BESTIARIO PERSONALE

1.

Molti anni fa, quando vivevo ancora da solo, possedevo un magnifico grifone. Non lo acquistai, né mi fu dato in regalo da nessuno: semplicemente un giorno lo incontrai e da quella volta diventammo come una cosa sola.

Il grifone si era fatto trovare un mattino, appollaiato sul davanzale di una finestra. Ancora prima che il gallo si annunciasse, sentii un incredibile canto melodioso, paragonabile soltanto, se a orecchio umano fosse concesso mai di udire una simile meraviglia, al cinguettio di mille usignoli innamorati, accompagnato da cento arpe celestiali. Quando salii al primo piano per aprire le imposte (era da là che proveniva il vocalizzo angelico), quello smise di cantare. Cominciò invece a stiracchiarsi il flessuoso corpo arcuato. La struttura fisica dell’animale e il suo manto fulvo facevano pensare a un grosso gatto selvatico, ma erano sormontati da due ali ricche di piume e da una piccola testa da falcone. Dopo che si era annunciato nella maniera soave che vi ho appena descritto, devo dire, però, che rimasi alquanto perplesso dall’impatto che ebbi con la sua mimica fisicità, fatta risaltare ai miei occhi dal suo becco, adunco e fiero da rapace, che seguitava a dischiudersi a intervalli regolari sotto due occhi pronti e attenti. Era come se fosse in attesa di qualcosa. Che gli dessi un po’ di cibo – pensai – e feci un passo indietro verso la porta, già scorrendo mentalmente che cosa c’era giù in dispensa… Crà! Fece la bestia. Io mi fermai impietrito: non potevo immaginare che un essere stupendo, capace di un simile talento per il canto e la bellezza, fosse anche capace di produrre un rumore tanto acuto, tetro, imperativo, offensivo per i timpani e lesivo dell’anima di chiunque consideri il “Bello” e la Musica due fra le ragioni più valide per seguitare a vivere. Fu uno shock, quello, che mi rivelò subito, senza preamboli, la parte più oscura del grifone, e mi fece riflettere per sul fatto che tutte le cose di questo mondo, anche le migliori, nascondono sempre un lato mortale. Fu uno spavento utile perché mi fece capire che il grifone non era giunto da me in cerca di cibo: con il becco, che seguitava ad aprire e serrare incessantemente, come una pinza che cerchi di spezzare le catene a un prigioniero (o come una tagliola che lo voglia intrappolare), era come se cercasse di trovare le parole per presentarsi a me in quella che secondo lui sarebbe stata la maniera più appropriata.

Parole che, fortunatamente, il grifone non mi disse mai, preferendo invece farsi capire, da animale intelligente e nobile quale in effetti era, più coi fatti e le azioni concrete che con le circonvoluzioni spesso inutili e fuorvianti dei discorsi.

Per tornare al mio racconto, il grifone, quando vide che io non accennavo a compiere mossa alcuna, rimanendo di sasso ad osservarlo, riprese a cantare con rinnovato vigore e ispirazione. Anzi, devo dire di più: se inizialmente il canto era stato un puro richiamo, adesso si capiva subito che il grifone stava cercando di dare il meglio di sé e ci metteva tutto l’impegno e la passione di un consumato cantante lirico: forse onorato per la mia presenza, nuovo, estasiato spettatore, il pelo striato da minuscola tigre gli si era adesso arruffato e il corpo restava teso in avanti sulle quattro zampe nel tentativo  di esprimere meglio le notevolissime capacità vocali. Le sue ali da pavone danzavano al ritmo di quella dolce melodia, ai lati del suo corpo snello e davanti ai miei occhi, sgranati e increduli.

Non senza un certo timore, mi accorsi che le sue pupille fin da quando gli avevo aperto non si perdevano neanche il mio minimo movimento. Poi notai che le sue iridi dorate si muovevano di qua e di là al ritmo del battito del mio cuore. Sembrava che mi volessero ipnotizzare. Quando le sue ali dai riflessi rosati si dipanarono, dischiudendosi come i petali di cento orchidee, ebbi la consapevolezza che il grifone voleva che fossi suo per il resto dei miei giorni.

Io rimanevo estasiato di fronte al glorioso canto dell’animale e alla sua magnificenza. Non so quanto rimanemmo in quel frangente: quello a dare prova del suo smisurato talento e io ad applaudire mentalmente a ogni melodiosa scalata di note, a ogni coraggiosa variazione di tonalità.

Non ricordo di aver fatto alcunché. So solo che d’un tratto quel felino alato fece un balzo e, invece di atterrare ai miei piedi come avrebbe fatto un qualsiasi gatto, a metà salto diede un colpo d’ali, discendendomi dolcemente su una spalla. Compresi subito che il grifone era arrivato per rimanere.

2.

Devo dire che mai, per tutto il periodo che soggiornò presso il mio domicilio, il grifone ebbe a darmi anche il seppur minimo problema. Trascorreva le giornate più belle a crogiolarsi sotto i caldi raggi del sole. In attesa del mio ritorno, e per la gioia dei passanti, spesso e volentieri amava esibirsi nei suoi magnifici gorgheggi, cambiando di quando in quando posizione: dal davanzale del primo piano passava al tetto e lì si accoccolava fra le tiepide tegole ondulate; dal tetto saltava fin sopra il cancello del giardino, fin sul recinto di ferro, fin sopra le colonne doriche all’ingesso (dove – ne sono sicuro -in molti lo avranno scambiato per un fregio antico), arrampicandosi anche sul mio camino… Poi, da queste ultime tre postazioni, sulle quali si reggeva in perfetto equilibrio da volatile con l’aiuto delle sole zampe posteriori, balzava di nuovo verso il terrazzo e infine sul davanzale da cui era partito. E pensate che tutto questo impagabile spettacolo era accompagnato dall’armonia perfetta delle sue splendide note!

Nelle giornate di pioggia, invece, il suo rifugio preferito diventava il sottoscala esterno che dava sul giardino. Lì si annidava sornione, non disdegnando di dare anche buona caccia a topi e canarini.

Insomma, tutta la mia casa echeggiava, mattina e pomeriggio, della soave arte canora di quell’animale benedetto. Quando rincasavo non facevo in tempo a infilare la chiave nella toppa del portone che il mio grifone con assoluta grazia mi era già planato su di una spalla. A quel punto entravo, accendevo le luci e lo facevo posare su di un bellissimo trespolo d’ottone che avevo fatto costruire dal fabbro del paese. Al che lui mi ringraziava, facendosi intendere con uno sbattere di palpebre, oppure con una breve giravolta delle piume. Da lassù ricominciava la sua canzone, per dedicarla stavolta a me soltanto.

Non c’era un’anima nel villaggio in cui abitavo che non amasse il mio grifone. Che io sapessi – e che io sappia tuttora, ne ho quasi la certezza -, non c’era nessuno che lo detestasse. Quando arrivava la domenica, tutti i bambini accorrevano per festeggiare quel portento alato. Gli portavano sementi e frutta secca che depositavano con incontenibile allegria nella sua mangiatoia d’ottone. Alcune volte tiravano fuori delle sardine e le gettavano in aria perché l’animale le ghermisse al volo col possente becco, compiendo intanto acrobazie di ogni tipo. Più di una volta, dopo un lauto pasto, ho veduto quella creatura buttarsi a terra a pancia in su in segno di pura gratitudine. In quelle occasioni l’ho udito distintamente fare le fusa sotto le carezze dei bambini come un tenero micetto, chiedendone di nuove.

Soltanto in una circostanza, devo dire, ebbi un po’ di timore a stargli accanto. Era quasi sera e io mi stavo quasi coricando quando sentii bussare alla mia porta. Abbassai la maniglia presentendo già nel cuore la possibilità di una sciagura. All’ingresso, impacciato, col cappello torturato nelle mani, si fece avanti il signor Fritz. Mi chiese scusa per l’ora tarda, ma disse che proprio non poteva aspettare. Era giunto fino alla mia abitazione, evitando di consegnarmi l’ambasciata a mezzo di una fredda telefonata e in virtù dei buoni rapporti legavano da sempre le nostre due famiglie, per dare a me la più disastrosa delle notizie: mia sorella Anna era appena morta di un infarto, il suo corpo giaceva nella camera mortuaria dell’ospedale del paese, il marito e i suoi tre figli, ancora piccoli, erano naturalmente distrutti dal dolore. Indietreggiai allora, sprofondando nella poltrona. Da sopra il trespolo, il grifone levò il capo, compì un salto in alto, iniziando la picchiata in direzione della mia schiena. Ma, giunto in prossimità dello schienale, decelerò con un battito delle ali, atterrando proprio dietro la mia testa. Da sotto le mani che coprivano il mio viso, mentre quasi mi annegavo nelle mie stesse lacrime, intravidi il volto del signor Fritz sfigurato dal terrore: il poveruomo aveva compiuto un balzo all’indietro e stava fuggendo, ululando, attraverso la porta d’ingresso. Disgiunte le mani, vidi una scena che mai più dimenticherò nella mia vita: il grifone aveva disteso entrambe le ali e mi stava circondando per intero. Perfettamente sigillato dentro quel vortice di piume, in un incubo di buio che giudicai sicuro e caldo, credo allora d’essermi sentito per la prima volta Io, assolutamente vivo, per sempre in comunione con me stesso. Dall’esterno non proveniva suono alcuno. Mi parve allora di sentire forse per la prima volta un suono: era il mio cuore che mi chiamava. Era un suono cupo e sordo, eppure grondante di vita, tragicamente impregnato di essa. Quindi accostai le mie mani alle ali ancora chiuse del grifone. Le accarezzai. Non perché le aprisse, ma per fargli sapere che provavo gratitudine.  E non ne volli più uscire.

3.

Era giunta la primavera. Un mattino mi destai di buonora e subito avvertii che la camera vibrava di un’aria meravigliosa, a me del tutto sconosciuta: era la prima volta che il grifone mi cantava quella canzone. L’armonia incastonata fra le note dello spartito che il mio fidato aedo stava interpretando era così perfetta, appagante e fresca, dissetante come l’acqua di una fonte di montagna, che quando ebbe terminato decisi di sdebitarmi con lui portandolo fuori per una breve passeggiata. Corsi all’armadio per prendere il guinzaglio di cuoio che avevo comprato in vista di un’occasione speciale come quella. Glielo infilai e in un attimo eravamo in strada.

Arrivati al giardino comunale, fra esplosioni di fontane e gli schiamazzi della gente che sporadicamente ci fermava per fare i complimenti al mio alato amico, cercai un angolo isolato per dare un po’ di meritato riposo al mio compagno. Così ci sistemammo su una panchina con l’intento di goderci i caldi raggi solari., l’uno accanto all’altro come due vecchi buoni amici. Quindi sfilai il collare al mio protetto perché potesse essere libero di muoversi e di arrampicarsi su qualsiasi albero desiderasse, ma, con mia grandissima meraviglia, l’animale non si mosse dal mio fianco e, anzi, salì sulle mie gambe e si acciambellò sulle mie ginocchia, emettendo intanto profondissime fusa.

Rimasi assorto in quella posizione credo per molto tempo. Pensavo che la mia vita mi sembrava un paradiso e che, sotto la tutela del grifone, anche in futuro sarei stato in grado di compiere qualsiasi cosa avessi voluto. Forse rimasi assorto anche troppo, perché d’un tratto mi accorsi che il sole era già quasi calato del tutto e cominciava a farsi notte. Allora misi nuovamente il guinzaglio al mio caro beniamino e insieme ci alzammo, imboccando la strada del ritorno.

Voltato l’angolo, ci accorgemmo di loro: un uomo, un tipo che non avevo mai visto prima, dall’aspetto così comune che non sarei nemmeno capace di descriverlo, stava seguendo passo passo una bestia, goffa e strana. L’insolita fiera precedeva il suo padrone a distanza di mezzo metro circa, legata a lui con un brutto laccio scolorito. Il corpo dell’animale era quello di un’iguana, con la coda sproporzionatamente lunga, ma la sua testa pareva quella di un gallo cedrone (o di un pappagallo variopinto) con tutta attorno una corona di piume lunghe e dritte color dello smeraldo. Il suo becco appariva curvo e robusto almeno quanto quello del mio protetto.

I due, come se nulla fosse, sembravano già a buon punto, soddisfatti della più tranquilla e spensierata delle passeggiate. “Questa creatura…” Mi informò il tizio senza che io gli avessi domandato niente. “…si chiama basilisco.” E ancora, come se dovesse a tutti i costi interessarmi: “L’ho trovato un dì per caso mentre rassettavo la soffitta: deve aver sentito la mia presenza, s’è arrampicato sul muro ed è entrato dalla finestra…. Non ha due occhioni adorabili? Dal quel giorno siamo tutt’uno…” Io rimanevo sulle mie. “E che bella voce che ha! E come recita bene! Impara ogni cosa a memoria! Poesie, racconti, articoli di giornale… Per lui non fa alcuna differenza. Sa, gli ho insegnato perfino l’Odissea… Su, amore, fai sentire al signore come la mandi tutta a memoria…”

Per tutta risposta, la strana bestia salì su una scarpa del mio interlocutore, da lì si inerpicò, usando la falda dei suoi pantaloni come fosse  una scala di corda. Tiratosi un poco più in su, rimanendo aggrappato con gli artigli di due sole zampette e sporgendosi in fuori con le altre due, il basilisco torse il busto nella mia direzione e, conquistatasi finalmente una buona visibilità, dall’improvvisato pulpito cominciò a declamare: “L’uomo ricco d’astuzie raccontami, o Musa, che a lungo errò dopo ch’ebbe distrutto…”. L’atteggiamento che il basilisco aveva assunto era quello del consumato attore shakespeariano: con solennità e abilità smisurata proseguiva senza indugio nella recitazione del dramma omerico. Io rimanevo sbalordito: credo che la mia sorpresa sia stata talmente sconfinata da essere rimasto a bocca aperta, e che il mio grifone se ne sia accorto perché, in un impeto forse di gelosia, si fece avanti e in direzione del nuovo fenomeno cacciò uno strillo: “Hiiiiiiii!”. “Ma che cosa gli prende?” Disse l’accompagnatore del grosso rettile. “Non vorrà…” E proprio mentre quello terminava la frase, il basilisco scattò in avanti e in una frazione di secondo raggiunse il mio grifone, cominciando a dimenare la coda squamosa proprio davanti ai suoi occhi. Quella carogna, non so come, era riuscita a tramortire il mio piccolo amico e in un attimo gli era saltata addosso. Il mio grifone, preso alla sprovvista e impaurito, non seppe fare altro che lanciare un ultimo acuto che fece voltare verso la scena tutti i rimasti avventori del parco.

Dopo quell’ultimo, straziante grido, cruda eco di un’inesorabile sconfitta, il grifone cadde a terra. Morto.

Il padrone dell’assassino si esibì in profondissime scuse. Si offrì addirittura di ricomprarmi il mio animale: un grifone come quello appena ucciso, tale e quale. Io crollai al suolo, disperato: un compagno di vita, un’anima gemella, un fratello monozigote come quello non ci sarebbe mai più stato… Fra le lacrime gli dissi che mai ne avrei avuto uno uguale.

Giuseppe Conti