CATARSIA
di Nicola Catellani
Il paese di Catarsia può essere raggiunto soltanto per caso. Tuttavia, anche il viandante più distratto, scoprendosi a passare nei suoi pressi, viene inevitabilmente incuriosito dai tetti conici delle sue casette, i quali, invece di svettare verso l’alto, rivolgono la punta verso il basso, all’interno delle pareti, come giganteschi imbuti. Ogni casetta è un’unica stanza circolare, col tetto inclinato sporgente all’esterno d’un paio di metri.
La scoperta di questo paese spinge fatalmente il viandante a vagare tra le sue viuzze buie: le casette coi tetti rovesciati, tutte simili tra loro, sono così ravvicinate da avere i bordi dei tetti in parte sovrapposti, così da formare un’unica grande tettoia.
Gli abitanti di Catarsia sono spesso bizzarri, ma socievoli. Nessuno di loro è nato qui, e nessuno vi è mai morto. Tutti hanno scoperto il paese nel loro cammino, decidendo poi di fermarsi: chi per un’ora o un giorno, chi per un mese, chi per un anno o più. Ma tutti prima o poi riprenderanno la propria strada, e si lasceranno alle spalle queste casette: hanno avuto un motivo per restare e ne troveranno un altro per andarsene.
Se chiedete a uno qualsiasi di essi “Cosa ti fa restare a Catarsia?”, invariabilmente risponderà: “La pioggia”.
E se gli chiederete: “Cosa ti farà lasciare Catarsia?”, la risposta sarà la medesima.
Il segnale del cellulare li aveva abbandonati da un pezzo, il sentiero alpino corrispondeva solo vagamente a quello indicato sulla cartina, la segnaletica CAI era scomparsa e le pesanti nuvole grigie si stavano rapidamente addensando tra i monti. Era ormai pomeriggio inoltrato: non potevano più fare dietrofront. Dovevano arrivare per forza e al più presto al rifugio: se fossero stati sorpresi da un temporale estivo a metà pomeriggio, così in quota, sarebbe stata un’esperienza per nulla piacevole. C’era il rischio concreto di diventare una notizia di cronaca del telegiornale della sera.
Diego si preparò a una scenata di Carola, che arrancava pochi metri dietro. Al momento la moglie non aveva abbastanza fiato, ma alla prima sosta non avrebbe mancato di rinfacciargli la loro situazione.
“Quindi?”, sbuffò Carola alla successiva sosta, mentre lui cercava disperatamente di orientarsi. Erano in una gola, e il sentiero continuava a salire, curvando attorno al monte. A quella quota le piante ormai erano rare, e procedendo lo sarebbero state ancora di più. Nessuno oltre loro stava percorrendo quel sentiero.
“La cartina non è chiara” azzardò lui “ma forse il rifugio è poco dopo la curva del monte”.
Lei lo guardò torva. Lui precisò:
“O comunque lì la valle dovrebbe aprirsi. Poi… poi decideremo cosa fare”.
Ripartirono. Lui pregò di trovare davvero il rifugio dopo la curva. O almeno una malga. Una cappelletta. Qualcosa con un tetto.
“E questo cos’è?”
Lo sbalordimento prese il posto della stanchezza. Subito dopo la curva del monte c’era effettivamente una spianata, ma in quanto al rifugio…
“Non è di certo lui”, commentò Carola, e subito dopo fu percorsa da un brivido d’inquietudine. “Diego, ma cos’è questo?
“Non ne ho idea. Forse un qualche tipo di resort, stile ecomostro. Sulla cartina non è segnato, e sono certo che su Google Maps non c’era: dev’essere molto recente”.
La spianata a un centinaio di metri da loro era affollata da decine e decine di casette tonde, tutte bianche e simili tra loro, ciascuna con un assurdo tetto grigio e curvo verso l’alto, sporgente all’esterno di un paio di metri. Le sporgenze si toccavano, si sovrapponevano, si incrociavano. Il tutto appariva quasi come un gigantesco agglomerato di funghi tozzi con le cappelle rivolte all’insù.
In mezzo a quell’insolito agglomerato si muovevano delle persone.
“Se non altro, è un riparo” commentò Diego “E non siamo soli.”
Si avviò risoluto in quella direzione.
Le persone indossavano vestiti di varia foggia, dalla giacca e cravatta al caffetano, dal burka al tailleur, ed erano un melting pot di differenti fisionomie e colori della pelle. Sembravano tutti impegnati a entrare e uscire dalle case, a cercare qualcosa nei dintorni, a osservare il cielo. Nessuno di essi fece caso ai due nuovi arrivati, peraltro gli unici a indossare un abito adatto alla montagna.
Diego si avvicinò a un uomo dall’aspetto caucasico, e gli chiese:
“Scusi, che posto è questo?”
L’altro per un istante fece una faccia perplessa, poi rispose in una lingua incomprensibile con un blando sorriso di scuse, allontanandosi subito dopo.
Diego tentò con altri due, provando anche con l’inglese, senza successo.
“Niente da fare, Carola, non c’è modo di…” si girò, ma non vide più la moglie. La scorse una ventina di metri più in là, intenta a chiacchierare amabilmente con una signora anziana. Si avviò verso di loro, arrivando in tempo per sentire Carola dire:
“…e questo è mio marito. Diego, la signora Teresina.”
“Eh… molto piacere, signora” e le strinse la mano. Lei sorrise, fece un cenno con la testa a Carola e si allontanò dicendo, con un accento dialettale appena comprensibile: “Torno tra poco e vi accompagno.”
“Sai, Diego” gli disse sollevata “la signora mi ha detto che siamo stati fortunati: possiamo trovare riparo in queste case.”
“Le hai chiesto che posto è questo?”
“Boh, parlava di un borgo, qualcosa tipo Ca’ Parsia o Ca’ Tarsia… Sai, ci sono alcune casette libere, e sembrava felice che potessimo ripararci sotto una di esse.”
Diego non celò il suo disappunto:
“Di sicuro vorrà affittarcela.”
“Ma ha il tetto sfondato!” esclamò Diego, seguendo la donna nella casetta. Sull’unica stanza circolare di pochi metri di diametro incombeva il soffitto conico, rivolto verso il basso. La sua punta, peraltro bucata, arrivava a un metro e mezzo da terra.
“No”, assicurò la donna, sorridendo “sono tutti fatti così, per la pioggia. E siete fortunati, proprio stasera pioverà molto”.
“Davvero una bella fortuna…” borbottò lui, gettando uno sguardo nel buco. Era chiuso da una retina metallica dalla trama sottile, del tutto inutile: tutta la pioggia sarebbe stata incanalata lì dentro, e avrebbe inondato la stanza. Aggiunse: “C’è modo di tappare il buco?”
L’anziana parve inorridita.
“Ma così la pioggia non potrebbe entrare!”
Nessuno dei due ospiti osò ribattere. Lei, vedendo le loro espressioni perplesse, propose allora:
“Vi posso mandare qualcuno con un secchio da mettere sotto al buco, ma non sarà la stessa cosa.”
“Ci mandi pure qualcuno”, approvò Diego.
“Non è la stessa cosa”, avvisò l’uomo, poggiando il secchio sotto al buco “La pioggia così perde metà del suo potere, se non di più.”
“Potere di cosa?” domandò Diego.
“Il potere della pioggia”, ribatté lui, “Secondo la tradizione bisognerebbe mettersi con la testa sotto al buco, altrimenti gli effetti si disperdono.”
“Gli effetti di cosa?”
“Della pioggia”.
Diego non insistette. L’uomo aveva una cinquantina d’anni, e a occhio gli era sembrato un tipo normale, ma evidentemente…
“è una credenza stranissima”, gli spiegò Carola, rientrando nella casetta. Aveva seguito la vecchia e fatto altre chiacchiere con lei.
“Secondo loro, la pioggia che cade su questo borgo ha dei poteri… particolari. Dicono che sviluppi la creatività, l’ingegno, l’immaginazione… la fantasia…”
“Ma non l’intelligenza, a quanto pare”, commentò sarcastico.
“Il tetto a imbuto serve a raccoglierne il più possibile, e a convogliarla all’interno, qui in mezzo, dove… beh… dove bisognerebbe stare mentre piove.”
“Ti rendi conto di cosa stai dicendo, vero?”
Carola annuì.
“Ti sto solo ripetendo le sue parole. Mi ha dato anche questi” e mostrò al marito tre boccette di vetro “Dice che sono effluvi che, se aperti quando piove, migliorano… il risultato.”
Diego non commentò.
“è effettivamente così”, garantì una ragazza dallo sguardo sognante, dal viso sorridente e dal vestito a fiori. Si era affacciata alla porta per vedere i nuovi arrivati.
“è tipo una doccia di emozioni. Lo so, anch’io quando mi sono ritrovata a Catarsia non volevo crederci. Poi ho visto le persone che venivano bagnate dalla pioggia e ne uscivano… cambiate. Ma…” e qui usò un tono più serio “bisogna saper distinguere i vari tipi di pioggia. E non parlo di temporali o pioggerelline, ma di qualità della pioggia. Ogni pioggia ha un effetto diverso.”
“E da cosa lo si capisce?” domandò Carola. Dopo la prima frase, Diego aveva rinunciato ad assecondare quella tipa ed era uscito.
“è un’arte da affinare col tempo. Io non lo so ancora fare, ma mi fido di alcuni abitanti storici. Dipende dal luogo circostante.”
“Dai monti?”
“No, dalle persone che vivono nei paraggi. Sai, le nuvole si formano perché l’acqua evapora e sale, ma oltre all’acqua evaporano anche le emozioni delle persone.”
“Le emozioni?”
“Sì” il volto della ragazza era quasi estasiato “Rabbia, paura, felicità, ansia, tutto sale e si mischia nelle nuvole: a seconda di quali sono i sentimenti prevalenti la pioggia si impregna in un modo o in un altro, e così se non stai attenta ti può piovere addosso una scarica di rabbia, o di paura. Di solito però te ne accorgi con le prime gocce, così nel caso puoi farti da parte.”
Carola cominciò a trattare con cautela quella ragazza. Cercò di assecondarla ancora un poco, prima di liberarsene. Che fosse colpa di quegli… effluvi nelle boccette?
“Ah, certo, ma… qui intorno non ci sono molte persone, siamo in mezzo alle montagne.”
“Sì, oggi probabilmente la pioggia avrà un effetto un po’ diluito, però più naturale.”
Carola iniziò ad accompagnarla gentilmente alla porta, cercando di farle presente che:
“Cara, qui intorno non ci saranno mai molte persone”.
“Ah, ma Catarsia si sposta. Passata questa pioggia, probabilmente andrà altrove, in cerca di altre piogge.”
“Ah, certo, capisco” la blandì, facendole oltrepassare la porta. La ragazza gettò un ultimo sguardo alla capanna e commentò:
“Oh, vi hanno dato le boccette degli effluvi! Io non le uso mai, rendono confusi i sentimenti della pioggia.”
Si udì un brontolio di tuono in lontananza.
“Qui sentirà raccontare molte stupidaggini sulla pioggia” rivelò l’uomo a Diego. L’aveva incrociato mentre usciva dalla casetta e, sentendolo parlare la sua stessa lingua, si era subito lanciato in conversazione. Diego, per pura cortesia, gli stava dando una chance.
“Sentimenti evaporati, posizioni yoga da mantenere sotto l’acqua, riti propiziatori, digiuni purificatori, pozioni per aumentare gli effetti… ogni abitante di Catarsia ha una propria teoria sulla pioggia, ma non c’è nulla di vero, di scientifico in tutto questo. D’altra parte, se avessero ragione, la pioggia avrebbe già avuto effetto su di loro, e probabilmente se ne sarebbero già andati altrove. Di solito la gente se ne va quando ottiene dalla pioggia ciò che vuole.”
“Quindi lei non è qui per la pioggia?” azzardò Diego.
L’uomo sorrise. Indossava giacca e camicia, come un funzionario.
“Anch’io, come tutti, sono arrivato a Catarsia per caso. Ma, mentre loro sperano in una qualche sorta d’illuminazione divina dalla pioggia, il mio interesse nel rimanere qui è puramente scientifico. Perché, vede, questa pioggia ha davvero degli effetti su qualcuno: di tanto in tanto, dopo una doccia di pioggia, qualcuno ha una sorta di risveglio emotivo, di ebollizione creativa, e d’improvviso trova nuove soluzioni a vecchi problemi. A livello statistico sono relativamente frequenti, quindi una correlazione con la pioggia dev’esserci. Io di professione sono un chimico, e ritengo debba trattarsi di qualche proprietà naturale dell’acqua, senza bisogno di scomodare il soprannaturale: un po’ come l’acqua termale. Per questo sono a Catarsia ormai da mesi per studiare questi soggetti risvegliati, e le possibili correlazioni con la composizione della pioggia.
“Ha trovato delle risposte?”
“Al momento niente di certo, anche se sospetto c’entrino le polveri minerali in sospensione nell’aria dei luoghi in cui piove.”
“Perché dice dei luoghi? Il villaggio è solo qui.”
L’uomo alzò lo sguardo al cielo.
“Questo è uno dei problemi che ostacolano la mia ricerca. Molto spesso, il giorno dopo la pioggia, Catarsia non si trova più nello stesso posto della sera precedente”.
“Che cosa intende?”
“Che oggi Catarsia è tra queste montagne, ma fra poco ci sarà un temporale, e domani potremmo svegliarci in riva al mare all’altro capo del mondo.”
“Scherza?” Diego stava rivalutando tutti i suoi buoni pensieri su quell’uomo.
“Per nulla. Lo chieda a chiunque. Catarsia va dove sta per piovere.”
“Mi faccia capire”, tentò ancora Diego “Secondo lei queste case hanno il formidabile potere di… teletrasportarsi ovunque… Una scoperta che rivoluzionerebbe tutto il mondo dei trasporti… Tuttavia lei si limita semplicemente a studiare il motivo per cui qualcuno diventa più… creativo dopo una doccia di pioggia?”
“Il mio campo è la chimica. Lo spostamento di Catarsia suppongo c’entri con la meccanica quantistica. Ma anche qui le teorie si sprecano, soprattutto quelle sui folletti che smontano e rimontano le case mentre la gente dorme.”
Un lampo illuminò il cielo, e pochi secondi più tardi il mondo tremò sotto il boato del tuono.
“Carola!” “Diego!”
Il marito rientrò a passo svelto, mentre cadevano le prime pesanti gocce di pioggia. Osservò di sfuggita la casetta, dove la moglie aveva già srotolato i sacchi a pelo sul pavimento e poggiato a terra la loro lanternina a batteria, accesa. Concentrò lo sguardo sul foro centrale del tetto spiovente e sul secchio sotto di esso.
“Qualcosa non va in questo posto!” esordì, concitato.
“Lieta che tu l’abbia notato”, osservò lei, alzando gli occhi al tetto inclinato e bucato.
“No, voglio dire, ho scambiato qualche parola con alcune persone qua fuori. Sono tutte mezze scentrate, e non parlo solo delle loro idee balzane sulla pioggia e la fantasia. Loro sostengono che…”
“Che queste case si spostino”, terminò lei. “Me l’ha detto la vecchia e poi anche la ragazza.”
“Proprio così! Ho incontrato anche degli stranieri che parlavano inglese. Sostengono di essere arrivati in questo posto quando non era qui!”
“E tu gli credi?”
“Ma certo che no, però… dannazione, questo villaggio sulla mappa non c’è!”
“Come fai a dirlo? Ci siamo persi. Non sappiamo dove siamo.”
Le gocce di pioggia sul tetto picchiettavano sempre più insistenti e decise, e in fondo al secchio iniziava già a formarsi un velo d’acqua.
“Dovremmo andarcene”, stabilì Diego.
“Scherzi? Sta per venire giù il diluvio. Ringraziamo il cielo di avere un tetto sulla testa, anche se… beh, bucato.”
Lui scrutò all’esterno con apprensione. Le nuvole erano scurissime, il sole stava già per tramontare, e i lampi illuminavano le vette. Rimettersi in marcia in quel momento sarebbe stato un suicidio… e peraltro per andare dove? No, avrebbero dovuto inevitabilmente passare la notte lì.
“Cos’è questo odore?”
“Gli effluvi della vecchietta. Non so se funzioneranno come dice lei, ma sono comunque meglio dell’odore di muffa che c’era prima.”
Due boccette erano aperte, ai lati opposti della stanza circolare. La terza era chiusa, in mano a Carola. Diego guardò il secchio.
“Questo imbuto incanala tutta l’acqua del tetto: si riempirà alla svelta. Dovremo svuotarlo di tanto in tanto.”
“Bene, sediamoci a tenerlo d’occhio” propose lei, e avvicino il sacco a pelo al secchio, sedendocisi sopra. Diego fece lo stesso, con un po’ di riluttanza, dall’altra parte del secchio. Gettò uno sguardo all’uscita, alla sua destra, pronto a scattare all’esterno nel caso in cui il panorama iniziasse a dissolversi.
La pioggia aumentò ancora, e dalla retina metallica inizio a gocciolare una doccia leggera.
“Dannazione!” imprecò, “A quest’ora avremmo dovuto essere seduti a un tavolo del rifugio davanti a un piatto di polenta e capriolo, e non… non qui! Il mio stomaco brontola…”
“Tieni queste” e gli allungò alcune barrette energetiche prese dallo zaino, “Sai che ne prendo sempre più del necessario, per le emergenze.”
Diego non perse altro tempo ad aprirne una e a morderla. Lei aggiunse:
“La ragazza mi ha detto che hanno delle provviste in comune. Domattina ci farà avere qualcosa per colazione.”
Rimasero in silenzio per qualche istante, poi un nuovo rombo di tuono squarciò la valle.
“Era meglio chiedere due secchi”, brontolò lui, “Quando lo togliamo per svuotarlo pioverà sul pavimento.”
“Se saremo abbastanza rapidi, saranno solo poche gocce. In quegli istanti potremmo tappare il buco premendoci una giacca a vento.”
“Offri la tua?”
“Ce la giochiamo a carte”, sorrise lei, ed estrasse il mazzo di carte dallo zaino, ancora nuovo e incellofanato. Per tradizione in queste escursioni lo portavano sempre con sé, ma non l’avevano mai usato: dopo la cena erano così stanchi che filavano sempre a letto. E a casa non c’era motivo di usarlo, con la tv.
“Chi perde offre la giacca” disse Carola, strappando il cellofan.
“Però chi vince dev’essere rapido a svuotare il secchio: non vale perdere tempo apposta per far bagnare la giacca.”
“Ovvio. Offre la giacca chi perde due partite su tre.”
Un nuovo lampo illuminò il paesaggio (“rimasto sempre uguale a prima”, constatò Diego, sollevato) e il tuono fece tremare il terreno.
Carola distribuì le carte. Diego estrasse dallo zaino la sua torcia da testa per poterle vedere, mentre lei usò la luce della lanterna.
“Però quando il temporale sta per finire conserviamo l’ultima acqua rimasta nel secchio”, propose lei, giocando la prima carta.
“Perché mai?”
“Ho ancora la terza boccetta. Secondo la vecchietta può anche essere sciolta nell’acqua già raccolta. Cioè, in verità lei sostiene che bisognerebbe usarla mentre si resta sotto la pioggia, ma anche nell’acqua ferma può avere qualche effetto. Possiamo usarla per lavarci la faccia domattina.”
Diego fissò la moglie, e immaginò tutte le altre persone di Catarsia in quel momento, distese con la testa sotto al buco del tetto a farsi innaffiare di pioggia, vecchietta compresa. Gli venne da sorridere.
“Ti rendi conto che queste sono tutte follie, vero? I sentimenti della pioggia, gli effluvi, le case che si spostano…”
Lei sorrise di rimando.
“Vedila così: comunque vada, avremo una storia fantastica da raccontare agli amici!”
Si misero a ridere e continuarono a giocare.































