JULIUS EVOLA CON PAROLE SUE (O QUASI)

1.

Per il piccolo che sta arrivando:

Di fronte ad un mondo di poltiglia il cui principio è: […] “Ho famiglia”, si sappia opporre un chiaro e fermo: “Noi, non possiamo fare altrimenti; questa è la nostra via, questo il nostro essere”.

Papà

P. S.

Nel periodo fascista […] perfino dell’antiretorica si seppe far la retorica.        

2.

Il progresso di una forma di organizzazione umana rispetto ad un’altra non lo si misura col fatto che in essa le cose vanno materialmente e socialmente più o meno bene, e che l’esigenza materialistica dell’utilità vi è in maggiore o minore misura soddisfatta, bensì lo si misura dal grado in cui in essa si siano differenziati e siano divenuti predominanti e determinanti interessi e criteri di valutazione che sempre più si innalzino di là dalla sfera della mediocre “utilità”, da quella che, sola, le sociologie  positiviste considerano: – Il modo in cui organizzai il nostro tour è un buon esempio di come noi non seguiamo le tipiche ‘regole’ dell’industria musicale. Normalmente, se vuoi fare un tour pensi di suonare per quante più serate puoi perché ciò che vuoi fare è la maggior quantità di soldi nel più breve tempo possibile, con pochissimi ‘giorni liberi’. Così puoi viaggiare attraverso un sacco di paesi diversi, ma non vedrai nient’altro eccetto le autostrade, i ristoranti e i luoghi in cui suoni. Io organizzai le cose in modo esattamente opposto: per prima cosa si trattava di un ampio viaggio attraverso tutta l’Europa, e per seconda di un tour. Noi suonavamo solo pochi concerti ogni settimana e avevamo un sacco di tempo da trascorrere in molti paesi, così potevamo visitare luoghi particolari, passare il tempo con gli amici e assorbire qualcosa dell’atmosfera e della cultura locale. Siccome lo organizzai in questo modo, non facemmo soldi (sebbene nemmeno li perdessimo, a dir la verità – ogni cosa veniva quasi naturalmente), ma ne guadagnammo in parecchie esperienze divertenti che altrimenti non avremmo mai fatto. –

3.

In una società o in uno Stato privo di qualsiasi crisma spirituale, privo di una dimensione trascendente […] non vi è che feticismo, statolatria o sociolatria quando […] si fa appello ad un agire secondo un principio diverso dal puro tornaconto individuale o da motivazioni soggettive affettive e passionali. E a nulla giovano certi surrogati a base di “Stato etico” o simili, con le loro confuse identificazioni dialettiche dell’individuale con l’universale, cose che si riducono tutte a giuochi di bussolotti speculativi, perché per l’insieme vale una concezione affatto “laica” e “umanistica”, e chi non si accontenta di parole, come base dell’ “eticità  immanente”, dell’ “universale” e simili trova un bel nulla, cioè, peggio ancora, trova una retorica al servizio del sistema:

A China Beach (ex Vietnam), un maestro sta tenendo lezione ad uno sparuto gruppo di alunni: “Il mondo intero era sull’orlo della distruzione a causa dell’inquinamento, dell’aumento della popolazione e per l’esaurimento delle risorse naturali… Ancora peggio, la decadenza del capitalismo stava minacciando di corrompere l’autentica anima della nostra nazione nordica. Ma poi arrivò la società Iperborea… Dopo aver liberato le loro zone, i nostri antenati rivoluzionari videro che il mondo poteva essere salvato soltanto dal saggio governo del Nord.  Non era la forza della nostra cultura e della nostra scienza una chiara prova che Dio stesso ci aveva scelto per il proprio scopo?”  A questo punto, un alunno interloquisce: “Ma dove andarono allora gli abitanti originari di questa regione?” Tossendo fragorosamente, quasi strozzandosi per coprire il proprio imbarazzo, il maestro risponde: “Krkhhm, cough! …bene …err …il loro numero fu …ehh… ridotto.”

4.

Si racconta che in una terra non europea, ma di antica civiltà, una impresa americana, constatando il poco concorso degli abitanti del luogo assunti per certi lavori, pensò di aver trovato il mezzo adatto per spronarli: raddoppiò le paghe. Il risultato fu che gran parte degli operai si presentò al lavoro per la metà delle ore di prima. Ritenendo che la mercede originaria bastava approssimativamente pei loro bisogni naturali e normali, quegli uomini giudicavano assurdo doversi applicare più di quel che, in base al nuovo criterio, occorreva per procurarsela […] L’idea fondamentale era che il lavoro non dovesse servire per legare, ma per disimpegnare l’uomo: per permettergli di seguire più degni interessi, una volta regolato ciò che è richiesto dai bisogni dell’esistenza.

Un germanista di Mosca mi ha raccontato di essere stato delegato ad una raccolta in un kolkos e di essersi accorto dopo un paio di giorni che era possibile organizzare il lavoro in maniera molto migliore e più efficiente. L’ha detto ad un vecchio brigadiere del kolkos. Il vecchio ha sorriso da bravo asiatico e ha risposto: sì, tu sei giovane, sei un intellettuale e sei di Mosca. Io lavoro qui già da quarant’anni e lavorerò qui ancora per i prossimi dieci. Mentre lavoriamo vogliamo anche vivere. Questo è il punto. Questa è sempre stata considerata una debolezza nei confronti del capitalismo.

“MI SENTIVO IN PREDA ALLO STATO D’ANIMO DI CHI STIA PER ESSERE GETTATO NELLA FOSSA DEI LEONI, […] MA POI IN REALTA’ MI SONO DIVERTITO MOLTO. HO SCOPERTO INASPETTATAMENTE CHE AVEVAMO PIU’ DI UN PUNTO DI CONVERGENZA; PER ESEMPIO UNA RIGOROSA IDEOLOGIA E IL GUSTO PER LA VIOLENZA FISICA. SIA LORO, SIA IO INCARNIAMO, NELL’ODIERNO GIAPPONE, QUELLE CHE POTREMMO DEFINIRE DELLE NUOVE ‘SPECIE’. PROVO PER LORO UN SENTIMENTO DI AMICIZIA. SIAMO AMICI DIVISI DA UN RETICOLATO DI FILO SPINATO. CI SORRIDIAMO A VICENDA, SENZA POTERCI ABBRACCIARE.”

5.

Elevarsi di là da ciò che può essere comprensibile alla luce della sola ragione umana e raggiungere un alto livello interiore e una invulnerabilità altrimenti difficili da conseguire, sono forse delle possibilità che, attraverso reazioni adeguate, si offrono proprio nei casi in cui il viaggio nelle ore di notte non lascia scorgere quasi nulla del paesaggio che si attraversa, in cui sembrerebbe essere vera la teoria della Geworfenheit, di un assurdo “esser gettati” dentro il mondo e dentro il tempo, oltreché in un clima in cui la stessa esistenza fisica non può non presentare una crescente insicurezza. Se si volesse permettere alla mente di soffermarsi su di una ipotesi ardita – il che potrebbe anche essere un atto di fede in senso superiore – una volta respinta l’idea della Geworfenheit, una volta concepito che il vivere qui, ora, in questo mondo, ha un senso per essere sempre l’effetto di una scelta e di una volontà, si potrebbe perfino ritenere che proprio la realizzazione delle possibilità dianzi accennate – maggiormente coperte e meno concepibili in situazioni diverse e più desiderabili dal punto di vista soltanto umano, dal punto di vista della “persona” – sia la ragione ultima e il significato di una scelta da parte di un “essere” che per tal via ha voluto misurare sé con una difficile misura: proprio col vivere come neonato deficiente. L’immortale vive le pene di tutti i tempi.

Gianfranco Galliano

NOTE

1. J. Evola, “Orientamenti” in Gli uomini e le rovine e Orientamenti, Roma, Mediterranee, 2002, pagg. 262-263 e pag. 276.

2. J. Evola, “Gli uomini e le rovine”, cit., pag. 90.

“BLOOD AXIS Storming on”, “Ledo Takas”, #8 (la traduzione è mia).

3. J. Evola, “Gli uomini…”, cit., pag. 100.

P. Linkola, “Who is Pentti Linkola”, “A New Vision of Our Future” (fumetto reperito su internet; adattamento e traduzione miei).

4. J. Evola, “Gli uomini…”, cit., pag. 116.

H. Müller, Sullo stato della nazione, trad. L. Castellani, Milano, Feltrinelli, 1990, pagg.78-79.

Y. MISHIMA, CIT. IN H. SCOTT STOKES, VITA E MORTE DI YUKIO MISHIMA, TRAD. R. MAINARDI, MILANO, FELTRINELLI, 1985, PAG. 242.

5. J. Evola, Cavalcare la tigre, Roma, Mediterranee, 2000, pag. 193 e pag. 184.

K. Kraus, Aforismi, trad. P. Sorge, Firenze, Sansoni, 1992, pag. 79.

Soltanto le poche parole sottolineate nelle sezioni 1. e 5. e alcuni segni grafici sono miei.