IMAGELAND – PARTE 01

Cap. 1°

Era sorto così, d’improvviso, in un’alba trasparente come cristallo di rocca. Adagiato mollemente sul monte, mostrava un agglomerato di case color della pietra ed, a dominare i tetti bruniti da un sole volenteroso, i merli di un castello svettavano contro un cielo turchese privo di nuvole.
Ecìla si stiracchiò, sollevandosi poi pigramente dal prato dove si era addormentata. Compiaciuta guardò quel paese sorto dal nulla: non v’era autentica meraviglia in lei, ma piuttosto un’accettazione consapevole di ciò che era accaduto.

Ecìla, come un cucciolo in vena di giochi, si rotolò per un po’ su quel prato che esibiva tutte le variazioni di verde, poi, rassettandosi le vesti, si alzò in piedi e, sorridendo al prodigio che si era compiuto, si avviò a passi lenti verso il paese sorto dal nulla.

La salita verso la cima del monte non fu delle più agevoli, ma Ecìla non si fece scoraggiare dai giganteschi massi che, d’improvviso, le sbarravano il cammino, né dai sentieri, a volte così stretti e pieni di rovi, da costringerla a sgusciare e porsi di continuo di traverso al fine di evitare dolorose lacerazioni alla pelle o strappi violenti al delicato vestito a fiorami che indossava.

Ecìla era una bimba dalla struttura esile e delicata, ma estremamente aggraziata. I lunghi capelli di un castano dorato le lambivano le spalle, creando un piacevole contrasto con il colore molto scuro degli occhi: iridi d’un intenso nero screziato d’argento.

In un tempo ancora privo di rigidi schemi e scansioni definite, Ecìla poteva dimostrare all’incirca dieci anni, ma era alta per la sua età e l’espressione spesso intenta e concentrata la faceva apparire più adulta.

Lei non sapeva quasi nulla di se stessa, né da dove veniva, né dove stava andando. Non ricordava di aver avuto dei genitori o altri parenti ed amici. Era libera, svincolata da tutto e da tutti, ma ben disposta verso ogni cosa e pronta ad accettare ed accogliere tutto ciò che le se fosse presentato.

Ed era con questa predisposizione d’animo che affrontava ora quella salita che l’avrebbe condotta al paese senza nome, sorto con le chimere stesse dell’alba.

L’ultima curva del monte svaniva alle sue spalle ed Ecìla, dopo aver percorso un lungo viale lastricato, scorse le prime abitazioni ed intravide l’elegante ragnatela di vicoli e viuzze che le accoglieva.

A stupirla fu il silenzio che la circondava … nulla pareva muoversi in quel paese che vantava soltanto poche ore di vita: né animali, né esseri umani animavano infatti quell’intrico di percorsi abitativi … soltanto il vento, frizzante ma non molesto, percorreva avanti ed indietro piazze, vicoli e viuzze, cantilenando misteriose nenie.

Ecìla, posta di fronte ad un ampio crocevia, scelse istintivamente di dirigersi verso il lato sinistro ed affrontò un vicolo lungo e stretto dove si affacciavano le prime case che si trovava ad incontrare. Tutto era lindo e pulito nella stradina, come se una mano invisibile ne avesse con dovizia spazzato angoli ed anfratti. Dietro i portoncini e le finestre serrate non c’era evidentemente nessuno.

Ecìla decise comunque di accertarsene e, scelta un’abitazione a caso, attratta forse dalla curiosa antefissa che mostrava l’immagine di una bambina, in qualche oscuro modo, simile a lei.

Spinse i battenti  della porta – che cedettero immediatamente al suo pur leggero tocco – e s’introdusse all’interno.

Naturalmente – come presupposto – la casa era disabitata, ma sapeva di pulito e di buono. Ecìla spalancò le imposte di una finestra situata proprio accanto alla porta d’entrata e si voltò poi per osservare bene l’ambiente  alla luce del sole.

La stanza dove si trovava era piuttosto ampia, con i muri imbiancati a calce, di forte spessore e dotati di diverse nicchie dove spiccavano anfore, calici e vasellame ed anche vari utensili di squisita fattura.

Gli alti soffitti a vela facevano assomigliare la stanza ad una nave pronta a salpare; un pesante lampadario in ferro, munito di svariate candele già pronte all’uso, costituiva l’unico ornamento di quel soffitto dall’aereo biancore.

Ecìla passò quasi l’intera giornata ad esplorare il paese sorto dal nulla, aprendo e chiudendo svariati portoni e visitando l’interno di molte di quelle abitazioni, dissimili tra loro per ampiezza e numero di stanze – come destinate ad accogliere un diverso numero di persone -, ma con uno spirito egualitario che le accomunava tutte tra loro. La camere da letto, ad esempio, erano ubicate tutte al secondo piano e mostravano i medesimi letti in ferro battuto e di analoga fattura.

Si evinceva comunque un’aspettativa gioiosa in quelle case ancora vuote, in quei vicoli e viuzze per ora disabitate ed Ecìla, mentre il sole scendeva sonnolente verso l’orizzonte, promise che non le avrebbe deluse.

“Sarò io a regalare loro degli abitanti” pensò infatti, sorridendo tra sé mentre già covava quei pensieri fecondi “Darò loro sembianze precise e troverò un nome per ciascuno di loro. Similmente mi regolerò per scegliere un nome ad ogni via, piazzetta, vicolo, ed ognuno, seguendo l’ordine in cui son sorte, avrà un bel numero civico impresso chiaramente sulla porta d’entrata!”

Ecìla sorrise nuovamente tra sé, pregustando già ciò che sarebbe nato dal suo estro e dalla sua fantasia.

“Ma, innanzitutto, dovrò dare un nome all’intero paese” si disse poi.

“Come chiamarlo dunque?”

Ecìla divenne pensosa, mentre una piccola ruga si formava sulla candida fronte, corrugando le sopracciglia brunite e ben disegnate.

Scosse poi la testa, perplessa, indecisa.

“Ci penserò dopo una bella dormita …” si propose, ripercorrendo all’indietro tutto il cammino fatto e scelse poi di tornare nella prima casa visitata e, preso possesso di una delle stanze da letto di cui era dotata, si abbandonò esausta ma felice sul lettino color salmone che  questa accoglieva e, dopo un attimo, si addormentò.

Il sole, soltanto allora, decise di adagiarsi oltre l’orizzonte, scomparendo alla vista.

(1 – continua)

Myriam Ambrosini