X TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: IV CLASSIFICATO

QUALCUNO DOVEVA PUR FARLO

di Valentina Zunino

Alle cinque del pomeriggio, l’ora sacra per eccellenza, le campane di Peridel suonarono a distesa, un continuo fragore di ding-dong e dong-ding che riverberò nell’aria e fece levare gli uccelli dai campi in un grumo nero. Quando le campane tacquero fu il turno delle vergini recluse di cantare, le loro voci flebili ma ancora dolci che arrivavano di quando in quando trasportate dalla brezza. Intanto le porte della cittadella si erano spalancate, i portatori del Divino a uscire per primi dal buio verso la luce: la processione era finalmente iniziata.

Lukas allungò il cannocchiale con un piccolo clack. Dalla sua posizione i sacerdoti in marcia erano solo puntini contro il giallo ispido della pianura, una lunga fila di formiche che trasportavano non semi ma pagliuzze d’oro. Attraverso la lente però le formiche riassumevano sembianze umane, uomini e donne con indosso paramenti da festa, la polvere della strada a turbinare sotto ai piedi. Camminavano lenti, e intanto in cima al corteo i portatori camminavano ancora più lenti, le schiene piegate sotto il peso di statue gigantesche, l’oro che le ricopriva a riflettere indietro il bagliore del sole.

Lukas sentì dei passi alle sue spalle e si irrigidì d’istinto, poi il familiare odore di menta lo fece di nuovo rilassare. Piegò il capo da un lato per permettere ad Arash di appoggiargli il mento sulla spalla, le sue braccia che lo cingevano da dietro.

“Tanto sfarzo e tanto sforzo,” gli sussurrò Arash nell’orecchio, “e intanto gli Dei se ne fregano. Voi umani…Non so mai se ammirarvi o compatirvi.”

“Non penso siano in molti là sotto a crederci davvero.” Lukas scrollò le spalle. “A fare il sacerdote almeno sei sicuro di avere sempre da mangiare.”

“Qualcuno che ci crede c’è. Uno dei portatori della Dolce, lo vedi? Il più giovane, l’unico che sorride. La sua fede gli brilla intorno come un’aureola. Non smetterà mai di aspettare.”

“Vederlo lo vedo. Per l’aureola mi dovrà bastare la tua parola.”

Lukas richiuse il cannocchiale e lo appese alla cintura. Si portò la mano di Arash alla bocca e gli schioccò un bacio sul palmo aperto, il gusto fresco della menta che si propagava sulla sua lingua. “Andiamo, delindo. Ci metteranno un po’ a finire, ma il tempo potrebbe non bastarci comunque.”

Scesero di buon passo il crinale verso l’avvallamento dove la squadra si era accampata. Bracco era di guardia tra le ombre degli alberi, e nel passargli accanto Lukas roteò l’indice per indicargli che doveva richiamare il ragazzo dalla sua postazione: era arrivata l’ora di andare. Bracco scomparve subito in mezzo alle felci, silenzioso come un gatto in caccia.

Nella piccola radura Faina, Beato e Smilzo giocavano ancora a tessere seduti su un telo. Laru la Nera e Laru la Rossa dormivano l’una accanto all’altra, la schiena appoggiata a un tronco caduto, il cappello abbassato sugli occhi per proteggersi dal sole che filtrava tra i rami. Fiacco era sdraiato a poca distanza sull’erba e nel sentirli arrivare si puntellò mollemente sui gomiti.

“Ci siamo, Capo?” domandò con voce fievole.

“Per esserci ci siamo.” Lukas si avvicinò al fuoco, scrutò le tessere sparse sul telo. “Chi vince?”

Faina si grattò il lungo naso. “Io, Capo, e da un po’. Mi sta buttando bene.”

“Allora la fortuna è dalla tua parte.” Lukas puntò il pollice verso le due Laru addormentate. “A svegliarle ci vai tu.”

Beato e Smilzo sghignazzarono forte, una risata grassa a cui faceva eco il debole ih-ih prodotto da Fiacco, che era di nuovo sdraiato.

A quella richiesta Faina fece una smorfia triste. “Ma l’ultima volta m’hanno spaccato il naso.”

“Normale,” disse Beato, “te ci hai un bersaglio in mezzo alla faccia.”

Faina si cincischiò tra due dita la punta di un baffo. “Vabbene,” mugugnò alla fine,“ma lo faccio da lontano.”

Faina raccolse un ramo da terra e si avvicinò quatto quatto alle due Laru. Si piegò in avanti, allungò un braccio e spinse appena il piede alla Laru che gli era più vicina. Subito le due donne balzarono in piedi ruggendo, le armi alzate e pronte all’uso, ascia e sciabola che catturavano il sole con gli stessi riflessi metallici delle statue degli Dei, là sulla pianura. Sembrano proprio due giocattoli a molla, pensò Lukas per l’ennesima volta. Non tanto adatti ai bambini, però.

Intanto Bracco era arrivato nella radura con il ragazzo al seguito. Magari è la volta buona che il ragazzo si guadagna un nome, pensò ancora Lukas. Se non si fa ammazzare prima.

Li guardò uno per uno, i suoi uomini, i suoi sottoposti. Lukas aveva scelto i migliori della truppa per accompagnarlo, e i più fidati, ma non si faceva illusioni: tra mercenari “i migliori” erano solo un altro modo per dire “i meno peggio”. Otto uomini, che con lui e Arash facevano dieci: cinque più cinque, un doppio numero sacro per attirare la buona fortuna. Sperando fosse sufficiente.

Lukas strinse la mascella, ricacciò i suoi dubbi indietro. “Allora, il piano lo sapete ma ve lo ripeto lo stesso, così evitiamo lo stesso casino di Umesh. Smilzo e Fiacco sono con me e Arash. Bracco, il ragazzo e le Laru si nasconderanno dall’incrocio. Uscite allo scoperto solo se ci serve aiuto per scappare. Beato e Faina invece sorveglieranno Peridel da ovest. Aspettate il segnale di Arash prima di usare le frecce. Avete quelle giuste?”

“Sono quelle giuste,” confermò Beato. “Ce le ha date Scintilla.”

Lukas alzò gli occhi al cielo. “Scintilla? L’ultima volta…no, non voglio pensare all’ultima volta. L’ultima volta non è mai successa, e se è successa noi non c’eravamo. Domande? Andiamo allora. La città santa ci aspetta.”

“Speriamo di no, Capo.” Smilzo incrociò due dita per scacciare il malaugurio. “Se ci aspetta iniziamo già male.”

 

 

Arrivarono con i cavalli fino ai cancelli occidentali di Peridel, la calura del tardo pomeriggio che gravava loro addosso. Lukas smontò di sella, si voltò indietro verso Arash. Lo aveva fatto vestire come un servitore nomade, o il suo aspetto avrebbe attirato troppe attenzioni non richieste, e ora Lukas poteva vedere solo i suoi occhi, argentei come specchi ben lucidati nell’unica fessura del velo. Eppure quel corpo infagottato nel burkeh tradizionale ancora lo attirava con la forza di un magnete, Arash il nord e lui l’ago di una bussola, Arash senza cui niente avrebbe avuto senso.

Lukas fece un passo in avanti e solo a fatica si trattenne dal farne un altro: era intrappolato nel suo ruolo, un mercante di libri in visita a Peridel, e un mercante non avrebbe mai dimostrato il minimo affetto verso un servo. Quantomeno non in pubblico.

Fiacco, che era andato a bussare all’ingresso di servizio, tornò indietro strascicando i piedi.

“Abbiamo il permesso di entrare,” disse a Lukas spenzolando la testa in una specie di inchino.

“Ottimo. Fammi strada. E stai ritto con la schiena, uomo. Hai forse ingoiato un arco?”

Dallo sguardo rovente di Fiacco Lukas comprese che quella battuta gli sarebbe costata cara, ma Dei se ne era valsa la pena.

Nel cortile interno il portinaio venne loro incontro quasi saltellando di gioia, un largo sorriso sul volto rubizzo.

“Messer Vaetelli?” domandò giulivo a Lukas. “La vostra lettera di raccomandazione mi ha molto colpito, e se davvero avete cosa dite di avere, beh.” Il portinaio unì le mani sul cuore. “Sarebbe un chiaro segno della benevolenza divina in questa già santissima giornata.”

La lettera aveva avuto effetto previsto: il che dimostrava che nei bassifondi di Imru si poteva comprare davvero di tutto. Lukas alzò il mento e squadrò il portinaio dall’alto in basso.

“Non commercio in falsi, ve lo assicuro. I miei fornitori sanno bene che ogni pezzo che passa dalle mie mani ha da essere genuino.” Lukas fece un cenno a Fiacco. “Tu resta con i cavalli.” E poi rivolto ad Arash e Smilzo: “Voi prendete le sacche e badate di non farle cadere.”

Il portinaio fece loro strada attraverso il cortile, Lukas davanti, Arash e Smilzo dietro che trasportavano le sacche con entrambe le braccia quasi fossero state infanti. C’era ombra e fresco tra le alte mura e sopra le loro teste le torri di Peridel svettavano come una gigantesca foresta di pietra, i vessilli palpitanti per una brezza che non potevano percepire.

Le informazioni raccolte qui e là nei mesi precedenti erano fondate: in quel giorno di festa le guardie di turno erano poche, e quelle poche erano più che altro impegnate a giocare a tessere e bere birra. Lukas non avrebbe mai tollerato quel genere di lassismo nel suo accampamento, ma a conti fatti era meglio così: gli ubriachi ti inseguono peggio.

Salirono uno scalone, attraversarono una terrazza e infine entrarono in un ampia sala ottagonale, le mura tappezzate di libri rilegati in vari colori.

“In questo settore teniamo i trattati mistico-filosofici antecedenti alla fondazione di Awian-Nioh” spiegò il portiere con uno svolazzo della mano. “E qui,” continuò conducendoli in una galleria a volta, altre librerie su entrambe le pareti, “entriamo nella zona dedicata a profezie, visioni e presagi. Sono divise in plausibili, implausibili e del tutto irrazionali. Inutile dirvi che l’ultima sezione è la più vasta.”

Il portiere spalancò una porta e si fece da parte per farli passare. La stanza era piccola e ricoperta di schedari, un’unica finestra quadrata nell’angolo di una parete. Un uomo anziano era seduto a una scrivania e nel sentirli arrivare alzò gli occhi dalle carte che aveva davanti.

“Eccoci nell’ufficio archivi, la nostra meta ultima,” disse il portinaio. “Lasciate che vi presenti il nostro Capo Bibliotecario, Nicobio Saeda. Nicobio, questo è Messer Vaetelli. Ha dei libri da proporci. E che libri!”

Lukas si inchinò appena, ma intanto era come se nella sua testa le campane di Peridel avessero ricominciato a suonare, solo che questa volta lo stavano facendo per annunciare un pericolo. Dov’era finito il maledetto archivista che avrebbe dovuto accoglierli? I loro soldi di sicuro se li era presi.

Il portinaio salutò e chiuse la porta. Il Capo Bibliotecario fece cenno a Lukas di sedersi e lui comprese perché Nicobio fosse lì, invece che a sudare là fuori nella piana: la sua mano destra e buona parte del braccio erano di colore rosso vivo, la pelle ustionata ricoperta di enormi bolle ricolme di siero.

“Uno sfortunato incidente con una lampada,” spiegò Nicobio, che si era accorto di come Lukas gli stesse fissando le bruciature in una sorta di affascinato orrore. “E ora ditemi, cosa ci avete portato in questo lieto giorno?”

“Memorie e Rivelazioni, di San Graegorius. E un trattato di teologia Sadesh. Originali, ci terrei ad aggiungere.” Lukas non stava nemmeno mentendo: i libri appartenevano ad Arash ed erano inestimabili. Lo rivide impacchettarli con cura nella loro tenda, strati su strati di lana quasi temesse prendessero freddo. Sono l’ultimo ricordo del mio passato, Lukas. La rivolta non mi ha permesso di salvare altro. Era una vita di schiavitù, lo so, ma a volte la rimpiango. Almeno sapevo qual’era il mio posto.

Si erano portati dietro quei libri solo per passare un’eventuale ispezione del portinaio, e ora l’unica soluzione era venderli davvero e andarsene prima che la missione si trasformasse in un disastro. Ma forse non avrebbero avuto una seconda occasione. E Arash non sarebbe mai stato libero.

In quel momento Lukas decise di giocarsi il tutto per tutto. Sorrise a Nicobio, alzò la mano sinistra come per dire ai suoi “servitori” di avvicinarsi con gli involti. Il grido di avvertimento di Arash, soffocato dal velo, risuonò nella stanza proprio mentre il pugnale di Smilzo sibilava accanto all’orecchio di Lukas, ma la lama invece di affondare nell’occhio di Nicobio si fermò a mezz’aria. Lukas si sentì gelare: il Capo Bibliotecario era un malaugurato mago. Provò a muoversi ma non poteva, il suo corpo d’improvviso afflosciato sulla sedia come se qualcuno gli avesse rubato tutte le ossa.

“Un mercante non tenterebbe mai di uccidere un cliente,” disse Nicobio alzandosi in piedi. “Magari dopo essere stato pagato, ma non prima. Un mascalzone, invece…” Il bibliotecario fece un gesto secco e Lukas si trovò sollevato e proiettato indietro. Sbatté contro la parete, le gambe che dondolavano mollemente sfiorando appena il pavimento, il mento piantato dolorosamente nel petto. Arash gli era proprio di fianco: Lukas vedeva il suo braccio drappeggiato di blu scuro e la mano nascosta dal guanto di cotone.

Poi i piedi di Nicobio entrarono nel suo campo visivo, le dita pelose lasciate ben visibili dai sandali.

“Un servitore nomade che percepisce il magico mentre viene usato è inusuale. Del resto le cose nascoste sono sempre le più interessanti.” Nicobio fece un gesto, le mani nodose che sfarfallavano davanti agli occhi di Lukas. Si udì un rumore lacerante e brandelli di stoffa blu volteggiarono verso il pavimento mentre il piccolo ufficio si riempiva del profumo fresco della menta.

Nicobio sussultò, fece un passo indietro quasi a proteggersi. “Tu…” disse, la voce a metà tra lo stupore e la paura.

Lukas sapeva cosa il vecchio bastardo stesse provando. Persino i veterani della truppa tacevano in un timore quasi riverenziale quando Arash passava per l’accampamento, ed era gente che avrebbe dato fuoco a un monastero giusto per la soddisfazione di vederlo bruciare. E non era solo per il suo aspetto. No, era per come ti faceva sentire. Microscopico. Insignificante. Fin troppo umano. Ti bastava guardare Arash per capire subito che un Dio doveva averlo creato, e che ci si era pure messo d’impegno.

“Tu sei un Desiderio in forma umana,” balbettò Nicobio. “È così?”

Dannazione, pensò Lukas. Arash era vivo da troppo tempo per non aver imparato l’arte delle mezze verità, ma davanti a una domanda diretta era impotente: per differenziarli ancor di più dagli uomini gli Dei avevano tolto ai Desideri la capacità di mentire.

“Sì,” confermò Arash in uno stanco sussurro.

“Profumo di menta. Pelle e capelli verdi. Occhi che catturano la luce. Tu sei uno dei Desideri che il Dio…” Le mani di Nicobio si strinsero in due pugni mentre il bibliotecario tentava invano di pronunciare un vero Nome. Lukas quasi lo compatì: difficile mantenere la fede quando Nomi divini che una volta ti venivano facili come respirare d’improvviso ti si bloccano in gola, ti svaporano dalla mente come sogni all’arrivo del mattino.

“…che il Dio senza occhi creò per il giardino di Kaessafeh,” Nicobio continuò alla fine, in un sussurro stanco quanto quello di Arash. “Creature metà uomini e metà piante, per tenerle compagnia mentre lui era impegnato in cielo. È così?”

“Sì,” disse ancora Arash.

“Pensavo che la dinastia di Kaessafeh si fosse estinta con la rivolta. Mi sbaglio?”

“Sì.”

“Quindi appartieni ancora alla sua famiglia, o la mia magia non sarebbe sufficiente per trattenerti. È così?”

“Sì.”

“Questi due non mi paiono certo di stirpe divina, ma giusto per sicurezza: il tuo padrone è presente in questa stanza?”

“No.”

Che il malaugurio ti prenda, Nicobio, gridò Lukas dentro di sé. Tu e le tue dannate domande così precise.

“Il tuo padrone o padrona è qui a Peridel?”

Una lunga pausa di silenzio da parte di Arash. Poi: “Forse.”

“Forse? Non ne sei sicuro? È così?”

“Sì.”

Nicobio passeggiò avanti e indietro, i suoi piedi che apparivano e scomparivano davanti agli occhi di Lukas. “Vaetelli non si aspettava certo di trovare me in ufficio, questo è stato evidente fin da subito. Ergo, avevate appuntamento con qualcuno, anzi, con fratello Yaneh, che mi ha sostituito nella processione quando mi sono fatto male. È così?”

“Sì.”

“Yaneh doveva aiutarti a cercare il tuo padrone o padrona?”

“Sì.”

“Un uomo o una donna?”

“Donna.”

“Una donna, ma non una sacerdotessa, sono tutte in processione. Una serva?”

“No.”

Nicobio si fermò di botto e avanzò verso di loro, la tunica che turbinava intorno alle sue gambe.

“Una vergine reclusa?”

“Sì.”

“E perché la stai cercando, questa discendente di Kaessafeh? Per servirla, come il Dio ti aveva ordinato di fare?”

“No.”

Nicobio fece un altro passo in avanti. Lukas poteva sentirlo ansimare quasi avesse appena finito di correre.

“Per ucciderla ed essere finalmente senza vincoli?”

“Sì.”

E con questo, pensò Lukas, siamo davvero fottuti. Poi colse un movimento con la coda dell’occhio: Arash stava tracciando un lento cerchio con il mignolo, ancora e poi ancora.

“Le piante hanno bisogno di luce,” sibilò Nicobio. “Sarà nostra cura rinchiuderti nella cella più buia e fredda che abbiamo, e quando gli Dei torneranno…”

“Non torneranno.” La voce di Arash era colma di ironia, e intanto il suo mignolo continuava a ruotare senza fretta.

“Cosa hai detto?” Lukas non poteva vedere in faccia Nicobio ma c’era da scommettere che era diventato bianco come gesso. Magari gli sarebbe venuto un infarto. Come era successo a quel povero chierico che aveva parlato con Arash a Imru.

“Gli Dei non torneranno. Difficile pregare senza poter usare i loro nomi, vero?”

“Come?” balbettò Nicobio. Lukas notò d’improvviso qualcosa di verde apparire accanto al piede del bibliotecario. Un germoglio, forse, spuntato come per caso nella fessura tra due piastrelle.

“Pensavi fosse una coincidenza?” continuò Arash. “Non vi hanno lasciato nemmeno la possibilità di richiamarli indietro. Te lo assicuro, prete: non torneranno. Non per la durata della tua esistenza, ma nemmeno per la durata della mia. E i Desideri vivono molto a lungo.”

L’attenzione di Lukas era tutta concentrata su quel piccolo germoglio che andava crescendo poco a poco. Due piccole foglie comparvero sullo stelo, poi un bocciolo che piano piano aprì i suoi petali, rivelando una faccia-pistillo con due minuscoli occhi neri.

“No, no!Tu menti!” gridò il bibliotecario.

“Lo sai che non posso farlo.”

Il fiore sul pavimento spalancò la bocca. Sembrava sbadigliare e Lukas si sarebbe quasi intenerito, peccato che quella cosina fosse tutta denti. Poi il fiore, una margherita, ora che ci faceva caso, si piegò in avanti come sospinta dalla brezza e morsicò la caviglia scoperta di Nicobio. Il bibliotecario strillò e cadde a terra. Una decina di secondi di convulsioni ed era morto. Decisamente la margherita più inquietante della storia.

Lukas scivolò lungo la parete e crollò a sedere.

“Stai bene?” Arash lo aiutò ad alzarsi e lo abbraccio forte, avvinghiandosi a lui come l’edera farebbe con un muro. “Mi dispiace di non essermi accorto subito che era un mago. Fortuna che si è dimenticato di schermare il pavimento.”

“Cos’ha Smilzo?” Il mercenario era afflosciato accanto a Nicobio e stava gemendo piano.

“Ha sbattuto la testa quando il bibliotecario ci ha appeso al muro.” Arash si chinò accanto a Smilzo, gli posò una mano sulla fronte. “Non è grave, ma dovremo aiutarlo a camminare. Cosa stai facendo?”

Lukas chiuse uno schedario e ne aprì un altro, cercando all’interno con furia. “Da qualche parte ci deve essere una mappa di Peridel. Basta scoprire dove tengono le vergini recluse. E dopo…”

“Lukas.” Arash lo prese per il braccio, lo costrinse a voltarsi verso di lui. “La città santa sarà anche piccola, ma è un labirinto. Senza una guida non le troveremo mai. E non sono nemmeno sicuro che lei sia davvero qui.”

“Quel dannato archivista. Lo sapevo che era meglio ricattarlo e non corromperlo.”

“Forse avresti dovuto fare entrambe le cose.” Arash fece un piccolo sorriso. “Ma prima o poi le vergini recluse vengono spostate, e sposate. Avremo un’altra occasione, vedrai. Vuoi che mandi lo stesso il segnale? Non siamo stati qui poi molto.”

Lukas pungolò il cadavere di Nicobio con un piede.

“Più tardi lo trovano, meglio è per noi. Mandalo.”

Arash si avvicinò alla finestra. Strinse appena le dita, poi dalla sua mano si alzò in volo una rondine verde, che volò fuori e subito scomparve.

“Allora aspettiamo le campane e poi ce ne andiamo.” Lukas si massaggiò la fronte. “Chissà che bel casino per segnalare un incendio. Per gli Dei, le frecce di Scintilla…speriamo bene. La giornata è già andata abbastanza di schifo.”

 

 

Peridel bruciava nella notte. Le fiamme fuoriuscivano da ogni finestra, danzavano sui tetti, divampavano verso l’alto come per fondere la falce d’argento della prima luna. Lukas doveva ammetterlo: era un vero spettacolo. Si voltò verso Beato e Faina, incrociò le braccia.

“Vi avevo detto di mirare ai granai. O alle rimesse, proprio proprio.”

“L’abbiamo fatto, Capo.” Beato scrollò le spalle. “Ma le frecce erano troppo forti, mi sa che erano un po’ esplosive. C’erano scintille ovunque e…Ah!Le scintille di Scintilla, divertente no? Comunque, poi s’è alzato il vento e le finestre erano tutte aperte. Non è mica colpa nostra se ci hanno messo una vita ad accorgersene.”

“Lo sai anche te, Capo,” aggiunse Faina in tono di scusa, “la carta brucia che è una bellezza.”

Lukas si allontanò a grandi passi, raggiunse Arash che sedeva da solo sull’erba del crinale, gli occhi d’argento puntati verso Peridel. Lukas si sedette al suo fianco, gli circondò le spalle con il braccio attirandolo a sé.

“La più grande biblioteca sacra delle terre di confine,” disse Lukas dopo un po’. “Ovvio che prendesse fuoco come un cerino. Trovare la tua vergine ora sarà molto più difficile. Sicuro che non sia morta?”

“Sì. È ancora là fuori, da qualche parte.”

“Mi dispiace.”

“Non dispiacerti. Non è andata come speravo ma sono comunque soddisfatto. Una città santa in un mondo senza più Dei non ha senso di esistere.” Arash fece un gesto verso le fiamme che lambivano il cielo. “Prima o poi qualcuno doveva pur farlo. Perché non noi?”