VIII TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: II CLASSIFICATO

LA CUCINA DEL DIAVOLO

di Paola Elena Ferri

Nella lunga lotta tra il Bene e il Male, gli esseri umani hanno continuato a sfidare le sorti del destino, sfidando le regole della religione e creando sette sempre più sofisticate. Il progresso scientifico ha seguito il rituale, integrandolo di esperimenti eseguiti sulle persone che, volontariamente, si sono sottoposte alle modifiche visibili solo dopo un lungo periodo di tempo. Le generazioni si sono susseguite, mischiandosi tra di loro, e hanno dato origine a nuove identità, quelle che potremmo definire più comunemente angeli o demoni, persone che di giorno possiedono tratti somatici come tutti gli altri ma, di notte, mutano il loro aspetto e combattono con la fazione opposta, per cercare di sopravvivere.

Anche io sono il risultato del percorso che la mia famiglia ha deciso di intraprendere, molti anni fa. Un cammino che mi ha portato a vivere a lungo, senza mai morire, senza mai trovare pace… senza poter vivere d’altro che dell’uccisione delle creature angeliche che ci danno la caccia senza sosta, come se noi fossimo il Male giunto sulla Terra per distruggerla. Ma non ho scelto io, di essere ciò che sono. Non l’ho voluto. Non l’ho chiesto. Semplicemente, il giorno in cui mi sono ferita gravemente, ho scoperto di possedere una capacità rigeneratrice che gli altri esseri umani non hanno. E, insieme a questa, una forza che va al di là di ogni comprensione terrena. Il mio cuore batte come quello di tutti gli altri, la mia pelle è calda, il sangue scorre con un colore rosso vivo, nelle mie vene, e posso entrare in una Chiesa senza mostrare alcun segno di insofferenza a ciò che entra in contatto con me. Di notte, però, il mio corpo muta e diventa più leggero, simile a quello di una falena che vola nell’aria, con le sue ali forti e scure, e i miei occhi si illuminano come quelli di un gatto che vede nell’oscurità anche la più piccola preda. Il colore della pelle diventa candido, e le vene bluastre si intravvedono, insieme al battito cardiaco che accelera visibilmente. I miei capelli si allungano e si tingono della stessa sfumatura del cielo, non importa quale essa sia: io sono un camaleonte nel corpo e nell’anima, un lupo che vaga alla ricerca della luna, un vampiro assetato del sangue che scorre nelle creature angeliche, una macchina mortale che non può lasciare scampo, per non soccombere. Ogni notte inizia la guerra, e noi piccoli demoni stiamo diventando sempre meno, sterminati dagli spiriti luminosi guidati da un condottiero molto forte, un essere umano che nessuno di noi è ancora riuscito a riconoscere, poiché la sua luce è così forte da accecare i nostri sensi.

Non sappiamo ancora se si tratti di un uomo o di una donna: l’unica cosa che sappiamo è che, se non lo uccideremo, non potremo mai essere al sicuro dall’estinzione. Noi non possiamo riprodurci, se non mischiando il nostro sangue con quello di un comune essere umano, ma questo significherebbe indebolire la nostra fibra già fin troppo consumata, dopo anni di lotte notturne: la gente sa della nostra esistenza e ci dà la caccia, ogni giorno, nelle ore di luce in cui siamo maggiormente esposti e vulnerabili, poiché ci nutriamo di ombre, delle loro paure, delle insicurezze e, a volte, anche del loro sangue. Non lo facciamo mai direttamente ma attraverso l’aiuto delle zanzare che, col tempo, sono mutate con noi, diventando le nostre emissarie, coloro che ci alimentano continuamente, anche a costo della loro stessa vita. Sono loro, a rifornirci del sangue e del veleno di cui abbiamo bisogno, per mantenere inalterata la nostra condizione di non morti. E noi le alleviamo con cura, tenendo le larve al caldo e all’umido, nutrendole con la nostra stessa linfa vitale che esse riconoscono. Gli esemplari più forti sono molti grandi, e possono causare degli ematomi molto profondi sulle loro vittime umane.

Non abbiamo bisogno di rituali, per perpetuare la nostra eterna maledizione: giacché i nostri genitori ci hanno dannati sin da quando siamo venuti al mondo, noi siamo già destinati all’Inferno. Questo, tuttavia, non ci rende degli assassini: non abbiamo il compito di uccidere gli esseri umani, ma di sopravvivere, combattendo le creature angeliche che stanno costruendo un vero e proprio esercito, insieme alla gente comune: uomini, donne e bambini, si riuniscono nelle chiese e celebrano messe contro di noi, pensando di annientarci. Ma il Male che scorre nelle nostre vene è potente e inestirpabile: dentro di noi, scorre ancora una traccia del Divino con cui essi cercano di annientarci, e non sanno che, alimentandola, scaldano ancora di più il nostro sangue e aumentano la nostra forza. Perciò, permettiamo loro di fare ciò che credono: le creature angeliche non possono manifestarsi ed agire durante il giorno, così come non possiamo farlo noi, poiché anch’esse violerebbero il segreto di identità che sono state chiamate a mantenere. Perderebbero la loro luce, l’essenza di cui sono permeati, e, nell’orgoglio, cadrebbero nelle nostre subdole trappole, diventando simili a noi. Gli angeli caduti sono sempre una fonte di idee, quando ci riferiscono tutto ciò che viene tramato alle nostre spalle. Così, le schiere nemiche sono costrette a cambiare i loro piani e ad escogitare nuovi stratagemmi per cercare di catturarci ed ucciderci. Siamo rimasti in pochi, è vero. Ma non abbiamo ancora concluso la nostra battaglia.

Abbiamo trovato un luogo in cui ritrovarci, di notte, dove nessuno avrebbe il coraggio di avventurarsi: voliamo verso il cratere di un vulcano ancora attivo, il cui magma incandescente scalda i nostri corpi, senza bruciarci. Possiamo assaggiare le lingue di fuoco che scivolano attraverso le fessure, e quel calore non ci annienta ma ci nutre. Giungiamo da ogni parte del pianeta, volando velocemente nell’oscurità, nascondendoci alla luce delle creature angeliche che fluttuano sui raggi della luna, e ci rifugiamo egli anfratti più bui, dove nessuno potrebbe trovarci. Alcuni di noi vengono colpiti e catturati durante il viaggio, e per loro non c’è più nulla da fare. Conoscono la morte, ma essa non è una liberazione: la condanna che ci incatena da quando siamo nati ci porta alla dannazione eterna, in un mondo ancora peggiore di questo, da cui non possiamo più fuggire. Le creature angeliche non si avvicinano quasi mai al vulcano, per non sporcare il loro candore. Se volessero, però, potrebbero farlo: la loro guida è così potente da proteggerli, ovunque essi vadano. Ma questo significherebbe manifestarsi e rivelare la sua natura, indebolire la sua essenza e coloro che protegge. Così, questi angeli dalla forma umana preferiscono rimanere alla luce della luna, facendo risplendere le loro ali candide e cantando melodie che giungono fino alle nostre orecchie, dilaniando le nostre anime. Non ci sarebbe scampo, per noi, se non ci fosse una guida forte ad accompagnare i nostri passi. Ma ogni guida, prima o poi, ha la peggio e soccombe. Così, ogni volta, è necessario trovarne un’altra. E ora, finalmente, questo ruolo spetta a me.

 

***

 

Di giorno lavoro come cuoca presso un ristorante alla moda. Ho frequentato molte scuole, in tutti questi anni di vita, cambiando identità ogni volta, eternamente giovane, eternamente adulta. Posso mangiare tutto ciò che mangiano i comuni esseri umani, senza alcun problema: in me scorre il loro DNA, e i miei organi sintetizzano ogni molecola, trasformandola in ciò di cui ha bisogno. Perciò, quando qualcuno si complimenta dei miei piatti, non vede in me una creatura diabolica, ma la figura di una donna come tante, con i capelli castani e gli occhi neri, forse un po’ troppo scuri, ma non così inquietanti come di notte. A volte mi capita di servire anche ai tavoli ciò che io stessa cucino, e questo avviene con ospiti di particolare riguardo, soprattutto critici gastronomici o operanti del settore. I critici sono sempre molto colpiti dai sapori delle mie creazioni: non sanno che il mio olfatto è così sviluppato da sapere esattamente che cosa vogliano, solo fiutando le loro emozioni. Anche il sudore che emanano, quando sono affamati, cambia, e assume un aroma che richiama ciò che vorrebbero mangiare. Così, non è difficile accontentarli. Nessuno potrebbe mai presupporre che io sia la guida dei ribelli, vedendomi vestita elegantemente, mentre spiego con dovizia di particolari quello che ho creato, suscitando l’interesse di chi torna, inevitabilmente, per assaggiare qualcosa di nuovo. Il fatturato del ristorante è incrementato notevolmente, da quando ho cominciato a lavorare per i gestori. Soddisfatti di me, col tempo, mi hanno affidato incarichi di responsabilità che svolgo in modo impeccabile, con entusiasmo e allegria, dissimulando le ombre che tormentano costantemente la mia anima dannata. Mi viene concesso di parlare con i critici più difficili da accontentare e io riesco a fiutare le loro sensazioni, le percepisco a tutti i livelli di senso ordinario ed extra ordinario, sostengo le loro argomentazioni e riesco sempre a convincerli dei miei piatti.

Tutti. Meno uno. Un uomo che è entrato prepotentemente nel gruppo dei più esigenti, un uomo piacente, con i suoi lunghi capelli biondi e i suoi occhi azzurro cielo. Un uomo che mostra delicatezza nei tratti ma una forza interiore che, spesso, neppure io riesco a sostenere. Se ci incontrassimo nelle ore notturne, probabilmente, lo scambierei per una delle creature angeliche che si assiepano per darci la caccia, per quanto carisma egli emani. E’ alto, maestoso, ma non grasso e nemmeno robusto: è il suo sguardo, la sola arma che induce inquietudine in chi lo osserva. E altri come me, che lavorano nel mio stesso ristorante, l’hanno notato. L’uomo non ha parlato quasi mai, fino ad ora: si è limitato ad osservare, senza neppure sorridere, e a prendere appunti, continuamente. Ma, all’improvviso, un giorno mi si è avvicinato, facendomi cenno di seguirlo in un luogo più appartato, e mi ha chiesto:

«Il suo lavoro è molto stancante, non è così?»

L’ho osservato, con curiosità e prudenza: la sua bellezza elegante, efebica ma decisamente maschile, era in assoluto contrasto con la fermezza del suo sguardo. Per un attimo ho temuto di trovarmi di fronte alla guida delle creature angeliche, ma sono riuscita a penetrare la sua mente e non ho trovato alcuna traccia di luce: era un essere umano come tutti, solo un po’ più interessante degli altri, nonostante rappresentasse il nemico numero uno dell’attività che svolgevo.

«Stancante, ma appassionante.» Ho risposto, ammirando il completo grigio perla che lo faceva sembrare un antico gentiluomo, dal fascino pericoloso.

«Ho parlato con i titolari del ristorante.» Ha detto, poi, chiudendo i suoi appunti ed esibendo uno dei suoi rarissimi sorrisi. «La sua cucina è apprezzata da tutti i più grandi critici gastronomici ma, sfortunatamente, io non ho ancora trovato un piatto che la rappresenti, signora… Il suo nome è un segreto? Serve ad alimentare le curiosità di chi si serve presso di voi?»

«Anche il suo lo è, dunque.» Ho risposto, sostenendo il suo sguardo. «Conosciamo tutti i titoli con cui lei viene proposto al pubblico, ma non il suo nome. Curioso, no? Come se celasse la sua vera identità per coprirne un’altra. Ma la accontento subito e può chiamarmi Luce.»

«E’ un bel nome.» Aveva osservato l’uomo sinceramente interessato. «Si addice al suo modo di fare che, a quanto sembra, sia affabile e gioioso. Dunque, Luce, permetterò anche a lei di chiamarmi per nome: io sono Efesto. Sì, come il figlio di Zeus condannato a lavorare nella fucina di un vulcano. Forse, i miei genitori sapevano già che non avrei avuto un carattere facile.»

«Forse.» Ho osservato, con lo stesso interesse misto a prudenza. «Ma che cosa posso fare per lei? Ancora non ho capito.»

«Ho riservato la sala più bella del ristorante per me solo, un giorno della settimana prossima.» Ha risposto, pacatamente. «Come può immaginare, mi è costato una fortuna. Ma voglio che lei convinca anche me della sua bravura. Perciò, per quella sera, si ritenga libera di realizzare tutto ciò che più le aggrada, per destare in me una sensazione particolare. Se la sua cucina supererà le mie aspettative, la mia recensione permetterà al vostro ristorante di guadagnare una stella. Altrimenti, voi chiuderete per sempre. La mia opinione è la più autorevole e tutti voi lo sapete. Perciò, basterebbe un mio breve scritto per stroncarvi anche di fronte agli occhi di chi vi stima e vi supporta. Credo che non voglia deludere i suoi datori di lavoro, non è così, Luce? Perciò, cominci sin da ora a pensarci. Mi aspetto grandi cose, da lei. A presto, dunque.»

 

***

 

La richiesta di Efesto mi ha colpita più di quanto potrebbe colpirmi un nemico angelico: è in gioco la mia permanenza all’interno di questo ristorante rinomato, e tutti gli occhi sono puntati su di me. Per tutta la settimana non posso pensare ad altro che elaborare un menu per lui solo, recandomi il meno possibile al vulcano, per non disperdere le energie. Sono costretta a lavorare anche di notte, ma, fortunatamente, riesco a percepire i colori anche nel buio, e gli odori giungono amplificati al mio naso. Le zanzare che anche io allevo mi trasfondono il sangue di cui ho bisogno, per arrivare in forze a questa sfida che coinvolge la mia vita da essere umano e la mia sopravvivenza da non morta. Sono pur sempre una guida e devo dare delle indicazioni agli altri angeli caduti. Perciò, mi servo dei messaggeri della notte, i rapaci più veloci, che portano i messaggi anche laggiù dove nessuno vorrebbe mai andare. Alcuni di essi sono uccelli che hanno subìto delle alterazioni genetiche, grazie all’intervento dei superstiti che cercano di diffondere la loro linfa anche in ciò che ci circonda: non solo persone, ma anche animali, piante, aria, acqua, e tutto ciò che potrebbe aiutarci a sopravvivere ancora più a lungo. La natura è rispettata dalle creature angeliche ed esse cercano di preservarla, anche quando percepiscono qualcosa di oscuro. Credono di essere superiori e, in parte, lo sono: basterebbe un po’ della loro luce e questi esseri viventi potrebbero cadere come fuliggine trasportata da un vento forte, quello delle ombre che ci aspettano da molto tempo, ormai. Ma gli animali notturni non attaccano l’uomo e non recano all’essere umano alcun male: perciò, essi possono essere solo seguiti fino ad un certo punto, oppure catturati. Se giungono a destinazione, le creature angeliche non le seguiranno; se dovessero esporsi alla luce della luna, subirebbero una sorta di oblio che le farebbe cadere tra le braccia del nemico, rendendo questi rapaci innocui e cancellando i messaggi dalle loro menti. Per questo è molto importante che i messaggeri dell’oscurità non siano mai gli stessi. Possiamo arrivare ad usare dei topini molto piccoli, o persino i grilli che, intonando una nota diversa, comunicherebbero il messaggio ad ampio spettro. Così, anche il mio compito è salvaguardato, mentre elaboro il menu che possa essere il più appetibile per un critico affascinante ma decisamente difficile.

«Sii prudente.» Mi ripetono spesso le creature dannate di cui sono la guida. «Dietro a quel viso potrebbe nascondersi il nemico» E io lo so. So che, molto probabilmente, sto per cadere vittima di una trappola ben ordita. So che la sua mente apparentemente limpida potrebbe nascondere insidie molto pericolose, per me. Così, mi comporto come si comporterebbe un normale essere umano sotto pressione, e decido di allestire un ambiente con colori candidi, sete, fiori gialli e viola, circondati di tenero verde. Le rose rosse saranno destinate solo ai dessert, e parte integrante di essi. Tutto sarà a base di fiori, alla fine, per dare un tocco di originalità a ciò che mi propongo di fare: un antipasto leggero, a base di verdure insaporite delicatamente, con crostini vegetali spolverati di pistacchi e menta; un tris di primi colorati, insaporiti con la frutta, col tocco sapido di alcuni ingredienti chiave mescolati tra di loro, abilmente; un secondo di pesce, dove domina il bianco, a cui è abbinata una piccola tagliata di formaggi vari e miele, con contorno di fiori edibili; infine, una mousse di frutta con cioccolato bianco e panna, su base croccante, e un dolce di mele, semplice, come quello che le donne anziane cucinavano molti secoli fa. Le bevande sono consigliate dai migliori sommelier a mia disposizione che accontenteranno il nostro ospite, qualsiasi cosa dovesse chiedere. Non ci saranno liquori o alcolici, alla fine del pasto, ma solo un caffè che io stessa ho elaborato: un caffè speziato, forte, dall’aroma di caramello e cioccolato, con una punta di vaniglia e con bassa acidità. Il cocktail di spezie è segreto a tutti, e dà quel tocco in più che ne fa una bevanda richiesta da quasi tutti i clienti. Scelgo volontariamente di non pensare ad Efesto come al nemico: se lo facessi, rischierei di cadere in errori che potrebbero costarmi la vita. Così, gioco come farebbe una qualsiasi cuoca di livello superiore, ed esigo che i miei collaboratori – quasi tutti come me – diano il massimo. Dopotutto, se dovessimo sopravvivere, il nostro ristorante potrebbe godere di una fama maggiore, con una stella in più. Ma non mi sfugge che, inspiegabilmente, la furia dei nostri nemici si sia placata, in questa settimana di intenso lavoro.

Quando vedo Efesto entrare nel ristorante, nel giorno stabilito, il suo sguardo incontra subito il mio. Sostengo la forza dei suoi occhi chiari e severi, nonostante il sorriso di circostanza, e mi accorgo di avere di fronte un uomo più bello di quanto potessi ricordare. Per un attimo, il mio autocontrollo vacilla.

Ma poi, i miei collaboratori mi riportano subito all’ordine, attendendo da me anche un semplice ordine. Avanzo lentamente verso l’ospite, mentre la mia lunga tunica color avorio, indossata appositamente per l’occasione, scivola lentamente sul pavimento di marmo rosa, illuminato dalla luce soffusa dei faretti nascosti. I camerieri sono già pronti, mentre io mi rivolgo al critico sorridendo amabilmente:

«La prego di affidarsi a me.» Sussurro, chinandomi verso di lui. «La carta dei vini è la sola cosa a sua disposizione. Per lei va bene, signore?»

«Mi chiami col mio nome, Luce.» Risponde, con un sorriso enigmatico, sedendosi al suo tavolo, mentre una musica dolce riempie l’ambiente. «Come le ho detto, sono nelle sue mani.»

 

***

 

Non è mai facile accontentare i clienti. Ancora più difficile, però, è soddisfare i critici più esigenti. Quasi impossibile è suscitare interesse in un uomo che non mostra alcuna emozione, positiva o negativa, e che si limita ad assaggiare tutto, più volte, senza dire nulla. Ci prodighiamo tutti, affinché si arrivi alla fine del pasto con il consueto caffè, consumato con salviettine calde e umide, profumate alla lavanda, consegnate ai clienti per detergere le mani. Il profumo può cambiare a seconda del tema della giornata o della stagione, oppure può essere personalizzato in base al menu richiesto. Avrei potuto dare al mio ospite una salvietta dal profumo più delicato, ma la scelta è stata obbligata: il mio caffè assume consistenza, se l’aroma di lavanda raggiunge le narici di chi lo beve. Ma, ancora una volta, il critico non mostra alcuna emozione particolare.

«Vorrei il conto.» Dice, solamente, dopo aver bevuto l’ultima goccia della bevanda.

«Offre la casa. Non si preoccupi.» Risponde il direttore, immediatamente, con lo sguardo intimorito. Credo che lui sia uno dei pochi che non fanno parte di noi, in questo ristorante di alto livello: non avrebbe così paura, altrimenti. Ed Efesto sembra notarlo, incrementando il dubbio che egli sia il mio peggior nemico.

«Allora vorrei rimanere da solo con lo chef, se non è un disturbo per nessuno.» Dice, alzandosi con imponenza. «E gradirei che nessuno ascoltasse ciò che ho da dirle. E’ una richiesta che può essere soddisfatta?»

«Certamente.» Risponde il direttore, ordinando a tutti di allontanarsi. Alla fine, rimaniamo solo in due, nella grande sala vuota, immersa nella penombra. Avverto l’odore di tutti gli altri sempre più mischiato con quello dei cibi, segno evidente che nessuno osa contraddire il comando. Efesto continua a guardarmi, con un sorriso che con so definire, poi, inaspettatamente, mi porge la mano per invitarmi a seguire la musica, un valzer che potrebbe sembrare spettrale e che, al tempo stesso, contiene una velatura dolce e malinconica. Accetto l’invito, e sento le sue mani stringere il mio corpo. Non so da che cosa provenga questo calore che mi pervade, ma è piacevole. Efesto danza divinamente e, dopo secoli di nascondimento, mi sento come liberata da un peso che, alla fine di questa serata, tornerà a sfiorare le mie carni. Ma adesso non voglio pensarci, e mi lascio trasportare in questo valzer che mi porta sempre più in alto, come se ci stessimo alzando in volo.

… E mi accorgo che, davvero, ci siamo sollevati da terra, sempre danzando.

Cerco di staccarmi dalla stretta ma Efesto non mi permette di fuggire:

«Tu sai bene chi sono.» Mi dice, con voce profonda, come il suo sguardo di ghiaccio. «L’hai capito sin dall’inizio. E ora sei qui, tra le mie braccia, come una donna comune che potrei fare mia…»

«Se tu lo facessi, non saresti diverso da noi.» Rispondo, con la stessa freddezza, confidando di nuovo nel mio autocontrollo. «E diventeresti un nostro adepto. Come tanti dei tuoi simili.»

«E’ vero.» Risponde, senza far spegnere il suo sorriso trionfante. «Ma potrei fare di più. Potrei portarti alla luce della luna, tenerti stretta finché non esalerai il tuo ultimo respiro e sterminare chi è come te, definitivamente: non sei, forse, la loro guida?»

«Una guida che ha dedicato l’intera settimana a preparare un menu per un essere umano!»

«Ma che non ha mai smesso di circondarsi dei suoi messaggeri. Ne abbiamo sentito l’essenza, così palpabile da poter capire dove fossero, ogni volta che si libravano in volo per giungere a te.»

«Cercavano di proteggermi affinché io potessi continuare a proteggere loro, a mia volta. Ed è vero: potrai ucciderci tutti, una volta che mi avrai mandata all’Inferno cui appartengo. Ma c’è una cosa che non potrai mai riuscire a fare: non potrai estirpare il Male dal cuore dell’essere umano, poiché è a causa dei nostri genitori se anche noi siamo diventati ciò che siamo. E la lotta non avrà mai fine. Siamo Angeli entrambi. Ed entrambi potremmo essere Demoni.»

Efesto rimane in silenzio, stringendomi sempre di più. Mi guarda e mi sento soffocare. Avverto la sua forza e so che potrebbe annientarmi con la sua sola volontà. Sono pronta per morire, questo sì. Sono pronta, perché ho già vissuto abbastanza a lungo. Ma, inaspettatamente, la morsa si allenta e il volo cessa. Scivoliamo sul pavimento, ricominciando a danzare un nuovo ballo, un altro lento, come due normali esseri umani che si muovono al ritmo di una musica avvolgente. Disarmante. Inesorabile.

«La mia recensione sarà positiva.» Dice Efesto, smettendo di sorridere e rivolgendomi uno sguardo diverso. «Il ristorante otterrà la stella che cerca da anni.»

«E che ne sarà di chi ci lavora?» Chiedo, sorpresa e scossa al tempo stesso. «Tu lo sai: molti di loro sono come me. Il ristorante rimarrà quasi senza personale, se ci sterminerai in una volta sola.»

«Che cosa dovrei fare, dunque?» Mi chiede, fermandosi e lasciandomi andare. «Dovrei lasciarvi vivere per sempre, nella vostra eterna dannazione? Sai bene che non è possibile.»

«Dai tempo al direttore di trovare nuovi collaboratori.» Rispondo, quasi pregandolo. «Tu sai dove trovarci, ormai, e noi non possiamo lasciare il lavoro da un giorno all’altro. Viviamo come esseri umani. Non abbiamo mai smesso di dimenticarci da dove veniamo e chi siamo. E se hai visto la passione che ho messo nei miei piatti…»

«Ho sentito anche il sapore del tuo sangue nel caffè.» Mi interrompe, senza mostrare alcuna emozione.

«Non ha alcun effetto pericoloso, sulle persone, anzi, le rigenera.» Mormoro, abbassando lo sguardo, per un attimo. Poi, fissandolo di nuovo negli occhi, aggiungo: «Abbiamo combattuto sempre e solo contro di voi, e non possiamo influenzare gli esseri umani come fanno gli altri Demoni. Dobbiamo pensare solo a preservare noi stessi. Almeno… finché qualcuno di noi sarà ancora al mondo, giacché non possiamo avere figli nostri…»

Efesto – ammesso che questo sia il suo nome, come Luce non è davvero il mio – mi guarda a lungo, senza parlare. Poi mi fa cenno di accompagnarlo alla porta, raccogliendo le sue cose e accingendosi ad andarsene:

«Non ucciderò nessuno, in un ristorante gestito da persone viventi.» Mi dice, alla fine. «Non oggi. E vi permetterò di vivere finché questo posto avrà bisogno di voi. Vi lascerò fingere di invecchiare, finché sarete costretti ad allontanarvi e a cercare un nuovo rifugio, per riprendere le vostre sembianze. Allora solo allora, tornerò a cercarvi. E, questa volta, non avrò pietà di voi.» Si china, per sfiorarmi la mano con un bacio, sussurrando: «I miei complimenti allo chef.» Poi, silenziosamente, lascia il locale.

Abbiamo conquistato una stella ma anche perso la segretezza del nostro rifugio, delle nostre identità. Ma anche lui, ora, ha un volto, un volto angelico dai tratti delicati e decisi che non scorderò mai e che, adesso, ha il mio sangue nel suo corpo. Il sangue che già sta abbattendo le sue difese e che, presto, farà di lui la mia nuova vittima.