L’ANGUANA

L’anguana è una creatura mitologica tipica delle zona alpine del nord Italia ed è principalmente legata all’acqua: le sue caratteristiche la vedono in parte simile a una ninfa, ma sono variabili in base alle varie zone in cui si è sviluppata la sua leggenda. Questi esseri sono conosciuti anche come agane, subiane, aganis, ogane, gane, vivane, pagane, zubiane, acquane, longane.

Storie che riguardano le anguane sono particolarmente diffuse nel Friuli, dove le troviamo nella mitologia di tutti i paesi posti sul fiume Tagliamento e in particolare in Val d’Arzino e in Val Tagliamento. Sono inoltre presenti nelle valli ladine dolomitiche del nord-est italiano, nell’alto vicentino e nei territori cimbri della Lessinia. Oltre che nel Triveneto, si trovano però tracce di questa figura mitica anche nella Lombardia orientale (Val Camonica) e occidentale (Canzo e Vallassina). Sono molto diffuse soprattutto nelle regioni pedemontane e montane (Carnia, Valli del Natisone, Val Badia, Val Gardena, Fodom, Val di Fassa, Anpezo, Cadore), ma sono creature fatate conosciute anche in altre zone, per esempio le ritroviamo anche nel folklore della laguna di Grado e di Marano.

Era presente addirittura un culto dell’anguana presso lo “Scalfìn dal diaul” (ovvero il Tallone del diavolo), detto anche “Cèpp da l’Angua” (cioè il Masso dell’Anguana), a Canzo. Questo viene ricordato durante la sofisticata celebrazione della Giubiana da Canz con la presenza del personaggio. Anche numerosi luoghi del Triveneto ricordano le anguane nella toponomastica: grotte, massi, rupi valli. L’Anguan-tal, valle dell’Anguana, è una zona di contrada Pagani di Campofontana, in provincia di Verona, mentre buso dell’anguana è il nome che viene dato a diverse caverne del Vicentino.

L’antico termine anguana lo si può trovare nel “De Ierusalem celesti”, opera scritta da Frate Jakomin da Verona (Giacomino da Verona) nel XIII secolo. Le anguane sono presenti anche nella celebre, e antichissima, “Saga dei Fanes”, racconto mitologico delle Dolomiti, conosciuto soprattutto nella versione scritta da Karl Felix Wolff nel 1932.

Generalmente le anguane sono rappresentate come spiriti della natura affini alle ninfe del mondo romano (probabilmente il modello originario del mito), i cui caratteri molto spesso si fondono però con quelli delle ondine e altre figure della mitologia germanica e slava (le rusalki in particolare). In parecchie zone del Friuli il loro mito si sovrappone e si confonde con quello delle krivapete (tipiche invece delle grotte e delle montagne), con le quali condividono numerose leggende. Alcune storie affermano che le anguane, al pari di altre creature mitiche, fossero donne morte di parto, o anche fanciulle morte giovani, oppure anime di bambine nate morte, oppure ancora donne nate avvolte nel sacco amniotico (le si potrebbe definire, perciò, benandanti al femminile). Secondo altre tradizioni erano donne dei boschi, dedite a un culto pagano (fondendone evidentemente il mito con la realtà delle religioni sciamaniste ancora vive in Friuli e in Carnia almeno sino al XVII secolo), ma erano perlopiù considerate figure non umane appartenenti al mondo degli spiriti.

Le anguane in ogni caso vengono descritte frequentemente come giovani donne, spesso molto attraenti e in grado di sedurre gli uomini; altre volte però appaiono invece come esseri per metà ragazze e per metà rettile o pesce, in grado di lanciare forti grida (in Veneto esisteva, fino a poco tempo fa, il detto “Sigàr come n’anguana”, ovvero “gridare come un’anguana”). In altre storie sono invece delle anziane magre e spettrali, o figure notturne che si dileguano sempre prima che chi le incontra sia in grado di vederne il volto.

Vestite, nelle leggende friulane, quasi sempre di bianco, altre tradizioni affermano che amassero, invece, i colori brillanti e accesi, come il rosso e l’arancione (in rari casi appaiono con stracci logori di colore nero).

In ogni caso le leggende sulle anguane hanno in comune la presenza, in queste creature, di uno o più tratti non umani,che nascondono con del muschio o con della corteccia: piedi di gallina, di anatra o di capra, gambe squamate, una schiena “scavata”.

L’altro elemento comune su cui tutte le leggende concordano è che le anguane vivono presso fonti e ruscelli e sono protettrici delle acque. Talvolta, in senso traslato, lo sono anche dei pescatori, ai quali, se trattate con rispetto, spesso portano fortuna.

In molte altre storie, comuni anche alle krivapete e ad altri esseri soprannaturali, si narra di come abbiano insegnato agli uomini molte attività artigianali tradizionali, quali la filatura della lana o la caseificazione: queste leggende si concludono poi generalmente con gli uomini che rompono il patto o non si dimostrano riconoscenti e l’anguana che se ne va, offesa, senza insegnare loro un’arte essenziale, di solito la produzione del sale, dello zucchero, del vetro o di altre arti nelle quali la popolazione dei luoghi delle varie leggende è carente.

Nei comuni cimbri veronesi le anguane (in questo territorio chiamate anche Bele Butèle, ovvero Belle Ragazze), erano un tempo addette ai pozzi e lavavano i panni della gente delle contrade, ma si rifiutavano di lavare i capi di colore nero. A Campofontana abitavano in una grotta dietro al Sengio Rosso, sotto la vetta del monte Telegrafo.

Talora però queste creature, così come le “sorelle” krivapete, assumono tratti sinistri. In diverse leggende sono infatti solite terrorizzare o burlare i viaggiatori notturni, spargere discordia, in particolare tra le donne, rivelando segreti e pettegolezzi. Inoltre, se insultate, sono inclini alla vendetta, portando sfortuna a vita al malcapitato: molte leggende tuttavia specificano chiaramente che, a differenza di orchi e “strie” (le streghe popolari), le anguane non uccidono mai uomini o animali. Si dice anche che spesso asserviscano coloro che si attardano fuori casa la sera (soprattutto giovani ragazze), costringendoli a riempire vanamente cesti di vimini (incapaci di trattenere l’acqua) per tutta la vita.

Altri racconti popolari, invece, raccontano vicende di anguane male intenzionate ingannate dall’astuto protagonista che chiede loro di riempire un cesto di vimini, trattenendole così fino al sorgere del sole: in diversi luoghi del Friuli vigeva l’usanza di lasciare davanti all’ingresso un cesto di vimini, che l’anguana avrebbe invano cercato di riempire per tutta la notte, lasciando in pace gli abitanti della casa.

Secondo la tradizione popolare, le anguane smisero di mescolarsi con le persone comuni dopo il Concilio di Trento. Il passaggio dalla dedicazione all’anguana alla titolazione al diavolo deriva proprio dalla demonizzazione delle divinità pagane durante il Medioevo.

Davide Longoni