia. Il signore oscuro era morto. Il signore oscuro non era mai nato.

Daeron cadde in ginocchio. Nysia si voltò e corse verso di lui. “Cosa succede, amore mio?”

Daeron stava piangendo. “Non sono mai stato così felice”

Lei sorrise.