IL SEGRETO

Premessa

Questo racconto, come anche quello dal titolo IL MONASTERO, sono ispirati al tragico evento del 27 dicembre del 1747, quando una terribile tempesta provocò il crollo di un ala del monastero di Santa Caterina (Cagliari) edificato in prossimità del terrapieno: nell’incidente persero la vita diverse Suore. Si dice che, durante la rimozione dei detriti furono rinvenuti microscopici scheletri frutto di “vergognose” relazioni.

La leggenda racconta che da quella funesta tragedia, un corteo di suore fantasma sfilino silenziose per la viuzza che costeggia l’edificio, ormai divenuto una scuola elementare.

IL SEGRETO

Trafelata e sudata, Sofia arrivò nel suo piccolo appartamento da ristrutturare. Non era stato semplice accaparrarselo, ma dopo una serie di tira e molla sul prezzo era riuscita a comprarlo.

Si trattava di un vecchio edificio in via Canelles, proprio sopra il magnifico Bastione di Saint Remy: si era innamorata della vista mozzafiato della sua città, che si vedeva dal piccolo balcone.

Il locale al piano terra non era molto ampio, ma sarebbe bastato per un piccolo angolo cottura un tavolo e un comodo divano. Le piastrelle erano quelle originali, una scura maiolica, consumata  e scheggiata, ma che non avrebbe sostituito per nessuna ragione, le piaceva così.

La scala a chiocciola in ferro battuto, conducevano al piano superiore, dove si trovava la camera da letto col piccolo balcone. L’ambiente era fermo alla data di costruzione della casa, tranne il bagno ricavato in una piccola stanzetta, pareva risalire agli inizi del XX secolo.

Contava di trasferirsi entro la settimana. I lavori di ristrutturazione al piano superiore erano finiti, le porte e le finestre parevano appena montate, ora le  restava da ridipingere il ferro battuto della scala,  e lucidare i pavimenti del piano inferiore.

Spalancò l’alta finestra e riempì il secchio nel lavandino in ceramica fissato al muro del suo, futuro, angolo cottura. Doveva scrostare via vecchie gocce di pittura incrostate da anni.

Il profumo di cibo, cucinato dalle massaie già residenti nell’antica viuzza, che si propagava nell’aria le mise appetito, decise di fermarsi a mangiare un panino. Si sedette in terra sotto la finestra, con le spalle appoggiate al muro appena dipinto di un caldo beige. Mentre mangiava perlustrava con lo sguardo il resto del pavimento che le rimaneva da scrostare. Si accorse che proprio sotto la scala alcune piastrelle sembravano sollevate di qualche millimetro rispetto alle altre, pensò che avrebbe dovuto sistemarle e controllare che non ci fosse umidità. Ingoiò l’ultimo boccone con una sorsata d’acqua e si alzò per raggiungere il sottoscala.

Le mattonelle in rilievo sembravano salde, con l’aiuto di un cacciavite provò a scalzarne una, che invece venne via facilmente mostrando il fondo di malta e sabbia sgretolato. Decise di toglierle tutte, avrebbe poi scavato e messo un collante più moderno.

Vennero via otto piastrelle, che formavano un rettangolo. Sofia iniziò a raccogliere con una spatola il materiale sgretolato, man mano che scavava iniziava a sentirsi un leggero odore di terra umida, avrebbe lasciato la zona ad asciugare prima di rincollarle. L’attrezzo si agganciò a qualcosa che lo bloccò per un istante. Curiosa continuò con le dita fino a scoprire un pezzetto di quella che, in un primo momento, le sembrava una collana di perle. Con grande sconcerto, si ritrovò tra le mani un antico rosario in filigrana d’argento. Corse subito a sciacquarlo, l’argento era completamente annerito, il fragile monile si ruppe mentre lo sfregava, decise quindi di lasciarlo a bagno e di riprendere il suo lavoro. Chissà com’era finito lì sotto, forse era stato messo lì per scaramanzia o semplicemente era stato perso durante i lavori di pavimentazione. Ricordò che la scuola elementare, praticamente di fronte alla sua abitazione, era stata un convento. Forse anche le case adiacenti le erano appartenute.

Un colpo di clacson proveniente dalla stretta via, accese un sorriso sul suo viso, facendole dimenticare la faccenda. Si affacciò sulla porta, incrociando gli occhi verdi di Samuel, suo fratello.

«Allora, che fai? Vieni a darmi una mano?».

Finalmente, era arrivato col furgone stracolmo di mobili. Non fu facile portare il mobilio al piano superiore, per via della  scala e fu smontato nei minimi termini.

Il pavimento del piano inferiore era ormai più che pulito, restava solo il piccolo rettangolo sotto la scala da risistemare, ma non disturbava per la sistemazione dei mobili.

«Per oggi direi che abbiamo finito, tra un po’ non vedremo più niente. Quando ti daranno la luce?».

«Domani, al più tardi, dopodomani».

«Ormai ci siamo sorellina, sei contenta? Finalmente un nido tutto tuo».

«Ne sono entusiasta Samuel! Vieni di sopra, voglio farti vedere una cosa».

Dal piccolo balcone la vista del bastione e della città, al tramonto, era affascinante. La tranquillità, il silenzio, anche se pur nel centro urbano, era surreale.

«È veramente bello Sofy».

Ridiscesero pronti ad andare via.

«Deve esserci un bimbo piccolo, nelle vicinanze» disse Sofia.

«Cosa te lo fa credere?».

«Ma come, non lo hai sentito piangere?».

Samuele rimase in ascolto.

«Sei sicura? Io non sento nulla».

«Ora non lo sento più neanche io».

Il mattino seguente, Sofia entrava nel suo piccolo appartamento in cima al mondo, tenendo tra le mani una grande pianta di Ficus Benjamin, l’avrebbe sistemata sotto le scale, sarebbe stata perfetta.

Ancora quel pianto lontano, doveva essere appena nato. Che gioia immensa per i suoi genitori.

Sistemò la pianta e aprì le ante delle persiane, l’ambiente si illuminò di una tiepida luce. Era ora di svuotare gli scatoloni, per riporre ogni oggetto al suo posto. Più tardi Samuel l’avrebbe raggiunta per montare i pensili della cucina e appendere al muro la TV.

Mentre riempiva il piccolo innaffiatoio, lo sguardo le cadde sulla ciotola dove aveva messo a bagno il rosario trovato sotto le mattonelle.

«Lo avevo dimenticato» mormorò.

Con cura lo prese e lo sciacquò. I grani erano completamente anneriti, ma almeno malta e sabbia erano sparite. Lo asciugò con della carta assorbente, con un buon prodotto sarebbe tornato come nuovo. Lo avrebbe mostrato al suo amico Daniele, lui certamente poteva dirle di più su quell’oggetto, vista la sua passione per le cose antiche e le loro, affascinanti, storie.

La corrente elettrica era stata ripristinata, non le restava che fare un po’ di spesa e poteva ufficialmente andare ad abitare nella sua modesta proprietà.

Era felice di godersi un po’ la casa prima di rientrare a lavoro.

Sbarazzò la tavola e mise le stoviglie nel lavandino, le avrebbe lavate il giorno dopo, adesso voleva fare una passeggiata per le vie adiacenti e ammirare la veduta dal bastione. Quando rientrò erano da poco passate le 22.00, salì la scala ed entrò nella sua nuova camera. Quel 14 agosto, faceva veramente caldo, aprì la finestra lasciando le persiane chiuse, si spogliò e si distese sul letto. Stava per assopirsi quando avvertì un leggero scalpiccio sui ciottoli nella via. Rimase in ascolto per carpire qualche parola, ma non ne udì. Si alzò e sbirciò dalle persiane, giù nella strada. Una decina di suore camminavano in una ordinata fila, a due a due. Pareva che ognuna di loro tenesse in braccio un piccolo fagotto. Non poté vedere di cosa si trattasse, sia perché ogni fagotto era coperto da un velo di pizzo nero e a ogni modo la luce dei lampioni era molto tenue. Le osservò sparire dietro la scuola, da lì avrebbero proseguito per via del Fossario, probabilmente vi era un convento di cui non conosceva l’esistenza. Un’altra informazione che avrebbe chiesto a Daniele. Stava per tornare a letto quando intravide una figura scura, presumibilmente una delle suore rimaste indietro, ferma proprio davanti alla sua porta. Si sporse più che poté, ma il balcone le impediva di avere una visuale decente. Il pianto del neonato la distolse, era così vicino… sembrava quasi provenire dal piano di sotto. Infilò una maglietta e scese cauta le scale. Avvertiva il vagito come se fosse dietro un muro della sua casa. All’improvviso qualcuno batté un colpo alla porta, il bimbo tacque. Sofia guardò cauta dallo spioncino, ma non vide nessuno. Adesso il pianto veniva da fuori la sua porta, ma non era quello di un bambino, era quello di una donna. La sentiva singhiozzare sommessamente, ma non la vedeva. Spaventata raggiunse la su camera, col cellulare in mano, pronta a chiamare aiuto e si riaccostò alle persiane. Il pianto della donna continuava. Col cuore in tumulto, aprì piano le ante e si sporse dallo stretto balcone, il pianto cessò di colpo. La strada era deserta.

«Non è possibile…».

Poi si accorse della suora che la guardava dall’angolo della scuola elementare, era immobile, stringeva la veste con le mani, lei in braccio non portava nessun fagotto.

Prese coraggio.

«Le serve aiuto, sorella?» chiese, la sua voce risuonò di una leggera eco.

Il pianto del neonato riprese, Sofia si girò un attimo verso le scale e quando rivolse di nuovo lo sguardo sulla suora, lei era sparita e il bimbo smise di piangere.

Alba. I raggi del sole filtravano dalle persiane baciandole il viso. Prima di alzarsi dal letto, rimase a godersi quel momento di dolce risveglio. Allungò la mano sul comodino e prese il cellulare, memore della notte prima, decise che era giunto il momento di contattare il suo caro amico Daniele.

Gli scrisse un messaggio con il quale lo invitava a cena nella sua nuova casa e gli accennò del ritrovamento del rosario sotto il pavimento.

Dopo una doccia scese a fare colazione, notò la notifica di messaggio sul suo dispositivo, Daniele aveva accettato il suo invito.

Decise di tenersi impegnata risistemando le piastrelle sotto la scala, dopo circa un ora rimirava il bel lavoro fatto.

Il momento della cena si avvicinava, era ora di mettersi ai fornelli. Non vedeva Daniele da quasi un anno e quell’incontro le faceva davvero piacere.

«Ma che profumino delizioso».

«Daniele!».

Il ragazzo si era fermato nella viuzza e si sporgeva in casa, dalla finestra aperta.

«Mi apri o salto da qui?».

Cenarono chiacchierando delle novità dell’ultimo anno.

«Tutto delizioso Sofia, veramente, ma ora dimmi di più sull’oggetto che hai rinvenuto».

«Vieni spostiamoci sul divano».

Si alzarono, Daniele prese il vino rimasto e i due calici e li appoggiò sul piccolo tavolino e si sedette. Intanto lei prendeva dalla mensola una scatolina dove aveva sistemato il rosario su un letto di ovatta.

«Eccolo qui» disse sedendoglisi accanto.

Il ragazzo aprì la scatola osservò l’oggetto e poi lo prese delicatamente.

«Non l’ho pulito, volevo prima fartelo vedere. Credi che un normale prodotto lo possa danneggiare?».

«Non credo, ma eviterei lo sfregamento, fossi in te».

«Sì, ci avevo pensato, è molto delicato».

«Sì, è anche molto antico, lavorazioni così non se ne trovano più, che intendi farci?».

«Ma, onestamente, non ci avevo pensato».

«Potresti ricavarne qualche soldino, sai?».

«No, è pur sempre un oggetto sacro. Credo che lo terrò come ricordo dei lavori fatti nella mia bellissima casetta».

Daniele continuava a osservare il monile con attenzione e occhio critico.

«Guarda dietro la medaglia della Madonna c’è inciso un nome, Maria Maddalena. Dove hai detto di averlo trovato?».

«Sotto le mattonelle in mezzo alla malta, proprio lì sotto la sc…».

«Tutto ok?».

Sofia si alzò dirigendosi dove, appena qualche ora prima, aveva posato le piastrelle. Si chinò e passò lieve la mano su di esse. Erano sollevate!

«Come è possibile? Si sono sollevate di nuovo, eppure era tutto asciutto quando le ho posate, non capisco…».

Sbuffò. «Dovrò rifare il lavoro».

«Ma dai non si nota quasi niente».

Ripresero il discorso.

«Ti dicevo, l’ho trovato qui sotto per caso. Ho pensato che lo avessero messo qui di proposito, come una sorta di protezione, ma poi mi sono ricordata che lo stabile qui di fronte era un convento, forse anche questi locali gli appartenevano».

«Probabile. Il Monastero di Santa Caterina fu realizzato intorno al 1638, successivamente, nel 1641 fu annessa la chiesa dedicata alla santa. Purtroppo durante la notte del 27 dicembre del 1747, ci fu una brutta tempesta che fece crollare l’ala est del monastero nel sottostante terrapieno. Molte monache morirono e anche diverse educande».

«Che disgrazia, quindi non è improbabile che le case adiacenti venissero usate dalle suore».

«Direi di no. La manifattura di questo rosario risale a quell’epoca».

«Le suore si sono trasferite qui vicino?».

«Direi di no, perché questa domanda?».

«Ieri notte, un corteo di suore è passato proprio sotto casa, penso si trattasse di qualche tipo di processione».

Daniele si girò a guardarla sbigottito.

«Non scherzare!» esclamò il ragazzo.

«Che c’è? Non sto scherzando. Perché mi guardi così?».

«Perché? Quando nel 1907 iniziarono il lavori di demolizione e ricostruzione, di quella che oggi è la scuola, gli operai rinvennero in un profondo pozzo decine di corpi di suore e il fatto più inquietante è che ritrovarono anche decine di scheletri di feti e neonati… Ti guardo così perché ci sono stati avvistamenti di fantasmi in questa strada e in via del Fossario e per l’esattezza un “corteo di suore fantasma”».

«Ah! Non so se ridere o preoccuparmi, ma a me non sembravano fantasmi. Ho persino parlato con una di loro». Non era del tutto vero, ma l’idea che avesse visto dei fantasmi le dava i brividi. Era più semplice non crederci.

«Se lo dici tu…».

La serata continuò serena, chiacchierando del più e del meno, ma lo sguardo di Sofia, ogni tanto, ritornava sulle piastrelle che sembrava si fossero sollevate ulteriormente.

Quella notte passò serena, nessun pianto e nessun corteo. Il primo obbiettivo che si era preposta per la giornata era sistemare quel dannato pavimento. Incredula guardava le piastrelle sollevate quasi del loro spessore. Si inginocchiò e con il cacciavite iniziò a scalzarle, la colla sottostante si era polverizzata, forse un prodotto scadente. Ne avrebbe acquistato un altro.

La giornata era passata sistemando gli ultimi ritocchi di arredo dell’appartamento. Si era da poco addormentata sul divano guardando la televisione, quando l’insolito calpestio sui ciottoli la destarono. Spense la TV e sbirciò dalle persiane. Il respiro si fermò. Erano loro, le suore,  e ora che aveva modo di osservarle da così vicino, poté notare come i loro abiti fossero ricoperti di una polvere calcarea. Si coprì con una mano la bocca per non urlare, i fagottini sotto il velo, che tenevano in braccio, erano neonati. I microscopici arti penzolavano inermi pallidi sotto la tenue luce artificiale. Il corteo proseguì la sua marcia silenziosa, fino a svoltare l’angolo, come la notte prima. Ci fu un attimo di silenzio e Sofia stava appena riprendendo a respirare, quando il pianto sommesso di una donna dietro la sua porta la inondò di terrore. Lentamente raggiunse lo spioncino e ci guardò attraverso, inizialmente non riuscì a distinguere ciò che vedeva, ma poi capì. Era un occhio! Un occhio scuro con la sclera insanguinata e delle profonde occhiaie rossastre. Si allontanò inorridita dalla porta, premendosi, con ancora più forza, la mano sulla bocca. Ritornò alla finestra avvicinandosi alla persiana. Il viso pallido che le si materializzò al di là delle fessure, le strappò un urlo. Indietreggiando urtò il tavolino e la lampada cadde frantumando la lampadina in uno scoppio sordo.

Cosa poteva volere da lei quella suora? In un baleno le tornò in mente il rosario, forse le apparteneva. Cercò la scatola, tastando sulla mensola, quando la trovò estrasse il monile e tremante lo fece scivolare tra le sottili assi della persiana. Il rosario cadde sui ciottoli della strada. La suora lo osservò per qualche istante, poi urlò forte la sua disperazione e le ante della finestra si spalancarono. Sofia si ritrovò faccia a faccia con quello spirito dilaniato dalla sofferenza. Aveva la pelle sottile, come fosse di cera, che lasciava intravedere vene e capillari bluastri. Dalle fessure rossastre dei suoi occhi due iridi scure le mandavano lampi di odio, coi denti stretti ringhiava verso di lei.

A un tratto il suono del pianto del neonato mutò il suo viso, che diventò profondamente triste. Il suo sguardo puntava sotto le scale, proprio lì dove aveva levato le mattonelle e trovato il rosario, poi la guardò. Piangeva.  Puntò il dito verso quel punto, sollevando il braccio fasciato nell’abito sacro impolverato e con l’altra mano le mostrava il velo di pizzo nero, che le sue sorelle usavano per coprire i neonati morti… i loro figli…

Il pianto insisteva ed era chiaro che provenisse dal pavimento sotto la scala. La suora si avvicinò alla finestra e per un momento trasferì la profonda tristezza del suo animo a quello di Sofia.

Il pianto insisteva, lì sotto un neonato urlava!

Sofia si precipitò a prendere il cacciavite e disperata iniziò a scavare nella sabbia mista a terra, scoprendo una scatola di legno putrefatta.

Si fermò, da sotto il coperchio poteva sentire il piccolo singhiozzare.

Quando lo aprì, il suo cuore diede un battito così forte che parve sfondarle lo sterno. Avvolto in uno straccio c’era lo scheletro di un bimbo appena nato, il suo pianto andava affievolendosi. Sofia raccolse i resti di quella piccola creatura e si riavvicinò alla finestra. Il viso della suora segnato da tanta sofferenza, ora sorrideva tendendo le braccia. Raccolse dalle mani della ragazza lo spirito del suo bambino passando attraverso i suoi resti, e lo portò al seno coprendolo col suo velo e con lo sguardo rivolto al suo piccolo inerme, si allontanò quasi fluttuando.

Sofia si lasciò cadere in ginocchio stringendo al petto quelle esili ossa. Adesso il piccolo non piangeva più, era con la sua mamma.

Il mattino seguente, Sofia sistemò la piccola cassa di legno con i resti del bimbo in una scatola e la imballò bene. Uscì di casa e raggiunse la vicina cattedrale di Santa Maria. Consegnò le spoglie al sacerdote riferendogli dove erano state trovate, il prete le assicurò che avrebbero avuto una degna sepoltura dopo aver avvisato chi di dovere, per il ritrovamento.

Recuperato il materiale che le serviva rientrò a casa, colmò il buco lasciato dalla piccola fatiscente bara, con terra e sassi. Pose al centro il rosario di Suor Maria Maddalena, era lì che doveva stare, in ricordo di tanti piccoli angeli non voluti per vergogna. Vi colò sopra del cemento. Dopo aver piastrellato, non ci fu più nessun sollevamento.

Sofia non rivide più il corteo  di suore fantasma.

Annamaria Ferrarese