PARLA COI MORTI 15

IL CUSTODE – PARTE 1

“Di notte, nei sogni…vedo che sei seduta, ma intorno a te c’è tutta ombra e non vedo il tuo viso… Ti lamenti… Ma non capisco quello che dici… Stai male? Dove sei? Cerca di parlarmi… Dimmi cosa posso fare per te… Qualunque cosa… La mia vita, dopo che te ne sei andata, è finita… Tutto questo è ingiusto… Io dovevo morire, non tu…”

Mio padre mi camminava davanti, in uno stretto sentiero e d’improvviso si girò verso me e sorridendo:

- Di certo, fin dalle prime parole, avrai capito che la donna in ginocchio davanti alla lapide della figlia è Ivonne, nostra cugina. Ma quel pomeriggio non era sola… Qualcuno, a discreta distanza, la osservava e cercava di capire quel che diceva. Quell’uomo era il custode del cimitero, in servizio da poco, e, senza saperlo, si avviava su una strada che l’avrebbe condotto a una morte prematura.

- Non vorrai dirmi che è stata Ivonne a ucciderlo…

- In un certo modo, nostra cugina fu la causa indiretta. A portarlo alla tomba fu, però, la sua curiosità… Quando penso a lui, mi viene in mente quel tipo che, dopo aver preso una stanza d’ albergo, notò che tramite un foro nella parete, poteva osservare quel che accadeva nella camera accanto. Fu così che trascorse diverse sere con l’occhio incollato al muro. Ma dall’altro lato doveva esserci qualcuno particolarmente nervoso e che, comunque, non gli andava a genio d’essere spiato. Finché prese la pistola, infilò la canna nel foro della parete e sparò nell’occhio del curioso.

- Diavolo, spero che la curiosità non porti sempre a questi risultati! Ma tornando al nostro uomo, il custode era del paese?

- No, veniva dal Friuli.

- E cosa l’aveva portato fino a Saluggia?

- Il destino, naturalmente. Questa volta sotto le spoglie di un compagno d’armi. Il suo amico, sapendo che era disoccupato, lo avvisò che era disponibile il posto di custode del cimitero di Saluggia. Il nostro uomo inviò il suo curriculum e fu assunto per il suo titolo di studio. Il consiglio comunale fu dell’avviso che un maestro che aveva seguito i suoi allievi, a maggior ragione, avrebbe potuto accudire i morti.

- Se permetti, il custode d’un cimitero può fare tante cose, ma non certo prendersi cura dei morti!

- Questo vale per i custodi ordinari, ma lui era un custode speciale e si prese veramente cura dei morti… Comunque, il friulano si dimenticò nel curriculum di indicare il motivo che l’aveva portato a perdere il lavoro. O, meglio, ritenne che fosse superfluo. Roberto, questo il suo nome, era un animalista; era dell’idea che gli animali soffrissero a causa dell’uomo e, con un amico, cominciò a mettere a fuoco le capanne dei cacciatori dei dintorni, finché passò al colpo grosso e, di notte, penetrò in un allevamento di circa duemila visoni e aperse tutte le gabbie. La maggior parte dei visoni fece una brutta fine: furono investiti dagli automobilisti, o morirono di fame. Roberto e il suo compagno di battaglia, invece, furono processati, trascorsero qualche giorno in carcere e vennero condannati a risarcire il titolare dell’allevamento. Dal momento che Roberto non poteva pagare una somma così elevata, il giudice dispose che ogni mese il suo stipendio fosse decurtato di una percentuale a favore della parte lesa. Fu così che il nostro uomo prese il sentiero dell’anarchia e decise che non avrebbe mai più pagato una tassa allo Stato, fosse anche il canone televisivo o la tassa dell’immondizia. Il giorno dopo si licenziò e per un po’ di tempo visse con la pensione della vecchia madre.

Mio padre tacque per qualche istante, poi:

- Sì, penso proprio che il friulano, venendo a Saluggia, abbia fatto il primo passo verso la rovina. È’ come un congegno, al quale sovente non si può sfuggire. Ma a perderlo, non sarebbero bastati gli incontri con Ivonne, né le sue scelte di vita anarchiche ed animaliste. Occorreva qualcos’altro, perché il destino lo potesse spingere nella direzione stabilita.

- Quindi, secondo te, non aveva scampo.

- Qualche via d’uscita c’è sempre, almeno io credo, salvo casi di particolare accanimento da parte della sorte, ma il friulano non riuscì a trovarla. Eppure, da qualche avvisaglia, avrebbe dovuto capire che era su una strada pericolosa.

- Quindi, cos’altro occorreva?

- Una predisposizione ad evadere dalla realtà o, meglio, il pensare che, sotto quel che si vede, c’è qualcos’altro e che le cose non stanno come sembra perché, a muovere gli avvenimenti, nell’ombra ci sono altre forze.

- Ad esempio?

- Tanto per cominciare, credeva nella teoria del complotto, vale a dire nell’esistenza di una élite che controlla tutti i centri di potere. Sono loro a provocare le grandi crisi economiche, fino a spingere verso una guerra che dovrebbe ridurre drasticamente il numero degli abitanti del pianeta.

- Mi pare che a pensarla come lui, oggi siano in molti …

- Certo, ma lui andava ben oltre. Per fartela breve, gli uomini non sono liberi; sono degli schiavi assoggettati tanto tempo fa da un popolo alieno che abita su Niburu, l’ultimo pianeta del sistema solare. Quanto all’élite che domina la terra, questi non sono del tutto uomini, ma metà alieni, e sono alle complete dipendenze dagli abitanti di Niburu.

- Comunque, se era solo per quelle idee, c’è da credere che il friulano avrebbe potuto benissimo campare fino a tarda età.

- Certo, se non fosse venuto a Saluggia e …

- E non avesse fatto il custode!

- Fare il custode non era l’ultimo passo. L’ultimo passo era incontrare Ivonne!

- L’aveva vista altre volte?

- Sì, era attratto da quella donna che sembrava parlare con la figlia morta. Cercava ogni volta di avvicinarsi un po’ di più, in modo da poter ascoltare le sue parole. D’altra parte, non era un’impresa difficile: Ivonne era troppo vecchia per potersene rendere conto e del tutto presa dal comunicare con la figlia com’era…

- E cosa deve aver sentito?

- Credo che a spingerlo sull’ultimo sentiero sia stato un pomeriggio: Ivonne era inginocchiata sulla lapide e taceva; poi, d’improvviso:

“Bene, vedo che tu non mi dici niente… e nei sogni hai l’aria di rimproverarmi…Verrò io a trovarti. Ormai ho deciso. Mandami un segno, come posso trovarti…Tu la strada la conosci, l’hai già fatta; ma spiegati, parla stavolta. Se ci perdiamo adesso, non ci incontreremo più!”

- Ivonne mantenne la promessa e tentò di raggiungere la figlia. Pochi giorni dopo si svolse il suo funerale. Il medico nel certificato attribuì la morte di Ivonne a cause naturali: attacco cardiaco. Ma il custode fu di tutt’altro avviso e in più occasioni cercò di saperne di più sul modo in cui Ivonne era morta, ponendo tutta una serie di domande a parenti e amici della defunta. Com’era prevedibile, non venne a capo di nulla e non si andò oltre al certificato di morte. Ma, ormai, in lui il seme era gettato e il custode era sempre più intento a pensare in qual modo si potesse dialogare coi trapassati. Così, senza dare troppo nell’occhio, cominciò a parlare coi visitatori del cimitero, in particolare coi vecchi, nella speranza che qualcuno potesse fornirgli qualche indizio. E in effetti, quei vecchi non si tirarono indietro e gli raccontarono una quantità di cose che s’erano svolte in paese, ma tutti quei fatti concernevano i vivi, soltanto; perché di quello che era capitato alla gente dopo che smise di vedere il sole, nessuno sapeva qualcosa. Cominciò così, nel tempo libero, a frequentare la biblioteca del paese, vedendo se gli riuscisse di trovare qualche scritto che trattasse l’argomento. E nei romanzi e in qualche opera di teatro, in effetti i morti parlavano, ma l’autore non indicava mai il modo in cui tutto ciò potesse avvenire.

- Ma in lui, questa propensione per i morti, da dove veniva? Erano bastati quei pochi incontri con Ivonne?

- No, quegli incontri non potevano bastare, ma il custode si portava già dentro un carico di morte.

- Sarebbe?

- Questo capita a tante persone, anche se non se ne rendono conto. Il custode, prima della venuta in paese, viveva da lungo tempo con la madre, inferma e molto avanti negli anni. Ora, assistere al disfacimento fisico di una persona a cui siamo legati e vedere che giorno dopo giorno si avvicina alla fine, tutto questo ci contagia. Respiriamo un’aria oscura che ci curva verso il buio. Senza contare che il custode, ormai, viveva sulla pensione della madre e questa incapacità di provvedere a se stesso lo umiliava.

- Ma non aveva una moglie?

- S’era sposato con una ragazza di Trieste e avevano avuto una bambina, ma dopo poco tempo la moglie era tornata alla sua città. Per un po’, il custode aveva preso il treno ogni domenica per far loro visita, poi, forse sentendo che la relazione con la moglie andava alla fine, non si fece più vedere.

- In quel modo, a rimetterci è stata la bambina…

- Come sempre. Quanto alla moglie, riuscì in poco tempo a rimediare un altro padre per la bambina. È’ una qualità di cui dispongono molte donne e in questo bisogna ammirarle. Noi uomini non siamo così bravi…

- E il custode da tutto questo ne venne fuori a cuor leggero…

- Non proprio. Così credeva lui, ma le cose andarono diversamente. La perdita della figlia e il senso di colpa che ne seguì, furono il peso maggiore che si portò dietro; qualcosa che gli impedì poi di condurre una vera vita e che più di tutto lo spinse verso il regno dei morti.

- Quindi, da quel che mi dici, era predestinato.

- Diciamo che c’erano tutte le condizioni per fare quella fine. In particolare, una su tutte: il custode, ormai, era completamente isolato e su di lui il Destino poteva più facilmente tessere le sue trame.  Un uomo isolato non può difendersi. Per troppo tempo, l’uomo ha combattuto e affrontato le avversità sapendo di avere le spalle coperte, vale a dire che qualcuno gli era sempre al fianco. Ora, il fatto di trovarsi solo gli toglie le forze e gli annienta il coraggio.

- Sì, dev’essere così… Ma, secondo te, fino a che punto può arrivare il Destino?

- Il Destino può avere un piano su una persona, ma non è detto che possa sempre portarlo a termine, se la persona ha armi sufficienti per contrastarlo. Nel caso in questione, il nostro uomo di armi ne aveva ben poche e la possibilità di scamparla era ridotta al lumicino, anche a causa delle sue scelte sbagliate.

- Ma, a parte questo, cosa successe dopo la morte di Ivonne?

- Beh, il custode dopo aver sentito i propositi di Ivonne, era poco propenso a credere che nostra cugina fosse morta per cause naturali. Si aggirava per i sentieri del cimitero, qui strappava un ciuffo d’erba, là sistemava un vaso di fiori rovesciato dal vento o livellava la ghiaia o rispondeva a un visitatore e, intanto, un pensiero non l’abbandonava mai “Ecco che questa donna se n’è andata… Ora, le porte per uscire da questa vita sono ben note: in un modo o nell’altro il cuore si ferma ed è fatta… Ma le altre porte, quelle che danno accesso al mondo sotterraneo, dove sono? Su quali sentieri si aprono? E questi sentieri alla fine dove ci portano? Forse, non tutti quelli che muoiono vanno allo stesso posto… E allora, con qualche accorgimento, qualche conoscenza in più, diciamolo pure, con qualche astuzia, si potrebbe finire in un posto migliore di quello che ci è stato assegnato. E, visto che il soggiorno non sarà tanto breve, sarà meglio non farsi prendere alla sprovvista … Ecco tutte cose da non prendere alla leggera, se non si vuol fare la fine del topo. Ma per questo, bisogna informarsi, parlare con qualcuno che il viaggio l’abbia già fatto”.

- Cominciò così a soffermarsi sempre più a lungo nei pressi della tomba di Ivonne, sepolta anche lei nella terra, vicino alla figlia. Poi, un giorno in cui era quasi giunta l’ora di chiudere il cimitero, si decise a fare il passo e, appoggiando una mano sul marmo, cominciò a chiamarla, sottovoce e badando bene che nei dintorni non ci fosse qualche visitatore: ” Signora… Ivonne… Mi sentite? Sono io… Il custode. Se potete, ditemi qualcosa”

- Ma dalla terra non venne nessuna risposta. Il nostro uomo non si perse d’animo; ormai aveva imboccato una strada da cui difficilmente avrebbe potuto tornare, una strada che lo allontanava sempre più dalla vita terrena. Così, si può dire che ogni giorno facesse visita alla tomba di Ivonne, convinto che quella donna avrebbe potuto dargli qualche chiarimento sull’aldilà. Si inginocchiava vicino alla lapide e con le dita picchiettava delicatamente sul marmo; chiamava la morta e stava in paziente ascolto. Finché un pomeriggio gli parve che da sottoterra gli venisse qualcosa, un suono fioco, lontano. Il custode pose l’orecchio sul marmo; ecco, non poteva sbagliarsi, qualcuno tentava di parlare, ma i suoni erano disarticolati, indecifrabili. E quella voce non poteva essere che di Ivonne! Il custode fu sul punto di perdere i sensi e con le mani si strinse al marmo; passò qualche istante e, finalmente, poté balbettare “Siete voi…Ivonne…siete voi?”

E dalla terra, con gran fatica “Sì… Sono io” e dopo una pausa “Perché mi chiami?”

“Dove siete, potete dirmi dove siete?”

Passarono alcuni istanti di silenzio, poi, in modo sempre confuso ” Vicino al mare… Scuro… Gran rumore delle onde”

“C’è gente intorno a voi? E’ sul mare?”

“Nuvole… Molto basse… Poca luce dal cielo.”

Queste parole furono dette in modo talmente debole che il custode poté capirle a stento. Premette ancor più l’orecchio sulla lapide e con voce rotta “Non andate via… Solo un istante”.

Ma in quel momento un gran silenzio lo avvolse; l’aria era ferma e tacevano anche gli alberi sui sentieri di ghiaia. Si rialzò a fatica e si guardò intorno: il posto gli pareva strano, sconosciuto e la luce scarseggiava. Il cimitero era deserto.

- Cosa mi è capitato? Sono qui al cimitero, dove lavoro… Devo stare calmo. Quella donna mi ha parlato, non c’è dubbio… La sua voce era strana e veniva da molto lontano… Ma non ho sognato… Ho sentito bene, l’ultima volta che è venuta qui, che voleva raggiungere la figlia e quindi…

Poi, per ancorarsi a qualcosa di sicuro, guardò l’orologio al polso:

- Sono quasi le cinque, è l’ora di chiudere.

Si incamminò verso l’uscita, ma il suo passo era tutt’altro che saldo.

- Ci mancherebbe solo che mi ammalassi, proprio adesso che quella donna cominciava a parlare…

(15 – continua)

Bruno Vacchino