PARLA COI MORTI 09

UNA TRAPPOLA PER LA MORTE

- Voglio farti vedere qualcosa di strano – disse mio padre, e mi condusse sull’altro lato del cimitero.

Anche qui, una serie di loculi infissi nella muraglia, con foto marmorea, generalità e date estreme dei trapassati. Guardavo, ma non vedevo nulla di particolare; finché mio padre m’indicò con la mano la foto di un bambino, proprio nella fila più alta. E le lettere in metallo poste al di sotto riportavano il nome e il cognome del mio vecchio.

- Com’e possibile?

- Fino a poco tempo fa, viveva in paese un’altra famiglia col nostro nome. Sicuramente eravamo parenti, come seppi da mio padre, ma non ci siamo mai frequentati; non per qualche ruggine, ma così, per distrazione. Ogni tanto incontravo per strada un uomo di quella famiglia o sua figlia e tutto finiva con un saluto e qualche parola d’occasione. Nessuno pensò mai che fosse il caso di incontrarci una buona volta tutti insieme; forse questo capitava ai tempi di mio nonno o forse anche prima, ma doveva essere finito da tempo.

- E quindi, può anche darsi che tu non sappia chi fosse questo bambino?

- Mi dispiace ammetterlo, ma è proprio così. Ci ho pensato sopra anch’io e la faccenda mi è sempre parsa piuttosto strana, ma tant’è. Senza contare che, quando mi sono imbattuto per caso in questa lapide, alcuni anni fa, i miei erano tutti morti e dell’altra famiglia non trovai più nessuno. Morti anche loro o trasferiti, chi lo sa?

Così restammo in silenzio qualche minuto, finché il mio vecchio riprese:

- A parte tutto, l’incontro con questa lapide mi chiarì come mai ero giunto alla vecchiaia senza troppi sforzi.

- Mi sfugge il nesso e le tue associazioni sono sempre più spinte.

- Ma nient’affatto, anzi è fin troppo semplice. Messa questa lapide, la Signora in nero non poteva più vedermi; una trappola posta lì dal caso, dal destino o qualcos’altro, in cui la Signora non poteva non cadere. E, quindi, in tutti questi anni, io sono vissuto al riparo di questa lapide. Madama ha smesso di cercarmi, per il semplice motivo ch’era convinta che, ormai, avessi abbandonato questo mondo.

- Madama, la Signora in nero, ma di chi stai parlando?

- Ma della Signora con la falce, la Grande mietitrice, s’intende. Forse non è del tutto una signora, perché, magra com’è, col mantello nero e quella gran falce che si porta appresso, non credo che abbia trovato molti disposti a convolare a nozze con lei. È vero, invece, che l’han sentita ridere in diverse occasioni e, così, s’è fatta la fama di donna crudele. Ma si è poi accertato che la vecchia fanciulla rideva solo in certi casi.

- Sarebbe a dire?

- In caso d’avvelenamenti, ad esempio. Quando lo scemo che vuole avvelenare, finisce lui stesso per bere la coppa del veleno, perché qualcuno gli ha sostituito il bicchiere o s’è confuso da solo o la coppa gliel’ha cambiata la mietitrice. Come trattenersi dal ridere? O se un tizio decide di far fuori una persona che gli è venuta a noia e, poi, per l’oscurità o un cambio d’abiti, finisce che pugnala la propria moglie o suo fratello.

In realtà, la Signora in nero è una curiosa e gira da una parte all’altra. Credo che, in fondo, sia insoddisfatta e cerchi una sistemazione che più le convenga. E, comunque, sarebbe d’estrema importanza sapere chi la manda e chi le conferisce questi incarichi; ma su questo punto, i teologi e i padri della Chiesa, che pur d’argomenti e di situazioni ne hanno sviscerate tante, purtroppo tacciono.

(9 – continua)

Bruno Vacchino