RITRATTO DI FAMIGLIA

Praticamente ogni sera noi ci rifugiavamo nella stalla. Ma non è che fosse una cosa che noi ci nascondevamo perché non ci eravamo comportati bene o cose simili, no, semplicemente avevamo l’abitudine, proprio tutti tutti, di rifugiarci lì a raccontare storie o a recitare il Rosario. Eh sì, non erano i tempi come adesso che la gente ha il riscaldamento in casa, addirittura in ogni stanza, noi si era costretti ad andare lì con le bestie per avere del caldo. E da queste parti, quando fa notte in inverno, fa davvero freddo. Altro che nebbia, qui quando quella scende non vedi al di là del tuo naso. E allora, siccome si mangiava presto e faceva notte subito, siccome nessuno alle sette aveva voglia di andare a dormire, si andava tutti là insieme. Eravamo proprio come una grande famiglia, alcuni di noi erano anche parenti, chi aveva sposato chi oppure quello aveva tenuto a battesimo questa. E ovviamente c’erano anche i soliti problemi di convivenza, qui non era un’isola felice. Però rispetto ad ora, in cui si vedono solo persone dallo sguardo triste e solo, forse si poteva sopportare qualche battibecco.
Era una di quelle sere. Il nonno stava raccontando ancora la storia del Gioppino che incontra il Pacì Paciana sulle valli e non lo riconosce: aveva una mania per i burattini, durante il tempo libero che gli rimaneva li intagliava personalmente. Se fosse stato capace di scrivere avrebbe sicuramente scritto delle commedie per i suoi burattini, ma nonostante questa sua incapacità, durante la festa del paese, il suo teatrino riscuoteva sempre un gran successo. Si stava preparando proprio a questo: quando si era vicini alla festa, ci raccontava la commedia per vedere se avrebbe avuto successo. Tutti ridevamo, quindi non ci sarebbero stati problemi e il suo teatrino avrebbe avuto successo.
Il giorno dopo mi convinse ad andare con lui in paese: doveva vendere delle cose e sapeva che mi divertivo ad accompagnarlo laggiù. Si vedevano delle cose interessanti, persone nuove e odori diversi da quelli della cascina e io ero molto curiosa. Infilai i miei zoccoletti e la mamma mi aiutò a sistemare lo scialle, così ci incamminammo. La cascina distava circa cinque chilometri dal paese, faceva freddino, la nebbia mica si era levata tutta dalla campagna. Una sottilissima brina copriva i campi intorno a noi. Chiedevo al nonno il perché della brina, della nebbia e lui si inventava delle favolette per rispondermi, era sempre affettuoso e mi teneva per mano. Arrivati al paese andammo in chiesa a recitare una preghierina, poi a salutare il curato: il nonno doveva mettersi d’accordo per sapere dove poteva imbastire il suo teatrino. Poi di nuovo a fare le commissioni, comprare le patate e scambiare le uova della nostra gallina con dei coniglietti nani. Ad un certo punto, in mezzo alla piazza, ecco un signore vestito tutto di nero con un affare dello stesso colore, alto quasi come lui. Mi aveva fatto paura, ma il nonno lo voleva vedere da vicino, allora mi ha tirato proprio sotto la sua macchina. Si conoscevano: si salutarono e parlavano tra loro come se non si vedessero da tanto tempo. Lui chiese chi ero io poi disse a mio nonno che ero tutta mia madre e che ero una bella bambina, azzardò una carezza e in quel momento vidi nei suoi occhi qualcosa di strano, ebbi paura di lui e mi nascosi dietro al nonno, che rise e scherzò ancora col suo amico. Poi iniziarono a parlare del suo aggeggio strano, serviva a ritrarre la gente. Il nonno sembrava colpito: avrebbe desiderato sempre che tutta la sua famiglia potesse essere ritratta. Solo che fare il mezzadro non ti permetteva di avere dei soldi da poter spendere in queste cose un po’ venali. Il signore vestito di nero rise e poi disse al nonno che poteva farglielo in cambio di un buon pasto e un bicchiere di vino a casa sua, in segno anche della loro amicizia. Il nonno accettò subito e lo invitò a pranzo per il giorno dopo.
Tornando a casa io mi sentivo male: una paura che non sapevo spiegarmi mi aveva preso e non sapevo neanche farmela passare, neanche pensare al mio papà e alla mia mamma riusciva a calmarmi, mentre il nonno si vedeva che non stava più nella pelle. Era orgoglioso di questa cosa e corse a dirlo a tutti i suoi familiari. Pertanto la giornata proseguì con i preparativi del caso: uno a uno venimmo infilati nella tinozza per farci il bagno, la mamma preparò i vestiti della festa e lucidò le nostre scarpine. Erano tutti felici. Tutti tranne io. E quella sera tutti a letto presto senza andare alla stalla, tanto si recitava il Rosario. Notte da incubi: continuavo a svegliarmi, mi rigiravo nel letto tant’è che mia sorella mi ha tirato un paio di calci, dato che disturbavo anche lei. Tra i vari sconvolgimenti la notte finì e al mattino presto ci alzammo tutti, facemmo la nostra colazione e andammo in paese.
Era domenica e dopo la messa il nonno andò dal suo amico vestito di nero. Tornarono insieme a quel trabiccolo strano e lui ci fece mettere tutti in posa per fare il ritratto. Ci spiegò che dovevamo guardare quel tubo e sorridere…la mamma mi disse una cosa tipo eddaaaiii sorridi!!! Cos’è quella faccina brutta??? oggi è un giorno di festa! Ma io non sorridevo per niente. Anzi la mia paura cresceva! Tutti in posa, importando a tutti ben poco della mia frustrazione, e uno e due e tre e la fotografia venne fatta. Ed io in quel momento ricordo solo di essermi vista dal di fuori,velocemente, solo per pochissimi attimi, mentre venivo risucchiata in una scatola nera. Ho visto il mio corpo cadere a terra con un tonfo, la mamma e il papà venire lì subito a tirarmi su e il mio visetto di bimba di sei anni con gli occhi grigi e sbarrati.

Non so cosa sia successo dopo. Sono stata per così tanto tempo in quella scatola nera senza sapere cosa mi fosse accaduto. So solo che alle volte quello che succedeva a me capitava ad altri bambini. Poi un giorno finalmente siamo usciti dalla scatola nera. E la nostra nuova realtà è davvero molto strana. Io sono sempre nella piazza del mio paese davanti all’obiettivo dell’uomo vestito di nero, accanto a me c’è la mia famiglia ma sono solo dei pezzi di cartone: non parlano, non si muovono. La bimba bionda che è entrata nella scatola nera dopo di me è intrappolata nel suo giardino, in mezzo alle rose della zia. Il suo fratellino dondola sull’altalena, ma anche lui è un pezzo di cartone che non si muove e che non ha sentimenti. Per tutto questo tempo ci siamo visti solo noi, io la bimba bionda e tutti gli altri, fuori dai nostri piccoli mondi abbiamo sempre visto solo l’uomo vestito di nero, che un giorno però è morto. Era diventato vecchio e tutto curvo, aveva anche smesso di farmi paura, a dir la verità. Sua nipote, sistemando le cose dello zio, ci ha sistemato tutti dentro una scatola di cartone e poi ci ha rimessi sul muro di una nuova casa, con delle grandi finestre. In questa casa vengono molte persone: guardano i nostri ritratti, commentano, parlano fra di loro. E noi vediamo la loro vita, mentre noi siamo intrappolati nella nostra.

19/12/2009, Roberta Lilliu