I TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA “MICROSCIFICTION”: I CLASSIFICATO

LE DUE ETA’

di LORENZO PEDRAZZI

Mi apprestavo a eseguire il primo test quando la macchina si mise improvvisamente in funzione, e un vecchio comparve dal portale del Tempo. Era magro, asciutto, segnato da rughe vistose che gl’incidevano il viso come solchi d’aratro, e mi somigliava moltissimo, al punto che per un istante credetti di avere di fronte il mio defunto padre.

Ma non era mio padre, no.

Era qualcosa di ancor più vicino di un padre, qualcosa di ancor più incredibile di un genitore che risorge dalla tomba… perché in quel vecchio non vedevo nient’altro che me stesso, quello che un giorno sarei diventato. Guardarlo era come osservare uno specchio proiettato in un’epoca futura.

Ero attonito. Non solo per la comparsa del vecchio, ma anche, e forse soprattutto, perché la macchina aveva funzionato.

Prima ancora che la sperimentassi, aveva funzionato.

Me lo lasciai sfuggire a fior di labbra, e il vecchio mi trafisse con un’occhiata gelida. «Non dovresti andarne fiero» disse. Poi barcollò, forse stremato dal viaggio, e io corsi ad aiutarlo. Lo guidai fino alla mia sedia, sorreggendolo per il camice sdrucito.

Si guardò intorno con attenzione, e c’era una strana tranquillità nel suo volto: come se il ritorno al suo vecchio laboratorio – o meglio, al nostro laboratorio – e la vista di quel luogo un tempo familiare, lo avessero rassicurato, distendendone i tratti. Disse che tutto, non solo il laboratorio ma anche la macchina, il portale, la mia stessa faccia, tutto era come lo ricordava. Io volsi gli occhi sul portale: era chiuso ormai, ma qualche scarica di energia continuava a percorrere la sua area circolare, disegnandovi una sottile ragnatela bluastra. Osservandola, e seguendone i giochi di luce da un capo all’altro della struttura, capii di essere l’artefice della più grande invenzione della Storia.

Un misto di gioia ed esaltazione mi avvelenò i pensieri, rendendo molto difficile articolare una riflessione coerente; ma quando incrociai di nuovo lo sguardo del vecchio, fu chiaro che la mia felicità avrebbe avuto vita breve. Le sue parole di poco prima erano già motivo d’inquietudine («Non dovresti andarne fiero», aveva osato dire), e immediatamente si fece strada in me la sensazione che il vecchio volesse rivelarmi qualcosa di terribile.

Si alzò dalla sedia e cominciò a parlare, girovagando per il laboratorio, come in preda al delirio. Disse che il futuro da cui proveniva era al collasso, martoriato dagli effetti della mia (nostra) invenzione: anni e anni di viaggi nel tempo avevano consumato e destabilizzato il tessuto spaziotemporale, distruggendo la sua antica uniformità e turbando il suo equilibrio naturale. Mi raccontò di aver visto neonati invecchiare e morire a pochi giorni dal parto, intere foreste marcire in un istante, uomini e donne trasformarsi senza preavviso in un ammasso di polvere ingrigita, che scivolava tra le dita dei loro cari come sabbia finissima. Le chiamavano cronotempeste, e nel pronunciarlo la voce del vecchio ebbe un fremito di dolore.

Io non capii di cosa stesse parlando, non avevo mai nemmeno concepito uno scenario del genere. Allora lui utilizzò la metafora dell’acqua: «Immagina il tessuto spaziotemporale come uno specchio d’acqua calma, omogeneo sulla superficie e privo d’increspature. Noi, tutti noi, siamo immersi in quello specchio d’acqua fino all’addome, immobili, senza turbarlo in alcun modo. Ma, con l’invenzione dei viaggi nel tempo, è come se cominciassimo ad agitarci… dapprima lentamente, poi in maniera sempre più convulsa con l’intensificarsi dei viaggi. Il nostro movimento genera ondate di marea che progressivamente crescono in forza e dimensioni, e quello che prima era un placido stagno diviene un mare in tempesta, che non obbedisce più ad alcuna regola e ci colpisce con violenza. Un caos primordiale, di proporzioni catastrofiche.»

Non osai interromperlo durante la sua spiegazione, ma quando terminò lo incalzai con una domanda che appariva sempre più inevitabile, e della quale conoscevo già la risposta:

«Tu sei tornato qui, ora, perché vuoi che io distrugga la macchina del tempo… vero?»

Non disse nulla, si limitò a fissarmi. Io obiettai che non fosse possibile distruggerla: l’annientamento della macchina avrebbe generato un paradosso temporale insolubile, poiché lui stesso, nel suo futuro, l’aveva utilizzata per tornare indietro fino a me. Ma, stando alle sue teorie, era possibile creare una linea temporale alternativa, parallela a quella da cui lui proveniva: così, mentre il suo futuro sarebbe stato comunque condannato, il mio si sarebbe salvato.

Gli urlai che era assurdo. Lui però, dalla tasca interna del camice, estrasse quella che sembrava a tutti gli effetti una pistola. «Non vorrei usare la forza» mormorò, puntandomela contro. «Ma so che non rinunceresti mai alla tua grande invenzione, e io devo tentare qualunque strada, anche la più brutale, per garantire un futuro all’umanità».

La pistola emise un impulso luminoso, e un dolore bruciante esplose nella mia spalla destra. Mi accasciai, premendo una mano sulla cute lacerata. Poi il vecchio alzò di nuovo l’arma con l’intenzione di finirmi, ma una fitta improvvisa alla spalla – in quella che per lui era una vecchia cicatrice, e per me una ferita fresca – lo costrinse ad abbassare il braccio. Io allora ne approfittai, mi avventai su di lui con tutte le energie che avevo, sforzandomi di non guardarlo in quegli occhi così familiari… e il suo collo si spezzò fra le mie mani come un ramo secco. Riverso sul pavimento, esanime, il suo corpo appariva ancora più fragile e decrepito di quand’era in vita.

Aveva fallito, ed ero stato io a fermarlo.

Ma non si sbagliava, sapete? Perché le cose sono andate esattamente come lui mi aveva predetto. Sono stato uno stupido a credere di poter controllare la mia invenzione, e di non ripetere gli errori che lui aveva già commesso.

Ecco perché sono qui, ora, dopo tutti questi anni, pronto a tornare indietro. Il portale illumina di riflessi bluastri il reticolo di rughe che mi scavano il viso, mentre il peso della pistola grava sulla tasca interna del camice.

Sono ansioso di rivedere me stesso, molto ansioso.

Dopotutto, sto per rivivere il momento fatidico in cui sono state poste le basi per la fine del mondo.