ERATAI 02 – IL CANTASTORIE – PRIMA PARTE: EVANGELINE

Avevamo cercato Il Cantastorie in ogni angolo della griglia spazio tempo, inseguendolo attraverso i mondi più remoti. Tutte le informazioni riportavano la sua presenza in un’area precisa del Colonnato Diacronico Terrestre, circoscritta fra il 1100 e il l’inizio del terzo millennio dopo Cristo, il 2010. Il Colonnato Diacronico: erano i macromotori in grado di curvare il tempo a nostro volere, rendendo possibili gli spostamenti spazio temporali dei Cavalieri di Adam. E la sezione isolata era molto estesa, comprendendo un millennio della storia umana.  A fatica procedemmo nel razionalizzare le fonti d’informazioni, per non disperdere preziose energie nella ricerca.  I miei Cavalieri migliori avevano viaggiato nell’Europa delle Eresie all’alba dell’anno mille, fra guerre intestine, scandali e roghi. Ma lui, Il Cantastorie, veloce e sicuro come il lampo d’un temporale, li aveva seminati. E di storia in storia, di secolo in secolo, aveva imparato a riconoscere i nostri modi di cacciare, evitando le trappole e gli adescamenti. Ora avevamo una rosa d’informatori su un preciso quadrante del Colonnato, in un arco di tempo molto più ristretto, dov’era possibile convogliare i nostri sforzi.

“ Tutto porterebbe a pensare che stia vivendo nel 2010-2011, Vostra Maestà.” Disse uno dei miei migliori cacciatori temporali.  

“Ottimo, allora cerchiamo di puntare meglio la nostra preda.”

Ugarab carezzò la sua barba grigia e ispida, ornamento a un viso coriaceo, solcato da innumerevoli battaglie. Il suo occhio  accecato dalla freccia dell’arco di un Ribelle d’Aurora testimoniava una natura bellicosa.

“Gli informatori mi hanno riferito che c’è una fonte dalla quale attingere il punto esatto del tempo in cui si trova adesso, Maestà. Questa fonte è una nostra vecchia conoscenza dai tempi di Ayurta.” Parlò la sua rauca voce.

“Stai parlando della Memoria Dormiente E59?” mi voltai sul Cavaliere.

“Sì, Sire.” Scattò reclinando il capo.

“Lo stavo pensando anch’io. La prenderemo, allora, una volta per tutte, quella ribelle! E sentiamo cos’ha da dirci. Immaginavo che, in modo o nell’altro, quei pezzenti dell’APL erano implicati nella storia!”

“Ci prepariamo per un’incursione nel Duemilaundici, Sire?”

“Prepara il terreno, Ugarab, non vorrei creare paradossi con  miei discendenti…”

“No, Maestà, non incontreremo un suo Nipote, glielo assicuro.”

“Bene, non mi va di spiegare il motivo della mia incursione. E non voglio problemi in un momento delicato come questo” Replicai.

La possibilità di incontrarmi con un mio discendente, specie nelle Athida, le basi diacroniche era molto più che un’ipotesi. Era già capitato, Alath impose il divieto assoluto di riferire negli Annali di Corte questi incontri, per non indebolire la maglia dello spazio tempo controllato dai Figli di Adam. I nodi, chiamiamo così  i paradossi generazionali, possono arrecare uno squilibrio energetico sull’intera griglia spazio temporale, e rendere instabile il quadrante dove si verifichi. I punti dove sono avvenuti questi nodi vengono tenuti nel più completo mistero, custoditi solo nella memoria del Sangue Reale. Non ci sono documenti che parlino dei nostri incontri temporali. Se i Ribelli d’Aurora, o i Cospiratori, venissero a conoscenza anche di un solo nodo, potrebbero usarlo per forzare l’intera griglia e penetrare nelle Athida, da lì per loro sarebbe facile smantellare le difese dei nostri tunnel dimensionali e muoverci guerra.

L’Allaghèn era diventato scaltro e Ugarab gli metteva impressione, con il suo corpo massiccio, le cicatrici sul viso e l’occhio bianco. Una volta lo avevamo anche preso. Eravamo dentro la tenda del campo base, , non so come Il Cantastorie riuscì a slegarsi i polsi, ci fu un parapiglia Ugarab riuscì a balzargli addosso, ma lui strisciò come un serpente, riuscendo a sfuggirgli. Eluse gli altri cacciatori, rapido come il fulmine, si tuffò nell’abisso delle montagne di Nabret, un mondo antico, impervio. Lo vedemmo trasformarsi in una luce alata e scomparire nel cielo.

E in effetti cercammo il Cantastorie nell’anno stabilito – il 2011 -  per tutta la Linguadoca. Siamo penetrati nei villaggi più sconosciuti, abbandonati dalle rotte del turismo, durante la Guerra, quando gli invasori spaziali sterminarono mezza umanità, per fortuna della questione se ne occupò il mio discendente diretto, Adam Ventiquattresimo, e il suo erede, il Duca Janas Erik Matthia. Ed è il figlio di Adam XIV,  l’ultima’ultima persona che vorrei trovarmi davanti nei nodi. Ultimamente mi giungono voci sul suo conto. Sembra molto vicino a replicare ciò che io sto tentando di catturare. Un Essere di Luce Blu, una creatura completa. Un’opera degna di un dio. E non posso, per volontà di Alath, rivelare le mie intenzioni di caccia, Erik Matthia non deve sapere che prima di lui, il suo avo più antico, Adam, cercava gli Allaghèn. Ma non posso dirvi il motivo di questo veto. Le vie di Dio sono oscure e lui non parla dei suoi progetti.

Del Cantastorie non avevamo che una traccia, il racconto o meglio la confessione estorta a una donna, nota per essere una “Memoria Dormiente” della Resistenza. Il Soggetto E59.  Sui trentacinque anni, bruna come il fusto di una quercia, con un fisico forgiato correndo fra i boschi, nuotando nella corrente dei fiumi pirenaici, in una natura impervia, ma libera. Non ci fu facile rincorrerla e catturarla. I nostri metodi come la piega temporale non funzionano con ogni essere umano. I Dormienti sono le prede più ardue da catturare. Dalla loro sconfitta, si aggirano fra i mondi dell’Adamath in clandestinità. Hanno assopito la loro memoria, per non essere rintracciabili, arrivando di vita in vita, corpo dopo corpo, ad essere del tutto dimentiche della loro natura. Alcune le conosciamo, grazie a un costante lavoro dei nostri servizi segreti. Ma altre sono ben nascoste, aspettando di innescare la miccia della rivolta.  Anche se non ne sono consapevoli, un tempo furono i nostri nemici, i ribelli, schierati nell’ultimo scontro sulle pianure di Ayurta. Dopo un’era di battaglie solo i più forti, i veterani d’Aurora, erano rimasti a fronteggiare me e i miei Cavalieri. Non ricordo di aver mai duellato contro una simile energia. E loro non risparmiarono una goccia del loro sangue, pur di non cedere alle nostre spade. I prigionieri li impiccammo. Erano per lo più donne. Le femmine divampano di passione, sono veloci e destre con spada e arco, maldisposte a cedere al nemico qualcosa di loro. Ricorremmo ai gas per distruggere la loro resistenza e la loro mente. Infine riuscimmo a catturare quelle più indomite.

Alcune le inviammo al Castello, perché si riproducessero con noi, generando un corpo d’elite di guerrieri, ma è evidente che non furono mai molto collaborative con questo progetto.  Le altre, quelle più ingestibili, le giustiziammo subito per evitare che rintuzzassero altri focolai di ostilità, in caso di fuga.

La Dormiente era davanti a me.

“Hai un bel viso, liscio e dolce, non si direbbe quello di una guerriera, mia cara.” Le dissi, scostandole la frangia dalla fronte sudata.

“So chi siete. Ma fossi in voi investirei meglio il mio tempo. Per esempio trovando un lavoro serio!” sorrise con un sarcasmo inaspettato, visto il modo in cui era stata trattata dai guardiani.

“Lavoro? Ragazza mia, sei troppo attaccata ai tuoi schemi.” Continuai, sorridendole.

La sua maglietta lacerata e i lividi sulle braccia mi fecero pensare a una forza della natura che i miei uomini riuscirono a contenere solo con cinghie e strattoni.

“Ricordi qualcosa sul tuo passato,  mia cara?” le chiesi, incuriosito dal modo di vivere di un Dormiente.

Lei scosse il viso: “Quello che ricordo lo tengo per me. Non vedo a te cosa potrebbe interessare!”

“Sei una sciocca. Qui avresti una vita facile, bei vestiti, potere.” Le spiegai, osservando il suo corpo sudato, i capelli scuri e selvaggi che non credo videro mai le mani di un parrucchiere. Nel suo mondo non aveva avuto molta fortuna, come tutti i Dormienti, limitandosi a un lavoro precario, malpagato e quasi sul limite dell’umiliazione. Una volta erano entità eroiche, viaggiatori e guerrieri, poeti di mondi sconosciuti. E vivevano in una strana società nella quale nessuno era sottoposto a un altro. Ma a incontrarli adesso, si sarebbero detti pezzenti..

“Potrei darti molto. Non ci sarebbero paragoni fra te e le altre terrestri. Tu saresti una delle nostre, ricca, invidiata.”

Ma lei mi versò addosso la tazza del tè, con un gesto violento che mi colse di sorpresa.

“Sei un idiota Adam! Credi davvero che io stia cercando un vestito di lusso o il tuo potere?” I suoi occhi erano divenute aperture su un passato che non si era estinto con i Ribelli di Aurora e sembrò per un istante che avessero catturato tutta la luce attorno.

“Tu non sei minimamente vicino a quello che sto cercando, pezzo di stupido burattino senza pensieri!”

Rimasi impassibile davanti alla manifestazione di quell’entità scossa da quelle assurde pretese. L’osservai celando il mio stupore.  Era una Dormiente Riemersa, ciò che aspettavo da troppo tempo. E per ottenere quel momento avevo straziato i corpi di molte prigioniere, in attesa della loro “esplosione”. Ma le sofferenze inflitte alle malcapitate furono sempre state inutili. Adesso, quasi senza dolore da parte sua, né fatica da parte mia e dei miei aiutanti, avevo la mia preda.

“Cos’è che stai cercando?” mi feci avanti.

Presto mi colse il dubbio su chi fosse la preda. Prese uno dei due militari di guardia nella stanza, lo sollevò senza fatica, lanciandolo addosso al suo collega. Erano due omuncoli presi durante la Guerra Interumana del 1914  e buttati nell’addestramento in un’ Athida remota, perché divenissero inservienti del Progetto. Nessun esercito dei Figli di Caino, neppure adesso, riuscirebbe a contrastare la forza di una Dormiente, di un Guerriero della Resistenza d’Aurora. Erano forze primordiali, scatenatesi durante l’ultimo attacco di Alath al loro mondo blasfemo. Forti come i terremoti e le tempeste oceaniche, si abbattevano sui miei ranghi con una furia immonda, distruggendo ogni cosa. E un piccolo umano, poco più di un animale implume, con un fucile e un elmetto, come poteva fronteggiarle? Mandai via il resto delle guardie, per evitare che rompesse l’osso del collo anche agli altri.

“Cosa sto cercando Adam? Pensaci, dannato vigliacco! Quando la tua mente di drogato capirà cos’è che voglio, qui e adesso,  per i tuoi amati Dei della Luce, sarà troppo tardi!” ruggì.

“Qui e adesso?” replicai, senza piegare ciglio sul suo aspetto trasmutato  “Cosa posso darti subito e in questo luogo? Saresti capace di parlare senza uccidermi le guardie? Tutto sommato sono innocenti, non trovi?”

“Innocenti sono coloro che hai assassinato, violentato e rinchiuso qui dentro a morire di fame e freddo! Ora non ho voglia di fare della filosofia, ma ti dico solo: chi sceglie di servire Alath, sceglie anche di morire, perché io l’ammazzerò!”

“Allora dimmi cos’è che stai cercando.” Insistei, incuriosito dal fatto che non stesse facendo nulla per colpirmi, eppure ero davanti a lei, ero colui che sterminò i suoi Fratelli della resistenza. La Dormiente Riemersa si lasciò andare in un discorso incomprensibile, sul bordo del delirio.

“Apri bene gli occhi e gli orecchi, Adam. Quello che cerco è davanti a me, ma è ancora troppo profondo per recuperarlo.  Ma l’ho visto, esiste. Il mio compito si esaurisce. Ora spero che un’altra creatura si curi di quello che ho scoperto, come vuole il nostro piano. So che mi hai presa perché volevi delle informazioni. E saranno queste a portarti da lei.  Eseguendo il mio sequestro per il tuo spacciatore di droga divino, mi hai facilitato l’impresa.  Ora non puoi fare che tre cose. Ascoltarmi. Lasciarmi andare. O uccidermi.

Nelle ultime due ipotesi rischieresti delle serie conseguenze, uno perché avresti disobbedito al tuo capobanda, liberandomi, invece di prendermi come contenitore del tuo seme. Secondo, uccidendomi non avresti più alcuna informazione, e considerando  il fatto che  hai davanti  una Riemersa, faresti imbufalire ancor più i tuoi mastri giostrai della Luce. Dunque, ascoltami, pezzo di legno senza vita.”

Rimasi strabiliato per quel discorso, erano epoche che non udivo il ruggito di una Ribelle d’Aurora. Un focolaio di fiamme ardenti si snodava in ogni sua frase.  Ma non percepii odio in lei, nonostante tutto quello che gli avessi fatto. Era difficile che un Ribelle odiasse il suo nemico. Seppure in grado di uccidere e devastare i ranghi avversari, nei loro gridi di guerra non c’era disprezzo. Loro erano Resistenti, non un esercito regolare che per professione e impiego, muoveva guerra. Loro si difendevano.

“Dove vuoi arrivare, ragazza mia? A quale creatura stai alludendo?”

“Sei sempre più cieco, ogni epoca che passa, i tuoi occhi si annacquano.” Parlò ancora “Tu cerchi un menestrello che canta strane storie in giro per la Regione Catara.”

“Questo è vero. Da tempo siamo sulle sue tracce e sappiamo che tu lo hai ospitato in casa.”

“Ovvio, zuccone coronato, altrimenti non mi troverei fra le tue dolci braccia.” Ironizzò “E sai cos’è che mi piace di più di questa storia?”

La guardai con gli occhi interrogativi, come si fa con un’ossessa.

“Che ci siete caduti come dei polli, tu e i mastri giostrai!”

“Basta adesso!” m’innervosì per il suo acceso sarcasmo, ma mi rodeva il non capire più chi avesse rapito chi…

“Parlami di quel menestrello, senza perdere più altro tempo!” glissai sulle sue ultime affermazioni.

“Umiliante essere stati fregati da una femminuccia, vero, Primo Cavaliere di Dio?” sogghignò.

L’afferrai per la chioma trascinandomela addosso: “Smettila di blaterare e rispondimi, o, sì, davvero, ti mostro cosa ne penso delle femminucce !”

“Puoi fare il maschio dominante quanto vuoi, ma tutto, adesso,  dipende da me e quella creatura che stai inseguendo!” respirò.

La mollai, intimandole di parlare della creatura.

“Inutile chiamarlo con un nome, come sai, loro non si riconoscono in quel modo.” Esordì “Però fummo costretti a dovergli lo stesso infilare un nome, per rendere più facili le cose fra noi. Ciascuno ha un nome per la nostra mente, il nostro amico, così, non sarebbe sembrato troppo distante dalle nostre abitudini. E a lui non dispiacque farci contenti.”

“Avete dato un nome a un Allaghèn?” sorrisi a denti stretti “Che razza di stupidi!”

“Trovo più stupido chi appioppa dei numeri agli Allaghèn, stampandoglieli con il laser sulla pelle della coscia, a vivo, magari gustandosi il suo dolore. Almeno la ricerca di un nome comporta anche quella di un significato, di un’idea. Vedi, Primo Cavaliere, per preparare un nome a una creatura come quella, bisogna ‘pensarci’ su, ma capisco che il verbo pensare non sia contemplato nella tua vita. Il nome lo scegliemmo tutti insieme , anche l’Allaghèn partecipò alla ricerca. Si sarebbe chiamato “Loucka Chancenoire”

“Fortuna Nera…è così che lo avete chiamato, Fortuna?” ridacchiai “Monsieur Loucka Chancenoire! Gli avete dato un tono da  conte Francese, con questo nome.”

“Perché fu davvero fortunato il giorno prima, quando scivolò dal tetto delle mura di Lastours, precipitando sino allo scantinato e atterrando sul materasso di appoggio per un reperto archeologico importante. E poi un Trovatore ha sempre nomi evocativi.”

 “Gli Allaghèn riescono a cadere senza farsi male, come i gatti. Non è stata fortuna.” Dissi.

“Chiamala come ti pare, Cavaliere.” Sospirò con sufficienza “Ma in quel modo facemmo la nostra conoscenza. Da parecchi giorni circolava la voce che le rovine della Fortezza fossero infestate da uno specie di spirito, un fantasma.”

“È il tipico modo in cui la gente ignara descrive gli Allaghèn quando sono quasi corporei.” Affermai.

“L’APL è un’associazione di volontari, appassionati d’Archeologia,  persone portate di natura alla curiosità, avvezzi a scavare in mezzo a luoghi imbevuti di leggende e spettri d’ogni sorta.  Dunque i vaneggiamenti degli abitanti non ci diedero alcun’ansia. Ma io sapevo che quelle persone non si erano sbagliate. L’APL nacque per questo, su nostro progetto, d’altronde, lo sai bene. Gli Archeologi si muovono fra le mura antiche, perciò castelli e vecchi edifici sono il nostro habitat. E spesso questi luoghi sono “infestati”.”

Il Gruppo “Archéologie Pour la Liberté” – per semplicità, nota come APL -  era un ritrovo per i miei più fastidiosi bastoni fra le ruote della Terra.  Fortuna era un gruppo locale con un Dormiente solo, altrimenti la questione si sarebbe fatta troppo seria; bastava però per intralciare molte mie battute di caccia agli Allaghè nella Regioni Catare della Francia.  Non avevo modo di stroncare la loro organizzazione. Non si facevano pagare, pur essendo quasi tutti dei pezzenti e perciò godevano di una rete clandestina di consensi regionali.  Non potevo spendere, perciò,  il mio tempo per arrestare il sindaco di ogni più sperduto villaggio della Linguadoca.  Ma a dire il vero, le mie erano tutte scuse,  che ci crediate o meno, non volevo farla finita con loro. Una sconosciuta pulsione, nella parte più profonda in me, desiderava che l’APL esistesse.

“E poiché noi sappiamo cosa sia un Allaghèn, ci buttiamo a capofitto in una campagna di scavo ovunque ci siano leggende interessanti di spettri e fantasmi, prima che arriviate tu e i tuoi cacciatori.” Continuò.

“È  la nostra gara quotidiana, cara mia. Quante volte ho mugugnato, arrivando sul luogo dove è stato intercettato un Allaghèn, per scoprire che voi lo avete già fatto scappare?”

“Li avvertiamo del vostro arrivo, certo. Ma non tutti sono così esperti da capire, così magari non ci danno retta e cadono fra le tue zanne affamate.”

“Questa volta era troppo importante per farci intralciare dai tuoi volontari del badile, mia cara Evangeline.”

“Il Cantastorie lo stiamo inseguendo tutti, Adam, hai ragione. È una preda troppo succosa per voi. E in qualche modo, lo è anche per noi.”

“Voi vi siete avvicinati a quella creatura come mai nessuno, prima d’ora.” Replicai “Per questo non ho preso la decisione di ammazzare i tuoi amici subito. Se vi avessi messo fuori combattimento, la vostra improvvisa mancanza lo avrebbe  insospettito. Invece facendovi rimanere a Lastours ne ho approfittato per studiare quella creatura, capirne la psicologia e studiarne un piano di cattura in tutta tranquillità.”

“Sapevo che ci stavi osservando, Primo Cavaliere. Mi dispiace infrangere la tua certezza. Ormai riconosco la puzza del tuo mantello  anni luce di distanza. Quindi non contare troppo sulla tua immensa astuzia.”

“Adesso basta storie, Evangeline Etoilanc, dimmi quello che devi su questo Monsieur. Com’è che si chiama? Loucka Chancenoire” sogghignai.

“Non ti agitare, Primo Cavaliere, ci arrivo. Sono qui per questo. Il Cantastorie si trova a Lastours , come ti avevo detto, è molto guardingo, anche lui ha subodorato la vostra presenza nei paraggi. Non ti sarà facile catturarlo. Ciò che deve fare non gli è ancora salito nello strato superficiale della sua coscienza, perciò ti avverto che si dimenerà parecchio, cercando di sfuggirvi. Vi sconsiglio di giocare a rimpiattino con Loucka attraverso il bosco. Vincerebbe lui, dal momento che conosce ogni pietra e ogni foglia di quelle montagne. Il modo migliore per catturarlo è l’adescamento. Non vi ci vorrà molto, si entusiasma facilmente, ai vostri occhi la sua mente sembra quella di un bambino. Basterà spingerlo nel credere che siete amici e che avete solo voglia di sapere qualcosa in più su di lui.”

“Se sospetta la nostra presenza, come faremo a passare per suoi amici?”

“Lo dovrai fare, vecchio. Dovrai scendere al suo livello, per quanto ti sua difficile, fare come fa lui. Giocare.”

La donna mi lasciò ammutolito.  Non avevo alternative,  cercai come uno squalo nella rete del peschereccio, una smagliatura in quell’ordito. Ma dovetti cederle, essere sullo stesso livello di un Allaghèn significava far scoprire le proprie emozioni. O vivi le tue emozioni o non giochi. Lei: “Arrenditi, Luogotenente. Dovrai fare qualcosa che non fai più da molte epoche, l’Uomo.”.

Poi sorrise: “Giocherai a fare l’Uomo, e così forse qualcosa di buono ne uscirà.”

Reclinai il volto, sconfitto: “E sia, non ho avuto modo, nella mia vita, di poter giocare. Dammi qualche consiglio in proposito.”

“Scherzi, Adam? E perdermi il bello di vederti agitare come un grosso cetaceo fuor d’acqua? Non posso darti alcun consiglio, mio caro Cavaliere di Dio. Tu stesso devi trovare il modo di comunicare con il Cantastorie. Altrimenti sembrerà una cosa artefatta, se ne accorgerà, e lo perderai ancora una volta.”.

Continuammo a parlare. Mi fornì le coordinate spazio temporali per intercettare la nostra preda. Ero un po’ stupito di quello che andava svolgendosi, ma l’ascoltai con attenzione.

La Dormiente Riemersa venne giustiziata. Alath decretò la sua fine; seppure fosse una preziosa fonte d’informazioni, lo convinsi che era una miccia vivente, in grado d’innescare un incendio dagli effetti letali per la pace del Regno.  Fui io stesso a farlo; c’era un patto fra me e lei. Un colpo netto di lama sull’esile collo. Un taglio perfetto alla base della nuca distaccò  la testa dalla colonna vertebrale.  Chi conosce come stanno per davvero le cose, non teme la morte sul filo della spada, né la fine della vita in genere. In guerra i Ribelli non avevano paura di morire, quanto di cadere nelle mani del Generalissimo di Alath,  Adam. Solo morendo si rinasce, e, per alcuni, si ritorna.  Così la Dormiente accettò la mia proposta: “Se rimani in vita, prima o poi, Alath verrà a conoscere quanto ci siamo detti. Non sono sicuro di essere così forte per resistere alla sua punizione. Tu saresti pronta a soffrire in eterno, del Devaghanna?”

“Conosco quel luogo. E anche i Figli di Caino, Adam, lo conoscono molto bene. Lo chiamano Inferno. Quello che non possono sapere è che esiste davvero, grazie al tuo signore,un mondo intero è stato trasformato  nel luogo degli incubi più perversi dell’umanità.”.

Uno strano silenzio si raccolse fra noi. Sapevo che in quel corpo fragile si agitava una delle creature più possenti e coraggiose che avessi mai affrontato nel corso delle ere. Su Ayurta si scontrarono le forze migliori di ogni cosa, i Ribelli fronteggiarono Alath per gridargli in faccia che non si sarebbero mai piegati a una vita sottomessa. Un grido feroce, violento, che aggredì l’esercito migliore che fosse mai stato concepito. Gli occhi vividi e bruni della donna mi parlarono di una libertà violenta, assoluta, che non poteva scendere a compromessi con gli altari del mio dio. Allungai una mano verso la chioma selvatica, scossa dagli eventi  trascorsi in tempesta. Presi fra le dita i suoi capelli lunghi e scuri, cercando con la pelle di sentire la dolcezza della loro seta. Lei rimase in silenzio. Non sapeva cosa aspettarsi da quella mano che un aveva ucciso i suoi fratelli e forse adesso si sarebbe abbattuta anche sulla sua vita. Ma la sensazione non era di morte. Nessuno fra noi due sapeva cosa stesse realmente accadendo: fu un attimo sospeso al di là della storia, dove il tempo e lo spazio non esistono. Avvicinai il mio volto al suo, lei non oppose resistenza, lasciandosi guidare. Il mio dito  carezzò le labbra del piccolo viso dolce. I nostri respiri si fusero in un unico soffio vitale. Da quanto tempo in Adam quel battito non raggiungeva vette così elevate di estasi?  Perché era una bestemmia pensare che una donna potesse essere una passione più potente di un dio? Nessuna fra le meditazioni, nessun mantra, potevano essere paragonabili al cuore di una donna così simile a una creatura selvaggia.

“Adam, stiamo perdendo tempo prezioso.” Disse lei, al di sotto della mia barba “Alath potrebbe accorgersi di noi.”.

Con delicatezza le presi il viso e l’allontanai dalla mia bocca.

“Sì, facciamo quello che dobbiamo fare.” Risposi . Mi sembrava di essere divorato dall’interno da una strana febbre feroce.  Il mio torace s’ avvampava in un fuoco capace di distruggere i miei pensieri razionali.

Lei, con una calma da fare invidia agli dei: “Non ci pensare. Non è me che colpirai, ma solo un veicolo che mi è servito per raggiungerti e compiere il mio scopo.” Mi parlò, sussurrando.

“Hai paura, Evangeline?” feci, con la mano sull’elsa.

 “So che la tua mano è forte e veloce e il tuo occhio non fallirà. La tua lama sarà decisa.” Disse con voce velata da un senso di morte.

“È una spada molto pesante e affilata, non lascia sentire alcun dolore quando è il suo momento.” Replicai.

Un grido di tristezza  si strozzava, oscurato negli abissi delle mie passioni.

Presi la donna per le spalle. Aveva indosso solo una maglietta semplice, strappata. Le sue spalle livide per le percosse,  tremavano sotto le mie mani. Mi tolsi la sciarpa reale e, con questa, le cinsi gli occhi.

“Non è un bel posto il sotterraneo di questo Castello.” Le dissi “È  meglio che tu chiuda gli occhi con le foreste di Lastours e i suoi ruscelli nella mente.”

Mi fece bendare il suo sguardo.  Lo squallore delle Sale di Morte è peggio dell’idea stessa di morte.  Presi la donna in braccio, la coprii col mio mantello perché, nuda com’era,  non risentisse del freddo dei tunnel.  Scesi nelle segrete del Castello.  Durante la discesa parlammo a bassa voce; ma non di guerra, di Allaghèn o di storie importanti. Erano parole semplici, che si potevano dire su di un prato, durante un giorno di festa, mentre canti e balli in lontananza annunciano il ritorno delle mandrie dal Sud.

“Adam, non mi lascerai nel Devaghanna, vero?” fiatò, giunti nell’area delle Sale della Morte.

“No, non lo farò, Evangeline.” Risposi, senza dire altro.

“Vorrei rivederti, quando sarà finito tutto,  così andremo a cavallo insieme. Devi vedere la cavallina che vive con me.”

Non seppi risponderle. Nella mia mente c’era il deserto. Mai un affanno così feroce si era mai impadronito della mia ragione.  Non avevo idea di cosa stessi provando.

“Quando  sarà finito tutto.” Ripetei, senza capirne il senso, le sue parole.

L’adagiai sull’altare dell’esecuzione. La distesi sul mio mantello, perché la sua pelle non toccasse il freddo marmo  della morte. Carezzandole ancora una volta i capelli, schiusi l’elsa di Bevha, la mia spada.

Ora Evangeline era tornata dai suoi fratelli, dal Popolo d’Aurora, nell’eternità dei fiumi della Linfa. Non seppi dare un significato  a quanto era accaduto, le parole appena dette mi rimbombavano come echi informi di una passione blasfema: “Quando sarà finito tutto.”.

Mi prosternai, toccando il suolo con la fronte, mentre il sangue di Evangeline gocciolava dal marmo: “Mio Signore, il sangue di quest’agnello per te.” Proferii.

Alath assurse l’energia degli ultimi spasmi della vittima dal rigagnolo rosso vivo dall’altare .

Presi una corda grezza sfilacciata in diverse estremità munite di nodi e uncini di metallo. Tolti gli abiti, mi inginocchiai davanti al muro. “Shamopadhasa Atham!” Invocai la pietà di Alath. Ogni colpo mi strappava brani di pelle dalla schiena. Mentre i ganci scendevano, scorticandomi la carne, potevo sentire il calore della sofferenza divorare ogni altra passione. Più mi frustavo, più  sembrava fluisse via con il sangue anche il ricordo di Evangeline .

Venne l’attimo che non provai più nulla: il risultato della mia penitenza. Ringraziai Alath per aver accettato anche il sacrificio del mio sangue. Andai sotto la doccia per lavarmi i resti di pelle e sangue dalle ferite.

Ripulii l’altare e la sala della morte.

Quindi chiamai Ugarab e organizzai la battuta di caccia a Lastours, in Francia, nel Duemilaundici dopo cristo, secondo l’era di Caino.  Non avevo un bell’aspetto, Ugarab capì subito cos’era successo.

“Vi ammazzerete Maestà. State attento, neppure Nostro Signore il Misericorde, desidera  che la vostra fede vi uccida.” Mi disse.

“Ugarab, siamo noi forse in grado di comprendere ciò che Nostro Signore desidera?” Sospirai con una fitta che s’irradiò in un istante lungo la colonna vertebrale.

Il Cavaliere : “No, non siamo in grado di saperlo.  Maestà perdonatemi, avete ragione.” Replicò.

Ero sceso troppo in profondità con la frusta, rimasi sconcertato da quanto profonde fossero state le mie emozioni, per non accorgermi che gli uncini stavano raschiando le ossa. I servitori credevano che avessi immolato la mia schiena per rendere onore a Dio, come era uso fare il Re. Non si trattava di un sacrificio ma di un’espiazione, e  questa verità rimase un segreto fra me e Alath .

Alessandra Biagini Scalambra