OMAGGIO A J. L. BORGES 01: TOTEM DI CARNE, TORMENTI DELLA CREAZIONE

a P.G., autore in nuce di queste righe

Per sua stessa ammissione, in “Totem di carne, Tormenti della creazione”, il regista ha voluto superare “qualcosa che non conosceva”. L’eccesso di partenza, a quanto sembra, si trova nel libro collettivo a cura di Max Tessier “Le cinéma japonais au présent”  (Paris, Lherminier, 1980 e 1984, pag. 37): “Bisogna segnalare ancora […] un film Toei intitolato ‘Zeroka no onna – Akai Wappa’, letteralmente: ‘La donna dalle manette rosse della sezione zero’ (1975), di Yukio Noda, la cui eroina esce dritta dritta da un gekiga di Toru Shinoara, in un festival di violenza grottesca tale che il film venne bloccato dalla Toei per un anno, prima di uscire clandestinamente. La fine della pellicola, apocalittica, raggiunge i vertici del barocco delirante, assai grandioso per il genere, dove si scopre al tempo stesso l’ironia di una parodia molto speciale. Ma non si può negare l’immaginazione inaudita dell’autore del ‘gekiga’, dello sceneggiatore e del regista, che sembrano aver tutti lavorato sotto l’effetto di qualche potente droga.”

Craven (del quale vale sempre la pena di ricordare “L’ultima casa a sinistra”, la sua opera d’esordio girata col Vietnam) è stato così stimolato da questo brano, tanto promettente quanto oscuro, da sentirsi indotto a gareggiare in immaginazione sfrenata e stravagante con una pellicola della quale in realtà non sapeva, né per la verità mai volle sapere, nulla di preciso. Un tale spirito di emulazione sempre in debito, che deve appunto la sua concreta produttività in gran parte alla premeditata mancanza di un raffronto fra le due opere in competizione, in altre parole a un modello assente, ha originato un dramma della maternità e un classico triangolo borghese risolti nei termini di un horror erotico-grottesco insofferente, come ogni buona scrittura di genere, della profondità illusoria e da sempre scipita dello psicologismo midcult: per evitare fraintendimenti di questo tipo, anzi, il ginecologo da cui la protagonista si reca, smaniosa di avere un figlio e timorosa al tempo stesso di essere sterile, è presentato fin dall’inizio come un maniaco sessuale. (Maniaco-ginecologo: uno dei numerosi raddoppiamenti che costellano “Totem”). Proprio lui, Anthony, è il personaggio motore dell’intera vicenda. Non appena vede Annette, decide di perseguitarla e a questo scopo le nasconde negli abiti una minuscola telecamera. La visita morbosa a cui la donna viene sottoposta e le risposte troppo generiche ed evasive che il maniaco-ginecologo le dà in merito alla sua fecondità sono una misura evidente dello stato di scoperta eccitazione in cui si trova, eccitazione che Annette non fatica a percepire, restandone sgradevolmente turbata, e della quale parlerà a James, il suo gigantesco marito. Poiché questi, cameraman televisivo, di lì a poco dovrà partire per un lungo reportage in zona bellica, i due coniugi fanno un ultimo tentativo di procreazione: il tutto sotto l’occhio invidioso della microcamera di Anthony. Egli spierà anche, con una gelosia sempre più ostile, l’amplesso del giorno seguente fra Annette e Alan, il piccolo collega di James che lo accompagnerà nel suo servizio. (I tipi fisici dei due e le loro professioni ricordano molto da vicino i protagonisti di “Un anno vissuto pericolosamente”, un inviato occidentale in Cambogia e un giornalista indigeno). Il fatto di avere un amante è legato solo all’incredibile stato di angoscia di Annette: non le importa affatto chi dei due sarà a metterla incinta, purché qualcuno lo faccia, realizzandola così come donna.

Anthony, mal sopportando di dover dividere la sua vittima prescelta con altri, coglie l’occasione del viaggio di James e Alan per collocare una bomba sul loro aereo, che esplode mentre sta atterrando. Le conseguenze sono gravissime sia per James che per Alan: l’uno è semisventrato e castrato, l’altro mutilato. E’ appena il caso, qui, di notare come la guerra sia ironicamente salita a bordo, non lasciando al reattore neppure il tempo di toccare terra.

Nel frattempo Annette, ignara di tutto, si dispera: ancora una volta il suo ventre è rimasto infecondo. Anthony, intanto, attende con impazienza che la donna metta fuori dalla porta di casa il quotidiano sacco della spazzatura per sottrarglielo: egli infatti ha inventato un ricostitutore di oggetti grazie al quale ricostruisce ex novo gli effetti personali corrotti di Annette che più stimolano il suo feticismo – ma non si limita ai soli prelievi: le spedisce anche numerose lettere minatorie e foto porno feroci; poi ne registra febbrile le reazioni. L’autore evita accuratamente di diffondersi in compiaciute inquadrature delle foto e quando si sofferma su una di esse lo fa per pure ragioni di funzionalità narrativa: un membro lunghissimo colpisce la fantasia di Annette al punto che, per adeguarsi a tanto attributo (visto con toccante ingenuità come dotato di certo potere fecondante), si cinge la vita d’un poderoso olisbo che quindi, in una sorta di inconsapevole rito propiziatorio della fecondità, rivolge contro se stessa, la suicida.

Il maniaco, sempre schiavo della sua microspia, non resiste oltre e la rapisce.

Intanto James e Alan, salvatisi da morte certa grazie alla prontezza di soccorsi tutt’altro che disinteressati, vengono deportati in un campo di concentramento e qui sottoposti a delicatissimi interventi chirurgici per mano della dottoressa Aquilina, mengelessa dall’addome fasciato di un schermo tridimensionale ultrapiatto. Sotto anestesia, Alan mormora qualcosa a proposito di un “vestito nuovo” mentre sogna di trovarsi a letto con una sconosciuta: al momento dell’orgasmo, la donna si smembra pezzo a pezzo. Alan la riattacca pazientemente con un mastice portentoso e fa l’amore con lei una seconda volta, ottenendo un risultato opposto al primo, ma altrettanto eccessivo: resta incollato alla vagina; tutta la sua pelle, poi, aderisce nello stesso modo a quella della partner. Anche James è in preda ad un incubo: si trova alla mercé di una sadica aquiliniforme che lo fa malmenare da Ursa Ercolessa, Tora Byzonta e Mandinga Santa Banana, tre gigantesche lottatrici di catch (con scoperti riferimenti alla fumettistica bizzarra americana degli anni ’50);  usa poi il suo membro come stecca da biliardo e portasciugamani; ne fa un bersaglio per dei cerchi che lancia con soddisfatta e un po’ puerile precisione. È questo il preludio all’ultima umiliazione alla quale James sarà costretto: infatti, dopo che il suo sesso è stato reso utensile e quindi giocattolo, tutto il corpo diverrà tale. Aquilina dott.ssa Cyclopa gli fa bere una pozione che lo riduce alle dimensioni di un soldatino, poi l’ilsekoch ghignante s’infila l’ “uomo-supposta” nell’ano. (A detta dello stesso CRONENBERG, la scena gli è stata suggerita da una lettura stravolta di “Viaggio allucinante”, dove una èquipe medica ridotta a dimensioni microscopiche si introduce nel corpo di un paziente per operarlo, e dal passo del romanzo “Vita segreta del signore di Bushu” in cui il protagonista raggiunge le stanze dell’amata passando dal di sotto del suo cesso.) Una volta dentro gli intestini femminili, però, James riacquista grado a grado ma inesorabilmente le proprie dimensioni normali e “rinasce” squartando, o meglio facendo esplodere dall’interno, un’Aquilina che tuttavia bramisce di dolorosissima gioia in preda all’Orgasmo e ha dipinta sul volto un’inequivocabile espressione di vittoria.

(È stato girato anche un altro sogno di James, poi eliminato perché troppo lungo e fiabesco: una regina che soffre di perenne insoddisfazione sessuale, minaccia di distruggere un villaggio se il suo desiderio non verrà soddisfatto. Tutti i paesani si avvicendano nel suo letto senza arrivare a farla godere; tutti tranne uno: l’eunuco James, che – fra l’ilarità generale – pretende di poterla portare all’orgasmo. La regina lo prende in parola: se ci riuscirà diverrà re, ma in caso contrario lo ucciderà e il villaggio sarà raso al suolo. Appena la donna accarezza l’eunuco, si rende conto che tutto il suo corpo ha la consistenza di un pene: James non è che un fallo gigantesco. Incuriosita non meno che estasiata, gli chiede spiegazione del prodigio: lui risponde che, quando venne castrato, per magia verbale poté mutare in membro il resto delle membra. Quindi penetra per intero dentro la regina, folgorata dagli spasmi d’un inconcepibile orgasmo. Qualcuno fra i paesani, finalmente liberi dalla minaccia, ironizza: se è vero che l’eunuco è entrato nella donna, è anche vero che non c’è entrato l’unico pezzo che tutti ci mettevano.)

“Ti sta uscendo, senti?”: questa è la frase sulla quale si costruisce l’intera scena della violenza carnale che Anthony consuma sul corpo di Annette. Il regista, ribaltando l’atto sessuale (il sesso maschile visto come qualcosa che viene espulso da quello femminile), vuole forse suggerire che per una madre (e tutte le donne lo sono, almeno in potenza) non esiste in nessun caso la penetrazione, ma sempre e soltanto il parto.

James, ormai in forze, sfugge fortunosamente alla mengela e torna a casa intabarrato in batmaniano mantello. Venuto a conoscenza del rapimento della moglie, non esita a recarsi nello studio di Anthony, memore dell’impressione che il ginecologo aveva suscitato in Annette, e lo sorprende mentre sta ancora tormentandola verbalmente: “Hai delle tette che sembrano siluri e dei capezzoli larghi come cd!” (proprio a questo punto cominciano a essere introdotte metafore tecnologiche per gli organi sessuali). Il cameraman solleva con gesto d’estremo teatro il mantello e ciò è sufficiente a uccidere il maniaco, inorridito: incassato in un alloggiamento posto nello sterno e nell’addome di James, infatti, c’è Alan, o meglio quel che ne resta, un Alan in nuce: una testa che prorompe in una risata disperata, un torso, un pene. La figura  di James-Alan, Vendetta di Aquilina contro l’intero mondo maschile, può senz’altro venire interpretata anche come il più adeguato incubo di un ginecologo-maniaco e la sua creazione più autentica, nata non dall’ordine relativo della scienza, ma dal disordine totale della mente. Il cuore di Anthony, dunque, è stroncato dall’improvvisa percezione di se stesso come adunaton. Tanto grande è stato il colpo per lui, quanto lo è per Annette, sebbene, questo è l’incredibile, in senso positivo: è dall’interno dal suo patetico desiderio di maternità impossibile che è pronta ad accettare con insospettabile e gioiosa prontezza il “figlio” di James; ben venga, visto che lei è sterile, un marito gravido. La sua logica è folle e schiacciante quanto la mite parola che pronuncia: “Mamma!”, contemporaneamente esclamazione di sorpresa, orrore, gioia e indicazione  letterale dello stato di James.

L’autore, che ritiene di aver prodotto James-Alan sovrapponendo inconsciamente i personaggi del samurai Itto Ogami e del suo figlioletto Daigoro (protagonisti del gekiga “Kozure Okami”), allude da ultimo ad una rete di rapporti sovrapposti e incrociati, elemento ironico che va ricordato nei dettagli: Annette è nello stesso tempo moglie, amante e “padre” sempre futuro; James è marito e “madre” sempre incinta; Alan, infine, è “feto incestuoso”, in quanto non soltanto figlio sempre futuro di Annette, ma anche suo amante: quando James farà l’amore con la moglie, sarà invece Alan a penetrarla – un macroscopico solecismo. Gli ultimi raddoppiamenti concernono appunto le sequenze amorose fra Annette e James-Alan: oltre alla rappresentazione diretta dell’incredibile amplesso, l’opera ce ne offre anche altre utilizzando un’auto che entra in garage, un aereo che fa il suo ingresso nell’hangar, una vhs introdotta nel videoregistratore e un cd che viene inserito nel lettore: tali ridondanze in calando esprimono benissimo il duplicarsi dell’atto amoroso, verosimile per Alan e sempre più simbolico per James, oltre a rivelarsi anche un preciso richiamo alle allusioni e alle metafore attraverso le quali i manga rappresentano il coito, sia pure in versione tecnologicamente riveduta e corretta.

In conclusione, il dramma della maternità e il triangolo borghese visti alla rigorosa luce del giorno, secondo il nostro autore fanno lo stesso effetto del brulicare degli insetti sotto un masso quando viene sollevato: danno la nausea. Per una famiglia impossibile, d’altra parte, il lieto fine non può essere meno minaccioso.

(1987 – 2016)

Gianfranco Galliano