XII TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: I CLASSIFICATO

L’ANGELO DI PAPA’

di Polly Russel

Il sole delle due non dava tregua, al pari della mosca che Milo cercava di scacciare.

L’uomo abbassò il cappello della divisa sugli occhi e si accomodò sulla sedia di plastica. Il rombo dell’auto sportiva era ancora lontano, si asciugò il sudore dal viso e per un momento sperò che non si fermasse. Pensò al suo conto, subito dopo, e riformulò il desiderio.

L’Audi inchiodò davanti alla pompa di benzina. La ragazza dai capelli rasati uscì in fretta, quasi il caldo estivo fosse meglio dell’aria condizionata dell’abitacolo. Spalancò tutte e quattro le portiere prima di lanciare le chiavi a Milo che, intanto, si era avvicinato.

Lo guardò un istante poi sorrise. «Devo andare in bagno, puoi dare un’occhiata alla piccola mentre fai il pieno?»

L’uomo si sporse all’interno, sul sedile anteriore, dormiva una ragazzina bionda di sei o sette anni. «Avrà l’età di mia figlia.» Accennò ma la ragazza era sparita. Si soffermò a guardare la bimba allora, e immaginò lo stesso sorriso sul viso di quella figlia che non vedeva da tre anni.

Troppo alcol e un giudice poco propenso al dialogo avevano deciso per lui. E la sua “pulce” era tornata in Giappone con la madre e un affido esclusivo.

La ragazza tornò presto: la testa, il collo bagnati. Anche la parte superiore del vestitino leggero grondava, mettendo in evidenza i capezzoli.

Milo si sorprese a fissarli un istante di troppo.

«Il bar funziona?» Gli chiese.

«No, però ci sono dei distributori.»

La ragazza rovesciò sul cofano il contenuto della borsa di tela e prese una manciata di monetine.

La statale era deserta, nessun suono oltre al frinire delle cicale, Milo si appoggiò al secchio dell’immondizia e incrociò le braccia muscolose, in attesa che lei tornasse.

La ragazza sbucò da dietro il gabbiotto con un paio di bibite tra le braccia, altrettante merendine e un caffè fumante. «Andando dritta di qua dove arrivo?»

«A Terni, dove deve andare?»

«Il più lontano possibile.»

Lui sorrise. «Allora le conviene prendere l’autostrada più avanti, Terni non è poi così lontano.»

«Già.» Si avvicinò alla vettura e lasciò scivolare gli acquisti nel sedile posteriore, poi si spostò al lato passeggero, accarezzò la testolina bionda e le spostò i piedi scalzi per aprire il portaoggetti.

Un secondo più tardi teneva sotto tiro Milo, con una semiautomatica. «Non posso pagarti ma devo andarmene in fretta, mi dispiace tanto.»

Milo sollevò le mani sopra alla testa, le chiavi di lei, strette tra il palmo e il pollice. «C’è una telecamera di sorveglianza.»

La pistola le tremò tra le mani. «Non importa, la macchina è rubata. Ora, appoggia sul cofano tutti i soldi che hai e allontanati.»

Obbedì. Infilò entrambe le mani nelle tasche ci depositò le chiavi ed estrasse il magro rotolo di quella infruttuosa giornata, poi lo poggiò dove glie era stato detto e fece un paio di passi indietro. «Ok, ma non innervosirti.»

«Allontanati!» Gridò lei e afferrò le banconote. Si voltò subito dopo, lo sguardo fisso sulla linea d’orizzonte. Strinse gli occhi. «Sono già qui!»

Chiuse gli sportelli, il primo fece trasalire la bambina, il secondo la svegliò. «Angelo, va tutto bene, andiamo via.»

Il rombo di un paio d’auto arrivò da sud.

«Le chiavi! Dove cazzo sono le chiavi?»

La ragazza batté i palmi sul volante, facendo urlare il clacson.

La bambina si sollevò a sedere, voltò la testa verso Milo e sorrise, poi additò i pantaloni dell’uomo, puntando la tasca che le conteneva.

Due automobili dai vetri oscurati inchiodarono nella piccola area di servizio. Le ruote slittando lasciarono lunghe linee nere. La ragazza puntò di nuovo l’arma verso Milo. «Le chiavi!». Con il volto contratto dalla paura, esplose un colpo. Sfiorò il benzinaio e si perse nella campagna.

Dalle due vetture uscirono una decina di persone. Abiti neri e occhiali da sole. Corsero verso l’Audi, mentre la ragazza afferrava le chiavi porte controvoglia da Milo.

«Luna, lasciala andare.» Sibilò uno degli inseguitori.

Gli uomini in nero si abbassarono, quasi avessero risposto a un segnale. Insieme e in contemporanea si misero carponi coprendosi le orecchie con le mani. Quello che era al volante di una delle due vetture si affacciò dallo sportello, il piede destro ancora dentro l’automobile. E gridò.

Un’onda d’urto si propagò dalle sue labbra spalancate e investì l’automobile.

L’auto venne catapultata alcuni metri in avanti, i vetri in frantumi e il clacson che non smetteva di latrare.

Milo era stato sbalzato contro la vetrata del box e aveva perso i sensi.

Gli uomini si alzarono insieme e corsero verso la macchina cappottata. «Lasciala andare!» Gridò di nuovo uno degli inseguitori, prima di essere investito da un muro di fuoco.

Da dentro l’abitacolo saettarono fiamme lunghe decine di metri. Frustarono l’asfalto, falciando gli inseguitori.

In pochi istanti del piccolo parcheggio sulla statale non rimanevano che pochi resti carbonizzati.

Milo aprì gli occhi, le palpebre pesanti e la testa che ronzava. Sollevò lo sguardo sui corpi abbrustoliti e sui resti delle vetture, poi un’esplosione.

La pompa di benzina aveva preso fuoco. Le lamiere vennero scaraventate in aria, assieme alla plastica ormai annerita delle insegne.

«Vieni via, imbecille!» La ragazza dai capelli rasati lo stava strattonando ma lui non percepiva altro suono che la voce di lei. Ovattata e lontana, come se una bolla d’acqua gli imprigionasse la testa. Col fragore della seconda esplosione si scosse e si alzò. Un forte dolore al fianco gli impediva di correre ma riuscì comunque a raggiungere la propria macchia in fondo al parcheggio. La ragazza spinse la bambina nel sedile posteriore. «Ce la fai a guidare?»

Milo, ancora frastornato, balbettò qualcosa che somigliava a un sì. Lei gli strappò di mano le chiavi. «Lascia perdere, sali di là.»

«Ma chi erano?» Chiese, una volta partiti.

«Chi sono, vuoi dire. Un po’ di fuoco non li fermerà.»

 

«Mi chiamo Luna.» Sentenziò la ragazza mentre sfrecciavano sulla statale.

«Milo.» Sussurrò lui, uno sguardo alla bambina che aveva ripreso a dormire. Si accomodò meglio sul sedile e si frugò le tasche dei jeans. «Il mio cellulare era nel gabbiotto.»

«Meglio così. A chi avresti detto che un uomo ha rovesciato una macchina urlando e una ragazzina ha distrutto una stazione di servizio, materializzando del fuoco?»

Lo guardò e gli sorrise. «Mi sa che ti sei cacciato in un bel guaio. Tranquillo, ti faccio scendere al prossimo distributore.»

«Per incendiare anche quello?» Rise e una fitta al fianco gli rammentò di essere più cauto. «Credo di essermi rotto qualcosa.»

Luna allungò la destra dietro di sé, lo sguardo ancora fisso sulla lingua d’asfalto. Scosse la bambina con garbo, «Angelo…»

La piccola si mise a sedere e si stropicciò gli occhi. Si sporse tra i sedili e poggiò le mani sul torace dell’uomo. Un istante dopo il dolore era sparito. Non ebbe il tempo di chiederle che cosa gli avesse fatto, perché quando si voltò, lei stava di nuovo dormendo

«Si stanca. Dorme quasi sempre.»

Dallo specchietto retrovisore, due puntini scuri prendevano le fattezze di auto di grossa cilindrata. «Mi sa che non riuscirò a farti scendere.»

Pestò sull’acceleratore, lo svincolo per Terni era solo a un paio di chilometri. «Sono demoni. E lei è un angelo.»

Milo appoggiò la destra sulla fronte e il gomito sullo sportello.

«Non sono fatti così…»continuò lei «… prendono in prestito dei corpi per muoversi in questo piano d’esistenza. Lei trasporta un’anima. Un’anima terribile che se reincarnata potrebbe portarci alla distruzione. Deve proteggerla fino a stasera. Poi non sarà più un pericolo e potrà andarsene.»

Lui la guardò di traverso, continuando a massaggiarsi la fronte, fingendo di assecondarla. «Perché fino a stasera?»

«Cesseranno condizioni perché possa reincarnarsi, e non si ripresenteranno per chissà quanti secoli.»

«Ok…» sussurrò con un velo di ironia. «Che ne dici se invece ce ne andiamo insieme all’ospedale?»

Svoltò decisa in direzione Terni, facendo sbattere la testa di Milo contro il finestrino. Il ragazzo si voltò di scatto: la bambina sembrava non essersi mossa.

Imboccarono la prima traversa dopo un passaggio a livello e poi ancora un’altra, finendo in una provinciale sterrata.

«Tu come fai a sapere queste cose?»

Luna si voltò un istante, uno solo, poi tornò a fissare la strada. «Quello è il corpo di mia figlia.»

 

Parcheggiò nell’aia di una casa rurale. Luna diede un colpo di clacson e attese che qualcuno si affacciasse all’uscio.

Si avvicinò un uomo sulla cinquantina. «Posso aiutarvi?»

«Sì» Luna attese che fosse abbastanza vicino, poi estrasse la pistola e gliela puntò alla fronte, da dentro la macchina Milo cacciò un urlo. «Che cazzo fai!»

Lei finse di non sentirlo e parlò all’uomo che aveva davanti. «Voglio solo la tua macchina.»

Le rispose che le chiavi erano nel quadro, la voce ridotta a uno squittio.

Lo spintonò fino al fuoristrada parcheggiato davanti al fienile e gridò a Milo di portargli la bambina.

Quando l’ebbe sistemata sul sedile posteriore si rivolse al proprietario dell’auto. «Cercherò di non rovinartela, in un modo o nell’altro te la riporteranno domani.»

 

Il parco dei mostri di Bomarzo era in chiusura. Si fermarono poco distante e raggiunsero la recinzione a piedi. «Tu puoi anche andartene.»

Milo guardò la piccola che stava portando in braccio. Gli cingeva il collo con forza, anche se dormiva. Sorrise, ricordando quando portava a letto sua figlia. «Manca poco al tramonto.»

Attesero che la guardia ispezionasse tutti i cancelli e che se ne andasse. La piccola aveva divorato tutto quello che Luna aveva preso alla stazione di servizio di Milo, sbadigliando tra un boccone e l’altro.

Scavalcarono la cancellata e si spostarono nel boschetto, fino alla casa sbilenca.

«Abbiamo ancora un’oretta di luce, Angelo poi sarà tutto finito. Resisti ancora un po’.»

Le circondò le spalle con il braccio e la aiutò a salire le scale dalla pendenza improbabile. Si fermarono al primo piano.

Milo le raggiunse sfiorando la parete, in cerca di un equilibrio che non riusciva a trovare. «Un posto più comodo non c’era?»

«Zitto, si è addormentata.»

«Da quanto siete in fuga?»

«Tre giorni.»

Milo estrasse quello che rimaneva di un pacchetto di sigarette dalla tasca dei jeans, ne tirò fuori una e la tese tra le dita, cercando di restituirle la forma originale. «E domani? Ti sarai tirata dietro la polizia di mezzo centro Italia.»

Lei baciò la fronte della bambina. «Domani vedremo.»

 

Un rumore li fece trasalire. Un suono forte, che si propagò per qualche secondo, simile a un crollo.

La bimba spalancò gli occhi. Si levò e si affacciò alla finestra.

Scrutò il boschetto poco distante e il prato che lo divideva dalla casa sbilenca, sollevò una mano e indicò l’uscita. Un momento dopo la terra tremò.

Un manto di polvere li investì, Milo afferrò la piccola. Mentre caracollavano giù per le scale, densi drappeggi bianchi scivolavano dalle crepe sul soffitto. «Qui crolla tutto!»

Riuscirono a saltare fuori dall’uscio e a rotolare nell’erba. Milo fece scudo di sé alla bambina mentre un boato innaturale copriva ogni altro suono.

La casa che era stata progettata in modo da sembrare sempre sul punto di cedere, esplose. I tre non riuscirono a vedere l’immenso fiore bianco di polvere e detriti che sbocciò alle loro spalle, ma né intuirono la drammaticità dal rombo che squassò loro le orecchie.

Milo aprì gli occhi solo per un istante, convinto che le polveri gli avrebbero impedito di vedere. Il viso inespressivo della bambina sotto di lui era nitido però. Fece forza sui gomiti, dove si era appoggiato per non schiacciarla e il potersi alzare si rivelò una sorpresa.

Si fece coraggio dunque, e si voltò. Intorno a loro era tutto bianco. Una coltre lattiginosa e densa che però non sembrava sfiorarli. Come se stesse guardando il mondo attraverso una maschera da sub, vide tra le spire delle polveri, pezzi di calcinaccio piovergli addosso, ma scivolare via prima di colpirlo.

Solo allora notò la mano candida della bambina spuntare da sotto il suo braccio: estesa, le dita aperte. Non un tremito o un’incertezza.

«Ci hai protetti tu?» Si rizzò in piedi tenendola stretta, prese la mano di Luna e la trascinò imponendole di alzarsi.

Riuscirono ad allontanarsi abbastanza da essere al sicuro dai detriti anche senza l’ausilio della piccola. Lunghi brividi pervadevano il terreno, sotto al quale, il mondo sembrava ribollire.

Luna esplose due colpi, in direzione dei demoni, che si persero nell’aria impastata.

Il boschetto di cerri non era parso loro tanto intricato entrando, ma ora sembrava esserlo. I rami abbracciati l’un l’altro formavano una rete difficile da penetrare. Milo avvolse la piccola con le braccia cercando di proteggerla dalle foglie che erano divenute taglienti, abbassò il capo sopra al suo. “Corri papà, io ho paura dei ragni!”

Sua figlia non era lì, era lontana migliaia di chilometri, eppure era sicuro di averla sentita ridacchiare, come quando l’aveva portata alla “casa stregata” in una fiera paesana.

Strinse la bambina e piegandosi in avanti continuò ad avanzare, «Luna coraggio, vieni!»

Soffocò un grido quando alcuni rami gli artigliarono le braccia, strappandogli la pelle come fosse carta. Si voltò quando sentì la ragazza urlare.

Alcuni arbusti ricurvi l’avevano frenata. Era immobile: le braccia divaricate, tenute ferme da mani lignee, intrecciate alle sue.

«Portala via!» Urlò la ragazza. La disperazione di quel grido esplose nel silenzio del boschetto, lacerò le orecchie e il cuore di Milo, come probabilmente aveva lacerato la sua gola.

L’uomo non si mosse subito, lo sguardo rapito da tanto orrore. Due dei loro inseguitori avevano raggiunto la ragazza il cui corpo sembrava ormai parte della vegetazione. Spire nodose le avevano avvolto le gambe e il busto e ghirigori vermigli guizzavano sulla pelle candida. Con la destra spinse il viso della bimba sul proprio petto impedendole di vedere e riprese a correre.

Sollevò lo sguardo, cercando la volta celeste attraverso il dedalo di tronchi e fogliame, il rosso fuoco del tramonto baluginava nelle faglie dell’intreccio. «Ci siamo piccola, ci siamo.»

La bambina alzò il capo. L’iride che Milo ricordava azzurra era sparita e gli occhi erano dello stesso colore del cielo. «Fermati.» Gli disse, senza dischiudere le labbra. «Adesso!»

Milo eseguì con tanta solerzia da sbilanciarsi in avanti e per poco non cadde. Tirò indietro il piede con cui aveva ripreso equilibrio mentre gli alberi davanti a lui scomparivano schiacciati dalla pietra. Uno dei mostri del parco, l’elefante, aveva preso vita ed era entrato nel boschetto, facendone trucioli.

Il rumore degli alberi spezzati era agghiacciante. La bestia sollevò la proboscide fracassando gli ultimi rami davanti a loro e barrì. Milo fu costretto carponi, le mani pigiate contro lo orecchie e gli occhi serrati.

La creatura abbassò il capo, minacciosa, e si lanciò contro i demoni che si erano avvicinati.

La bambina sciolse le braccia dal collo di Milo e gli prese il viso tra le mani, un denso rivolo rosso le colò tra le dita. «Potremmo non farcela e ucciderebbero questo corpo. Ed é il corpo di una bambina. Capisci quello che ti chiedo?»

Gli occhi mutarono ancora e tornarono quelli della piccola, Milo pensò alla sua Manila e non ebbe alcun dubbio. «Fallo.»

Due grosse lacrime rigarono quel volto di porcellana e gli sfioro le labbra con un bacio, poi cadde svenuta.

Il corpo che era di Milo saltò con agilità oltre il mucchio di legno squarciato e corse verso lo spazio aperto. Udì le grida di uno dei due demoni, probabilmente colpito dalla bestia che aveva animato.

Il sole era soltanto una linea sanguigna tra cielo e monti.

Si arrampicò su di una collinetta erbosa, il fiato di uno degli inseguitori sul collo.

«Non potrai sfuggirmi!» Gli aveva gridato contro, ma lui percepì solo alcune sfumature, stralci di parole, aggredito da un dolore forte e improvviso.

Come se il cuore avesse iniziato a pompare acido nelle vene, cadde in ginocchio: un artiglio ricurvo spuntava dalle sue carni, in prossimità del ventre. Cercò di toccarlo ma non riuscì a muovere le braccia. Alzò gli occhi al cielo, mentre la bocca si riempiva di sangue.

Tossì e una macchia scarlatta colorò il verde intenso del prato, poi ancora dolore.

Il demone lo stava trascinando verso di sé, ritrasse il braccio, allungato oltre gli umani limiti, nodoso e contorto, le cui vene serpeggiavano come rampicanti rigonfi. «Ci eri quasi riuscito.» Sibilò quando gli fu sopra.

L’angelo sollevò l’angolo destro della bocca in un sorriso, «ci sono riuscito.»

Un tonfo sordo e il demone venne sbalzato a una decina di metri, l’elefante di pietra che era sopraggiunto si interpose, allora, tra i due.

Quello che era stato Milo si sollevò a sedere, entrambe le mani premute sull’addome poggiò la schiena alla zampa.

Il demone tentò di dire qualcosa nel momento in cui il puntino rosso scivolò dietro le montagne. Si voltò verso il tramonto imprecando e quello che cadde a terra un istante dopo era solo il corpo privo di conoscenza di un uomo.

 

Tutto il dolore e la sofferenza che quelle ferite portavano esplosero di nuovo quando Milo tornò padrone delle proprie membra, obbligandolo a gridare.

Si guardò attorno. Era appoggiato a un albero e della devastazione di poco prima non c’era traccia. Il boschetto attorno a lui era quieto e attraverso gli arbusti riuscì a scorgere la casa sbilenca, ancora in piedi.

Appoggiò la destra a terra e fece forza, stupendosi quando riuscì ad alzarsi con facilità. Si osservò il ventre allora, e attraverso lo squarcio della maglietta, non vedeva altro che la sua pelle. Integra.

«Ehi!» Luna e sua figlia lo raggiunsero di lì a poco. La bambina sembrava divertita, i grandi occhi azzurri spensierati e aperti sul mondo. «Mamma, ho fatto un sogno strano ma divertente!» La sentì dire mentre si avvicinavano.

La ragazza aveva un sorriso radioso, carico di amore e gratitudine. Gli prese la destra e se la portò al viso, poi la baciò. «Grazie.»

Fu l’unica cosa che riuscì a dire, poi le lacrime presero il sopravvento.

 

Nello stesso momento ma con diverse ore di distanza, una bambina di sette anni spalancò intensi occhi nocciola. Rimase seduta sul tatami per qualche momento, assorta, poi corse da sua madre.

«Dobbiamo andare da papà.»

«Amore, ma che succede?»

La piccola illuminò la stanza con un sorriso. «Sì. Dobbiamo proprio andare da papà.»