I MAESTRI DEL SONNO ETERNO

Ciò che non more e ciò che può morire…

                                              (Dante, Paradiso, XIII, v. 52)

La ‘macchina umana’ – come tutte le ‘macchine’ – non ha una durata illimitata. Purtroppo è così!

A volte ha una ‘durata’ che rientra nei limiti imposti dal ‘costruttore’ – l’Onnipotente per chi ha fede, Madre Natura per gli altri… – ma a volte va in panne troppo presto, quasi subito. Però appare insito nell’animo umano una sorta insopprimibile anelito all’immortalità fisica.

Dagli “elisisr di lunga vita” di alchimistica memoria alle raffinate tecniche egizie per conferire una sorta di pseudo-immortalità al corpo del loro Faraone durante la sua permanenza nell’Amenti – l’Aldilà per chi viveva all’ombra delle piramidi – è stato un continuo susseguirsi di tentativi per lasciare concrete, durature, visibili ‘tracce’ della permanenza dell’Uomo in questa – tutto sommato piacevole! – ‘valle di lacrime’.

Senza avventurarci troppo lungo gli infiniti rivoli della Storia, facendo finta di dimenticarci per un attimo di Gerolamo Segato & Co., in grado di ridurre “ a solidità lapidea” i corpi organici – ma ci torneremo in un prossimo articolo – vorrei iniziare questo articolo ricordando un personaggio, quasi sconosciuto al gran pubblico, il quale, nei primi anni del Novecento, mise a punto una raffinata tecnica in grado di conservare indefinitamente e con caratteristiche direi uniche il corpo di chi si era avventurato sine die sui sentieri di un sonno senza fine, in un lontano e nebuloso Aldilà.

Intendo parlare di Alfredo Salafia – forse il miglior “Maestro del Sonno Eterno” – e del suo più ben riuscito esperimento: l’incorrotto corpo della piccola, sfortunata Rosalia Lombardo, la quale lasciò questo mondo a soli due anni.

Ma procediamo con la dovuta calma…

L’imbalsamatore siciliano Alfredo Salafia riuscì ad imbalsamare quasi perfettamente il corpo della piccola Rosalia Lombardo, deceduta nel 1920.

Palermo, 1869. Nel capoluogo siciliano nasce un personaggio che passerà tutta la sua esistenza ad assicurare ad alcuni suoi simili una sorta di ‘immortalità’ consistente nel rallentare quasi per sempre il disfacimento dovuto ai naturali processi disgregativi delle cellule.

Non studia medicina ma acquisisce una vastissima esperienza come tassidermista, mettendo soprattutto a punto un procedimento chimico che sembra producesse quasi incredibili risultati. Il suo nome è Alfredo Salafia.

In una trentina di fogli manoscritti descrive il suo ‘miracoloso’ metodo nel piccolo trattato “Nuovo metodo speciale per la conservazione del cadavere umano intero allo stato permanentemente fresco”. Dopo una più che ovvia introduzione relativa alle antiche tecniche di mummificazione, Salafia – che si ispirò in parte al medico Giuseppe Tranchina, i cui metodi erano stati ben descritti da Francesco di Colo nel libro “L’imbalsamazione umana”, pubblicato nel 1910 – illustra anche i suoi più riusciti interventi sulle mortali spoglie di Francesco Crispi, del Senatore del regno Giacomo Arnò e anche dell’arcivescovo palermitano Michelangelo Celesia.

Il busto “pietrificato” di un’anonima paziente del Manicomio di Mombello, consegnata ai posteri mentre dorme il “Sonno Eterno. Questo e molti altri reperti sono opera di Giuseppe Paravicini (1871-1927). Il quale, naturalmente, portò con se nella tomba il segreto del suo incredibile metodo…

Poiché  il ben noto detto “nemo propheta in patria” – ovvero, perdete le speranze se aspettate di essere apprezzati da chi vi sta più vicino… – trova spazio sotto qualsiasi cielo, in qualunque latitudine e in qualsiasi epoca, anche il nostro imbalsamatore – bravissimo ma purtroppo privo di qualsiasi titolo accademico – non riscuote eccessive simpatie negli ambienti ‘scientifici’ della terra sicula e così, nel 1910, raggiunge il nipote Achille Salomone emigrato negli Stati Uniti quattro anni prima.

A New York, insieme danno…vita – permettetemi il fin troppo facile calembour! – ad un’attività che si occupa di imbalsamazioni di corpi umani la cui ‘anima’ vaga negli eterei universi di lontani ‘Altrove’, la “Salafia Permanent Method Embalming Co.”. C’è da precisare che fino dai primissimi anni dell’Ottocento la scuola siciliana di anatomia poteva vantare eccelsi risultati anche nel campo dell’imbalsamazione di corpi umani soprattutto per merito del già citato dottor Tranchina ideatore di un metodo a base di Arsenico, senza eviscerazione ma praticato appena dopo il decesso.

Sembra ottenesse ottimi risultati nel giro di pochissimo tempo…

Le mummie di Via dei Cipressi

A Palermo, il locale Ufficio Toponomastica non avrà dovuto impegnarsi molto per decidere quale nome dare alla via che conduce al Convento dei Cappuccini, noto in tutto il mondo per le sue migliaia di mummie – variamente conservate – che accolgono i visitatori lungo i lugubri corridoi delle Catacombe.

Se ne ricordò anche Ippolito Pindemonte nei “I Sepolcri” che hanno ‘rallegrato’ – insieme al foscoliano e quasi omonimo carme – la nostra permanenza sui banchi del Liceo…

Inaugurate – diciamo così per sdrammatizzare! – nel 1621, le Catacombe hanno ospitato i corpi dei più vari personaggi – preti, militari, avvocati, bambini, gente del popolo, chiunque – fino al 1881.

“[…] L’effetto di quelle gallerie vaste e semibuie, illuminate solo dall’alto, dalle pareti folte di quelle che a tutta prima potrebbero sembrare bizzarre sculture naturali, brune stalattiti polverose, è un effetto piranesiano. Casse da morto ammucchiate le une sulle altre, dal cui spioncino intravedi un volto spaventoso di mummia, spesso azzimato dai fronzoli di una moda defunta, file e file di scheletri irrigiditi in bruni sai, penduli come abiti usati nel tenebroso magazzino di una Morte rigattiera […]”. Così scrive Mario Praz nel suo libro “Viaggi in Occidente” e l’autore delle pagine che state leggendo non può che dargli ragione, avendo visitato in lungo e in largo le Catacombe del Convento dei Cappuccini.

In un orario – poco prima della chiusura serale… – che accresceva il vago senso di inquietudine originato dal sentirsi ‘osservato’ da chi non ha più occhi per vedere…

No, questo poco rassicurante messaggio non si trova a Palermo ma a Ferentillo (Terni) all’ingresso del caratteristico “Museo delle Mummie”!
Uno dei numerosi corridoi delle Catacombe del Convento dei Cappuccini di Palermo. Passeggiarci poco prima dell’ora di chiusura è un po’ inquietante…

Come venivano imbalsamate quelle migliaia di silenziosi ‘ospiti’ delle Catacombe? Prima di tutto veniva effettuata l’eviscerazione e poi la “scolatura” del corpo per disidratare tutte le parti molli. Dopo un anno, il defunto, ormai essiccato, veniva lavato con aceto – nei casi ‘pericolosi’, con Arsenico e acqua di calce – riempito con paglia e reso ‘elegante’ con quelli che erano stati i suoi abiti della festa.

Un metodo che i mummificatori della Valle del Nilo avrebbero di sicuro disdegnato!

Di metodi per imbalsamare un corpo umano, in verità, ne sono stati messi a punto moltissimi, ma quello ideato dal Salafia non ha eguali e solo di recente – anche grazie alle ricerche di un paleoantropologo che più avanti incontreremo – è stato pubblicato su un libro a cui mi sono ispirato per il titolo di questo Capitolo: “ Il Maestro del Sonno Eterno”, ove il “Maestro” è solo e soltanto Alfredo Salafia con il suo ‘immortale’ capolavoro, il corpo della piccola Rosalia Lombardo, incorrotto da quasi un secolo.

A sinistra, il libro scritto dal giovane paleoantropologo messinese Dario Piombino-Mascali per ricordare l’opera di imbalsamatore di Alfredo Salaria, oltre ad approfondirne la tecnica e a riportare la ‘ricetta’ usata per ottenere tali eclatanti risultati. A destra un’altra immagine del volto praticamente incorrotto della piccola Rosalia Lombardo deceduta circa un secolo fa…

Uno dei metodi usati e abbastanza noti, risale al 1873 e lo si deve al dottor Leprieur che con la sua ‘ricetta’ riuscì a dare ‘vita eterna’ – ma solo al corpo, naturalmente! – iniettando a tale Alberto Keller, abitante a Terzuolo, in provincia di Cuneo, un liquido attraverso la carotide sinistra. Poiché sono certo che di ‘materia prima’ a portata di mano non ne avrete mai, posso anche correre il rischio di fornirvi la ricetta ‘stessa. Tanto…

‘Ricetta’ imbalsamatrice usata dal Leprieur.

20 grammi di Acido fenico in acqua, al 2,5%

20 grammi di Acido arsenioso

100 grammi di glicerina industriale

100 grammi di Acetato di soda

760 grammi di acqua

Però – forse per innate ‘affinità elettive’ verso i metalli e le loro infinite applicazioni – il metodo che più mi ha incuriosito è il ‘processo galvanoplastico’, dovuto al Variot.

In pratica, verosimilmente tramite un sistema di piccole pompe, il sistema vascolare della salma veniva riempito con una miscela di Cloruro di Zinco, Acido fenico e glicerina. Poi stomaco, intestino, fosse nasali venivano disinfettate con forti soluzioni antibatteriche.

Ogni apertura naturale del corpo del ‘paziente’ – che ormai tale più non era… – veniva chiusa con un mastice mentre tutta la superficie cutanea veniva resa conduttrice di elettricità mediante una soluzione di sali di Argento e Fosforo bianco sciolto in Solfuro di Carbonio. Infine il corpo veniva immerso in una soluzione di Solfato di Rame. Quasi un procedimento alla Frankenstein!

Alla fine del complesso processo il cadavere risultava ‘metallizzato’, di un… ‘bel’ colore ramato poiché era ricoperto da circa mezzo millimetro di questo metallo.

In questa atmosfera quasi  ‘alla Dario Argento’ proseguiamo…

Il ‘Fluido della perfezione’

Così sembra venga definita la composizione liquida messa a punto da Alfredo Salafia e ora descritta dettagliatamente nel libro di Piombino-Mascali.

“[…] Il fatto – egli scrive – che Salafia abbia perfezionato il proprio fluido entro il 1901 suggerisce che egli sia stato uno dei primi a mettere a punto una formula d’ imbalsamazione “moderna”, non più costituita da sostanze tossiche come l’ Arsenico e il Mercurio, altamente nocive per l’ operatore […]” .

In pratica, nei manoscritti di Salafia studiati dal ricercatore messinese – ma pare che la composizione fosse già nota in precedenza… – il ‘Fluido della perfezione’ consiste in una parte di Glicerina, una parte di Formalina al 40% satura di Solfato di Zinco e contente anche il 10% di Cloruro di Zinco secco, infine si aggiunge una parte di Acido salicilico.

La ‘miscela’ veniva iniettata attraverso un’arteria femorale.

“[…] Messa a nudo un’ arteria femorale – riporta ancora Piombino-Mascali riprendendo le note manoscritte del Salafia – si incide la parete superiore per una lunghezza capace di lasciare il tubetto di vetro con la direzione verso il tronco: si lega bene il tubetto di vetro all’ arteria e si lega pure l’ altro lato dell’ arteria; si apre il rubinetto e così sarà iniziata l’ iniezione endovasale… Per ottenere una pressione uguale e costante, l’ iniezione endovasale, deve eseguirsi a mezzo di una vaschetta di vetro con tubo di gomma posta a m. 1,50 più alta dell’ arteria da cui si vuole introdurre il liquido conservativo […].

Sembra un procedimento non complicatissimo, ma pare che solo il Salafia sia riuscito ad ottenere uno splendido risultato come quello di dare imperitura ‘vita’ – almeno nel ricordo dei suoi cari e di chi apprezza il genuino interesse dei ‘Maestri del Sonno Eterno’ – al corpicino della sfortunata bambina siciliana il cui viso si mostra ancor oggi turgido e quasi ‘vivo’ anche grazie ad iniezioni di Paraffina sciolta in etere.

“[…] La glicerina – spiega ancora il paleoantropologo siciliano – faceva sì che il cadavere non si disidratasse troppo, oltre a donare elasticità e uniformità di colore ai tessuti. La formalina esercita un’ azione disinfettante e disidratante e i sali di Zinco una funzione antisettica e preservativa. Infine l’ alcool agiva sia come veicolo che come sostanza conservativa e penetrante, mentre l’ Acido salicilico preveniva la formazione di funghi […]”.

Oggi, purtroppo, “[…] sono evidenti – scrive ancora, allarmato, Piombino-Mascali – un certo oscuramento del volto così come lo sbiadimento dei capelli e tessuti per un processo di fotossidazione. È in atto un progressivo deterioramento imputabile alla continua esposizione alla luce. Inoltre l’ aumento dell’ umidità e l’ inquinamento atmosferico all’ interno delle catacombe forma acidi corrosivi che minacciano la sua conservazione […]”.

Sono comunque in atto iniziative atte ad evitare che il luogo in cui Rosalia Lombardo dorme da quasi un secolo il suo eterno sonno – luogo, probabilmente, oggi non del tutto idoneo ad evitare deterioramenti del corpo della piccola – venga opportunamente adattato (camera climatica, atmosfera satura di Azoto, ecc.) alle variate condizioni ambientali.

Il giovane paleoantropologo Dario Piombino-Mascali durante le sue indagini sui resti mortali della piccola Rosalia Lombardo.

Il “nemo propheta in patria” vale purtroppo anche per i mortali resti di Alfredo Salafia poiché del suo corpo – tumulato nel cimitero di Santa Maria del Gesù, a Palermo – nulla rimane eccetto un abito blu dal nostro geniale imbalsamatore indossato al momento del trapasso nel lontano 1933…

La prego, dottore, mi imbalsami con cura!

Imbalsamare, che passione!

Proprio così, poiché – tralasciando ora l’antico Egitto – già il grande Leonardo da Vinci aveva fatto qualche interessante esperimento (ce ne meravigliamo?) per imbalsamare i cadaveri iniettando alcune sostanze chimiche di cui non sono riuscito a trovar traccia. Miglior successo sembra avesse il dottor Frederik Ruysich oltre due secoli più tardi, ma furono William Hunter e Jean Gannal – tra Settecento e Ottocento – a iniettare attraverso la carotide efficaci miscele chimiche in grado di conferire ‘vita eterna’ al corpo di qualche (in)volontario… ‘paziente’.

A proposito di Alfredo Salafia, abbiamo citato il dottor Giuseppe Tranchina e non possiamo abbandonarlo senza riportare en passant qualche notizia sul suo metodo per imbalsamare i cadaveri. In pratica Tranchina incideva la carotide e vi iniettava una soluzione acquosa di Arsenico bianco e Cinabro. Dopo un’ora sembra che il cadavere riprendesse… ‘colore’ e si mantenesse flessibile per alcuni mesi, dopo di che si disseccava e diventava di un inquietante colore scuro e così rimaneva per tempi lunghissimi e senza emanare ‘afrori d’oltretomba’.

Il dottor Giuseppe Tranchina, il quale ebbe come allievo anche Alfredo Salafia.

Sulle tracce di Tranchina e del suo metodo possiamo ricordare anche il dottor Raimondo Barsanti il quale riuscì ad imbalsamare l’intero corpo di tale Gaetano Arrighi dopo il suo passaggio a migliore vita di quella che poteva offrirgli il Bagno Penale di Livorno nei primi decenni degli anni Trenta dell’Ottocento.

Il 9 Marzo 1836 Arrighi abbandonò per sempre la ‘valle di lacrime’ in cui aveva commesso un bel po’ di reati e – poiché amici, se ne aveva, e parenti pensarono bene di non reclamarne il corpo – Barsanti ebbe l’idea di sperimentare il ‘metodo tranchiniano’ con notevole successo, tanto che adesso il risultato dell’esperimento è ben visibile presso il Museo di Anatomia dell’Università di Pisa.

Il corpo imbalsamato del detenuto Gaetano Arrighi appare così dal lontano 1836 ad opera del dottor Raimondo Barsanti il quale usò il ‘metodo tranchiniano’. Foto di Daniele Monnanni.

Gli inquietanti ‘scorticati’ di Fragonard

Nella bella cittadina francese di Grasse – oggi più nota per i profumi che lì vengono creati – nel 1732 nasce  Honoré Fragonard, cugino del più noto e quasi omonimo pittore. A trent’anni, con una laurea in chirurgia in tasca, Fragonard incontra lo stalliere di corte del re Luigi XV, tale Claude Bourgelat, appassionato sia di cavalli della loro complessa anatomia. Per comprenderne più a fondo il modo in cui i possenti muscoli consentono al magnifico quadrupede di lanciarsi a folli velocità, Bourgelat assume Fragonard per dissezionare i cavalli deceduti per le più svariate cause, lo nomina docente di anatomia alla locale Scuola Veterinaria e, successivamente, anche Direttore della Scuola stessa.

Fragonard non perde di sicuro tempo e, visti i successi conseguiti, apre a Parigi una seconda Scuola di Veterinaria dove si dedica a tempo pieno ai suoi ‘scorticati’, ovvero animali e corpi umani imbalsamati con un suo metodo di cui, però, non divulga i particolari, salvo il fatto che la miscela da lui ideata per rendere ‘eterni’ i tessuti vascolarizzati non usava cera fusa ma sego di montone – quasi una ‘ricetta’ alchimistica! – che fonde a temperatura più bassa e non distrugge i tessuti stessi.

Un inquietante capolavoro di Honoré Fragonard, uno ‘scorticato’ in cui sono visibilissimi i muscoli, i tendini e l’apparato circolatorio.

Oggi rimangono solo una ventina di ‘scorticati’ poiché la Rivoluzione Francese provvide – purtroppo! – a distruggerne la maggioranza. Chi volesse osservarne da vicino qualcuno – de visu e non in fotografia. É meglio! – potrebbe recarsi al Musée Fragonard, situato presso la Scuola Nazionale Veterinaria di Alfort, appena fuori la città di Parigi.

 Caro Dottore, così non si imbalsamano i Papi!

Purtroppo, tra tanti successi qualche volta capitano incidenti di percorso che – soprattutto in certi ambienti! – non dovrebbero mai capitare.

Il dottor Riccardo Galeazzi Lisi – Archiatra Pontificio, medico personale di Papa Pio XII, membro onorario della Pontificia Accademia delle Scienze – sembrava aver messo a punto un nuovo metodo di imbalsamazione da lui stesso definito “rivoluzionario”.

Dato l’ambiente in cui lavora – il Vaticano – pensa bene di illustrane i particolari proprio ad Eugenio Pacelli, al Papa, che – lo capiamo… – non apprezza immediatamente l’idea di venire ‘tagliuzzato’ in lungo e in largo per favorire il ‘progresso’ della Scienza e per far verificare al dottor Lisi la bontà del suo metodo.

Si convince solo quando l’Archiatra Pontificio gli mostra l’ottimo risultato ottenuto imbalsamando la mano di un povero automobilista deceduto di recente in un incidente stradale…

Si giunge così al fatale 9 Ottobre 1958 quando anche Papa Pacelli passa a miglior vita. Il dottor Galeazzi Lisi non perde tempo e avvolge il corpo del Pontefice in molti strati di cellophane in cui ha posto anche varie miscele aromatiche e spezie di vario tipo. Forse si è ispirato a qualche sconosciuto metodo egizio scoperto rovistando negli infiniti archivi vaticani?

Se così fosse, egli ha ‘rovistato’ solo superficialmente poiché il corpo del Papa si decompone in tempi insolitamente brevi, il volto diviene subito grigio e da ogni orifizio naturale – nessuno escluso… – cominciano ad uscire scuri liquami che ne ricoprono il corpo esalando nell’ambiente un olezzo che mette a dura prova anche la proverbiale imperturbabilità delle Guardie Svizzere incaricate della sorveglianza dell’augusto cadavere.

Poi il ventre del Papa si gonfia incredibilmente e durante il tragitto verso Castel Gandolfo – residenza estiva dei Pontefici – letteralmente scoppia a causa dell’accumulo dei gas intestinali. Successivamente, durante il periodo in cui il corpo del Papa viene esposto per il devozionale pellegrinaggio dei fedeli, nauseabondi miasmi si diffondono nell’ambiente, mentre al povero Eugenio Pacelli cade il setto nasale e, a causa della deformazione dei muscoli facciali, un agghiacciante sogghigno ne devasta il viso.  Non soddisfatto del pessimo risultato ottenuto – ad onor del vero, la storia della Scienza è costellata di insuccessi a volte inevitabili… – Galeazzi Lisi immortala l’evento con molte fotografie e poi… le vende a giornali francesi!

Ovvia conseguenza di tutto ciò è che viene immediatamente radiato dall’Ordine dei Medici, è licenziato dal Collegio Cardinalizio e, addirittura, Giovanni XXIII, successore di Pio XII, lo bandisce a vita dal Vaticano.

L’ex Archiatra Pontificio, forse a sua ‘discolpa’, nel 1960, dà alle stampe un libro in lingua francese, “Dans l’ombre et dans la lumière de Pie XII” (Edizioni Flammarion) dove, incredibilmente, ripubblica le foto scattate durante l’agonia e l’imbalsamazione dello sventurato Papa Pacelli!

Sic transit Gloria Mundi! E dell’incapace Archiatra pontificio, aggiungeremmo noi…

Roberto Volterri


A sinistra, l’Archiatra Pontificio, dottor Riccardo Galeazzi Lisi, sfortunato imbalsamatore del corpo del Pontefice Pio XII, Papa Pacelli. A volte capita…

A destra, il suo libro in lingua spagnola.

Una delle fotografie di Papa Pacelli in punto di morte, presa di nascosto dal suo medico personale Riccardo Galeazzi Lisi.