RHOLANDO CAPOFRECCIA 05: L’EPILOGO SANGUINOLENTO

Ero indecisa se raccontare ai miei avi quanto avevo scoperto, specialmente sulla natura reale dei fratelli Del Maino. Shamandala pensava che dovessi stare zitta e lavorare in silenzio, perché raccontare a Rholando che il gobbo e l’altro suo amichetto erano dei vampiri non era tanto saggio, vista la paura che si era preso quella volta da ragazzino. Mi sarei mossa da sola. Riflettevo. Come si ammazzano i vampiri? Oltre al paletto nel cuore piantato di notte nel corpo del non morto, davvero avrei dovuto tagliare loro la testa e riempire la loro bocca di aglio? Shamandala sorrideva, evidentemente quanto raccontava Bram Stoker nel suo celeberrimo romanzo non andava bene in quella circostanza. Non avevo piani e, secondo quanto mi aveva raccontato il mio avo, alla sua morte mancava un giorno e mezzo. Tempi veramente brevi che mi facevano supporre che se avessi spiato i protagonisti della cospirazione, avrei trovato anche il modo per distruggerli.

L’ora di cena arrivò senza che me ne preoccupassi particolarmente, rimasi nascosta nella mia stanza tutto il pomeriggio, in completa solitudine, a contemplare il da farsi. Quando Laura mi chiamò per dirmi che il banchetto era servito, quasi sussultai, presa com’ero dai miei mille pensieri. Scesi sorridendo, per non dare nell’occhio, e continuai con quella maschera tutta la serata, fino a che, ad un certo punto, un servitore annunciò la visita di Eugenio Del Maino. Si sedette a tavola con noi, senza troppi formalismi e mi accorsi che, nonostante gli fosse stato messo davanti un bel cosciotto d’agnello, non lo guardò nemmeno. Lo osservai. Dalle labbra turgide e rosse spuntavano timidamente denti perlacei, che il gobbo tentava di nascondere portandosi alla bocca un fazzoletto di seta. Era venuto a chiedere l’aiuto di Rholando per certi affari di cui quest’ultimo sapeva già e aveva un’aria insistente, più viscida del solito, muoveva i suoi occhi furtivi sui miei avi, sui loro figli e sulla croce che Rholando portava sulla giubba. Doveva essere quel talismano che lo frenava, pensai che se non fosse stato per quell’oggetto forse i bambini sarebbero stati già prosciugati del loro sangue. Ad un tratto mi rivolse la parola. Una stupidaggine, neanche mi ricordo cosa mi chiese, voleva vedere se avevo il coraggio di guardarlo negli occhi, mentre gli rispondevo. Accettai la sfida con molto piacere, replicai per le rime per farlo rimanere come uno scemo. Mentre gli altri commensali sorridevano, il gobbo mi lanciò un’occhiata tremenda, intimidatoria. Mi sentii un fuoco dentro, questo qua volevo farlo fuori io.

Quando tutti andarono a letto, implorai Shamandala di starmi vicino. In quella lunga giornata non si era fatta vedere e io non potevo sprecare il poco tempo che mi separava dalla probabile morte del mio avo aspettando che lei si facesse viva. Controllai nel mio zaino, la scatola di madreperla era con me. Mi rimisi i miei abiti, ero decisamente più comoda, e poi cercai nel mio taschino una piccola crocetta che mi aveva regalato la nonna. La legai ad una cordicella e me la misi intorno al collo. Presi la via d’uscita dal palazzo di Rholando, mi sentivo carica, volevo concludere la faccenda entro l’alba, sebbene quegli esseri fossero molto più grandi e forti di me. Mi feci coraggio: ero riuscita a far fuori gli Stregoni, non sarebbe stato tanto diverso distruggere dei vampiri. Camminando a passo svelto, mi trovai davanti a palazzo Del Maino. Mi ero fatta l’idea che fossero loro quelli da far fuori per primi, coloro che tengono serrate le fila della loro squadra. Il nipote dell’Ubione mi sembrava un tipo un po’ ingenuo, che si era alleato con i suoi antichi nemici solo per sgozzare il duca. Il portone era aperto e in breve tempo mi trovai all’interno del cortile. Alcune sale al piano nobile erano illuminate, i padroni di casa dovevano trovarsi lassù ad ordire trame oscure. Presi la scala sotto il portico, mi sarei recata in quella stanza e li avrei fatti fuori. Mi sentivo carica, la forza che mi aveva permesso di rinchiudere nella scatola di madreperla spiriti difficili scalpitava nel mio stomaco e esplose rabbiosa, quando spalancai la porta del salone dove Eugenio e Pietro Del Maino se ne stavano seduti davanti ad una fanciulla mezza nuda e spaventata. Si voltarono attirati dalla confusione ed io aprii verso di loro la scatola, intonando una litania. Successe. Vidi me stessa diventare enorme e prendere a due mani i due vampiri, sbatterli in aria e spiaccicarli contro le pareti, incurante dei servitori che accorrevano per aiutarli. Spezzai le loro schiene tra le dita, tranciai le loro teste dal corpo e le buttai nel fuoco del camino. Poi tornai ad essere la solita piccoletta, stremata dalla fatica, insozzata di sangue. Aiutai la giovane ragazza a rivestirsi e a tornare a casa sua, poi corsi al palazzo di Rholando, con l’idea di raccontargli tutto.

Mentre mi avvicinavo con aria stanca alla casa, sentii che qualcuno dietro di me faceva il mio stesso percorso. Immaginai che fosse il nipote dell’Ubione ed ero decisa ad affrontarlo a viso scoperto, così come avevo affrontato i due fratelli. Mi voltai di scatto: era lui che mi seguiva, doveva essere nel palazzo dei suoi amici, nascosto da qualche parte. Mi urlò qualcosa che non capii e cominciò a correre verso di me. Mi bastò solo guardarlo per farlo bruciare, di quell’omone non rimaneva altro che un mucchietto di cenere accanto ad una cloaca a cielo aperto. Questa volta sembrava che tutto si fosse veramente concluso. Andai a casa, chiesi di poter fare un bagno e i servi me lo prepararono senza fiatare, guardandomi con occhi spalancati per come mi presentavo. Fuori albeggiava e, quando fui pronta, aspettai Laura e Rholando per raccontare loro quanto era successo. Non potevano credere alle mie parole, ma sapevano che quanto raccontavo sarebbe stato provato il giorno successivo, quando il mio avo sarebbe dovuto morire. Invece non gli successe niente, la rocca non venne presa dai vampiri e Rholando Capofreccia morì alla veneranda età di settant’anni nel suo letto, lasciando moglie e figli inconsolabili per la gravosa perdita. Dopo aver descritto quanto era successo in quella notte scellerata, mi misi a letto. Ero stanchissima e mi addormentai quasi subito.

Mi svegliai nel mio letto, ero tornata a casa. Fuori il sole brillava sui campi verdi e bagnati dalla rugiada e sul mio comodino, accanto alla scatola di madreperla, c’era il crocifisso del mio avo, che avevo salvato. Avevo un nuovo talismano da aggiungere al mio armamentario.

Roberta Lilliu