LE CONCHIGLIE DI ANGELITA

Nelle conchiglie c’era la voce del mare… ed il mare conosce tante leggende… fragili favole fatte di spuma ed arcani silenzi.

Angelita passeggiava lungo la riva del mare ed ogni tanto si fermava per raccogliere qualche conchiglia; il logoro vestitino a fiorami a trasformarsi in un magico raccoglitore che avrebbe conservato in sé il sentore del mare.

Era una bambina fragile, la pelle di un biancore immacolato, i capelli color del grano, raccolti in lunghe trecce ribelli. A colpire di lei erano soprattutto gli occhi – immensi e perennemente spalancati sul mondo – dello stesso smagante azzurro delle profondità marine.

Non ricordava perché si trovasse lì… qualcosa… qualcuno ve l’aveva condotta, ma era un ricordo sfumato quanto amaro che solo quelle acque  cristalline e la magia delle conchiglie avevano attenuato.

Poi… misterioso guscio di immense traversate, una lucente conchiglia rosa era stata portata a riva, proprio dinanzi a lei, da un’onda gentile.

Quando la ebbe tra le mani, Angelita tremò di felicità: quel guscio di madreperla dalle eleganti costolature pareva uno scrigno fatato, e forse realmente lo era perché, accostato al suo orecchio, iniziò a parlare… a raccontare  storie meravigliose di marinai, di immense lune silenti, di mostri marini e velieri scomparsi.

<Schh… schh… schh…> mormorò dapprima la conchiglia, come per ritrovare una voce da troppo tempo tacitata.

Poi il canto del mare accarezzò l’orecchio attento di Angelita, per poi trasformarsi in un sussurro melodioso, pieno d’incanto.

<Angelita… Angelita… >

Era il suo nome, proprio il suo nome quello che veniva pronunziato.

<Sì… sono qui!> rispose la bimba, accarezzando teneramente il guscio di conchiglia che, a quel contatto, parve fremere.

<Io ti conosco Angelita… ricordo quando tu eri una sirena ed abitavi nel castello in fondo al mare.>

E come un sospiro uscì allora da quelle valve rosate.

<Eri la più bella delle tue sorelle…>

<Sorelle?> la interruppe Angelita <Io… io non ho sorelle!>

<Oh… sì! Eravate dodici ed ognuna di voi conservava un particolare odore di mare… Annalisa sapeva di scoglio baciato dal sole… Alba di muschio… Alice di rosso corallo… Allegra di bianca spuma… Adele di sabbia cristallina… Anna di bonaccia… Asia di dolci zefiri… Ariel di anemoni di mare… Adriana di sassi levigati… Agata di spruzzi di mare… Alessandra di aromatico sale e tu, Angelita, portavi in te il profumo  delle fragili conchiglie.

E fragile eri… ma bella come l’oro dei tramonti che coloravano la superficie del mare.>

Angelita taceva, rapita da quella voce che aveva la grazia di una farfalla e la saggezza stessa del tempo.

<Come… come era il palazzo dove vivevo?> ebbe il coraggio di chiedere, accostando ancora di più all’orecchio il guscio di conchiglia.

<Splendido… immenso.> rispose la conchiglia <Le pareti, fatte di mare, erano trasparenti ed azzurrine… il pavimento era pulviscolo di sabbia d’oro, mentre il soffitto, di lucente cristallo, permetteva di osservare tutto il multiforme mondo colorato di pesci e piante acquatiche.

<E mio padre e mia madre com’erano? Come erano i miei genitori? E mi volevano bene?>

<Erano belli… di tua madre possiedi l’oro dei capelli, e di tuo padre l’azzurro profondo che abita nei tuoi occhi.

E ti amavano, Angelita, ti amavano tanto, forse anche più delle tue stesse sorelle.>

<Perché?>

<Perché tu sola, a differenza di tutte le altre, non avevi preferenze: amavi tutto ed il contrario di tutto.

Amavi il cielo quando era sereno, ma anche quando le nuvole ne offuscavano l’intenso colore. Amavi il sole e la pioggia, così come non ti spiaceva la distesa marina sia in bonaccia che preda delle tempeste.

Accarezzavi felice la pianta più esuberante, così come l’umile muschio.

Volevi bene e tentavi sempre di comunicare con ogni specie marina, dal pesciolino più innocuo ai predatori di mare.

Persino gli spiriti dei marinai, lì sepolti, t’incontravano volentieri e tu li rassicuravi con il tuo contagioso sorriso.

Il tuo però non era mai un amore passivo, quasi amorfo nel suo non distinguere una cosa dall’altra, ma piuttosto autentica vera passione per ogni cosa del creato.

<E poi… poi cosa accadde?> chiese Angelita <Perché non sono più nello splendido castello in fondo al mare? E dove sono le mie sorelle? Ed i miei genitori?>

Il lungo sospiro della conchiglia sibilò negli orecchi di Angelita e, quando riprese a parlare, la sua voce sembrò stanca… appannata.

<E’ quasi il tramonto… tra poco debbo lasciarti, Angelita.> disse infatti con tono triste.

Angelita guardò verso l’orizzonte e vide che il sole infatti, immenso come il suo potere sul mondo, stava lentamente scivolando dietro l’azzurra scriminatura del mare.

<No… non andartene, ti prego!> gridò allora, stringendo più forte la conchiglia.

<Non posso… la notte noi conchiglie dormiamo, per poter, a nostra volta, sognare. Ma non temere, Angelita, tu tornerai al tuo castello incantato e ritroverai tutta la tua famiglia… presto sarai argentea spuma che scivola eterea, eterna ed immutabile tra le acque del mare.>

Un ultimo raggio del sole colpì la superficie lucente della conchiglia che si appropriò allora del suo colore, rosseggiando più intensamente.

 

La notte avvolse ogni cosa di buio e di silenzio ed Angelita ebbe paura di tutta quella minacciosa incombente oscurità. Percepì quel cielo senza luna come un pauroso sudario steso su di lei ed iniziò a piangere.

Poi le fredde stelle illuminarono qualcosa che giungeva dal mare.

Angelita, la rosea conchiglia poggiata in grembo, si sollevò a sedere sulla spiaggia per poter osservare ciò che le onde stavano conducendo verso di lei.

Al pari di mostruosi insetti, grandi imbarcazioni si stavano avvicinando.

Angelita tremò: erano plumbei scafi sgraziati, dove parevano agitarsi innumerevoli bizzarre formichine nere.

Poi fu l’inferno… Il caos che s’impadroniva di ogni cosa.

Tuoni possenti squarciarono l’aria e torrenti di fuoco s’innalzarono da ogni parte.

Angelita si sdraiò in terra, affondando quanto più poté nella sabbia: le mani premute sugli orecchi per attutire l’immane frastuono, la conchiglia, protetta dal suo scarno torace, vicina al suo cuore; gli occhi serrati da dove le lacrime seguitavano però a scendere copiose.

Stette così per un tempo che le parve infinito e non si accorse che dalle sue labbra dischiuse usciva un gemito straziante, continuo.

Poi vide un’ombra chinarsi su di lei ed una voce gentile che la chiamava.

Era un ragazzo giovanissimo con un strano abito a chiazze verdi e nere e con un copricapo di metallo, avvolto da una retina.

<Come ti chiami?> sentì che il giovane le chiedeva… aveva gli occhi dolci e buoni del color delle olive.

Lei provò a rispondergli, ma la voce non riuscì a raggiungere le labbra, mente il corpo era ancora scosso da brividi profondi.

<Non aver paura…> l’incoraggiò allora il ragazzo, accarezzandole i capelli, mentre un sorriso fioriva su quelle labbra screpolate dalla fatica.

<Ti porteremo con noi… Sarai in salvo… te lo prometto!>

Ed infatti, di lì a poco, Angelita vide che tanti altri uomini – con lo stesso abito a chiazze ed il copricapo in metallo – la circondavano e tutti si sforzavano di esibire almeno uno stento sorriso.

Poi il ragazzo la sollevò tra le braccia e, così facendo, la conchiglia scivolò in terra, affondando nella sabbia.

<No…!> un solo grido strozzato uscì dalle labbra di Angelita che indicava intanto con un dito il guscio rosato.

Il ragazzo comprese e, raccolta la conchiglia, la riconsegnò ad Angelita.

Molti si fecero allora intorno al giovane che, come un fiore prezioso, teneva la bimba sollevata tra le braccia.

Di nuovo provarono a chiederle come si chiamasse, ma lei rispondeva ai loro sguardi, rimanendosene però muta.

<Sembra proprio un  angelo…> affermò all’improvviso qualcuno.

<Sì, hai ragione…> commentò allora un altro soldato.

<Allora la chiameremo… Angelita!>

<Sì… Angelita… Angelita!> approvarono allora tutti in un festoso coro.

Proprio allora un fiore rosso incandescente si aprì sotto di loro ed un acre puzzo di fumo fece seguito ad una intensa esplosione.

 

******

 

Angelita sognava felice, sentendosi trasportare dalle onde del mare… poi si percepì profumata spuma color dell’argento e corse a filo d’acqua per gran parte delle superficie marina, finché un gorgo lucente l’attirò e lei fu felice nel sentirsene risucchiata.

Girò… girò… scivolò… in una danza leggiadra fatta di lievi giravolte circonfuse di sole, finché, un’ultima gentile vibrazione  la depose sul fondo del mare.

Angelita, la rosea conchiglia stretta sul cuore, avanzò tra rossi coralli ed anemoni di mare, finché non scorse in lontananza il luminoso castello fatto soltanto di azzurra luce di mare.

Sulla soglia, sempre più nitidi man mano che si avvicinava, i genitori e le sorelle che l’aspettavano.

<Ben tornata!> sentì che le dicevano non appena fu in grado di udirli.

<Ben tornata, Angelita!> lo stesso sorriso di gioia su ogni volto.

Ed anche il suo volto irraggiava felicità, mentre il suo corpo, d’azzurro e d’argento, scivolava sinuoso verso di loro, spinto ed accompagnato dalla lunga risplendente coda.

Dalla conchiglia rosata si levò allora un canto di paradiso…

Myriam Ambrosini

Liberamente ispirato “all’Angelita di Anzio”