VIII TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: I CLASSIFICATO

CIBO PER ORCHI

di Matteo Facchini

L’impatto con il pavimento gli tolse il fiato. L’orco l’aveva gettato con noncuranza in quel loculo maleodorante biascicando alcune parole che non aveva capito. Ynot rotolò su un fianco a fatica: il ventre prominente era più che una seccatura. Avrebbe voluto mettersi a dieta, ma per il ruolo che ricopriva a palazzo una pancia grande e tonda era simbolo di professionalità.

Ynot si mise in ginocchio e diede un breve sguardo alla stanza. Il piccolo focolare che ardeva nel camino lanciava una luce tenue sulla mobilia. Una credenza logorata dai tarli e due tavoli imbanditi erano appoggiati sulle pareti di legno annerite dal fumo. Sopra la tovaglia unta e strappata spuntavano diverse verdure e alcuni tagli di carne. Emanavano cattivo odore. Un calderone giaceva in un angolo, assieme a tre padelle incrostate e a un catino pieno d’acqua.

Era una cucina malmessa.

L’orco grugnì dall’altro lato della porta. Ynot fece appena in tempo a girarsi per scansare quello che il bruto aveva appena lanciato.

«Gwaaaahhh!» gridò il proiettile una volta che atterrò sulle mattonelle di pietra grezza.

Due braccine e delle gambe smagrite spuntarono fuori da quella pallottola verde. Una testa triangolare, con due lunghe orecchie appuntite si alzò a fissarlo. Lacrime scure e oleose sgorgarono dagli occhi gialli, grandi come limoni.

Ynot sollevò gli occhi al soffitto ammuffito e scrollò il capo con incredulità. Tra tutto quello che poteva capitargli, proprio con un goblin doveva condividere la prigionia?

«Tu, cuoco!» tuonò l’orco dalla porta.

«S… Sì?» balbettò Ynot.

«Tu ora cucina per amici di Kun’gaal! Se tu no fai piatto bravo, io spezza te ossi.»

Il rimbombo della porta sbattuta lo gelò sul posto.

Cucinare per dei rozzi orchi? Lui? Il capo cuoco delle cucine di Re Astrian VIII in persona? Ynot era sicuro che i palati di quei bruti non avrebbero mai potuto afferrare le sfumature di sapori che era in grado di creare. Non avrebbe di certo sprecato il suo enorme talento per sfamarli. Incrociò le braccia e una fitta di dolore gli trapassò il gomito. Tirò su la manica, rivelando un livido bluastro che partiva dal polso e terminava a metà braccio. Le percosse ricevute quella mattina gli ricordarono qual era il prezzo della disobbedienza. Forse avrebbe cucinato, dopotutto. Giusto un assaggino, qualcosa di semplice.

Un brivido gli percorse la schiena. Si girò lentamente.

Il goblin era in piedi, le palle gialle degli occhi a fissarlo. Era inquietante.

«Tu! Ehm, coso. Mi capisci quando parlo?» disse, cercando di tenere la voce ferma.

L’esserino verde annuì in silenzio.

Ancora più angosciante.

«Bene… ce l’hai un nome?»

Il goblin fece un cenno affermativo.

Ynot attese per qualche istante, poi inarcò un sopracciglio. Il suo compagno di cella non avrebbe spiccicato mezza parola.

«Va bene» riprese. «La situazione è questa: o sfamiamo quella banda di orchi, oppure possiamo metterci il cuore in pace e ricevere un sacco di botte. Mi sembra quasi incredibile quello che sto per dire, ma tu, per caso, sai cucinare?»

La testolina verde fece di sì tre volte, ma il volto rimase sempre inespressivo.

Non era angosciante, era molto, molto peggio. La sola idea di stare a lungo con quel tipo fece tremare Ynot.

«Visto che non posso fare tutto da solo, allora mi aiuterai» disse con voce meno ferma di quanto avesse voluto. «E dato che non mi vuoi dire il tuo nome, ti chiamerò Sgorbio. Può andare?»

Sgorbio alzò le spalle. Era probabile che non gli interessasse molto.

«Cominciamo.» Ynot si avvicinò al primo tavolo e represse un conato di vomito. Molte delle verdure erano ricoperte dalla muffa. Le sue mani esperte andarono a tastare alcune patate, le carote e le cipolle meno conciate. Ne prese alcune e le mise da parte.

«Sgorbio, separa le parti andate da quelle buone, poi taglia tutto a cubetti» ordinò con autorità, indicando un coltello sbilenco.

Il goblin si mosse subito e cominciò a lavorare. Un nuovo brivido assalì Ynot. Aveva davvero dato una lama a quel coso? A giudicare dai denti acuminati che spuntavano tra le labbra sottili, se Sgorbio avesse voluto assalirlo, il coltello sarebbe stato l’ultimo dei suoi problemi.

Ynot si concentrò sulla selvaggina.

Puzzava.

Era di un colore che andava dal marrone al grigio fumo. Un vero peccato. Quei dannati orchi erano stati tanto stupidi da far andare a male un ottimo taglio di cinghiale.

C’erano parti di diversi animali, possibile che fossero tutti guasti? Studiò a lungo i vari pezzi, poi schioccò la lingua. L’aveva trovato.

Estrasse dal cumulo di carne un pezzo più rosa degli altri. Era ricoperto da alcuni strati bianchi di grasso mal tagliati. Se lo portò al naso, sicuro che il suo istinto culinario non lo avesse tratto in inganno. Sapeva di selvatico, ma la carne era abbastanza fresca.

«Sgorbio! A che punto sei?» domandò, girandosi verso il goblin.

Ynot sgranò gli occhi. L’esserino stava lavorando a una velocità folle. Alzava e abbassava il coltello con una precisione che raramente aveva visto. Non fosse stato per il sadismo che trapelava dagli occhi, Sgorbio sarebbe stato uno dei suoi migliori assistenti.

Riconosceva il talento quando lo vedeva.

«Bene, bravo» disse. «Continua così. Faremo uno stufato.»

Ynot si avvicinò al pentolone e lo buttò sul fuoco per farlo scaldare. Ravvivò le fiamme con alcuni ciocchi di legna accatastati lì a fianco e si spostò verso quel che restava della credenza per vedere cosa ci fosse dentro. Trovò alcune spezie, una bottiglia di vino e un otre di olio. Tutto quello che gli serviva per creare un piatto sopraffino.

«Sgorbio, ora ti insegnerò a preparare uno stufato di cinghiale insaporito alle erbe e vino rosso.» esclamò con voce impostata.

Il goblin annuì come sempre. Aveva finito, ma teneva il coltello in mano come se fosse impaziente di usarlo ancora.

«Se vuoi… puoi tagliare la carne in bocconcini.» riprese Ynot, passandosi la mano tra i capelli corti.

Era a disagio, soprattutto dopo che Sgorbio sorrise e si catapultò a trinciare tutto quello che gli capitava a tiro.

«No! Non quello!» urlò in falsetto.

Andava bene tutto, ma lo spreco di tempo non era contemplato nel suo modo di lavorare. Il goblin stava tagliando solo la carne guasta.

«Devi tagliare questa! E che i pezzi siano grandi abbastanza.»

Prese la lombata e la sbatté sotto il naso adunco dell’assistente. Sgorbio trattenne un ringhio, ma cominciò a lavorare con più calma.

Ora Ynot era soddisfatto. Andò a controllare la temperatura del pentolone. Era quasi pronto.

Prese l’otre e versò l’olio, stando attento a non bruciarsi con gli schizzi che partivano dal metallo rovente.

«Sgorbio!» ordinò ancora. «Porta qui le verdure che hai tagliato.»

Il goblin arrivò subito reggendo in mano solo la pelle e le parti guaste.

Ynot respirò a fondo e chiuse gli occhi per non dare in escandescenza. A palazzo avrebbe subito spedito l’assistente a lavare le pentole, con qualche livido sul di dietro a ricordargli l’errore commesso. Qui non poteva farlo.

«Non lo schifo che hai in mano. Le parti sane!» sospirò, cercando di mantenere il tono calmo.

Sgorbio sembrò non capire, poi abbassò le orecchie e tornò con le altre verdure.

«Così va meglio. Buttale dentro e girale con un paiolo.»

Il goblin le gettò nel pentolone quasi con aria di stizza, poi prese quel che restava della gamba di una sedia e lo usò per mescolare il tutto.

Ynot scrollò la testa. Goblin, non ti potevi aspettare altro da loro. Prese la carne e la adagiò nel recipiente assieme alle verdure. L’aroma del cinghiale, unito al soffritto e all’olio caldo, si sprigionò nell’aria assieme allo sfrigolio.

«Continua a girare. Vedrai che verrà bene.»

Sgorbio annuì.

Quando la carne fu ben rosolata, Ynot aggiunse il vino, poi acqua e spezie. Prese una tavola di legno e la mise sopra per impedire allo stufato di asciugare troppo velocemente.

«Ora possiamo concederci un po’ di riposto. Più cuoce e meglio è» fece, sedendosi a fianco del caminetto.

Sgorbio rimase di fronte a lui, immobile e impassibile. Sembrava quasi studiarlo dalla fessura nera che tagliava gli occhi a metà. Aveva la stessa espressione di un predatore in attesa.

«Piantala di guardarmi così!» gridò Ynot, cercando qualcosa da tirargli addosso. Purtroppo non c’era nulla a portata di mano e di spostarsi non ne voleva sapere.

Era stanco. Aveva passato la notte insonne. Non si capacitava ancora che fossero passate solo poche ore da quando gli orchi avevano assaltato la carovana e lo avevano rapito.

Dovette cambiare posizione. Dopo tutti i calci ricevuti per farlo camminare durante la marcia forzata, il sedere gli doleva a più non posso. Almeno avevano smesso di picchiarlo non appena avevano scoperto che era un cuoco. A quel punto lo avevano trascinato nel bosco e gettato in quella casa isolata assieme a Sgorbio.

Di una cosa era certo: se avesse cucinato come sapeva fare, non gli avrebbero fatto più nulla. Certo, avrebbe anche potuto avvelenarli tutti per tentare la fuga, ma non c’era niente che agisse velocemente e al primo mal di pancia i suoi rapitori lo avrebbero fatto a pezzi di sicuro. Era meglio tentare la strada della professionalità. Far vedere loro come cucina il cuoco di un re.

I suoi occhi caddero di nuovo su Sgorbio. Era ancora lì. Immobile.

«Senti, mentecatto di un goblin. Ho capito che non ti piaccio, e stai pur sicuro che la tua presenza mi ripugna peggio di quelle verdure» disse, indicando dei cavoli marci. «Devi smetterla di fissarmi così o giuro che in quella pentola ci butterò te.»

Sgorbiò soffiò come un gatto e si rintanò sotto al tavolo. Anche da laggiù non smise di fissarlo.

«Fa come ti pare, piattola.» grugnì Ynot, lui era un grande cuoco e non doveva abbassarsi al livello di quella creatura insopportabile.

Senza più degnare il compagno di uno sguardo, Ynot scostò il coperchio improvvisato. L’acqua bolliva e il vapore raggiunse i suoi baffi, impregnandoli degli aromi della cottura. Si sentiva il vino, la carne ben cotta, la cipolla e le patate, l’anice stellato e i chiodi di garofano. Era una ricetta semplice, ma non dubitava che sarebbe stata molto buona. Era simile ai primi piatti che aveva preparato quando era stato apprendista, molti anni prima. Gli avevano insegnato che non solo si doveva cibare il corpo delle persone, ma anche le loro anime. Creare un legame di sapori che fosse in grado di arricchire anche lo spirito. Per questo cucinava con le più nobili delle intenzioni e non soltanto per farlo.

Il ricordo dei tempi andati gli mise un po’ di tristezza, ma aveva un lavoro da portare a termine. Tornò al tavolo e cercò un cucchiaio. Dopo vari tentativi ne trovò uno in un cassetto e tornò al fuoco per assaggiare il brodo.

Insipido.

Aggiustò il sale e riprovò.

Era buono, ma non eccezionale. Mancava qualcosa. Tornò alla credenza con le spezie e prese del pepe bianco. Era incredibile quanto fosse fornita quella piccola cucina.

Dopo le ultime aggiunte, il bilanciamento dei sapori era ottimo. Ora doveva aspettare che la cottura si completasse.

Ynot passò l’ora successiva a mescolare di tanto in tanto per non fare attaccare lo stufato sul fondo.

La porta si aprì di scatto quando lo stufato era quasi pronto. Ynot indietreggiò fino alla parete.

Un orco massiccio entrò nella stanza. Non era lo stesso che lo aveva gettato lì dentro. Era più grande dell’altro, con muscoli gonfi come un tacchino ripieno e zanne grandi quanto quelle di un cinghiale. La pelle butterata del volto squadrato era verde come piselli lessati.

«Kun’gaal fame! Tu cibo ora!» tuonò.

Le braccia erano fasci di muscoli senza un filo di grasso in eccesso.

Ynot prese uno strofinaccio e riluttante prese il suo stufato. Era buono e sperava lo fosse abbastanza da tenerlo vivo. Si affrettò a passarlo perché, nonostante lo straccio, la presa iniziava a scottare.

L’orco prese a due mani il pentolone rovente e lo portò via.

«Ma come diavolo?» domandò Ynot, più a sé stesso che a Sgorbio.

Quell’energumeno sembrava insensibile al calore. Non aveva battuto ciglio anche a mani nude. Di che cosa era fatto?

Sgorbio sghignazzò da sotto il rifugio. Ynot si girò di scatto, ma quando posò lo sguardo sul goblin, saltò dalla paura.

Sgorbio lo stava guardando di nuovo senza espressione. Era la cosa più angosciante che avesse mai visto.

Per ingannare l’attesa, Ynot tornò alla credenza e si mise a studiare le spezie rimaste. Ce n’erano di molti tipi, ma una attirò la sua attenzione. Zafferano. Era rarissimo e lo aveva cucinato solo una volta in vita sua. Come facevano ad averlo dei semplici orchi? Poi si ricordò di possederne da parte nella sua scorta personale. Dovevano averla recuperata dalla carovana, dopo l’attacco.

Ritornò a fissare la porta e si accorse che era rimasta aperta. Era giunta la sua occasione? Gli orchi erano proprio stupidi come si diceva in giro. Ynot strisciò verso l’ingresso, ma dei passi pesanti rimbombarono fuori dalla stanza. Tornò indietro con la coda fra le gambe. Non era mai stato coraggioso.

Kun’gaal era tornato con un ghigno che mostrava tutti i denti scheggiati.

«Buono!» esclamò, lanciando il pentolone vuoto contro il muro.

«Sono contento che ti sia piaciuto. Posso rifartelo tutte le volte che vorrai» si azzardò a rispondere.

L’orco iniziò a grugnire, assomigliava a una risata rantolante.

«Tu ha imparato a fare?» disse.

«Me lo ha insegnato un grande cuoco, quando ero ancora giovane.» ribatté Ynot.

La conversazione stava prendendo una piega inaspettata.

Kun’gaal grugnì ancora, con le lacrime agli occhi.

«No tu!» fece tra un verso e l’altro.

Fu allora che Ynot fu percorso dalla consapevolezza di essere osservato. Si girò lentamente.

Brividi. Sgorbio lo fissava.

«Me impara tutto.» ghignò.

«Allora parli!» Ynot era scioccato.

«Bene!» tuonò l’orco. «Ora tu cucina. Me piace carne cicciosa.»

Sgorbio annuì tre volte, gli occhi fissi in un’espressione sadica.

Il rumore della porta sbattuta fece sobbalzare Ynot.

Era tutto vero? Aveva capito bene? Forse era solo un malinteso.

«Quindi ora preparerai altro cinghiale, vero?» si azzardò a dire.

Il goblin fece di no con la testa.

Senza saperlo gli aveva insegnato come cucinare la carne. Sgorbio doveva solo imparare il procedimento. Lo aveva spiato per tutto il tempo.

Ynot aveva sempre lavorato con il cibo, ma non aveva mai pensato di diventarlo. Nutrire il corpo e nutrire l’anima di un orco, ecco qual era il suo destino. Sperava soltanto che gli sarebbe andato di traverso.

Sgorbio si avvicinò con il coltello in mano e il sorriso sulle labbra.