IL LUNA PARK SUL MARE – PARTE 2

Quella sera la strada non era che un serpente blu, sinuosa si accartocciava sotto le ruote della mia automobile, scompariva inghiottita nel nero. Venni spinto fuori dal giro concentrico delle straducole cittadine, fino a una vasta piana sul cui fianco rombava il mare. Qui, tra le chiazze di ombra create dai lampioni rotti, baluginava un tetro luna park, stipato sulla spiaggia e attraversato soltanto dal vento.

- Benvenuto signore – sentii provenire alle mie spalle non appena ebbi messo piede tra quelle carcasse arrugginite che erano le giostre. La voce aveva un accento dell’est, forse contraffatto, e pareva appartenere a una bambina.

Mi voltai e dal buio creato dalle forme ferrose di una vecchia casa dei fantasmi venne fuori una ragazzina esile, che camminava scalza e protendeva le mani verso di me.

- Chi cerca? – fece con le labbra carnose e gli occhi dalle ciglia folte.

- A dire il vero, non lo so… – ammisi.

La piccola mi guardava delusa.

- Lei poliziotto? – con un accento improvvisamente più marcato.

- Mi manda il Belga – ebbi la prontezza di dire.

La piccola straniera (ma lo era davvero, straniera?) era nascosta dentro la bocca di un diavolo ancorato alla struttura della giostra.

- Allora… – senza uscir fuori da lì – Lei venire con me.

Seguii la ragazzina scalza in un antro illuminato da alcune candele posizionate a forma di stelle.

- Prego – mi fece una voce di donna da dentro.

La mia giovane guida dileguò tra i cavallucci di una giostra ed io seguii l’invito della donna.

Dietro un banchetto, sedeva per terra una donna di un’età indicibile, un solido trucco bianco sulla pelle e gli occhi anneriti da pesanti rughe.

- Lei è l’amico del Belga.

- Sì.

- La stavo aspettando.

Un numero impressionante di teli ricopriva le sue spalle, tanto che non sarebbe stato possibile riferire alcunché circa la corporatura della donna.

- Mi dia la metà dei soldi che ha in tasca – sibilò con una lingua sottile che le usciva di tanto fuori dai denti.

Presi metà delle banconote di cui mi aveva fatto dono il Professore e le posai sul tavolino.

Con la mano filiforme, bianca e candida come quella di una bambina, la donna cominciò a mescolare le carte.

- Lei viene da una triste sequela di casi di malasorte – attaccò guardando un punto alle mie spalle.

I capelli della donna erano tinti di rosso ed esili come filamenti d’alghe. Possedevano, però, un’impressionante dinamicità: ad ogni movimento del collo, essi sobbalzavano, come fossero i serpenti sulla testa della Gorgone.

- Vedo una vecchia fabbrica, abbandonata… – la veggente eseguiva il numero senza l’aiuto delle carte, alternando momenti in cui teneva gli occhi chiusi, ad altri istanti, in cui li apriva flebilmente – Quel posto le appartiene.

- Devo dirle che io…

- Ssssh – mi interruppe in uno strillo – Non fermi il flusso! La sua famiglia ha un passato glorioso e i suoi avi hanno accumulato discrete fortune.

La bocca della donna, rosa come quella dei bambini, accennò un sorriso che aveva un non so che di mellifluo.

- Il vortice inesorabile del tempo, – riprese con cadenza sinuosa, socchiudendo di tanto la boccuccia perfetta – il susseguirsi inarrestabile delle generazioni… Fino a lei…

Dalla gola trasse un suono gutturale, quasi metallico, che protrasse per alcuni secondi, con gli occhi chiusi.

- Lei non ha saputo continuare l’opera di suo nonno e di suo padre.

Di colpo, quel tugurio che era l’antro della fattucchiera si fece stretto: era come se le pareti si asserragliassero attorno a me. Le luci delle candele si attenuavano e la maga mi puntava l’indice contro.

Senza lasciarmi tregua, la visionaria riprese, con un tono di voce molto più basso:

- Una a una le risorse finanziarie, uno a uno i beni materiali… Fino a che non perse anche sua moglie – i suoi occhi grinzosi si strinsero attorno alla mia fronte. – E lei sa come – aggiunse in un grugnito che le proveniva dalla pancia.

- E poi venne il gioco, – sibilò con tono freddo come la carezza di una strega – che le portò via anche ciò che non aveva.

La fissavo svuotato. La mia vita nera e infame stava tornando a galla di fronte ai miei occhi, come un incubo nascosto sotto le coperte del letto.

- Ma ora – nella mano candida, intatta ai graffi del tempo, comparve una carta – ha la possibilità di rifarsi. Il sole – sorrise facendo vibrare i sottili serpenti che erano i suoi capelli.

Girò altre carte sul tavolo, freneticamente. Infine sollevò sul mio viso gli occhi sprofondati nelle rughe.

- Una notte, mio caro uomo finito. Una notte per riprendersi tutto, una sola notte per consumare la sua rivincita sulla vita.

In un soffio venni catapultato fuori dall’antro della maga e mi ritrovai senza nemmeno accorgermene sotto il cielo stellato, con i piedi nella sabbia.

- Per di qua – era ancora la voce della ragazzina scalza, che proveniva da dietro una giostra di maiali volanti.

- Non riesco a vederti – sussurrai in direzione del buio.

- Se mi trova, la porterò dalla persona giusta – disse in perfetto italiano – che le insegnerà come risollevarsi.

- Risollevarmi da che? – dissi risentito.

Quella mocciosa scalza doveva avere origliato quanto mi diceva la maga.

- Non si preoccupi. – sibilò dal buio – Qui tutti vengono in cerca di una seconda chance. E’ un immenso cimitero degli elefanti – disse con voce gutturale da adulto – in cui le persone come lei – e mise su quel lei una punta insondabile di disgusto – vengono a cercare tra le carcasse di lamiera la Sorte.

- Capisco – dissi per intrattenerla, nel tanto che cercavo di individuare la sua sagoma tra le ombre.

- Venga – mi comparve di colpo davanti, scalza e sonnolente come una piccola gitana.

- Vede, là? – indicò col dito sottile una giostra dentro cui albergava una fioca luce.

Fissai lo sguardo in quella direzione, come a dire “Sì, vedo”.

- In cambio dei soldi che le restano, farò in modo che il Sultano la riceva.

- Il Sultano?

- Già. Chiamiamo così un vecchio francese che ha studiato stregoneria a Tulear. Tutte le persone che vengono fin qui vogliono a ogni costo andare a parlare con lui.

Senza che nemmeno me ne rendessi conto, come un’ombra sottile, balzò sui miei piedi e mi infilò le mani nella tasca. Con la stessa rapidità di quando una mosca prende il volo, mi ritrovai derubato. La piccola ripiombò nell’ombra, in un battito di ciglia.

- Dove sei?! – provai a ribellarmi.

Ma non servì a niente: quella era già scomparsa nel limbo nero del luna park.

Mi incamminai alla volta della giostra illuminata. Sentii gracchiare la voce della bambina, che ora era tornata ad essere caratterizzata da quello strano accento dell’est:

- Ometto da quattro soldi! – sussurrava carica di odio.

- Tu perso tutti tuoi soldi! – pareva fagli eco la medesima voce.

- Pulcioso pezzente, torna a casa, babbeo! – scivolava tra le cavernose strutture in metallo.

Entrai nel cuore metallico di una giostra sventrata dal tempo. Dentro, l’ambiente era accogliente: una sala tappezzata di moquette rossa e tendaggi marroni. Al centro, una poltrona su cui sedeva un uomo sulla settantina, il volto arido e oblungo come una maschera africana. Gli occhi di quello che doveva essere il Sultano erano tondi e cisposi, il naso liscio e oblungo. Spesse rughe contorcevano la sua carne, che era arrostita dal sole e butterata, un orrendo pizzetto contornava la bocca, spugnosa e screpolata, dal collo penzolavano batacchi dorati.

- Non si presenti, – disse senza muovere le labbra – sappiamo tutto di lei.

Doveva possedere le capacità di un ventriloquo: con gli occhi fissi su di me, gesticolava al ritmo di quella voce, che non proveniva, però, dalle articolazioni della sua bocca, ma pareva uscire dalle profondità cave del suo stomaco.

- La maga mi ha informato circa la sua vita – la voce era effemminata e stridula, del tutto in contrasto con la figura, che era alta e possente e occupava tutta la superficie della grande poltrona – e noi faremo ciò che serve per venirle incontro…

- Venirle incontro! – un risolino uscì da dietro una tenda.

Comparve la sagoma minuscola di un giovane ragazzo smilzo e mingherlino, con la schiena ricurva e la testa zeppa di capelli castani. La figura del gobbo rimaneva coperta per metà dalla tenda e una mano faceva di tanto capolino, come se egli stesse cercando di coprire meglio la propria sagoma.

- Deve scusare il mio compare, – fece, sempre senza muovere le labbra, il Sultano, con una S sibilante che non avevo notato alle prime battute – ma questo conciliabolo favorisce la soluzione dei casi.

- E dillo che ci sei anche tu, parroco da quattro soldi! – trillò il gobbetto da dietro la tenda.

Sull’altro lato del Sultano, emergendo tra i cuscini di un letto a baldacchino, comparve la figura di un uomo sulla cinquantina, la barba nera e i piccoli occhi neri. Mi guardava come se fosse risorto da un sonno profondo.

- Professore! – esclamai appena lo riconobbi.

Quello, però, corrugò la fronte, come a dire “Lasci perdere ora, non è il luogo”. Egli taceva e si limitava di tanto a muovere le folte sopracciglia unite alla base del naso, in una smorfia assurda che era in completa distonia con l’idea che di lui mi ero fatto quelle sere al casinò.

- Non faccia caso a lui! – bofonchiò il gobbo da dietro la tenda – Il nostro professore di religione non è certo uno a cui dare retta… – fissando con aria maligna il Professore – si è mangiato anche la casa con il black jack!

- Lei è qui per un motivo preciso… – irruppe il Sultano.

- Sì. La mia Sorte – feci deciso.

- La Sorte – squittì il giovane.

- Ora taci, Salimbutteri! – pronunciò con la sua vocina effemminata il Sultano nella direzione del gobbo.

Quello fu raggelato dall’avvertimento e, in un “Oh si salvi chi può” nascose il volto sotto la tenda, senza più avere il coraggio di tirarlo fuori.

Guardandomi attorno in quella sala kitsch, odorosa di polvere e nascosta dagli occhi del mondo, notai che una sagoma minuscola si contorceva alle spalle del Sultano.

- Ma forse – pensai – non è il Sultano che parla!

Era come se la figura del Sultano, un omone la cui pelle era stata cotta al sole del Madagascar per decenni, fosse usata come paravento da un individuo che operava nell’ombra. Il Sultano era il reale padrone della scena, o non era altro che lo spaventapasseri nelle mani di una figura dalle fattezze minute che manovrava nell’ombra?

La cosa, in fondo, non mi avrebbe stupito: non solo la voce del Sultano pareva non accordarsi affatto alla sua struttura fisica. C’era dell’altro: in quella sala si respirava un’aria di controsenso. Era come se tutte le cose che apparivano in un modo potessero essere rovesciate da un momento all’altro. Come se si perpetuasse un costante carnevale, in cui il gioco dell’assurdo detta la regola.

Trascorsero diverse manciate di tempo, in cui il Sultano si limitò a fissarmi, dietro le orbite cave e ossute, mentre il Professore dimenava le sopracciglia e il gobbo Salimbutteri tremava dietro la tenda.

- Mi parli di quando ha iniziato a giocare – la voce del Sultano era stridula come il pigolare di una bambina, ma maligna negli accenti.

- Così, per divertirmi, una notte d’estate, ero con degli amici…

Il Sultano prese a fissarmi con cattiveria.

- E’ venuto per farmi perdere tempo? – proferì dalla bocca segata di crepe con il tono di un’orfanella – La prossima volta che dice una menzogna, le faccio passare un guaio…

- I dissesti finanziari della mia famiglia, dell’azienda… – mi corressi immediatamente – Tutti presero a chiedermi indietro denaro…

Il professore masticava l’aria in una smorfia contrita.

- Cos’era diventata la mia vita? – continuai – Su cosa potevo ancora contare, se non su un colpo di fortuna?

- La fortuna – squittì in un ghigno il francese, che di accento francese non recava traccia – la lasci agli stupidi. Noi la chiamiamo…

- Sorte – lo anticipai, seguendo l’indicazione del Professore.

- Sorte! – ululò Salimbutteri da dietro la tenda.

- Maledetto gobbo! – proruppe in un acuto isterico il Sultano, il collo bronzeo che palpitava sotto i batacchi.

- Vedo che è stato già istruito – fece in un inchino verso di me e poi nella direzione del Professore.

- Già, ma quando prese a scendere – proseguì mettendo le mani a forma di imbuto – quali erano le sue emozioni? Perché è di emozioni umane che si parla in questa – e la sua cadenza si sollevò tremando – seduta psichiatrica.

- Seduta psichiatrica, seduta psichiatrica! – prese a urlacchiare come un pappagallo il gobbo nascosto.

- Inizialmente – feci frastornato – mi ritrovai oppresso dalla situazione, trascinato come in un vortice…

- E quando perse tutto si sentì quasi sollevato – concluse il francese – Lo sappiamo.

- E’ così per tutti – bofonchiò con gli occhi sbarrati il Professore.

- Lo sai bene tu, eh… – frusciò malvagio Salimbutteri da sotto la tenda – che hai dovuto vendere anche tua figlia…

- Ora fissi il medaglione che porto al collo – il Sultano aveva alzato le braccia e dimenava il mento corroso dal tempo.

Presi a fissare quell’orribile batacchio.

- Giocatore che hai perso tutto, dimmi – sbraitava con la sua vocina – d’impulso, senza rifletterci, a quale persona hai voluto fare un torto, nel perdere tutto ciò che avevi?

- Mio padre – mi scivolò fuori dalla bocca senza che nemmeno me ne rendessi conto.

Il Sultano lasciò vibrare un ronzio dalla bocca, come fosse un oracolo che abbia appena emesso il verdetto.

- Maledetto padre! Maledetto padre! – fischiettava il gobbo nascondendo il viso.

- Ora sa il perché della sua rovina – disse il francese in un soffio che raggiunse il mio orecchio.

- Siamo burattini guidati dagli insegnamenti dei padri – diceva senza espressione il Professore – Abbiamo queste vite imposte da loro, inscatolate – pareva recitasse a memoria una preghiera insegnatagli da altri – seguiamo il tracciato, senza dubbi, senza ripensamenti… Poi un giorno ci svegliamo e capiamo di aver sprecato tutto e quel che ci resta è la fuga, oppure… La nostra rovina.

- Già – cinguettò il maestoso francese. Ora sai la ragione profonda della tua caduta.

Lo fissavo senza espressione. Qualcosa dentro di me si stava sgretolando.

- Adesso – disse issandosi sulla sedia il Sultano – avrai la possibilità di giocare senza il vizio dei desideri altrui, ma – con l’indice puntato sul soffitto – per te solo.

Nel mentre, il Professore aveva chiuso gli occhi e prese a russare.

- Tu non sei più un giocatore sconfitto. – riprese il Sultano – Sei un nuovo giocatore. Va’ col gobbo Salimbutteri: ti insegnerà qualche trucco del mestiere.

Il giovane riemerse dalla tenda e mi prese per mano.

- Per una sola notte – sussurrò come nenia di bambina il Sultano prima che mi congedassi – giocherai con il favore della Sorte.

(2.continua)

Daniele Vacchino