LA DEA MADRE 03

“Hanno sedici anni e un giro di fidanzati segreti,

gelosie morbose, orge, lesbicate…

Non mi sorprenderebbe

se scoprissero che si drogano!”

Cosa avete fatto a Solange?

di Massimo Dallamano, 1972

Personaggi principali

Aurora: studentessa diciannovenne del Liceo Malatesta

Flora: ex compagna di classe di Aurora e sua migliore amica

Chiara: studentessa del Liceo Malatesta e cameriera del locale Movida

Luca Del Rio: ventenne di buona famiglia, ex studente del Liceo Malatesta, fidanzato di Aurora

Danilo Crescenzi: trentenne agente immobiliare

Linda Lanzi: proprietaria del locale Movida e fidanzata di Danilo

Simone D’Avanzi: disoccupato, amico di Danilo

Iuri Casalino: 40enne milionario, amante di Chiara

Gianluca: studente pluriripetente del Malatesta, fidanzato di Flora

3-

Aurora ansima, ha gli occhi chiusi e il naso sudato rivolto all’indietro. I capelli le sono caduti tutti indietro, è una marea che crolla verso il buio, odore di sudore e di umori, viscere, il corpo della donna preso e posseduto dal corpo dell’uomo. Sopra di lei, non c’è il fidanzatino Luca, della ricca famiglia Del Rio, stimata in tutta Loano e amata dai direttori di banca. In questa notte grigia come le unghie di una strega c’è un uomo di trent’anni, che la stringe forte per la schiena e con il bacino le infligge caldi potenti colpi tra le cosce. Danilo la maneggia come una bambolina, la carezza silenziosamente dietro la schiena, le bacia le orecchie e le sussurra di tanto parole attorno al collo, che le ricadono nel cervello come fiori d’argento, che poi si colorano e si fanno fucsia, gialli, violacei.

Danilo è stato il primo: Aurora l’ha conosciuto per caso in spiaggia, quando era ancora sedicenne, e da lì a farsi adagiare su una coperta, la sera, quaggiù dietro le colline di Boissano, il passo non è poi stato nemmeno così lungo.

Qui non ci sono luci, c’è solo il piccolo cimitero del paese, incastrato nella roccia, e attorno campi e orti, boschi e ulivi.

Mentre Danilo sente la fessura di Aurora bagnarsi sempre di più, da dentro il cimitero (loro non possono accorgersene) si è appena acceso un lumino.

Il lumino ha una luce che traballa allo scintillare del vento, che viene dalle montagne attorno e scende per le gole fredde come rocce sulla scogliera d’inverno. Il lumino ha cambiato colore ed ora è di un colore rossastro, traballa nel cimitero come se una figura lo stesse trascinando con sé, nel suo incedere. Quella luce fioca, che ora diviene quasi blu e ricorda i fuochi fatui dei morti, avanza verso il punto di campagna in cui Aurora e Danilo stanno facendo l’amore, ma poi Aurora ha l’orgasmo ed è come se le porte del cimitero si spalancassero e onde di spuma premessero sulle lapidi; forse ora è giorno e il cimitero è ricoperto da un immenso lussureggiante prato, pieno di margherite, di alberi alti quanto le carezze del tempo e Aurora viene trascinata indietro, ai suoi sedici anni, quando appena aveva conosciuto Danilo e si era perdutamente innamorata e su di un prato dietro alla stazione si era fatta dare il primo bacio, lungo e sinusoidale come il ventre della primavera, e verde, verde come di primavera sui prati il candore.

 

- Dai, smettila di fare l’oca.

- Non ci penso nemmeno, questa sera abbiamo deciso che ci divertiamo e così sarà. E poi… – Chiara indica la borsetta che tiene tra le cosce – Siamo ben rifornite…

Flora e Aurora sorridono e attorno a loro, leggiadre nella musica lounge del locale, c’è un vociare di sorrisi che provengono dai ragazzi più grandi.

Chiara veste degli shorts ultracorti, da cui esce la riga del sedere, e lascia andare i capelli biondi e lisci che di tanto raccoglie nervosamente dietro le orecchie.

Aurora è distesa, avverte un senso di libertà che la fa sentire bene e nella mente ancora ripercorre i momenti appena trascorsi in compagnia di Danilo.

Flora, invece, stringe la piccola borsetta e cerca di mantenere il controllo sulla situazione, per quanto possibile. Le pare che, in compagnia delle due amiche, il timone le possa sfuggire da un momento all’altro e questa sensazione non le piace. Serra le strette e sgraziate labbra e i suoi occhi, solitamente piacevoli, hanno stasera come una velatura che li appanna.

- Scusate, ragazze, possiamo unirci al vostro tavolo? – tre ragazzi con le magliette sformate si sono avvicinati.

Le tre amiche e compagne di scuola sorridono complici, Chiara rompe gli indugi e li invita a prendere posto.

 

La spiaggia di notte è rumorosa e piatta al medesimo tempo e le tre amiche con i tre ragazzi appena conosciuti scendono verso il bagnasciuga infilandosi tra le file di ombrelloni di una spiaggia privata. In alto sulla passeggiata, però, qualcuno ha posato gli occhi su di loro.

- E ora qualche tiro ci farà stare per benino – Chiara ha tirato fuori dalla borsa una canna e la accende sorridendo ad uno dei ragazzi.

Quando viene il turno di Flora, la ragazza si rifiuta di fumare. Chiara la guarda perplessa:

- Cosa succede, Maria Teresa? Non ti va più di metterti al nostro livello? – le dice con un’aria cattiva.

- Non è questo, Chiara. E’ che stasera proprio…

- Già ti vedevo che bevevi come un canarino, – Chiara è inebriata dall’alcol e dalla marijuana – ma poi questa storia che non vuoi più fumare! – si gira verso il ragazzo che l’ha puntata, sprezzante.

Aurora, quando Chiara non vede, allunga uno sguardo di comprensione verso Flora, che le risponde con uno sbuffo.

Quando il gruppo si rialza, c’è ancora qualcuno che li sta osservando, rintanato nel buio della passeggiata, nascosto tra il silenzio della città che si è ritirata nelle case a dormire.

Li segue tornare a piedi verso casa.

Li segue frammentarsi e scomporsi.

E poi sceglie di seguire uno soltanto di loro.

 

Aurora, per rincasare più velocemente, sceglie sempre di tagliare per la stazione: casa sua si trova al di là della ferrovia e passare da lì accorcia di alcuni minuti la strada. La stazione di Loano, a quell’ora della notte, è silenziosa e il vento rimbomba nel sottopasso senza sosta. Le luci bianche sono dello stesso colore dei muri, ma non bastano a rendere quel silenzio meno scuro. La giovane studentessa scende i gradini del sottopasso. Là sotto, la aspetta una figura con il volto coperto e i guanti neri. Aurora fa in tempo soltanto a vedere una sagoma con una strana maschera bianca, con due minuscoli fori per gli occhi e un ghigno storto, rattristato, rosso e macilento.

Aurora si gira su di sé, goffamente, e cerca di risalire le scale del sottopassaggio. Ma inciampa, rovina su un gradino ed è costretta ad avanzare carponi. Prova a gridare, vorrebbe farlo, ma una palla di angoscia le ostruisce il cavo orale. Si volta e vede ancora quella maschera, che emerge bianca come un cadavere triste sotto un cappuccio nero, manco si trattasse della morte che è venuta a prenderla. Nella mano, la figura senza volto tiene un lungo coltello e si avvicina senza scatti, come se fosse trascinata dal vento scuro.

Aurora risale di qualche gradino ed ora quasi vede la luce che ricade dalla superficie.

Si sente il rumore di un treno che arriva. Forse si fermerà alla stazione, forse la gente scenderà e quel mostro che la insidia sarà costretto a dileguare.

Il rumore si fa via via più forte ed ora è un rombo sulla testa, il treno fischia forte e sfreccia metallico attraverso la stazione.

La maschera è su di lei e con un lungo coltello la penetra nella pancia. I suoi occhi possono solo vedere, sfuocata, la maschera che scivola via dal volto dell’assassino. Il coltello cade all’altezza del viso e dilania gli occhi e il naso di Aurora.

Quando Aurora è solo più un pupazzo senza vita, l’assassino strappa i corti pantaloncini dal corpo della vittima. Di fronte all’assassino c’è la vagina di Aurora: con il coltello il malato incide il pube della ragazza, fino a che un fiume di sangue non ricopre l’intera vagina della vittima, nascondendola dagli occhi folli del killer.

(3 – continua)

Daniele Vacchino