IL TATUATORE

I
Te lo puoi scordare, Luna.
Furono le ultime parole che sentì da parte della mamma, prima di uscire bestemmiando e sbattendo la porta. Ma il tatuaggio non se lo sarebbe scordato, proprio no.
Un tatuaggio è una cosa cui a diciassette anni è difficile rinunciare.
Come fu in ascensore controllò il cellulare. C’era un SMS:
CIAO LUNA SONO STE MAMMA ROMPE IL CAZZO OGGI RIMANGO IN CASA A STUDIARE CI VEDIAMO DOMANI UN BACIO
Gli occhi si inumidirono.
Stava andando tutto storto. Ci mancava anche il pacco tirato dalla Ste.
Cercò di ricacciare indietro il pianto per evitare di rovinarsi il trucco nero.
Si guardò allo specchio. Un corpo da favola su una faccia da morta. Anfibi viola, calze a rete rosse, gonna nera, un vecchia t-shirt dei Cradle of Filth regalo di sua sorella Mirta che da un po’ di anni (troppi) viveva a Londra, una giacca nera a costine e la borsa dei Tokio Hotel che le aveva regalato a Natale quello stronzo figlio di puttana di Albi.
In quel momento Luna si amava e si odiava in egual misura. Cercò di dedicare l’esclusiva dell’odio alla madre.
Piano terra. L’ascensore si aprì.
Erano quasi le cinque del pomeriggio. Cielo basso e grigio, forse avrebbe piovuto.
Il tatuaggio. Era soltanto il tatuaggio che voleva.
Aveva in tasca circa cinquanta euro.
Vaffanculo, mamma.
Ce l’avrebbe fatta. Si sarebbe conquistata quel disegno sulla pelle, a costo di andare a battere.
O di vendere l’anima al demonio.
 
II
Un’ora dopo pioveva a dirotto, faceva freddo e tirava vento. Luna non aveva ombrello né impermeabile.
Sembrava essere la sola persona in giro tra i viali di periferia di quella città in cui aveva gettato via i suoi diciassette anni di vita. Avrebbe voluto sciogliersi come acqua, mutarsi nel fango di una pozzanghera, scomparire per sempre affogando nel rancore e nella frustrazione.
La vita faceva schifo.
Il lettore MP3 suonava un brano dei Bauhaus.
Undead undead undead Bela Lugosi’s dead.
Era la musica di Mirta quella. Lei non l’apprezzava particolarmente ma, cazzo, quanto le ricordava la sua sorellona lontana…
Poi un cartello attirò la sua attenzione.
CIRCO RUMENO
In quel momento la musica tacque. La pila era esaurita.
Luna bestemmiò in faccia al lupo minaccioso che nel manifesto del circo ringhiava a una ragazza di colore vestita con un costume discinto.
Uno sterrato conduceva attraverso un campo incolto fino al circo che distava un centinaio di metri.
C’era un grosso tendone bianco e rosso, un paio di tende più piccole e alcuni camper e roulottes. Non mancavano le giostre e i chioschi di un piccolo luna-park. C’erano poche auto parcheggiate lungo la strada fangosa. L’insieme dava un’idea di vecchiume e decadenza, quasi una parata di fasti passati.
Un luogo di merda. Luna vi si diresse, sentendosi attratta come una mosca al miele.
A ogni passo gli anfibi sembravano affondare sempre più nella fanghiglia.
Ma a ogni passo il circo era sempre più vicino.
 
III
Lo spettacolo, come indicava una scritta in calligrafia incerta su un pannello di legno appeso a un palo, sarebbe iniziato tra un paio d’ore.
DOPPO IL TRAMONTO precisava l’avviso.
Luna passò davanti a una baracca con la porta serrata e un pannello montato sul tetto su cui era stata dipinta con vernice rossa la scritta BILGIETI – TICHEZS.
La grammatica non doveva essere tra i principali interessi in quell’ambiente. Se c’era una cosa che invece lei amava fare era proprio scrivere, e leggere. Italiano e letteratura erano senza dubbio le sue materie preferite. Proprio quella mattina aveva composto una poesia senza titolo.
 
MI SENTO SCIOGLIERE L’ANIMA
A OGNI LACRIMA CHE PIANGO
LA TRISTEZZA MI SCUOTE COME UN BRIVIDO FREDDO
E OGNI VOLTA CHE TREMO MUOIO UN PO’ DI PIU’
 
IL VUOTO CHE MI DIVORA E’ LA MIA VITA
E PIU’ IO VIVO PIU LA VITA MI DIVORA
E POICHE’ IO MI ODIO LA VOMITO DOPO OGNI PASTO
E PENSO CHE VORREI
CHIUDERE LA MIA VITA NEI SACCHETTI DI VOMITO
CHE CHIUDO NELL’ARMADIO
IN FONDO, NEL BUIO
INSIEME AI MIEI VECCHI SOGNI DI BAMBINA
 
OGNI LACRIMA E’ UN VAMPIRO
CHE SUCCHIA IL SANGUE ALL’ANIMA
 
Spostò dagli occhi la frangia bagnata. Poi una melodia attirò la sua attenzione. Era una giostrina in movimento: quattro cavallini male in arnese si inseguivano senza mai potersi raggiungere. Quasi come il sole e la luna, amanti destinati a non amarsi mai. Come lei e Albi in certo senso. Ad alcuni cavallini mancava la testa, ad altri la coda. E gran parte delle lucine della giostra erano fulminate. C’era un bambino che sedeva apatico su uno dei cavallini. Si guardava intorno senza sorridere. La salutò con la mano. Luna rispose con un cenno del capo e nulla più. Detestava i bambini. Non vide la mamma del piccolo né altri parenti. Né, a pensarci, qualcuno che controllasse la giostra o che vendesse i biglietti.
Luna si allontanò. Quella musichetta iniziava a darle sui nervi.
Notò alcuni inservienti – un uomo dai folti baffi neri e un ragazzino – che incuranti della pioggia trasportavano dei secchi verso il tendone del circo. Non la degnarono di uno sguardo.
Luna tossì. Era fradicia. Aveva male alla gola. Avrebbe tanto desiderato una tazza di thè caldo ma nei dintorni non c’era nulla che somigliasse vagamente a un luogo di ristoro. Dai camini di alcuni carrozzoni usciva del fumo. Forse i circensi stavano cucinando.
In quel momento alcuni cani si misero a ringhiare e abbaiare furiosamente. Non riusciva a vedere dove li tenessero. Si augurò che le gabbie di quel circo avessero lucchetti robusti.
Aveva quasi deciso di andare via quando un’insegna luminosa fuori di una roulotte rossa attirò la sua attenzione.
DRAGON TATTOOS
Le lucine intermittenti bianche e gialle che formavano la scritta ammiccavano come quelle dell’albero che papà montava a Natale per lei e Mirta quando erano piccoline e vivere era ancora una cosa bella. Si avvicinò eccitata e bussò alla porta.
Nessuno rispose.
Bussò di nuovo.
Silenzio.
Provò a spingere la porta e si accorse che era socchiusa. Si aprì senza il minimo rumore.
 
IV
L’interno della roulotte era buio e puzzava di muffa. Tutte le tende erano tirate. Era accesa soltanto una debole luce al neon sul soffitto, triste e impolverata.
-E’permesso?- chiese Luna titubante.
Si guardò intorno. Lo spazio era piccolo e opprimente. Un tavolino su cui si trovavano un posacenere in vetro sbeccato e parecchie bottiglie vuote di birra e grappa, una cassapanca dai cuscini lisi e macchiati, un piccolo frigorifero antiquato con lo sportello sporco di rosso come se vi avessero scagliato contro un’arancia. Un castello su un’isola in una vecchia fotografia in bianco e nero appesa alla parete recava la didascalia SNAGOV-1919. Infine, particolare interessante, due mensole curve sotto il peso di numerosi libri dall’aspetto antico. Il dorso di un volume in particolare attirò la sua attenzione. IL RE IN GIALLO di Robert W. Chambers. Anche Albi, quel fottuto bastardo, aveva quel libro.
-Ma certo che è permesso- rispose una voce da dietro un paramento scuro che divideva in due l’ambiente già angusto. Aveva un accento indecifrabile. -Se non fosse permesso avrei chiuso a chiave la porta.
Luna, perplessa ma spinta dalla voglia, scostò la tenda.
In meno di due metri quadri c’erano un piccolo lettino, un mobiletto pensile e uno sgabello in legno su cui sedeva il tatuatore. Sul lato destro, davanti al lettino, c’era la porta di quello che doveva essere il bagno. Ne usciva un lezzo nauseante di umidità e marciume cui presto la ragazza si abituò.
Il tatuatore era un uomo alto e magro, sulla quarantina. Aveva folti baffi neri e lunghi capelli raccolti a coda di cavallo. Portava gli occhiali da sole nonostante si trovasse al buio. Indossava soltanto un paio di jeans scuri e petto e braccia erano coperti da tatuaggi. Nella penombra Luna riconobbe perlopiù scene di morte e torture. Non potè non ammirare la bellezza di quei disegni.
-Naturalmente desideri un tatuaggio- disse l’uomo.
Luna ebbe la sgradevole sensazione che quell’individuo stesse aspettandola. Forse l’aveva vista arrivare dalla strada. Decise di giocare a carte scoperte.
-Certo che desidero un tatuaggio- rispose- -se non l’avessi desiderato non sarei entrata.
-Ragazza giovane ma sicura di sé- sorrise il tatuatore a denti stretti.- Devo complimentarmi. E’ un pregio raro cedere ad ogni proprio desiderio. Imparerai presto che l’unico modo per superare una tentazione è assecondarla.
-Il problema è che sono minorenne- ribattè Luna -e non ho molto denaro.
-Se è per questo anche le bestie e i deportati sono tatuati prima della maggiore età- rispose l’uomo. -Quanti soldi hai in tasca?
-Cinquanta- disse Luna, speranzosa.
In realtà erano quarantasette euro e qualche centesimo, ma si lasciò guidare dall’entusiasmo. L’uomo, per quanto ambiguo, sembrava malleabile. Nemmeno per un attimo pensò a quelle che potevano essere le condizioni igieniche di quel luogo e le malattie che avrebbe potuto contrarre. Né che quell’individuo avrebbe potuto farle qualunque cosa senza che lei avesse alcuna possibilità di uscire da quella sudicia roulotte.
Il tatuaggio era l’unica cosa che voleva. Quello e null’altro.
-E che disegno vorresti?
Luna frugò nella borsa e tirò fuori un foglio piegato in quattro. Lo passò all’uomo. Egli si tolse gli occhiali da sole e li mise nella tasca dei pantaloni. Aveva occhi gialli, malati. Quasi da ratto.
Studiò in silenzio il disegno per alcuni secondi. Era una rosa nera e rossa.
-L’hai fatto tu?
Luna annuì.
-Non male. E dove lo vuoi tatuato?
-Sul seno sinistro.
-Ti farà male.
-Lo so. Ma sono altre le cose che fanno male.
L’uomo scoppiò a ridere. Era la risata più fredda che Luna avesse mai sentito.
-Su questo hai ragione, ragazzina. Non sai quanto…
-Quindi i cinquanta euro bastano?
-No- rispose l’uomo. -Non bastano. Non bastano affatto. Ci sono altre due condizioni.- Si avvicinò di un passo e piantò il suo sguardo in quello di lei. Luna avrebbe tanto voluto che avesse ancora addosso gli occhiali da sole. -Primo, che mentre lavoro stai con le tette al vento. Secondo, che quando ho finito me lo succhi e mi ci fai venire sopra. E dal momento che mi sei così simpatica la vaselina che ti servirà a curare la pelle per una settimana è un regalo del circo…
Luna avvampò, come se avesse ricevuto uno schiaffo.
L’ambiente si fece ancora più stretto e opprimente. Il silenzio pesava come un cappio al collo e il rumore battente della pioggia sul tetto della roulotte sembrava un suono lontano e alieno.
Poi Luna pensò alla mamma, ai loro litigi, alla sua voglia di fuga e libertà. A papà che negli ultimi anni non c’era mai stato. A Mirta che era in Inghilterra e le mancava tanto. A quel figlio di puttana di Albi che in gita a Praga si era fatto Elena in discoteca e per questo il loro amore così grande e bello era morto come una rosa lasciata senz’acqua di cui erano rimaste soltanto le spine. C’era anche una specie di pozzo dei desideri a Praga, nel quartiere di Mala Strana. Ripensò al desiderio che aveva espresso.
Avere di nuovo un padre.
Non l’aveva confessato a nessuno. Nemmeno alla Ste. Fu quella sera, in albergo, che fece il disegno.
E per quel disegno oggi era lì, seminuda davanti a uno sconosciuto.
Si dice che quando si è sul punto di morire si rivede la vita come in un film.
Se così è, l’ultima immagine rappresentava il degno epilogo. Fragilità, impotenza e sottomissione.
Che altro era stata la sua esistenza sino a quella sera?
Un brivido di eccitazione le attraversò la schiena. Presto si confuse con il freddo, ma l’indecifrabile sensazione di peccato le rimase nell’anima. Oscena e nel contempo indecifrabile e suadente, come il canto di una sirena.
-Va bene- disse Luna.
Lasciò cadere la borsa a terra e si tolse la maglietta inzuppata fissando il pavimento, senza mai alzare la testa e incrociare lo sguardo con quello del tatuatore. Dei suoi occhi ne aveva abbastanza.
Faceva freddo. Le venne la pelle d’oca.
Il tatuatore prese una scatola in legno dall’antina pensile.
-Sdraiati.
Stranamente Luna non provava alcun imbarazzo per la sua nudità davanti a quell’uomo. La rosa che stava per farsi disegnare sulla pelle era il suo unico pensiero. Si accorse di avere i capezzoli turgidi.
Il tatuatore prese dalla scatola la pistola con l’ago e due boccette di colore. Un nero e un color rosso vermiglio che catturò lo sguardo di Luna come fosse una pietra preziosa. Era un colore che aveva un che di magico e suadente. Sembrava quasi vivo. Penetrante. Pulsante.
-Lo preparo io- disse l’uomo quasi leggendole dal pensiero. -Un tatuaggio con le sfumature della tua rosa non potrà mai averlo nessun altro, Luna. Fidati.
Fu come se fosse stata trafitta in una volta sola da milioni di spilli.
Come sa il mio nome? Io non gliel’ho detto…
Non trovò il coraggio di chiederglielo. Né di far altro se non obbedire a quell’uomo.
Tossì.
-Mi ammalerò- disse.
-No. Non ti ammalerai più.
Il tono del tatuatore non ammetteva repliche. Era una lama di ghigliottina che scendeva, un ponte levatoio che si serrava, uno stiletto che affondava nella carne del cuore.
Una volta stesa sul lettino Luna chiuse gli occhi e l’unico suono nel mondo divenne il monotono ronzio dell’ago, e come debole sottofondo lo scrosciare della pioggia sul tetto. L’ultima cosa che attirò la sua attenzione prima della misericordiosa oscurità fu una macchia di bagnato che andava allargandosi sul soffitto.
Tatuarsi non era doloroso. Non quanto aveva pensato.
Perse le nozione del tempo. Nel buio l’immagine della rosa che andava prendendo forma sul seno era l’unica cosa che sembrava esistere.
C’erano soltanto il rosso e il nero.
Soprattutto il rosso. Quell’incredibile rosso vermiglio.
 
V
Luna sognò sé stessa in una piccola cella dalle pareti imbottite. Una stanzetta poco più grande di quella in cui si era addormentata. Aveva le unghie rotte, come se avesse graffiato per ore una parete ruvida. E gli incisivi spezzati come se avesse addentato pietra. Mentre i canini… i canini…
Una lampadina appesa a un filo funzionava a intermittenza e gettava una luce fioca, malata. C’era una porta di ferro coperta di ruggine con uno sportellino in vetro. Luna vi si avvicinò. Il vetro era coperto di polvere e ragnatele. Lo pulì con la lingua, ingoiando insetti e sporcizia. Dall’altra parte del vetro c’erano mamma e Mirta. Gridavano, i volti distorti in una smorfia d’orrore, gridavano ma Luna non poteva sentirle. Poi figure incappucciate le portarono via. Luna ebbe la fugace visione di migliaia di corpi impalati lungo possenti bastioni, al tramonto, mentre il cielo si tingeva di un intenso colore rosso sangue…
Esplose una musica violenta e fastidiosa.
La canzone è intitolata Dragula- disse dal nulla la voce del tatuatore -di Rob Zombie…
Le orecchie di Luna cominciarono a sanguinare. La musica non dava tregua. Il volume sembrava crescere sempre di più. Ebbe anche un’emorragia nasale. Il sangue non smetteva di colare. Si sentì bagnata anche tra le gambe. E una sensazione di umido all’ano. Agli occhi. La bocca. Gridò, senza più voce, e vomitò un denso fiotto vermiglio identico al colore del suo tatuaggio. Il sangue aveva ormai coperto tutto il pavimento ma continuava a fluire. Luna cercò di muoversi ma cadde a terra. Cercò di rialzarsi ma non ci riuscì. La testa era sommersa. Il suono della musica giungeva adesso ovattato e se possibile ancora più fastidioso. Era la sensazione di avere un ago simile a quello del tatuatore ma molto più lungo conficcato nel cervello. Iniziò a mancarle l’aria. Stava affogando in quella marea di sangue. Sangue che le entrava nella bocca, nel naso, nelle orecchie, nel…
 
VI
Fu destata da una sensazione di freddo – di viscido – al seno, non dissimile da quella provata ai genitali nel sogno.
Aprì gli occhi, sollevando appena la nuca.
-Sanguina parecchio- disse il tatuatore.
Era chino sul suo petto e la stava leccando sul disegno.
Questo non era nei patti. Luna provò a opporsi ma dalla bocca non uscì alcun suono. La lingua dell’uomo proseguiva nella sua oscena esibizione. Era come sentire un serpente strisciare sulla propria pelle. La leccò a lungo, ma soltanto sul disegno. Non si avvicinò ai capezzoli inturgiditi come chicchi d’uva né al solco tra i seni.
-Ho finito- annunciò dopo un arco di tempo indefinito. La poca luce che filtrava dall’esterno sembrava essere un po’ meno intensa. -Adesso alzati, mettiti in ginocchio e fai quel che devi.
Luna obbedì, come un automa.
Glielo prese in bocca e succhiò. Il sesso dell’uomo sapeva di acido e carne andata a male. Ed era freddo, freddo in modo innaturale.
-Quando avremo finito potrai vedere il tatuaggio- le disse. Aveva un tono di voce distaccato che non lasciava trasparire alcuna emozione. Sembrava quasi che la sua mente fosse altrove. In breve venne con un gemito strozzato, affondando le dita nei capelli di lei.
Tre densi getti di sperma finirono sul seno sinistro di Luna. Sulla bellissima rosa rossa e nera che ancora la ragazza non aveva potuto ammirare.
-Passalo come una crema- le ordinò il tatuatore. -Stendi il liquido su tutto il disegno. Vedrai che fa bene alla pelle.
Ancora una volta Luna obbedì. Non si accorse delle due lacrime calde che le colavano lungo le guance. Il suo pianto sembrava essere l’unica cosa calda in quella roulotte.
L’uomo si allacciò i pantaloni e prese dalla cassetta in legno un piccolo specchio dalla montatura in argento finemente lavorata.
Luna si ammirò.
Rimase a bocca aperta, dimentica di tutto il resto.
Il risultato andava oltre ogni immaginazione. Era come se quel disegno avesse sempre fatto parte di lei. I colori si fondevano tra loro in una perfetta armonia di contrasti e sfumature, come una danza d’amore o di morte sulla sua pelle diafana.
-Adesso vestiti e vai via- disse l’uomo porgendole un tubetto di vaselina. -Torna a casa, mettici una garza, tra due o tre ore lava con acqua e sapone quindi passaci la vaselina ogni tanto per circa una settimana. Mantieni la pelle morbida. Evita per un po’ la piscina.
Luna mise la vaselina nella borsa e si bloccò. Il disegno era dentro, appallottolato. Come aveva potuto quell’uomo realizzare il tatuaggio senza il modello? Raccolse da terra le sue cose e si vestì senza dire una parola. Lui rimase dietro il drappo nero.
La ragazza, finalmente sola, trovò il coraggio di scostare un tendina e guardare fuori.
Aveva smesso di piovere. La giostrina era ferma. Tendendo l’orecchio sentiva ancora i cani abbaiare. Si passò una mano sul petto. Carezzò la sua rosa attraverso il tessuto della maglietta e ingoiò saliva acida che sapeva ancora degli umori schifosi del sesso che aveva ciucciato.
Quando fu sulla soglia della roulotte, pronta a lasciare per sempre quel posto senza mai voltarsi indietro, sentì dalle ombre la voce del tatuatore.
-Sei fortunata, Luna. Non entrerai mai nell’età dei rimpianti e della fine dei tuoi sogni.
Le si gelò il sangue. Ma stavolta trovò la forza di parlare, forse rincuorata dalla luce del sole che stava tramontando dietro le nubi che finalmente si aprivano regalando squarci di cielo azzurro.
-Come sa il mio nome?- chiese senza però voltarsi.
Notò un gruppo di giovani, forse tre coppie, che stavano percorrendo il sentiero fangoso in direzione del circo. Forse i primi clienti della serata.
-Te ne accorgerai in fretta, Luna. E imparerai ad apprezzare la dote. Insieme a tante altre.- In quel momento un raggio di sole emerse dalle nubi e la baciò sul viso, riscaldandole la pelle. Era una sensazione gradevole. La pelle sotto il tatuaggio pulsava. Poi sentì la mano dell’uomo posarsi sulla sua spalla. Non l’aveva sentito arrivare. Aveva dita sottili ma forti. Fastidiose. Quasi dolorose. -Cinema e letteratura hanno diffuso molti luoghi comuni sulla mia razza… Sulla nostra razza- si corresse. Poi da dietro le fece penzolare davanti agli occhi un rosario. Luna ne seguì affascinata il movimento ipnotico, come se il dolore di Cristo fosse una dolce promessa da mantenere. -Ma capirai presto, ragazza, che siamo molto più forti e meno limitati di come Bram Stoker ci ha dipinti… per non parlare di quelli che hanno scritto dopo di lui…
 
(Pubblicato per la prima volta sul portale ePress).
13/09/2008, Luca Ducceschi