MODI DI FARE GIUSTIZIA

Non conoscevo quel misero paese. Da quindici giorni, forse venti, mi ero sistemato in una povera casetta. In passato lasciavo l’enorme città grigiastra e, in essa, i miei fallimenti e i miei rimorsi.

A mo’ di penitenza, facevo un lavoro umile che mi dava da vivere, anche se stentatamente: con pennellate nette e precise dipingevo occhi azzurri, guance rosee, baffi neri e labbra rosse su dei pallidi pupazzetti di plastica. Dopo li consegnavo ad una fabbrica di giocattoli ubicata nei sobborghi della città e lì mi davano qualche peso.

Un pomeriggio stavo facendo il mio lavoro quando bussarono alla porta il farmacista e il dentista del paese. Quando aprii un cane randagio cercò di entrare e il farmacista lo cacciò via con una pedata.

Di solito ero molto distratto e, in quel momento, richiamò la mia attenzione l’episodio del cane, sicché non udii cosa dicevano i miei ospiti. So che mi strinsero la mano, che si presentarono (non capii i loro nomi), che commentarono con tono ilare qualche vicenda locale: un dialogo insulso che mi sfiorava appena, senza riuscire a interessarmi.

In quei giorni ero molto cupo e ben poco socievole. Non avevo voglia di parlare con nessuno. E, poiché essi erano lì e non potevo cacciarli via, aspettavo solo che se ne andassero una buona volta. Reggevo tra le dita un pennellino imbrattato di rosso; lanciavo occhiate impazienti e furtive verso il tavolo su cui mi attendevano molti pupazzetti da dipingere. Avevo un solo posto a sedere: un semplice sgabello di legno. Mi sembrò scortese sedermi senza concedere loro questa possibilità, cosicché stavamo in piedi tutti e tre.

Ad un tratto mi si avvicinarono molto, io mi vidi costretto a indietreggiare di alcuni passi per non perdere la mia libertà di movimenti e a quel punto, improvvisamente, capii che mi stavano offrendo qualcosa. Qualcosa di notevole e per ciò stesso totalmente sproporzionato rispetto alla povertà e alla disgrazia che allora mi affliggevano.

-…in questo ci guadagniamo tutti – diceva il dentist -: il paese ci guadagna in tranquillità; la giustizia in efficienza; Lei in sicurezza economica e in prestigio sociale. Inoltre, ha la grande opportunità di utilizzare il suo ingegno e i suoi studi per qualcosa di più nobile e, soprattutto, molto più redditizio, dei pupazzetti da dipingere.

Benché non fossi orgoglioso della mia attività, mi ferì quel disprezzo da parte del dentista. Ma aveva appena finito di dirmi quali sarebbero stati i miei compensi. Provai un senso di commozione: la cifra, spaventosamente alta, risvegliò immediatamente la mia avidità.

Tuttavia, mi sentivo stordito, la situazione era molto strana, avevo bisogno di un attimo di calma per pensare un po’. Non intuivo nessun motivo per il quale dovessero offrire proprio a me, l’ultimo arrivato, povero e sconosciuto, un incarico giudiziario così importante e quella eccezionale retribuzione.

-Ma io non sono neanche avvocato – mi difesi -. Non capisco nulla di leggi né della loro applicazione.

-Non occorre essere esperti di leggi – replicò il dentist -. Sa leggere e scrivere? Ha terminato la scuola superiore? Sa interpretare il testo di una ordinanza qualsiasi? E, soprattutto, è onesto e incorruttibile?

Assentii in modo vago e generico, affrontando, con diversi margini di sicurezza, le varie domande.

-Allora non c’è altro da discutere! -esclamò, euforico, il farmacista. –Sarà Lei il nuovo giudice generale del paese!

Fui immediatamente soffocato dai vigorosi abbracci e dalle calde congratulazioni dei due uomini che festeggiavano la mia accettazione. “Giudice generale, che strano” pensai. Conoscevo, ad esempio, l’esistenza di giudici di pace o di giudici istruttori (sebbene ignorassi quali fossero le loro funzioni). Ma mai avevo sentito parlare di “giudici generali”, espressione che implicava la possibile esistenza di “giudici particolari” o di “giudici specifici”.

-Il paese, lo verificherà Lei stesso, è abbastanza tranquillo – diceva il farmacista -. Sono vari anni che non accadono fatti delittuosi, benché se ne siano verificati di riprovevoli.

Avrò abbozzato un leggero gesto di attenzione di fronte alla distinzione tra delittuosi e riprovevoli; il dentista interruppe, con tono bonario:

-Il dottor Gerardi ama i giochi di parole. Non ci faccia caso – me lo diceva come se temesse che tale passione del farmacista potesse risultarmi sgradita; in ogni caso, non riuscii a capire il suo atteggiamento.

Per dire qualcosa, dissi:

-Bene, almeno ora so che il titolare della farmacia è il dottor Gerardi.

-Ma anch’io sono il dottor Gerardi – notificò il dentista.

A quel punto notai che entrambi gli uomini, corpulenti, biondi, rubicondi, paffuti, con gli occhi di un celeste scolorito, si somigliavano moltissimo. Stavo per domandare, dando per scontata la risposta affermativa, se erano fratelli.

-Ma non c’è nessuna parentela tra di noi – aggiunse il dentist -. Il signor farmacista e biochimico è il dottor Juan Gerardi e io sono il dottor José Gerardi -l’espressione signor farmacista e biochimico venne proferita con una ridicola enfasi, e altrettanto enfatico risultò il modo di pronunciare due volte dottor.

Feci probabilmente qualche commento banale sulla coincidenza dei cognomi. E subito tornai a ciò che mi preoccupava:

-Mi scusino se insisto…

-Dica, dica pure – mi incoraggiò il farmacista.

-E’ che tutto ciò mi sembra stranissimo (e non mentivo) a che titolo nominano giudice me, che…?

-Giudice generale -specificò Juan Gerardi.

-Giudice generale –assentii -. Bene… Non ricordo più che cosa stavo dicendo…

-Ho colto perfettamente il senso profondo del suo dubbio – era Juan che parlava – e lo chiarirò con tutta la precisione che i miei mezzi verbali consentono – fece una solenne pausa -. Noi due, il dottor José Gerardi ed io, rappresentiamo le forze vive del paese. Avrà visto un lampo d’ironia nei miei occhi in quanto aggiunse, maestoso e ammonitorio: -La prego di non interpretare in maniera scherzosa questo termine. In nome delle forze vive siamo pienamente autorizzati a nominare, controllare e, se del caso, sollevare dall’incarico – mi sembrò di avvertire una minaccia nel modo di pronunciare queste parole – i funzionari della giustizia. Abbiamo altresì piena facoltà di stabilire l’ammontare delle retribuzioni che vengono corrisposte a detti funzionari. Come vede, è tutto in regola e non deve temere nulla.

Perché pensava che temevo qualcosa?

-No, non è questione di temere – la sua sicurezza mi faceva vacillare -.Non è questione di temere. Né di non aver fiducia – in realtà avevo paura e non avevo fiducia -. Quello che non capisco è perché offrono l’incarico proprio a me, l’ultimo arrivato, un perfetto sconosciuto.

-Questo è un paese squallido. Un paese di gente quasi illetterata, di gente a cui fanno schifo i libri. Solo noi tre, e tutt’al più qualcun altro, sappiamo leggere e scrivere con scioltezza. Gli altri sono semianalfabeti – il disprezzo alterava la voce di José Gerardi -Chi dunque meglio di Lei potrebbe esercitare funzioni così delicate?

-Ma prima che arrivassi io non c’era un giudice?

-C’era un giudice: don Alejandro Macias, il maestro elementare. Era un buon giudice. Per meglio dire, fu un buon giudice. Anni fa. Ma negli ultimi tempi non capiva più i casi che gli si presentavano.

-Pertanto – Juan Gerardi sentenziò perentorio alzando l’indice -, conformemente al nostro potere e alle nostre competenze, proprio stamani abbiamo provveduto a sollevare don Alejandro Macias dall’incarico di giudice generale e, sempre conformemente alle dette facoltà e competenze, abbiamo ora provveduto a nominare Lei al suo posto.

C’eravamo detti tutto. I due uomini mi ridettero la mano, questa volta con circospetta freddezza, e se ne andarono. Pensai un attimo alle loro camicie mal stirate, alle loro unghie contornate di nero. Balenò in me una fugace incertezza. E, quando rimasi solo nella casetta povera, ero già il nuovo giudice generale del paese.

 

 

I Gerardi non avevano mentito. Il paese era veramente molto tranquillo. Trascorsero i giorni, passò il primo mese e non fu mai richiesto il mio intervento. Mai: neanche per un banale litigio tra vicini.

Il trentesimo giorno José Gerardi si presentò a casa mia con la paga e una ricevuta, stampata con caratteri antiquati, da inizio secolo, che diceva: Per la mia attività di giudice Generale del nostro distretto durante il mese corrente, ricevo dalla Commissione dei Notabili la somma di… Se la cifra non fosse stata così alta avrei riso per l’espressione Commissione dei Notabili. Firmai, ricevetti un grosso fascio di biglietti e, vinto dal trionfo dell’avidità, mi sentii loquace e mi misi a parlare, molto più del solito. José Gerardi, solo ora lo ricordo, si limitava a sorridere.

Non appena se ne fu andato, disseminai sul tavolo i biglietti rossi, li contai ancora diverse volte, ne lisciai gli angoli, li legai con uno spago, li soppesai. Con un ventesimo di quello stipendio potevo condurre una vita agiata.

“Risparmiare”, dissi tra me e me, ed era il disprezzo, ora, a farmi parlare, “risparmiare il più possibile e tornare in città, ma da trionfatore. Abbandonare quel paese di persone pedanti e ridicole…”.

Mi zittii subito, spaventato dalla mia ingratitudine. Mi avevano pagato una piccola fortuna per non far nulla e io li insultavo. Volevo evitare di avere simili pensieri ma il ricordo dell’espressione Commissione dei Notabili mi aveva fatto un po’ sorridere.

 

 

L’impiego risultava una pacchia. Passavano i giorni e io non avevo nulla da fare. In altri tempi avrei sfruttato quel tempo libero in mille modi, ma da quando mi avevano nominato giudice – e anche da un po’ prima – avvertivo una strana e immotivata pigrizia. Così mi lasciavo andare, stando lunghe ore seduto di fronte alla finestra, pensando, a volte, a tutte le cose che non avevo mai fatto e che non avrei fatto mai, poiché erano cose precluse al mio ardire.

Alla fine mi capitò un caso. Risultò decisamente assurdo. Due fratelli gemelli – vecchi, grigi, poveri, vestiti male, consumati dall’età – si contendevano un’eredità lasciata dalla madre – morta ventisette anni prima – al più bello dei due: così recitava il testamento. Il fatto era che ciascuno dei due si considerava “il più bello”. Non sapevo se arrabbiarmi o ridere davanti a quei vecchi emaciati e sporchi che si perdevano in tali ridicole civetterie.

Inoltre, l’ammontare dell’eredità – venticinquemila pesos al tempo della morte della madre – risultava, per effetto del deprezzamento della moneta, del tutto insignificante. Non fui in grado di capire neppure – e non riuscii a farmelo spiegare – perché avevano lasciato passare ventisette anni prima di rivolgersi alla giustizia.

In sostanza, il presunto litigio mi sembrava uno sproposito senza capo né coda o un modo per farmi perdere tempo. O, forse, per mettere alla prova le mie attitudini. Io, in fondo, continuavo a diffidare dei Gerardi. Mi domandai se i vecchi fossero loro complici. Li osservai: mi sembrava impossibile che stessero fingendo. Esaminai nuovamente, con maggiore attenzione, il testamento, alla ricerca di un’incongruenza rivelatrice. Era scritto su un foglio giallognolo a quadretti, strappato da un quaderno di scuola. Si notava, dai caratteri irregolari del tratto, che avevano usato una di quelle vecchie penne che s’intingono nel calamaio. Sì, non potevo aver dubbi su quei vecchi: il testamento, ridicolo o meno che fosse, era autentico. Ed era pure autentico, saltava agli occhi, l’astio, sordo e reciproco, tra i due fratelli.

Di sicuro ero io il giudice. Ma qui non aveva senso fare giustizia bensì occorreva sbarazzarsi del caso. Così, tagliando corto, dichiarai, con un tono di voce sentenzioso, per impressionare i vecchi:

-Tenendo presente che i signori Francisco Barbero e Pedro Barbero sono, a mio giudizio, di pari bellezza, è indubbio che la signora mamma di entrambi decise nel suo testamento di premiare in egual misura la loro bellezza. Pertanto la mia risoluzione è che l’eredità venga divisa in due parti uguali.

I vecchi abbozzarono un gesto di disapprovazione e parevano intenzionati a muovere qualche obiezione. Li richiamai con un gesto:

-Ma – aggiunsi, impaziente – voglio elargire di tasca mia un premio extra: altri centomila pesos ciascuno.

Sorrisero di un sorriso senile. Consegnai a ciascuno dei due un bigliettone grigiastro. Se ne andarono contenti, riconoscenti, sorridenti. Rimasi molto soddisfatto della mia astuzia.

Com’era facile fare il giudice!

 

 

Un pomeriggio mi venne voglia di fare una passeggiata. Presi una via a caso e, per la prima volta, notai quanto si somigliavano, nella loro bruttezza, tutte le case del paese. Dal marciapiede erano visibili solamente una parete monocolore e una porta scura. Non vidi nemmeno un albero, né una foglia, né una sola carta per terra.

Ad un tratto le case sparirono. La via diventava di terra battuta, fiancheggiata da stretti fossi d’acqua nerastra. Man mano che annottava, salivano dalla terra umidi profumi di piante. In lontananza, sullo sfondo ceruleo, si stagliarono tre alberi carbonizzati e senza fogliame. Udii un timido, breve tubare e, non so perché, fui colto da apprensione. Una paura diffusa mi invase la schiena. Decisi di prendere immediatamente la via del ritorno.

Ciononostante, avanzai un altro po’. Su un intricato declivio si allungavano le rotaie color ocra di una ferrovia abbandonata e andavano a spegnersi in quel punto.

Da quella modesta altura guardai verso il paese. Vidi scintillare un unico lumicino, più lugubre dell’oscurità circostante. A quel punto mi immaginai solo al mondo, con il nulla intorno, nel bel mezzo di un lago immenso fatto di notti bagnate. Provai paura, molta paura, e tornai di corsa in paese.

C’era un uomo seduto sulla soglia di casa mia. Quando mi vide s’alzò in piedi a fatica e mi venne incontro. La sensazione di averlo già visto mi sconcertò un po’. No: conoscevo, al massimo, una decina di persone nel paese e quest’uomo non era tra quelle.

-Dovrebbe vergognarsi – balbettò -. Lei, un uomo giovane e sano, portar via il lavoro a un povero anziano, debole e asmatico.

In effetti, l’uomo, in piena crisi asmatica, ansimava pietosamente.

-Mi guardi – aggiunse; fece una pausa, poi inspirò a fatica, e, subito dopo, emise un sibilo affannoso -. Ho settantadue anni, sono ammalato, povero e senza lavoro. Per colpa Sua. Non si vergogna? Perché è venuto a calunniarmi e a cospirare contro di me per farsi nominare giudice generale?

Capii che era il mio predecessore, l’ex giudice don Alejandro Macias. Non c’era nessuna ragione per cui io dovessi accettare accuse gratuite. Con calma gli risposi subito che non avevo richiesto l’incarico di giudice generale e che non ero io il responsabile dei suoi anni né della sua asma. Aggiunsi che, essendo così alto lo stipendio del giudice, lungi dal vivere nell’indigenza, aveva di sicuro risparmi sufficienti per vivere agiatamente il resto della sua vita.

Ora l’asma gli impediva di parlare. Si limitò a negare con un gesto deciso della mano destra. E da quel gesto capii che don Alejandro, benché avesse il doppio dei miei anni, mi assomigliava moltissimo: da lì derivava la sensazione di averlo già conosciuto.

Entrai in casa, sbattei la porta irato. L’uomo rimase tutta la notte seduto sulla soglia. Di tanto in tanto graffiava o grattava la porta e io non riuscii a chiudere occhio nemmeno un istante a causa del suo incessante ansimare.

Comunque, quando aprii la porta alle otto del mattino, l’ex giudice non c’era più. Con un bastoncino, aveva disegnato, come disegnerebbe un bimbo, una specie di casetta e un albero, sul terreno.

 

 

L’estate s’era abbattuta sul paese, che riverberava sotto l’inclemenza del sole di gennaio. Era un paese senza alberi che mitigassero il caldo. Le case, alcune bianche, altre gialle, erano impietosi specchi di fuoco.

Una domenica verso mezzogiorno delle nubi minacciose iniziarono ad oscurare il cielo. Sulle tre del pomeriggio il firmamento era color cenere. Il paese sembrava distrutto o rimpicciolito.

Io attendevo con ansia il temporale, che ci avrebbe portato almeno qualche ora di tempo fresco.

Come tante altre volte, mi trovavo seduto davanti alla finestra. Di tanto in tanto guardavo il cielo o il limitato orizzonte di case piane. Una certa sonnolenza mi solleticò le estremità del corpo. Poco dopo mi assopii.

Un vociare mi svegliò. Come d’abitudine, buttai l’occhio sull’orologio: erano le tre e un quarto.

Erano arrivati i due Gerardi, due agenti di polizia in uniforme azzurra, un giovane trasandato e un uomo con gli occhiali. Probabilmente li avevo già visti, i poliziotti, in abiti civili, ma non ne ero sicuro, poiché in quel paese tutte le persone si assomigliavano un po’. Ma, senza alcun dubbio, non conoscevo il giovane (avrà avuto sedici anni, indossava dei pantaloni e un giaccone azzurri, in rustica tela di jeans, aveva i capelli biondi, lunghi e arruffati) né l’uomo con gli occhiali. Forse proprio per via degli occhiali lo feci scrivano o pastore protestante in quanto, nonostante il caldo soffocante, portava un vestito scuro, una camicia bianca e una cravatta quasi nera. I suoi vestiti, al pari di quelli degli altri, erano consunti, vecchi, sfilacciati: quest’impressione di decadenza decrepita accomunava tutti gli abitanti del paese.

Dopo il mio successo (tale lo consideravo) nella contesa tra i gemelli Barbero, mi si presentava ora la seconda occasione per sentenziare. Due soli casi nell’arco di quasi un anno non costituivano certo un lavoro particolarmente impegnativo, ad ogni modo pensai che abusavano un po’ di me se pretendevano che lavorassi di domenica. Tuttavia, non osai proporre loro di rinviare la questione all’indomani.

Non tardarono ad informarmi sui diversi aspetti del caso. Seppi così che cosa era accaduto e quale sarebbe stato il ruolo di ciascuno di noi.

Era José Gerardi, il dentista, a dominare. Disse che era a casa mia per rappresentare, ancora una volta, le forze vive del paese e pertanto, in tale veste, pensava di osservare lo sviluppo del caso, sempre che non avessi nulla in contrario. Nonostante il suo tono mellifluo che usò, percepii nelle sue parole una vena autoritaria che non mi garbò. Lo si voglia o no, la sua presenza era un modo di immischiarsi nel funzionamento della giustizia. Per un istante pensai di non permettergli di rimanere. Non osai farlo: ricordai l’eccellente stipendio; mi dissi che non era il caso di perderlo per una questione di principio del tutto astratta che non interessava, né era di vantaggio, ad alcuno. Ma, comunque fosse, non era ragionevole che José Gerardi presenziasse al caso.

Il farmacista Juan Gerardi presentava la questione. Accusava l’uomo con gli occhiali di avergli rubato alcune banconote dalla cassa mentre egli si trovava nel retrobottega. Per una felice coincidenza, era riuscito a vedere il furto riflesso da uno specchio. Aveva allora fatto irruzione come un tromba marina nella farmacia e sorprese il ladro in flagrante.

Il ladro si chiamava Félix Orlando Díaz. Quando il farmacista lo aveva sorpreso e bloccato egli, lungi dal lasciare le banconote sottratte, aveva tentato di darsi alla fuga, aggiungendo così un elemento di violenza, che trasformava il furto in rapina. E, in effetti, sarebbe scappato via se non l’avesse fermato l’adolescente all’ingresso della farmacia.

L’adolescente si chiamava Hernan Horacio Hans. Era presente sia in veste di testimone che di poliziotto. Si era recato in farmacia allo scopo di comprare un pettine – e qui non potei non guardare con riprovazione i suoi capelli lunghi, sporchi e arruffati – e le circostanze fecero sì che fosse testimone del furto di banconote da parte dell’imputato Félix Orlando Díaz e del suo fallito tentativo di fuga. Quanto al suo secondo ruolo, quello di poliziotto, derivava dal fatto che ogni cittadino, anche se non era un vero poliziotto, poteva e doveva, se ne era in grado, prevenire qualsiasi reato. Per tale ragione, il giovane Hans, conscio dei suoi obblighi nei confronti della società, aveva assestato all’imputato Díaz un violento pugno in faccia. Per effetto del colpo ricevuto questi era caduto, di schiena, su una vetrina. La vetrina, che conteneva vari articoli di ottica e di primo soccorso, era andata completamente in frantumi, come molti degli oggetti che in essa si trovavano.

Il farmacista Juan Gerardi si considerava ferito moralmente e materialmente. Moralmente per il tentativo dell’imputato di appropriarsi del denaro che egli aveva guadagnato con fatica e onestà nei tanti anni di professione. Materialmente per i danni provocati alla vetrina e agli oggetti che essa conteneva.

Questi elementi mi furono forniti in maniera caotica. Juan Gerardi, José Gerardi e il giovane Hans parlavano tutti insieme e interrompendosi a vicenda, o sovrapponendo le loro voci. L’imputato e i due poliziotti rimanevano in silenzio. Capii di non poter tollerare quella baraonda. Altrimenti la situazione mi sarebbe sfuggita di mano e si sarebbero presi gioco di me. Dovevo impormi: in fin dei conti ero io il giudice generale.

-Silenzio!!! – gridai, indignato.

L’effetto fu immediato e, per me, sorprendente. Una sensazione simile allo stupore li paralizzò: sembravano attoniti di fronte alla mia, insospettata, fermezza di carattere.

Mi sentii più sicuro ma anche meno tranquillo, in quanto ora tutti si sarebbero aspettati da me azioni più importanti. Mentre, prima, nel bel mezzo della confusione, potevo eludere le mie responsabilità trovando rifugio nella baraonda generale.

Sì, tutti si aspettavano qualcosa da me. Per consolidare la mia autorità, dovevo impartire qualche ordine – qualsiasi ordine – e farmi ubbidire. Mi conveniva, quindi, ordinare qualcosa di ragionevole:

-Iniziamo con il disporci – dissi, e, con rapidi gesti, indicai a ognuno il luogo in cui sedersi. Avevo molti soldi ma ancora un solo posto a sedere. Indicai a José Gerardi lo sgabello affinché si sedesse ma subito mi pentii: era un modo per riconoscere la sua preminenza. L’imputato rimase in piedi tra i due poliziotti. Io mi sedetti sul tavolo; Juan Gerardi e Hans per terra. Pensai che questa superiorità di livello mi concedesse dei vantaggi. Vantaggi, ma perché mai avevo bisogno di vantaggi? Non ero forse giudice generale?

-Ascoltiamo le parti – dissi, cercando di improvvisare un metodo -. Ma con ordine.

Riprese a parlare Juan Gerardi. Disse che non pretendeva un “risarcimento materiale” per i danni alla vetrina bensì un “risarcimento morale” per il tentato furto. Giocò varie volte e in vario modo con le parole materiale e morale. Compresi che li considerava concetti opposti e addirittura antagonisti. Credo che confondesse morale con spirituale; sono sicuro che si sentiva orgoglioso di non pretendere il materiale. Osservai con un principio di schifo il suo volto rosso e paffuto, i suoi occhietti di un celeste scolorito. Capii che Juan Gerardi – vittima o no del furto – era un incorreggibile ipocrita.

Sentivo forte la necessità di concludere in fretta il caso. Interrogai il giovane Hans; confermò di aver visto Díaz rubare le banconote e dichiarò nuovamente, con vanesia soddisfazione, che grazie a lui era stato catturato il “reo”. Fu la prima volta che venne usato questo termine.

Mi rivolsi a Díaz:

-Signor Díaz, è vero che, secondo quanto afferma il dottor Juan Gerardi e conferma il giovane Hans, Lei sottrasse alcune banconote dalla cassa del primo?

-Sì, signore.

-Sì, signor giudice generale – corresse José Gerardi.

Gli lanciai un’occhiata fulminante. Ormai padrone di me stesso, non ero disposto a tollerare alcuna intromissione.

-Sì, signor giudice generale – ripeté l’imputato.

-Può addurre qualche circostanza che giustifichi, o almeno attenui, la gravità del suo comportamento, signor Díaz?

-No, signor giudice generale.

M’indignava quell’atteggiamento fatalista di sconfitta adottato da Díaz, quel suo arrendersi senza combattere. Avrei preferito che mentisse o tergiversasse.

-Non avrà tentato di rubare quei soldi a causa di uno stato di grave necessità?

-No, signor giudice generale. Non mi servivano soldi; guadagno più del necessario con la mia attività…

-Quale attività? volli  domandargli. Dipingo le lettere delle insegne dei negozi..

Dipingeva le lettere delle insegne e guadagnava più del necessario! Io morivo di fame a dipingere i pupazzetti. Ma ora ero il giudice generale.

-Che cosa era andato a comprare in farmacia? – domandai, sperando che mi rispondesse che gli serviva una medicina per una malattia gravissima: un qualcosa che, in definitiva, mitigasse la sua colpa o suscitasse compassione tra i presenti.

-Non ero andato a comprare nulla. Passai di là, vidi la cassa incustodita e mi venne in mente di rubare qualche banconota.

-In tal caso non c’è molto da fare – guardai di sbieco José Gerardi -. Mi vedo costretto ad emettere il mio verdetto, che è quello di ritenere l’imputato Félix Orlando Díaz colpevole di furto con tentativo di fuga, senza alcuna circostanza attenuante. In verità – vacillai – non so se è questo il modo corretto di giudicare. Tutto ciò mi sembra troppo informale e credo di aver usato le parole con approssimazione e in senso lato…

José Gerardi, rosso e sorridente, si alzò dallo sgabello:

-Ha agito magnificamente! S’è comportato molto bene e siamo tutti totalmente d’accordo con il suo verdetto. Anche lo stesso signor Díaz, non è vero?

-E’ così – disse quest’ultimo.

-Molto bene, signori – José Gerardi richiamò l’attenzione battendo forte le mani -. Il signor giudice generale ha emesso il suo inappellabile verdetto. Andiamo ora a casa a scrivere la sentenza.

Ostacolandosi un po’ per uscire, come se avessero improvvisamente fretta, i sei visitatori abbandonarono la mia casa. Li guardai un po’ attraverso la finestra. Al primo incrocio il giovane Hans e i poliziotti girarono a destra. Il ladro invece proseguì diritto, scortato dai due Gerardi ma non ammanettato. Díaz era magro e vestito di nero, i Gerardi, corpulenti, e ostentavano camicie dai colori sgargianti. Dettero al ladro due o tre manate sulla schiena e sulle spalle.

Il cielo era sempre minaccioso e la temperatura opprimente. Più che mai, anelai il temporale. All’improvviso mi sentii sfinito. Mi buttai a letto, senza neppure togliermi le scarpe.

 

 

Quando mi svegliai mi stupii vedendo la lampadina accesa. Mi misi a sedere sul letto. Provai una strana sensazione, come se in casa ci fosse qualcun altro. Prestai attenzione e nella notte sentii solo un rumore simile a quello di una pioggia sottile.

Comunque mi alzai. E sentii chiaramente un mormorio di voci acute provenienti dalla cucina.

-Chi va là? – gridai, senza spostarmi.

Si aprì allora un po’ la porta della cucina e le voci si fecero più nitide. Rimasi immobile, sperando che apparisse qualcuno. Notavo che sul pavimento c’erano moltissimi giocattoli, gettati lì alla rinfusa: macchinette e camioncini di plastica o di latta, pupazzi, palline, pistole, figurine. Più in là, un trenino di stoffa. Lo presi su per osservarlo: i treni mi erano sempre piaciuti e quello, con la sua locomotiva a vapore e i suoi sei vagoni, mi sembrava particolarmente bello.

-S’è svegliato.

Era un bambino sui quattro anni che avanzava lento verso di me. Come se la capienza della cucina fosse infinita, cominciò a spuntare da essa un’interminabile carovana di bambini e bambine della stessa età. Un po’ alla volta riempirono completamente la stanza che a me serviva sia da sala da pranzo che da camera da letto. Presto mi vidi circondato a distanza così ravvicinata che dovetti indietreggiare e sedermi nuovamente sul letto.

Quella moltitudine infantile si faceva sempre più numerosa. Si notava come lottavano per entrare, dalla porta della cucina e da quella di ingresso, quelli che si trovavano ancora fuori. Ma quelli che erano già dentro si mantenevano ben saldi per non farsi calpestare dai nuovi contingenti di bambini.

I bambini mi avevano sempre fatto tenerezza. Ma prima d’allora non avevo mai visto un solo bambino nel paese e ora ne vedevo tanti tutti insieme. Molti di loro giocavano, ridevano, si spingevano, gridavano, come fanno tutti i bimbi. Tuttavia, nonostante queste marachelle, da tutti loro in gruppo scaturiva una sorta di fredda e adulta determinazione. Provai inquietudine.

-Silenzio! – gridò il primo dei bambini, come avevo fatto io durante il processo a Félix Orlando Díaz.

Anche in questo caso gli altri tacquero quasi immediatamente. Tuttavia, dalle ultime file arrivavano delle risatine isolate.

Una bellezza indescrivibile, fatta di serenità e armonia, illuminava il volto di quel bambino e mi sarà difficile dimenticare quelle fattezze delicate, quella pelle liscia e perfetta, quei profondi occhi neri. Mi venne voglia di accarezzargli la guancia, i capelli. Ma non osai.

-Signor giudice generale – disse lentamente -, Lei è un uomo indegno, di condotta abominevole, privo di principi etici e di controllo degli istinti materiali.

Provai nausea e un senso di vertigini. Era allucinante sentire in bocca di una creatura angelica quelle parole d’accusa.

Ma era terribile non tanto il senso delle parole in sé, quanto il fatto che, in virtù della sua giovanissima età, il bambino non riuscisse a pronunciare la r e dicesse pertanto mateliali. Questa combinazione di candore e malignità mi fece barcollare. Avvertii sudore in tutto il corpo, sentii una stretta al collo e un dolore alla nuca.

-Lei sapeva bene – continuò il bambino – che il povero Félix Orlando Díaz si guadagnava da vivere a stento dipingendo le lettere delle insegne. E ciononostante, subornato da quei due delinquenti dei Gerardi, ha avuto l’ardire di condannarlo ingiustamente per furto.

A rigore, le accuse del bambino erano false:

-Ma se lui stesso ha ammesso la sua colpa! – in definitiva, non avevo motivo di fornire tante spiegazioni a un semplice bambino, per bello che fosse.

-Non mi faccia ridere, ipocrita! – il bambino, indignato, arrossì -.O vuole farmi credere di aver celebrato un processo legale? Lei sa meglio di chiunque altro che nel corso di quel processo-farsa sono stati commessi tutti gli errori e tutte le irregolarità possibili.

-Ma se Díaz stesso ha riconosciuto di essere colpevole! – insistetti, non potevo certo negare che, sotto quell’aspetto, il bambino aveva ragione.

-Incredibile! – il bambino alzò la voce, rivolgendosi ai suoi piccoli compagni -. Vedete che bel processo. Primo, l’accusatore era colui che gli pagava lo stipendio di giudice generale. Secondo, l’altro Gerardi, seduto al posto d’onore, faceva pressione affinché Díaz venisse condannato. Terzo, quest’ultimo non aveva un avvocato difensore. Quarto, il testimone era un minorenne, per giunta pigro e fannullone. Quinto, il verdetto è stato espresso oralmente; non c’è alcuna documentazione scritta. Sesto, il giudice generale ha omesso di redigere la sentenza… Quindi, perché continuare – fece una pausa, lasciando intendere che sarebbe stato inutile proseguire su quel punto, e aggiunse: -Entri Díaz!

Si riaprì la porta della cucina e, sospinto da dieci o dodici bambini, Félix Orlando Díaz s’avvicinò a noi. Portava un vecchio e antiquato cappello buttato sulla fronte; un lungo poncho scuro gli copriva il busto fino alla vita. Cosa significava quel travestimento?

-Questa è opera Sua – disse il bambino e, con un gesto secco, tirò su il poncho -.Guardi, canaglia, guardi!

Dovetti chiudere gli occhi. Díaz non aveva più le mani. Incrociati sul petto, mostrava, nudi, due moncherini sanguinolenti.

-Ah, ora chiude gli occhi, eh? – commentò il bambino canzonandomi. –Forse non sapeva a che cosa lo condannava con il suo empio verdetto?

Mi mancò la forza di dirgli che il verdetto non era la sentenza.

-Il povero Díaz – continuò il bambino – dipingeva le lettere delle insegne; di che vivrà ora lo sventurato, senza mani per dipingere?

Una dolorosa contrizione mi afflosciò i muscoli e una sensazione simile allo svenimento mi fece sprofondare in una breve perdita di conoscenza. Di colpo tornai in me. Il capo dei bambini mi aveva rovesciato una brocca d’acqua fredda sulla faccia. Alcuni bambini si misero a ridere vedendomi con la faccia bagnata.

Com’erano belli tutti quei bambini! Com’erano lindi e ben vestiti!

-Puniamolo seduta stante. Qui vige la legge del taglione: occhio per occhio e dente per dente. Le taglieremo entrambe le mani, come ha fatto Lei con il povero Díaz.

Tutti i bambini affilavano con cura dei grandi coltelli da macellaio. Sì, è vero, sapevo di essere colpevole. Ma non per questo avrei permesso che mi tagliassero le mani. Mi alzai in piedi con un salto e iniziai a spintonarli per farmi largo in direzione della porta d’ingresso.

-Non lasciamolo scappare! – gridò il capo dei bambini.

Disordinatamente, i bambini si lanciarono su di me, brandendo i loro coltelli, troppo pesanti per le loro deboli forze. Mi sentii ferire varie volte, sulle cosce e sulle ginocchia. Un mare di testine bionde e brune si frapponeva tra la porta e me. Con la scarsa abilità che si può avere a quattro anni riuscivano solo a graffiarmi, e solo superficiamente. Io, invece, ricorrendo a pugni e calci, poco a poco andavo facendomi largo verso la strada. Mi dispiaceva molto picchiare quelle giovani creature innocenti, ma non avevo altra scelta se volevo conservare le mie mani. Quando li picchiavo i bambini si mettevano a piangere. Il capo aveva il volto congestionato e bagnato di lacrime. Erano rimasti solo tre o quattro bambini. Per non picchiarli, li presi per i capelli e li buttai per terra.

Uscii in strada. Girai la testa. Dietro di me, in quella che era stata la mia casa, rimaneva una moltitudine di creature ferite e piangenti. Alcune tentarono di inseguirmi con i loro coltelli. Ma io sono alto, ho le gambe lunghe e sono sempre stato veloce. Mi dileguai nella pioggia della notte e rapidamente li distanziai. Arrivai, di corsa, alla stazione. Trovai un treno che stava per partire, come se fosse stato lì ad aspettarmi.

Tornai così in città, senza neppure rassegnare le dimissioni dall’incarico di giudice generale.

Fernando Sorrentino

(Da: En defensa propia, Buenos Aires, Editorial de Belgrano, 1982. Traduzione di Alessandro Abate)