DENTRO IL POLIZIESCO: NUOVE STRADE PER IL RACCONTO D’AZIONE TRA FICTION E CINEMA

Recentemente, sono riuscito a reperire copie in dvd di alcuni film che volevo vedere da tempo. Appartengono tutti al genere poliziesco/noir, per me, sempre e comunque, poliziottesco. La visione di queste pellicole si è sovrapposta alla recente fiction di canale 5, “Il clan dei camorristi” e nella testa mi si sono formati alcuni pensieri. Eccoli.

Sul clan della camorra sarò brevissimo.

Solo alcune cose.

La prima: quel che ci ho trovato di buono.

Di buono c’è che la fiction è una fiction di genere.

Mafioso/poliziottesca.

Bene.

La produzione è ottima, e ci conferma che i generi, in italia, se si fanno, si fanno solo per la tv. Valsecchi è diventato uno specialista nella cosa e con la sua taodue ha quasi il monopolio.

Bene anche la scelta lombrosiana dei volti da galera, degni eredi delle colonne Bruno Corazzani, Roberto Hundar, Biagio Pelligra, Tony Ruocco (mi pare si chiamassero così, o in maniera simile) e altri pendagli da forca del poliziottesco anni ’70.

Bene anche Accorsi, qui nel ruolo del Maurizio Merli di turno. Cioè, bene proprio no, però neanche malissimo. Accorsi è meno indigeribile del solito, forse perché non intasa lo schermo, si vede poco. Meglio il di lui fratellino, tale Glen Blackhole, nome inglese per attore italianissimo, toscano, giovine qui alla sua prima grande occasione. Uno con una faccia interessante, lo potresti mettere a fare varie cose nei generi, peccato che la sua carriera si spenderà su tutt’altro.

La seconda cosa: quel che ci ho trovato di meno buono.

Direi (capirai che novità!) gli etti di retorica che ammorbano il prodotto televisivo, perché questo è, un prodotto da prime time che deve piacere e far guadagnare un sacco di soldini alla gang del cinema. Retorica buonista, frasi a effetto che ti fanno cadere le braccia. E poi le caratterizzazioni dei personaggi: o buoni senza una macchia o ceffi da incubo irredimibili. Non uno sfumato. Non uno che ha delle cose da perverso, e dei tratti, invece, contrari, quasi umani. Le persone reali sono così. Nessuno è completamente marcio o completamente santo. Almeno quelle che ho conosciuto io.

Altra pecca: la noia.

Nel clan della cammuria si parla un sacco, a vanvera, ci si abbraccia, si gioca a calcetto coi figli della strada per tenerli sulla retta via, ci si bacia con la figlia (ovviamente fighissima) del bufalaro taglieggiato e via così. Di sparatorie pochissime. Solo la scena in cui un boss và da un altro per fargli il culo e lì, allora, le persone colpite dai canne mozze volano nell’aria come in pechinpah. Peccato non sia tutto così.

Non credo continuerò a seguire la storia, perciò la lascio a quelli di voi che ne sono rimasti impressionati. Fatemi sapere…

Bene, questo per quanto riguarda la fiction.

Veniamo ora ai film in dvd, tutti prodotti non rigorosamente televisivi, ma destinati alla sala o alla distribuzione sui vari supporti digitali. Parto da lontano. Da un film del 1994, una produzione coi baffi, arricchita da attori importanti, di cassetta. Mi riferisco al primo lungometraggio di Giulio Base, divenuto in seguito regista di numerosi christian movie (“Padre Pio”, “Maria Goretti”, “San Pietro” e la serie di “Don Matteo”). Il film è “Poliziotti” con Amendola, Rossi Stuart e Placido. La storia riprende un soggetto cinematografico che Pasolini aveva scritto poco prima di morire. A Base vien proposta l’idea e la produzione parte. La forza del film non sta tanto nella storia in sé, piuttosto semplice e stiracchiata per un lungometraggio, quanto nell’evidente bravura e ispirazione del cast e soprattutto del suo regista. Base dipinge una Torino notturna di una bellezza folgorante, consegnandola all’immaginario cinematografico del noir al pari delle Los Angeles e Miami di Michael Mann. E’ lo sfondo notturno della città ad accompagnare le peripezie dei vari personaggi  e riportarci, con la mente, ai film polizieschi degli anni settanta. Amendola ha il carisma e il fisico per essere un degno erede di Merli o Merenda, ma aggiornato agli anni novanta, dove l’urgenza celerina degli anni di piombo è finita per lasciar posto a un’Italia profondamente diversa, all’apparenza pacificata in un torpore televisivo e scintillante. E infatti la Torino di Piazza SanCarlo o delle vie del centro (più o meno le stesse che torneranno in un’altra produzione di poco successiva come quella del Ferrario di “Tutti giù per terra”) è vista come una città pulita, riempita dalle scritte luminose dei negozi, delle boutique raffinate. Le vie sono però deserte, vuote, quasi disabitate, come le metropoli distopiche dei vari “Ultimo uomo sulla terra”. Il contrasto regala un’atmosfera sognante, quasi sospesa, che ritaglia i personaggi su uno sfondo immobile, predestinato verso l’inevitabile. Film molto bello, noir, poliziesco, di introspezione e anche d’azione (verso la seconda parte), decisamente da riscoprire e recuperare. Ultima nota: è il primo film di Stefania Rocca e, in una scena, la vediamo in tutta la sua sfolgorante bellezza mentre si fa leccare tra le gambe. Roba da rimanerci secchi!!!

Rimango su una produzione di alto profilo come quella de “La cura del gorilla” di Carlo A. Singon,  uno che viene dalla pubblicità, dai videoclip e bazzica il gruppo di comici e registi della Colorado film. E infatti la cura è una produzione Colorado con l’aiuto della Warner Bros che importa in Italia un Ernest Borgnine vispo come mai. “La cura del gorilla” è tratto dall’omonimo libro di Sandrone Dazieri (altro grosso nome della letteratura italiana contemporanea) e traduce in immagini la figura del buttafuori, investigatore senza licenza, appunto Gorilla, Sandrone. Un tipo poco raccomandabile, schizofrenico con una doppia personalità: buona e cattiva, esattamente come il personaggio de “La zona morta” di zio Stephen. La cosa più curiosa di questo ibrido cinematografico è la presenza di un attore comico come Bisio, calato in un ruolo insolito, a tratti spigoloso e dinamico. L’incipit del film è la cosa più bella. La voce off di Bisio ci rassicura, come se fossimo ancora in qualche spottino televisivo semidemenziale, poi compare un tale con la maschera di Topolino e si smette di ridere. Bisio a terra, nella polvere, con la faccia maciullata e una ragazza nuda, vestita di sangue e saliva su un materasso impregnato di chissà quali schifezze. Roba da brivido. Peccato poi che il film perda questa forza. Risulta evidente che l’intento di fondo non era quello di fare un film duro e puro, ma comunque una via di mezzo sempre contaminata con la rassicurante commedia italiota. Il film avrebbe guadagnato molto, dopo le premesse di apertura, se avesse avuto il coraggio di rimanere su certi binari polar. Comunque un prodotto interessante e curioso.

Che gli anni 2000 abbiano segnato un tentativo (probabilmente fallito, togliete il probabilmente) di rinascita dei generi e del poliziesco in particolare, è rappresentato bene anche da un bellissimo lavoro (un altro esordio) di Andrea Costantini, “Dentro la città”. Costantini si è poi perso, credo per motivi alimentari, dentro la versione italiana del “Commissario Rex” con Kaspar Capparoni.  In “Dentro la città” invece parte con un cast ispiratissimo (Luca Ward da brivido, credo il suo lavoro in assoluto migliore, un Edoardo Leo molto in parte ed Elisabetta Cavallotti e Rolando Ravello sempre impeccabili) e una produzione di buon livello. Il film riprende molto lo stile del documentario realistico che vuole seguire le imprese di un commissariato di periferia nella metropoli romana. A tratti, per durezza e realismo, sembra di stare dentro una versione italiana di “The Shield”, roba quasi impensabile per una delle innumerevoli fiction televisive nostrane. Ed è questa la bellezza del film, un prodotto, che, aldilà dello stile documentaristico, è cinema ad altissimo livello, con una sintassi narrativa e tecnica capace di proiettarci negli scorci di vita dei personaggi. Edoardo Leo interpreta un poliziotto, un commissario agli antipodi rispetto a quello di Ward. Tanto Ward è corrotto, manesco e furbastro, tanto Leo è integerrimo, pulito, dedito alle regole.  I tempi del commissario Betti, Tanzi ecc, sono lontanissimi. Certo Ward, se può, mena, e mena forte, ricordandoci certi interrogatori di Merli o di Philippe Leroy (nella mia personale top ten dei commissari più maneschi degli anni di piombo), ma lo sfondo è completamente diverso. La Roma di “Dentro la città” è un luogo periferico, fatto di piccoli spacci, piccoli ricettatori, furti ai furgoni portavalori, ai supermercati. I grossi giri criminali sono lontani, sono un’utopia, una chimera. La banda della magliana è finita e se rinascerà, i personaggi del film non lo sapranno e noi con loro. L’orizzonte di Ward, Leo, Cavallotti, Ravello  si impiglia in un fraseggio narrativo quasi rap, dove la confusione del mestiere di poliziotto e, forse, la sua inutilità, rappresentano il lascito più forte del film. Un film poco conosciuto, di cui ho sentito parlare pochissimo, ed è un vero peccato. Cercatelo in dvd prima che sparisca e vada fuori catalogo.

Altro cult misconosciuto, appena uscito in dvd, è il secondo lungometraggio di Claudio Caligari, il regista maledetto di “Amore tossico” filmone ultratrash degli anni Ottanta, con cast di veri tossicodipendenti, poi tutti schiattati. In questo secondo lavoro, “L’odore della notte” , titolo ellroiano, Caligari si impone come uno dei maestri del poliziesco nero degli anni zero. Protagonista un Mastandrea in stato di grazia, calato nei panni del poliziotto rabbioso Remo Guerra (nomen omen dicevano i latini), uno che, per rivalersi nei confronti degli altri, colpevoli a suo dire di avere tutto quello che lui non potrà mai avere, si lancia in piccole azioni criminali nella Roma blindata di fine anni settanta. Con lui altri derelitti da borgata post-pasoliniana. Il film diventa una sorta di resa dei conti tra dei tagliati fuori e riccastri da 4 soldi, cantanti, mogli viziate o divorziate di qualche avvocatuccio o politico dc. Piano piano la rabbia si stempera e la banda criminale finirà stritolata dalla sua stessa incapacità, dall’impossibilità di trasformarsi in un gruppo criminale più compatto (vedi la banda della magliana) o in una vera rivoluzione. La cattura dei manigoldi, il destino segnato dalle grate del carcere e il riflusso degli anni ottanta sono un’ombra perenne che aleggia sulla capa di Remo e dei suoi sodali. Film tesissimo, capace di tutta quella cattiveria anarchica e liberatoria che l’intera totalità della fiction papalina italiana non sarà mai capace di esprimere. In soldoni: un capolavoro. Se non lo prendete, smettete di leggere e andatevene al diavolo!

Arriviamo adesso a film differenti, per sistemi di produzione e distribuzione, tutti lavori amatoriali che comunque hanno goduto di una buona distribuzione in dvd. Mi riferisco a “Nel cuore della notte” di Primo Giroldini, “Il solitario” di Francesco Campanini e “La banda del Brasiliano” del collettivo John Snellinberg.

Partiamo dal duo parmense di Giroldini e Campanili.

Primo Giroldini è un signore distinto, con un bel viso cinematografico (e infatti nel suo film si ritaglia il ruolo importante di Athos Molenda), che nella vita gira e produce documentari, molti di argomento storico, in particolare sulla guerra di Liberazione e sulle Deportazioni. “Nel cuore della notte” è il suo primo lungometraggio, un lavoro amatoriale, girato senza una produzione alle spalle, arrangiandosi con attori non professionisti e l’aiuto di alcuni amici. Il risultato, aldilà delle ovvie mancanze economiche, è molto filmico, nel senso che ambisce ad essere un’opera vera e propria, ricca di quell’atmosfera e, soprattutto, di un’idea di cinema (che è diverso dall’avere molte idee) precisa e feconda. Melville, il polar francese e americano, ma anche il lavoro di Fernando DiLeo si incontrano e fanno da humus per questo lavoro in bianco e nero. La storia è semplice come un colpo di rasoio, pochi personaggi, già marchiati dal destino, avvolti nella spirale dell’inevitabile. Amicizia, passioni fatali, tradimenti e ancora il sacrificio, la lealtà. Gangster astratti fuori dal tempo e dallo spazio, senza collocazione temporale precisa. Giroldini gira e costruisce pezzo per pezzo un universo narrativo coerente e ben descritto, cucendo le varie parti sopra i volti (poi doppiati) degli attori da strada di cui dispone. Su tutti il volto emaciato, spiritato, del bello di provincia, di Luca Magri, perfettamente calato nella parte. Ci tengo a ripetere che la bellezza del film, più che con gli occhi, va gustata con la mente. Giroldini è uomo di cultura, per nulla incline al banale o al cattivo gusto e cesella la storia togliendo tutto il superfluo. Rimane un film che all’apparenza può sembrare insufficiente sotto il profilo del budget, ma che si mangia in un boccone l’intera produzione di fiction italiana di genere (poliziesca o noir), con la sola eccezione della “Uno Bianca” di Soavi. E se la mangia per come riesce a comunicare le intenzioni alla base del progetto, intenzioni non comuni, che trovano le loro radici in un tipo di narrazione politicamente scorretta e non convenzionale per noi spettatori italici di santi, ciclisti in odor di santità ed eroi senza macchie. Per di più colpisce l’estrema modestia con cui Giroldini, negli extra del dvd, parla della sua opera, quasi sminuendola e scusandosi col pubblico. Un esempio di lievità e garbo che (uno a caso) Gabriele Albanese dovrebbe studiarsi. Menzione d’onore al direttore della fotografia, Pietro Ronchino. Grazie Primo, grazie per il tuo bel film, continua così, noi abbiamo bisogno di te, perlomeno io, povero cronachista!

Francesco Campanini viene dal film di Giroldini. Ci lavorava dentro. Lui e Magri riprendono l’idea e ci riprovano, confezionando un altro bellissimo lavoro, questa volta a colori, ovvero “Il solitario”. La distribuzione è direttamente in dvd e il prodotto esce con una confezione leggermente superore al precedente. I riferimenti sono sempre gli stessi e l’idea di fondo (oltre che la trama) è poco distante dal primo lavoro. Colpisce però l’incisione nel tratteggiare una discesa disperata verso l’abisso di un piccolo malvivente fallito. La rapina con cui si apre il film è degna di un poliziottesco della miglior specie, magari uno Stelvio Massi o un Mario Caiano. Massimo Vanni si presta a elevare la confezione del lavoro, tornando a recitare una parte tra le più belle della sua carriera. Francesco Siciliano è a ruota libera e ripropone le gesta di un super cattivo alla Fernando Di Leo. C’è pure Barilli, anche lui splendido. Magri è molto migliorato e parla con la sua voce. Un film che ancora propone un’idea di cinema e non un collage di intuizioni da primi della classe. Un lavoro sentito, sincero, senza menate o supponenze. E’ facile bersagliare un piccolo gioiello come “Il solitario”, difficile, molto difficile, imitarlo.

Anche a voi, Francesco e Luca, grazie, il solito cronista flessibile ha bisogno di voi, vi prego non lasciatemi orfano del vostro talento, grazie!

Ed eccoci alla fine di questo (lunghissimo, scusami boss Longoni, scusa!) excursus.

(Nessun problema, sei scusato… Boss Longoni!).

Per “La banda del brasiliano” vale tutto quello che è stato detto per Giroldini e Campanini/Magri. Stesso approccio sentito, umile e di pancia al genere, solo che qui c’è una maggiore leggerezza, quasi farsesca a differenziare lo stile, ma non il senso. Perché, in ultima analisi, il film del collettivo Snellinberg è il più bel ritratto (e anche l’unico) di questi anni bui di precariato selvaggio ai danni di alcune generazioni che si stanno ritrovando da sole a pagare una crisi economica prodotta dai guasti scriteriati della politica degli ultimi trent’anni. La rabbia, all’inizio quasi giocosa, via via sempre più livida e disperata della storia, rimanda ai momenti più riusciti e fortunati di una pellicola come “Tutti giù per terra” o all’omonimo libro di Giuseppe Culicchia. I trentenni disperati, con l’acqua alla gola decidono finalmente di ribellarsi alla vita di merda a cui sono stati condannati e ne prendono uno a caso (un impiegato statale col culo al caldo e stipendio sicuro ogni fine mese), imbarcandosi in un piano situazionista/dadaista destinato all’inevitabile disfatta. A impreziosire il lavoro (ben girato, montato, musicato e interpretato) è la partecipazione toccante di Carlo Monni, qui nel ruolo della sua vita. Se penso al finale, quasi mi viene il groppo alla gola.

In attesa che la summer of rage imprigionata dentro “La banda” dilaghi in tutta l’Italia, il vostro povero cronista vi saluta e se ne torna alla sua catena, tra gli scaffali di prodotti, prima che il caporeparto scopra che ha ancora un cervello o un cuore.

Adios amici lettori!

Davide Rosso