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	<title>La zona morta &#187; Racconti</title>
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		<title>XIV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: V CLASSIFICATO</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Oct 2025 22:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[IL VOLO DEL SERPENTE di Renata Rusca Zargar Il lungo corteo storico si era appena avviato dalla piazza del Brandale e aveva imboccato via Pia. La gente si faceva da parte per lasciar passare i figuranti e osservare dame e cavalieri che riportavano in vita un periodo in cui Savona era stata chiamata pomposamente libero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48959" rel="attachment wp-att-48959"><img class="alignleft  wp-image-48959" title="centuria" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/centuria7-600x177.png" alt="" width="480" height="142" /></a></strong></h3>
<h3>IL VOLO DEL SERPENTE</h3>
<h3>di Renata Rusca Zargar</h3>
<p>Il lungo corteo storico si era appena avviato dalla piazza del Brandale e aveva imboccato via Pia.</p>
<p>La gente si faceva da parte per lasciar passare i figuranti e osservare dame e cavalieri che riportavano in vita un periodo in cui Savona era stata chiamata pomposamente libero Comune.</p>
<p>-Preziosa, tieni bene la mano sopra la mia. Dobbiamo mostrarci orgogliosi dei nostri palazzi, dell’arte e della cultura dei nostri antenati.</p>
<p>-Sì, sì, di cosa hai paura? Che i tuoi concittadini ti rimproverino di non aver impersonato abbastanza realisticamente il nobile di cui porti la veste?</p>
<p>-Non ho paura di nulla ma sono fiero di essere savonese e di rievocare la storia della mia città.</p>
<p>-Già. Ti occupi di un passato che non puoi cambiare ma non ti interessa affatto la nostra vita di oggi.</p>
<p>- Certo che mi interessa. Ma ora siamo qui, tutti ci guardano e non dobbiamo fare brutta figura.</p>
<p>-Ti preme solo dell’opinione degli altri. E della mia? Ti sei mai chiesto se io ho ancora voglia di partecipare a questa carnevalata?</p>
<p>-Sorridi, Preziosa. Sembra che stiamo litigando! Vuoi farti vedere da tutti?</p>
<p>-E se anche fosse? A chi importa di sapere se sono infelice o no?</p>
<p>-Va bene. Se non vuoi più intervenire a queste manifestazioni, non verremo più. Sarà un vero peccato perché la veste medioevale rossa con il corpino attillato ti sta davvero bene. Sei una signora altera e sprezzante, abituata ad avere tutti i cavalieri ai tuoi piedi che si farebbero uccidere per un tuo sguardo. Poverini, non sanno che il tuo cuore è solo mio.</p>
<p>-Come fai a esserne sicuro?</p>
<p>-Ti conosco meglio di quanto tu conosca te stessa. Noi siamo uniti per sempre, non devi dimenticarlo, al di là di ogni circostanza. Al di là del tempo e dello spazio. Nessuno riuscirà mai a dividerci. -</p>
<p>Dopo via Pia, si procedeva in via Paleocapa, la strada più ampia della città.</p>
<p>Umberto avanzava superbamente con quel sorriso appena accennato che immaginava essere quello che i nobili dispensavano al popolino nelle occasioni pubbliche.</p>
<p>Preziosa, invece, era annoiata dalle sfilate e persino dalla vita coniugale. Tutto le sembrava solo consuetudine e quotidianità, niente altro.</p>
<p>Dopo aver percorso via Paleocapa, corso Italia, piazza Sisto IV, infine, i figuranti erano tornati nel complesso del Brandale dove, nella Sala degli Stemmi, avrebbero lasciato i loro costumi e si sarebbero rivestiti dei loro abiti contemporanei.</p>
<p>Preziosa aveva aperto la porta della stanza al secondo piano della Torre e si era trovata proprio davanti alla grande finestra la testa di un gigantesco Serpente verde brillante la cui coda appoggiava addirittura a terra sulla via.</p>
<p>Il respiro le si era strozzato in gola e non aveva fatto in tempo neppure a girarsi verso Umberto che si era sentita attrarre da quel mostro e addirittura si era trovata seduta su una squama. Da un’altra squama mastodontica pendevano delle redini simili a quelle dei cavalli. Si era aggrappata disperatamente e subito, oscillando, quella creatura orribile aveva preso ad alzarsi da terra sopra le case della via.</p>
<p>La Torre del Brandale si stava allontanando e con essa Umberto. Forse lui si era accorto che lei non c’era più, forse avrebbe chiesto aiuto. Ma a chi?</p>
<p>Il Serpente si stava librando sempre più in alto e lei poteva scorgere, girando appena la testa e lo sguardo verso il basso, i tetti delle case, il porto, la Torretta…</p>
<p>Se fosse caduta, si sarebbe schiantata al suolo ma continuando a rimanere là sopra che destino avrebbe avuto? Sarebbe stata condotta in qualche altro luogo per essere divorata.</p>
<p>Certo, era così.</p>
<p>Intanto, il paesaggio cittadino era scomparso e sotto di sé intravedeva solo nuvole.</p>
<p>Le lacrime scorrevano a fiumi lungo le sue guance mentre si domandava in silenzio cosa mai avesse fatto di male per dover soffrire così tanto!</p>
<p>Se alzava gli occhi, coglieva solo azzurro e l’imponente testa triangolare del Serpentone con la lingua biforcuta che entrava e usciva da quella bocca enorme. Se si voltava poco poco verso il basso, ormai poteva distinguere unicamente azzurro e qualche nube oltre al ciclopico corpaccione di quell’animale a scaglie che non sapeva neppure come definire. Un dinosauro, forse?</p>
<p>Così frastornata e terrorizzata trovava nei suoi pensieri solo disperazione.</p>
<p>Ma no! Non c’era da temere perché in realtà stava dormendo e sicuramente tra poco si sarebbe svegliata dall’incubo e avrebbe trovato nel letto Umberto, il suo Umberto.</p>
<p>Invece, disgraziatamente, il viaggio stava continuando.</p>
<p>Allora, forse, avrebbe potuto parlare al gigante verde, chiedergli dove la stesse portando e perché.</p>
<p>-Senta, signor Serpente, mi ascolta?</p>
<p>-Ti ascolto. &#8211; La bestia le aveva risposto! Dunque, non era un animale normale.</p>
<p>-Perché mi ha rapita e dove stiamo andando?</p>
<p>-Presto lo saprai.</p>
<p>-Perché ha preso proprio me?</p>
<p>-Ci sono ragioni che vengono da altri tempi e che l’essere umano non ricorda più.</p>
<p>-Solo io ho queste ragioni?</p>
<p>-Può darsi. Dovrai risolvere i tuoi conflitti.</p>
<p>-Va bene. Ma lei, signor Serpente ha portato via solo me da Savona. Nessun altro in città ha dei problemi da risolvere?</p>
<p>-Certamente, tutti hanno qualcosa da chiarire dentro di sé ma è venuta una chiamata per te da un altro mondo. Qualcuno ti vuole. Io sono solo un mezzo di locomozione, non so altro. -</p>
<p>Un mezzo di locomozione! Un mostro che volava nello spazio chissà dove! Forse, era stata punita perché si lamentava sempre della routine?</p>
<p>-Signor Serpente, se lei mi riporta a casa, dimenticherò tutte le mie angosce e sarò sempre felice. Glielo prometto.</p>
<p>-Non è così semplice. Ma non temere, tra poco saremo arrivati.</p>
<p>-Dove? A Savona? Mi riporta a casa?</p>
<p>-Vedrai tu stessa dove arriveremo. Io ti lascerò e tu farai il tuo percorso. -</p>
<p>Preziosa piangeva ancora di più. Che mai aveva fatto di tanto terribile per meritare quel trattamento?</p>
<p>E Umberto, cosa avrebbe pensato Umberto?  Non avrebbe mai potuto immaginare che lei era stata ghermita dalla finestra da un Serpente lungo quanto era alta la Torre del Brandale! Avrebbe creduto che lei fosse fuggita per non vederlo più!</p>
<p>Mai come ora aveva sentito la sua mancanza, la sicurezza dei suoi abbracci, la dolcezza dei suoi occhi, la forza con cui la riparava da ogni dolore.</p>
<p>Si pentiva di essersi lamentata infinite volte di qualsiasi sciocchezza ma non le sembrava che fosse un delitto così grave, era un po’ il suo carattere e basta.</p>
<p>-Signor Serpente, mi riporti a casa, giuro che sarò sempre serena e felice. Mi riporti, la prego, chissà cosa starà pensando mio marito Umberto! Io non voglio lasciarlo, voglio tornare da lui.</p>
<p>-Ormai è tardi. Siamo quasi arrivati. Siamo a più di 6000 chilometri da casa tua.</p>
<p>-Cosa vuol dire?</p>
<p>-Vuol dire che il paese dove stiamo per atterrare è lontano circa 6000 chilometri da Savona.</p>
<p>-Paese? Atterrare?  Quanto tempo è passato da quando siamo partiti?</p>
<p>-Il tempo è una categoria degli umani. Per noi è stato sospeso. -</p>
<p>Preziosa era abbattuta. Cosa le stava succedendo?</p>
<p>Sotto di sé cominciava a percepire qualche striatura bianca di nuvole ma il cielo era in gran parte limpido e azzurro.</p>
<p>Ancora più sotto, le sembrava invece di adocchiare uno scenario tutto giallo… Ora distingueva meglio: sembrava un deserto. Dove si trovava?</p>
<p>Il grande Serpente era planato sulla sabbia e si era abbassato in modo che lei potesse scendere agilmente. In un attimo, poi, aveva ripreso il volo ed era sparito.</p>
<p>La sabbia si stendeva fino all’orizzonte, non c’era niente altro e faceva molto caldo. Preziosa aveva ancora addosso il costume medioevale con le maniche larghe e lunghe che le teneva molto caldo e in testa non aveva nulla per coprirsi se non una ghirlanda di fiori.</p>
<p>Ormai, comunque, aveva smesso di piangere perché aveva capito che fosse del tutto inutile. Le era chiaro, invece, che avrebbe affrontato la prova.</p>
<p>Appena aveva espresso mentalmente quell’intenzione, un cammello o dromedario, non si ricordava più chi avesse due gobbe, le era apparso vicino e si era chinato per permetterle di salire in groppa dove si trovava una larga sella, un cappello e un paio di occhiali scuri.</p>
<p>Appena lei si era sistemata, la bestia si era rialzata e si era avviata con la sua andatura oscillante.</p>
<p>Il cammello, ora ricordava chi avesse due gobbe, avanzava nella sabbia che sembrava estendersi fino all’orizzonte. Il caldo era torrido e Preziosa aveva molta sete. Per la stanchezza, aiutata dal dondolio dell’animale, era caduta assopita e si era appoggiata sul morbido tappeto che ricopriva la sella.<br />
Quando aveva riaperto gli occhi, davanti a lei era apparso un giardino florido di erbe e fiori, dove scorreva un ruscelletto di acqua cristallina. “Sarà un sogno, purtroppo, o un miraggio” aveva ipotizzato. L’animale si era abbassato come prima e lei era scesa a terra. Le erbe profumavano intensamente e, poco più avanti, una cascatella formava un piccolo laghetto trasparente. Sulle rive del laghetto c’era un paravento di foglie a cui era appesa una tunica chiara.<br />
-C’è qualcuno? &#8211; aveva domandato ma non aveva ricevuto risposta.<br />
L’abito medioevale di tessuto pesante non era certo adatto per un’oasi, così si era infilata dietro il paravento e aveva velocemente indossato la tunica. Con quella era entrata nel laghetto per lavarsi e rinfrescarsi e aveva poi bevuto l’acqua cristallina della cascatella.<br />
Si era sentita rinfrancata anche se in un angolo del suo cervello bruciavano tante domande: dove mi trovo, cosa farò, come farò a tornare tra gli esseri umani, come potrò tornare a casa, che starà pensando Umberto?</p>
<p>A quell’ultimo interrogativo era scesa anche una lacrimuccia ma Preziosa era ben consapevole ormai che piangere non risolvesse nulla.<br />
Dietro il paravento c’era ora anche un magnifico completo azzurro con ricami in oro. Guardandosi un po’ intorno e non vedendo nessuno, aveva infilato il corpetto, la gonna larga e lunga fino ai piedi e si era ricoperta il capo con il velo trasparente dal bordo preziosamente ricamato.</p>
<p>A quel punto, aveva scorto un calesse tirato da un cavallo bianco con i finimenti che sembravano d’oro. Si era sistemata sui cuscini e l’animale era partito al trotto.</p>
<p>Non era stato un viaggio lungo perché, oltre il deserto, era apparsa ben presto una città animata di persone e animali da trasporto e, infine, un imponente palazzo di colore aranciato dalle centinaia di piccole finestre.</p>
<p>Il calesse si era fermato là davanti e diverse fanciulle si erano precipitate ad accoglierla per accompagnarla all’interno della costruzione.</p>
<p>Un appartamento era già pronto per lei. In una delle camere stupendamente lussuose si trovava anche un vastissimo armadio zeppo di vestiti e accessori. Doveva solo scegliere.</p>
<p>“Forse, dovrò incontrare un personaggio importante &#8211; rifletteva Preziosa osservando tutta quella ricchezza. – Allora potrò spiegare che sono qui per errore, che non sono una principessa ma una semplice casalinga sposata con un geometra appassionato di storia del nostro paese. Non so come abbia fatto ad arrivare fin qui e non so neppure dove mi trovi, ma forse qualcuno me lo dirà.”</p>
<p>Abbigliata con un sari di seta rossa con ricami in oro che metteva in evidenza la sua bellezza, era stata accompagnata in una stanza che lei avrebbe definito sala del trono.</p>
<p>Là sedeva un uomo giovane dai grandi occhi neri. Indossava un completo chiaro e un cappello che non erano di foggia occidentale.</p>
<p>-Vieni avanti. Ti aspettavo &#8211; l’aveva accolta.</p>
<p>-No, sire, voi sbagliate, non aspettavate me. Io sono una donna qualsiasi, non sono una principessa.</p>
<p>-So tutto di te, Preziosa. So cosa ti piace mangiare, so in quali vie della tua città usi passeggiare, so quali libri leggi, che programmi guardi alla televisione, come si chiamano le tue amiche e molto altro.</p>
<p>-Come fate a saperlo? Forse, vi confondete con un’altra.</p>
<p>-Tuo marito si chiama Umberto, la tua amica del cuore è Anna, frequenti una palestra di fitness in via Paleocapa e il tuo colore preferito è il blu. Posso continuare, se vuoi.-</p>
<p>In quel momento, Preziosa si era resa conto che lui stesse parlando la sua lingua.</p>
<p>-Ma voi parlate italiano?!</p>
<p>-Sì, ho imparato l’italiano per te.</p>
<p>-Perché mi avete fatto rapire e portare qui? Dove siamo esattamente?</p>
<p>-Perché ti voglio qui con me. Sarai la mia Maharani. E questo è ciò che voi chiamate Oriente.</p>
<p>-Come fate a sapere tutte queste cose su di me?</p>
<p>-Tu hai un gatto che hai chiamato Oz.</p>
<p>-Sì.</p>
<p>-Lui è stato in contatto con la nostra Tigeress.</p>
<p>-Chi è?</p>
<p>-Vieni qui vicino alla porta che dà sul giardino. Ecco là Tigeress.</p>
<p>-Ma è una tigre!</p>
<p>-Sì, è la nostra tigre di casa.</p>
<p>-Non avete paura?</p>
<p>-No, al contrario ci protegge e ci difende.</p>
<p>-E il mio gatto cosa c’entra?</p>
<p>-I gatti possono mettersi in contatto con altre forze della natura. Così ha parlato di te, io ti ho vista attraverso i suoi occhi e ho deciso di averti.</p>
<p>-Non avete pensato che io avrei potuto non essere d’accordo? Io voglio tornare a casa.</p>
<p>-Ti lascerò del tempo per cambiare idea. Vivrai qui e avrai tutto quello che vuoi. Abiti, gioielli, servi, ogni tuo desiderio sarà esaudito. Alla fine di questo periodo, deciderai liberamente se tornare alla tua vecchia vita o rimanere qui ed essere la mia sposa. -</p>
<p>A quelle parole, il Maharaja si era alzato in piedi: la sua giacca bianca damascata, il copricapo rosso adornato di gioielli lo rendevano straordinariamente affascinante. Era bello, con la pelle abbronzata, gli occhi profondi, la bocca carnosa.</p>
<p>Preziosa era stata quindi riaccompagnata nel suo appartamento.</p>
<p>Nei giorni seguenti, per passare il tempo, usciva a passeggiare nel grande giardino che si trovava sul retro del palazzo. I sentieri si alternavano ai cespugli di erbe verdi e di fiori colorati grandi e piccoli, bianchi, rosa, rossi, arancio. Ne aspirava il profumo, poi si sedeva su una panchina di ferro battuto ricoperta di morbidi cuscini. Mentre gli uccelli di ogni colore cantavano sui rami degli alberi, ogni tanto la tigre affettuosa sbucava fuori da un groviglio di arbusti e molte piccole scimmiette le saltellavano intorno.</p>
<p>All’ora dei pasti, la sua cameriera personale la pettinava e la vestiva elegantemente e poi veniva accompagnata in un salone dalle pareti dipinte raffiguranti scene di caccia tradizionale. In quelle occasioni, il Maharaja si sedeva vicino a lei e, qualche volta, le prendeva la mano fissandola negli occhi.</p>
<p>A notte, infine, nella stanza da letto, prima di coricarsi, Preziosa curiosava da una delle finestrelle che aveva visto sulla facciata del palazzo quando era arrivata, la vita che ferveva ancora in città: i risciò, le auto, i carretti, persino i cammelli che transitavano con il loro carico di persone e di merci.</p>
<p>-Vorrei uscire &#8211; aveva chiesto una sera.</p>
<p>-Certo. Ti accompagno in un luogo che appartiene alla mia famiglia e che ti piacerà. -</p>
<p>Il Maharaja era salito insieme a lei su un calesse dal tettuccio di argento cesellato a mano.</p>
<p>Muovendosi velocemente sulle strade, mentre tutti si prostravano al loro passaggio, poco dopo erano giunti in vista di un laghetto dalle acque immobili. La luce della luna emetteva riflessi aranciati su quella superficie mentre la meraviglia di un grande palazzo di marmo emergeva dalle acque.</p>
<p>-Questo è Jal Mahal, il Palazzo dell’Acqua, che appartiene da sempre alla mia famiglia. Noi vediamo solo il piano superiore perché gli altri quattro sono sommersi. Vieni, una barca ci porterà a visitarlo. -</p>
<p>La shikara, rivestita con morbidi cuscini ricamati e ricoperta da fiori colorati addobbati in modo da formare un tettuccio, scivolava dolcemente verso la terrazza della costruzione. Là si poteva passeggiare tra i viali ordinati di piante fiorite alla luce delle fiaccole e delle stelle.</p>
<p>Ravi Singh camminava in silenzio vicino a lei e con un tocco leggero a tratti le stringeva la mano.</p>
<p>Preziosa non aveva mai visto un luogo tanto ammaliante e, dopo quella sera, vi era tornata da sola più volte per riflettere.</p>
<p>Ravi le stava lasciando del tempo per assaporare la nuova vita, era gentile e poco assillante. Un giorno, probabilmente vicino, le avrebbe chiesto cosa avesse deciso e se desiderasse quell’universo seducente da principessa, sposa di un giovane ricco e bellissimo in un paese incantato dove tutto sembrava possibile.</p>
<p>Lei non aveva dimenticato Umberto e la realtà forse comune che condividevano insieme. “Noi siamo uniti per sempre, al di là di ogni circostanza. Al di là del tempo e dello spazio. Nessuno riuscirà mai a dividerci” le aveva ripetuto lui proprio quel giorno in cui poi lei era stata sequestrata.</p>
<p>Anche Preziosa aveva compreso ormai quanto fosse profonda la loro unione ma non era sicura, come Umberto, che nessuno avrebbe potuto mai dividerli. Infatti, come sarebbe riuscita a fuggire da quella prigione?</p>
<p>-Forse, è giunta l’ora di tornare a casa mia. &#8211; aveva azzardato un giorno a pranzo.</p>
<p>-Non credo che tu desideri veramente riprendere un’esistenza miserabile come quella che vivevi. Quando sarai la mia sposa, governeremo insieme questo paese, viaggeremo nei luoghi più belli del mondo, ogni tuo desiderio sarà un ordine per me e per il mio popolo.</p>
<p>-Se, invece, io desiderassi andare via?</p>
<p>-Non te lo permetterei mai. Tu sei destinata a me. Non ho fretta e ti lascerò il tempo necessario ma dovrai amarmi ed essere felice insieme a me. -</p>
<p>Preziosa si era ritirata nel suo appartamento perché aveva capito dal tono che non fosse prudente insistere. Era stata strappata al suo ambiente e ora era schiava perciò doveva trovare un modo per evadere da quella detenzione seppur dorata. Sicuramente il bel principe non l’avrebbe mai lasciata libera.</p>
<p>Popolavano il giardino del suo appartamento molte scimmiette grigie che il principe chiamava entelli.</p>
<p>Spesso ne carezzava qualcuna perché erano molto simpatiche ed espansive.</p>
<p>Una mattina, mentre, seduta su una panchina, cercava di immaginare una via di fuga senza trovare alcuna soluzione, una di loro si era accomodata accanto a lei sui cuscini ricamati in oro zecchino.</p>
<p>-Ciao. Sono Enty, ho sentito che vorresti rientrare a casa da tuo marito.</p>
<p>-Sì, ma non so proprio come fare. Un Serpente gigantesco mi ha ghermita e mi ha condotta qui. Forse, potrebbe riaccompagnarmi a casa.</p>
<p>-Il Serpente non ti riporterà mai indietro perché è dominato dal Maharaja.</p>
<p>-Lo so. Ma speravo, chissà, che qualcuno mi aiutasse.</p>
<p>-Noi scimmiette siamo devote al dio Hanuman, un uomo scimmia che persegue la giustizia e aiuta a liberare chi è prigioniero.</p>
<p>-Il dio Hanuman potrebbe liberarmi?</p>
<p>-Domani ti porterò una statuetta del Dio e tu le rivolgerai le tue preghiere. -</p>
<p>Preziosa non era riuscita a dormire dall’ansia. Esisteva davvero qualcuno o qualche forza benefica che potesse soccorrerla?</p>
<p>La mattina dopo, nel giardino, Enty le aveva consegnato una statuetta di terracotta: aveva la testa di scimmia e il corpo di uomo.</p>
<p>-Prega il dio Hanuman. Egli vedrà la sincerità del tuo cuore. -</p>
<p>Preziosa aveva subito sistemato il dio su un mobile e gli aveva offerto acqua pura e manciate di petali di fiori freschi.</p>
<p>Poi, aveva iniziato a supplicarlo.</p>
<p>-Ti prego, Hanuman, tu che sei saggio e onesto, oltre che giusto, fammi tornare a casa. So che qui è tutto meraviglioso, avrei ogni piacere e ricchezza ma perderei la mia essenza certa e soprattutto l’amore. Perdonami se sono stata sciocca sottovalutando il dono più vero che mi fosse capitato. Fammi tornare da Umberto per sempre. -</p>
<p>Le lacrime scendevano dagli occhi del cuore mentre baciava i piedi della statua.</p>
<p>Proprio quel pomeriggio, Ravi le aveva annunciato che il tempo ormai fosse giunto.</p>
<p>-Credo che tu abbia avuto un periodo abbastanza lungo di conoscenza dei luoghi e anche della mia persona. Domani verranno i sarti per preparare per te il vestito da sposa e molti altri abiti. Tra tre giorni sarai finalmente la mia Maharani e inizieremo un lungo viaggio per presentarti al popolo dei miei territori. -</p>
<p>Preziosa si era rifugiata nelle sue stanze ancora più disperata. Purtroppo, il momento che temeva era giunto, il Maharaja Ravi Singh avrebbe preteso che lei diventasse Maharani a tutti gli effetti.</p>
<p>Supplicando Hanuman, aveva baciato e ribaciato i piedi della statuetta fino a quando non si era assopita.</p>
<p>Spuntava il sole. Enty l’aveva svegliata.</p>
<p>-Dunque, andiamo. Sali sul calesse insieme a me.</p>
<p>-Dove andiamo?</p>
<p>-A casa. Ti riporterò a Savona.</p>
<p>-Grazie! Grazie! &#8211; Preziosa cercava di abbracciare la sua nuova amica.</p>
<p>-Non perdere tempo! Se vuoi portare qualcosa con te, puoi farlo.</p>
<p>-No, non voglio portare nulla. Solo la statuetta di Hanuman che tu mi hai dato.</p>
<p>Tenendo stretta l’immagine del Dio, Preziosa si era sistemata sul sedile del calesse. La scimmietta, invece, si era seduta in groppa al cavallo e ne aveva afferrate le redini.</p>
<p>Il calesse tirato da un cavallo bianco e guidato da Enty si era rapidamente alzato verso l’alto mentre dal basso era deflagrato un urlo spaventoso. Tutto si era fatto buio, la pioggia battente aveva investito i fuggitivi, lampi e tuoni scuotevano il carrozzino e innervosivano il cavallo.</p>
<p>Forse sarebbero precipitati.</p>
<p>-Hanuman, salvaci tu! &#8211; implorava Preziosa mentre Enty cercava di tenere a freno il cavallo imbizzarrito che minacciava di scaraventarli nell’abisso nero che si era spalancato sotto di loro.</p>
<p>Il grande Serpente che l’aveva condotta in quel paese le aveva seguite e tentava di divorare Enty nella sua bocca spropositata mentre un vento furioso cercava di strappare Preziosa dal calesse.</p>
<p>Sembrava la fine del mondo ed era, certamente, la fine della fuga verso la libertà.</p>
<p>Invece, dalla statuetta che Preziosa teneva tra le mani era partita, improvvisamente, una saetta: il grande Serpente era caduto a testa in giù disintegrandosi e persino il vento aveva interrotto la sua furia.</p>
<p>Velocemente allora la piccola carrozza si era allontanata da quel luogo, il cielo si era rasserenato ed era apparsa solo qualche nuvoletta leggera.</p>
<p>Ecco, infine, laggiù, spuntare la Torretta e finalmente la Torre del Brandale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>-Allora, Preziosa, sei pronta? Hai messo il tuo costume nell’armadio?</p>
<p>-Sì, sì. Possiamo tornare a casa, grazie al cielo!</p>
<p>-Ma come ti sei vestita? Non sapevo che avessi un sari. Te lo sei fatto fare dalla sarta? E così bello, poi! Color ciclamino e tutto bordato in oro. Ti sta davvero bene.</p>
<p>-Sì, Umberto. Sono molto stanca. Non vedo l’ora di riposarmi un po’.</p>
<p>-Hai una scimmia al guinzaglio? Dove l’hai presa?</p>
<p>-Me l’ha regalata una mia amica.</p>
<p>-Non me n’ero accorto. Sembra simpatica. Penso che ti farà compagnia.</p>
<p>-Sì. Ora, però, desidero solo abbracciarti e baciarti. Mi sei mancato tanto.</p>
<p>-Tanto? Il tempo di cambiare il costume? Comunque sono contento che desideri starmi vicino. Anch’io non chiedo altro che rimanere con te per l’eternità. -</p>
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		<title>XIV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: IV CLASSIFICATO</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Oct 2025 22:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[CANTANO LE SABBIE di Stefano Palumbo Un timido refolo freddo accarezza le antenne di Asha. Senza mollare le redini di Sabbia, alza lo sguardo dalle dune giallastre, verso il cielo sgombro. Vento delle montagne, vento di bufera. Il deserto mormora il proprio malumore. Anche Yokotan, in testa alla carovana, se n’è accorto. Ruota sulla groppa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48959" rel="attachment wp-att-48959"><img class="alignleft  wp-image-48959" title="centuria" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/centuria7-600x177.png" alt="" width="480" height="142" /></a></strong></h3>
<h3>CANTANO LE SABBIE</h3>
<h3>di Stefano Palumbo</h3>
<p>Un timido refolo freddo accarezza le antenne di Asha.</p>
<p>Senza mollare le redini di Sabbia, alza lo sguardo dalle dune giallastre, verso il cielo sgombro. Vento delle montagne, vento di bufera. Il deserto mormora il proprio malumore.</p>
<p>Anche Yokotan, in testa alla carovana, se n’è accorto. Ruota sulla groppa del suo Scorpide, il guscio di chitina verde che brilla sotto il sole alto, la guarda, una domanda silenziosa negli occhi scuri, e Asha annuisce.</p>
<p>Yokotan non se lo fa ripetere. Batte una zampa sulla corazza dello Scorpide, e subito le tenaglie della bestia schioccano il segnale di “fermi”. Tutti i venti Scorpidi della carovana si fermano scricchiolando nel mezzo del deserto.</p>
<p>La corazza di Sabbia sobbalza sotto la spessa coperta che Asha adopera come sella. Sono troppe, ormai, le lune che le pesano sulla chitina, e gli acciacchi tornano a ogni migrazione più forti.</p>
<p>Le tenaglie di Sabbia schioccano confuse. Asha lo accarezza sulla gigantesca testa piatta, guadagnandosi un ronzio soddisfatto.</p>
<p>- Promette tempesta.</p>
<p>Il pungiglione coperto di stracci si agita affaticato. La corazza non è più elastica come un tempo, ma la forza del corpo ingobbito come una duna è sempre la stessa.</p>
<p>- Che succede? &#8211; sbraita una voce. &#8211; Perché ci fermiamo?</p>
<p>Il giovane Baruk sta smontando dal suo Scorpide, avanza a passo bellicoso verso Asha. Di sicuro tra poco spunteranno anche Kaja e Taro… e infatti eccoli lì, che gli caracollano dietro trafelati. Si fermano davanti a Sabbia, lontano dalle grosse tenaglie. Asha li scruta dall’alto. Non sembrano nemmeno Coleot come lei. Certo, hanno lo stesso guscio, le stesse antenne, ma c’è qualcosa di più profondo a distinguerli, qualcosa nel modo di muoversi e parlare. Frettoloso, agitato, senza pace.</p>
<p>- Tra poco verrà freddo &#8211; Pacata, Asha smonta da Sabbia. &#8211; Ci accampiamo. Coprite gli Scorpidi.</p>
<p>- Stupidaggini. Il cielo è sgombro.</p>
<p>Asha tace. Entro sera, sarà il deserto a parlare per lei.</p>
<p>- Perfetto! &#8211; ringhia Baruk. La catenella di legno con l’effige di Artria che porta alla vita sbatacchia. &#8211; Altro tempo perso.</p>
<p>- Se continuiamo a fermarci a ogni granello di sabbia, arriveremo alle Piane Erbose che sarà già di nuovo inverno &#8211; mugugna Taro.</p>
<p>Asha li guarda allontanarsi calciando la sabbia. Sciocchi.</p>
<p>- Su, piccolo &#8211; Accarezza Sabbia. &#8211; Vediamo di metterti al riparo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I gesti sono sempre gli stessi, ripetuti mille volte. Le zampe si muovono da sole mentre intrecciano i soliti nodi, e quando il primo brontolio turba il silenzio del deserto, la tenda è già pronta.</p>
<p>Venti, trenta… quante migrazioni ha vissuto? Di sicuro, più di quelle che la separano dal giorno in cui renderà la chitina al deserto. Non c’è da aver paura. È giusto, naturale, come il lento migrare dei Namib. Kolo lo capiva.</p>
<p>Baruk, invece, no. Fosse per lui, mollerebbe all’istante carovana e Scorpidi per una baracca qualsiasi ad Artropia. Perché raccogliere, mercanteggiare, strappare provviste ai Campi Erbosi in estate, e poi svernare nel deserto, mangiando radici e patendo la stessa fame ogni anno, quando basterebbe andare in letargo come fanno gli altri Artros?</p>
<p>Artropia. Non l’ha mai vista, ma ha sentito le voci. Palazzi come colline, mura di roccia, niente vento né sabbia, né musica di tenaglie di Scorpide quando scende la sera e loro discutono di chissà cosa alla luce morente.</p>
<p>Baruk e gli altri non hanno ancora nemmeno srotolato le tende. Infagottati nei mantelli, si affannano intorno alla loro stupida statuetta. È solo una rozza crisalide sbozzata nell’argilla secca, ma loro la ricoprono di fiori secchi e preghiere. <em>Non ti nutrire di altro mortale</em>, comanda Artria, colei che ha sostituito gli spiriti del deserto, e loro eseguono, a costo di morire di inedia. Asha scuote la testa, mentre sistema l’ultima stuoia. Che senso ha scolpire un dio? Non si può, e se si può, evidentemente è uno che vale assai poco.</p>
<p>…ed ecco la pioggia.</p>
<p>Il vento freddo che prima era solo suggerimento ora si è fatto sostanza. Sabbia rabbrividisce, sempre più torpido. Asha si affretta a coprirlo coi teli per proteggerlo dal freddo della notte. Cibo ce n’è poco, come dopo ogni inverno, ma non importa. Ora non le resta che infilarsi nella tenda, accendere un lume, preparare il tè di radice, e godersi il canto della sabbia e della pioggia.</p>
<p>A Kolo sarebbe piaciuta, una sera così.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il mattino dopo, Sabbia si muove a stento.</p>
<p>Mezza giornata di sole basterebbe a rinvigorirlo, ma il cielo è coperto da nuvolacce grigie che neanche gli insulti di Baruk riescono a smuovere. La carovana resterà dov’è, per oggi. Furtiva, Asha sfila due strisce di carne d’afide dalla bisaccia, ne dà una a Sabbia, e si caccia l’altra in bocca, godendosi un solitario raggio di sole che filtra tra le nubi.</p>
<p>È a quel punto che nota che la coperta è sparita.</p>
<p>Rovista nella tenda, fruga ogni anfratto sulla schiena corazzata di Sabbia. Niente. Impossibile che sia stato il vento. L’aveva legata stretta.</p>
<p>Si volta. Dalla groppa del suo Scorpide, Baruk la fissa con un brillio divertito negli occhi.</p>
<p>- Perso qualcosa, Asha?</p>
<p>I due compari fanno a gara a chi sghignazza più forte.</p>
<p>- Potresti chiedere ai tuoi spiriti di aiutarti.</p>
<p>Asha tace. Se si irritasse, farebbe solo il loro gioco. Sono cuccioli, ancora freschi di uovo. Sanno poco, e hanno vissuto ancor meno. Fruga con gli occhi le dune ammorbidite dalla pioggia, ma la sabbia gelosa non rivela nulla. Forse, dietro quella duna. Con un sospiro, si mette in cammino.</p>
<p>Le voci dell’accampamento si affievoliscono subito. La sabbia ingoia ogni suono, stempera, sfuma. Cammina, in cerca del rosso della coperta. Se c’è, la troverà.</p>
<p>E poi, dalla setosa morbidezza del deserto emerge la dura pietra, e davanti a lei si spalanca la bocca nera di una grotta. Dall’accampamento era impossibile vederla, nascosta com’è dalle dune, ma l’arco di pietra è alto, e l’entrata ampia quanto venti Scorpidi affiancati.</p>
<p>Trema. Dentro è buio pesto, ma non è l’oscurità amica e piena di stelle della notte. No, questo è un nero denso e astioso. E poi l’odore. Folate marce esalano dal buio, e nemmeno l’aroma della sabbia riesce a coprirle.</p>
<p>Un brillio rosso all’interno. La coperta. Maledetto Baruk.</p>
<p>Cauta, Asha varca la soglia, attenta a non svegliare il silenzio.</p>
<p>L’odore si fa più forte. Negli angoli bui della caverna ci sono sagome informi e senza nome. Un tempo, il deserto era abitato da Scorpidi selvatici, ma ora sono migrati a oriente, dove c’è cibo. Chissà, magari qualche vecchio relitto ostinato come lei resiste ancora, incapace di accettare il cambiamento.</p>
<p>Lentamente, le forme nel buio prendono coraggio, si vestono di contorni, rivelando enormi cumuli di massi rossicci e impolverati. Pietre tutte uguali, con strane forme concave. Incuriosita, Asha ne sfiora una, e il terrore la aggredisce. Non è pietra. È dura, fibrosa chitina. Intorno a lei, riposano una ventina di gigantesche placche rosse, e oltre a quelle, altre più piccole. Gusci bruni di Scorpide, svuotati dalle carni.</p>
<p>Arretra svelta, e urta una pila di cui non si era accorta. Il rombo della frana risuona fino al soffitto invisibile della grotta, eppure, invece di spegnersi, permane. Il suono sale, sale, trasformandosi in un altro più profondo e regolare… il ticchettare di zampe colossali sfumato dal fruscio della sabbia che canta. Il terreno sotto le zampe vibra. La caverna si sta svegliando.</p>
<p>- Mi disturbate ancora.</p>
<p>Una voce profonda sorge dal fondo della caverna. Raschia come pietra strofinata contro pietra, romba come tuono. Canta di notti antiche, di morte e guerra, di regni ormai svaniti dal ricordo, di perdita e rancore.</p>
<p>Il mucchio di placche più alto trema, e una forma titanica si srotola dal centro dell’ammasso, in un agitarsi convulso di zampe acuminate e ondate concentriche di sabbia. Il canto è sempre più forte, più veloce. Terrorizzata, Asha prova a scappare, ma la sabbia smossa le ha seppellito le zampe, bloccandole nonostante gli strattoni.</p>
<p>- Già una volta la mia casa è stata invasa.</p>
<p>Il silenzio cala di botto, mentre quattro occhi scuri e oleosi brillano nel buio. La sabbia smette di cantare. Una testa spigolosa la scruta dall’alto, e gigantesche mandibole tintinnano.</p>
<p>- Erano giovani. Ho perdonato. Non perdonerò due volte.</p>
<p>Un basso brontolio, e la creatura si avventa verso Asha, inevitabile, più montagna della montagna stessa.</p>
<p>Paura, disperazione, memoria. Asha non sa cosa sia la forza che le muove la chitina. Tutto ciò che sa, che riesce a fare, è inchinarsi dinanzi alla creatura.</p>
<p>Il ruggito si spegne. Cauta, alza gli occhi.</p>
<p>È lì, davanti a lei, le occupa tutto il campo visivo. Il suo fiato le scalda il muso. Due lunghe antenne rosso vivo gli sbucano dalla bocca, la sfiorano, assaggiano l’aria. Del corpo corazzato, strabordante di zampe acuminate, Asha vede solo una mezza dozzina di placche che nemmeno il pungiglione di Sabbia potrebbe bucare, dure e spesse, coperte di graffi, abrasioni, incrinature. Il resto è sepolto nella sabbia, invisibile.</p>
<p>Lancia un’occhiata alle decine di gusci ormai vuoti che ingombrano la caverna. Vecchie mute. Impossibile sapere quanto è grande davvero la creatura, ma la sola parte visibile potrebbe divorare l’intera carovana senza nemmeno sforzarsi troppo.</p>
<p>- Conosci il rispetto, piccola Coleot &#8211; La voce del gigante si è fatta curiosa. &#8211;  Cos’altro conosci?</p>
<p>Rapida, la mente di Asha elabora una soluzione. Fruga con zampe tremanti nella bisaccia, e dopo un attimo, porge la striscia di afide rimasta, gli occhi fissi a terra.</p>
<p>L’antenna sfiora curiosa la carne, assapora l’aria impregnata dall’aroma salmastro.</p>
<p>- Pensavo che fosse un’usanza ormai sparita.</p>
<p>- Non per tutti, grande spirito.</p>
<p>Con un guizzo, l’antenna infilza la carne e la porta alla bocca. Quella quantità forse non basta nemmeno a capirne il gusto, ma nondimeno, la semplice offerta sembra soddisfacente, e la testa si ritrae.</p>
<p>- Quella coperta. È arte Namib. Sei una nomade?</p>
<p>- Sei saggio e sapiente, grande spirito.</p>
<p>La chitina della creatura scricchiola mentre si arrotola in grandi spire rilassate.</p>
<p>- Perché mi chiami così?</p>
<p>- Perché è ciò che sei. Il grande spirito del deserto, colui che vive nelle sabbie ed esaudisce i desideri.</p>
<p>Una risata aspra risuona nella sala, colmandola di un rancore vecchio vite intere.</p>
<p>- Forse un tempo. Il mondo non lo pensa più, Namib. Non è forse così anche per voi nomadi? Ormai siete solo gusci vecchi, buoni solo da buttar via.</p>
<p>Asha tace. Meraviglia e speranza la travolgono. L’istinto le grida di tacere, ma il cuore… il cuore sta tornando a nuova vita, dopo inverni ad avvizzire, muta dopo muta, luna dopo luna.</p>
<p>- Ora vattene &#8211; dice la creatura, e ora la voce è un ringhio basso. &#8211; Ti faccio dono della vita. Tienila da conto, e non sprecarla tornando qui.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>- Sei tornata &#8211; dice il Grande spirito, quando, l’indomani, Asha varca di nuovo la soglia della caverna. C’è rimprovero, nella voce, ma anche un certo divertimento.</p>
<p>- Accetta questa offerta, grande spirito &#8211; Asha appoggia a terra l’involto di foglie secche che regge. &#8211; È solo carne di moscerino, ma ci rimane poco, ormai. È stato un inverno duro.</p>
<p>Non che sia un problema, pensa Asha. A mangiar carne, ormai, sono rimasti solo lei, Yokotan e pochi altri. Lo fanno nascosti, al riparo dagli sguardi. Artria ha fatto proseliti.</p>
<p>- Un tempo erano molti, i fedeli come te. Seguivano le vecchie vie, avevano vite piene, e sogni che bruciavano. &#8211; La carne sparisce tra le zanne ricurve. &#8211; Tu hai un sogno, piccola Coleot?</p>
<p>Asha raccoglie le idee. Cammina su sabbia infida. Gli spiriti sono benevoli e capricciosi in ugual misura.</p>
<p>- Tu puoi far avverare i desideri, grande spirito. Questo, io lo so.</p>
<p>- Solo se sono desideri di morte.</p>
<p>- Mio figlio Kolo. &#8211; Il nome esce a fatica. L’ha serbato così a lungo che si è fatto ingombrante, e le graffia la gola. &#8211; È un vero fedele, lo è sempre stato. Ha portato il nome del deserto inciso nella chitina, e ha combattuto durante le guerre coi Topidi.</p>
<p>Sospira.</p>
<p>- Non è tornato. Lo rivoglio con me.</p>
<p>- Perché? Ha avuto una morte onorevole, degna di rispetto.</p>
<p>- Ti offrirò molti sacrifici.</p>
<p>Nel buio, le placche rosse si tendono verso di lei. Asha rabbrividisce.</p>
<p>- Io distruggo, piccola Coleot. Non creo. Ingoio la vita, e me la tengo.</p>
<p>La sabbia fruscia mentre Asha vi si lascia cadere, le zampe giunte. &#8211; Pagherò, grande spirito. Anche con la mia chitina, se la vorrai.</p>
<p>- E se anche fosse possibile, gli faresti il gran torto di farlo tornare di nuovo qui, su questa sabbia morta?</p>
<p>- Non importa, grande spirito. Voglio solo che viva di nuovo.</p>
<p>Asha china la testa.</p>
<p>- Ti imploro.</p>
<p>L’immagine di Kolo le lampeggia davanti agli occhi. Kolo, che impara a stringere i nodi della tenda. Kolo, che ride e corre sulla coda di Sabbia. Kolo, che canta le canzoni degli spiriti. Kolo, con gli occhi rivolti sempre a domani, e mai a ieri.</p>
<p>- E cosa daresti in cambio?</p>
<p>- Tutto. La vita. Ciò che vuoi.</p>
<p>Lo spirito tace, rimugina.</p>
<p>- Raccontami, piccola nomade.</p>
<p>- Chiedi, grande spirito, e risponderò.</p>
<p>- Puoi chiamarmi Skol-os.</p>
<p>Una zampa rossa si stiracchia, e schianta un masso con terrificante disinvoltura.</p>
<p>- Artropia. Quel cumulo di decadenza è ancora lì?</p>
<p>- Sì, grande Skol-os. Ormai quasi tutte le Tribù sono entrate nella Federazione di Artria.</p>
<p>Un’altra roccia si sgretola, e stavolta Skol-os non fa nemmeno finta che sia un incidente.</p>
<p>- Artria. La nuova illusione con cui hanno voluto velarsi gli occhi. E i Topidi?</p>
<p>- Vivono in pace, coltivano la terra, costruiscono villaggi. Non c’è più guerra tra noi.</p>
<p>- Il mondo è diventato assai grigio, senza il sangue a dargli colore. C’è stato un tempo in cui non era così, in cui sopravvivere era un premio… ci prendevamo ciò che era nostro per il diritto del più forte, o perivamo per il dovere del più debole. Ora, invece, pregate gusci vuoti, e mangiate erbe e semi per vivere un altro triste giorno di inutilità.</p>
<p>La voce di Skol-os vibra della furia di un padre tradito dalla sua stessa prole. Il rancore appesta l’aria come fumo. Asha trema.</p>
<p>- Io seguo ancora le antiche vie, grande spirito &#8211; mormora, ma Skol-os nemmeno la sente. E come potrebbe? Non sta parlando a lei, ma a un’intera razza. Un singolo essere svanisce, in un tale frastuono.</p>
<p>- Ve l’avevo mostrato, cosa volesse dire vivere. Ho sparso il sangue rosso di mille e mille Topidi, e come mi avete ripagato? Lasciando ammuffire la vostra forza tra l’erba, come chitina marcia.</p>
<p>Di colpo, pare ricordarsi di Asha. Con un guizzo innaturale per una massa così enorme, sfreccia verso di lei, e si ferma a una zampa scarsa di distanza.</p>
<p>- Il problema dell’avere le carni morbide, però, è che prima o poi qualcuno deciderà di nutrirsene.</p>
<p>Le antenne guizzano. La voce è tanto profonda da far vibrare la chitina.</p>
<p>- Lasciami solo, ora &#8211; dice infine lo spirito, e le spire si arrotolano in un vortice di scaglie. &#8211; Torna domani, con altri doni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fuori, il cielo è ancora grigio, e il freddo intenso resiste, ma il vento ha cambiato direzione. Non spira più dalle terre dove il sole muore, ma da quelle dove nasce l’erba. Due albe, non di più, poi le nuvole fuggiranno via, e la carovana ripartirà. La tensione le morde le zampe. Non c’è più molto tempo.</p>
<p>Un fruscio la fa voltare di scatto.</p>
<p>Dalla cresta di una duna sta franando una piccola cascata di sabbia dorata. Troppa, per essere causata dal vento. Sembra più il passo incauto di zampe giovani e arroganti. Zampe che non hanno mai dovuto cacciare in silenzio per sopravvivere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bagnato dalle tenebre della caverna, Skol-os ora dorme del sonno del potente. Profondo, placido, il sonno di chi non teme nulla. Non bada a ciò che striscia nel buio. Le offerte di carne, le ultime rimaste, sono sparpagliate davanti a lui.</p>
<p>Asha ne guarda le membra avviluppate in un cumulo rosso scuro. Dicono che il sangue dei Topidi abbia proprio quel colore.</p>
<p>- Ladra &#8211; dice una voce piena d’indignazione.</p>
<p>Si volta. Baruk è comparso sulla soglia della caverna, insieme a Kaja e Taro. L’effige di Artria gli oscilla al fianco. Le sagome snelle si stagliano nella luce dorata del deserto, poi avanzano piene d’arroganza nell’ombra della caverna.</p>
<p>- Baruk…</p>
<p>- Kaja aveva ragione! Non ci volevo credere, ma poi ti ho vista scappar via con le provviste. Sapevo che i miscredenti fossero meschini, ma questo è troppo anche per voi!</p>
<p>I tre la circondano, bloccando ogni via di fuga. Vicini, troppo vicini alla sagoma rossa addormentata.</p>
<p>- Cos’hai lì? &#8211; ringhia Taro, occhieggiando le strisce di carne secca a terra. Poi salta all’indietro, orripilato. &#8211; Bestemmia!</p>
<p>- Non urlare! &#8211; geme Asha, ma non le badano.</p>
<p>- Schifosa mangiacarogne, non ti vergogni?</p>
<p>- Andatevene, Baruk! È pericoloso restare qui.</p>
<p>- Perché? &#8211; ride Baruk. &#8211; La tua carne marcia potrebbe avvelenarci?</p>
<p>- Non seguo la tua dea, quindi tieni i tuoi comandamenti per te.</p>
<p>I tre si rabbuiano. Con un gesto pomposo, Baruk alza in alto l’effige, quasi avesse il potere di scacciare le tenebre.</p>
<p>- Artria ci osserva tutti. Non hai il diritto di deridere le sue leggi!</p>
<p>- Osi portare qui quella cosa fetida &#8211; mormora la grotta, e Asha cade nella disperazione.</p>
<p>- Chi è? &#8211; Kaja affronta il buio, intimorita, ma ancora non abbastanza. Non abbastanza. &#8211; Fatti vedere, vigliacco! Vieni alla luce!</p>
<p>- Disonori questo luogo, disonori te stesso, disonori me. &#8211; Il mucchio rosso trema, la polvere si stacca dal soffitto e piove giù come pioggia grigia. &#8211; Me!</p>
<p>Le placche si srotolano, si impennano. L’aria urla di paura.</p>
<p>- Artria, proteggici! &#8211; geme Kaja.</p>
<p>- Non chiamarla in questo luogo, se non vuoi vedermi divorare le sue carni.</p>
<p>Lento, Skol-os il grande, il senza-tempo, Colui-che-divora, emerge dalla sabbia, ed essa ne canta le lodi a ogni movimento delle membra colossali. Tanto lungo da circondare le montagne, tante scaglie quanti sono i granelli di sabbia del deserto Namib, dieci volte dieci zampe e ancor di più. E finalmente, Asha comprende di essersi sbagliata, perché questo non è l’aspetto di uno spirito. È la potenza incarnata di un dio.</p>
<p>Baruk cade a terra. L’arroganza è svanita, ingoiata da un terrore senza scampo. Prova ad alzare l’effige di Artria contro il male ribollente, ma quella gli sfugge e cade a terra, patetica e inutile.</p>
<p>- Troppo a lungo siete rimasti alla luce del sole. I vostri occhi non conoscono più l’ombra, il vuoto, il silenzio. Avete dimenticato fame e paura, e questo è il vostro più grave peccato.</p>
<p>Le mandibole della bestia schioccano, ed è come se fosse di nuovo tempesta.</p>
<p>- Non dimenticherete più &#8211; mormora, e si lascia cadere su di loro.</p>
<p>Senza pensarci, Asha sente il suo corpo lanciarsi in mezzo.</p>
<p>Cala il silenzio. La sabbia non canta più.</p>
<p>Quando Asha osa guardare di nuovo, Skol-os si è fermato. Trema di rabbia gelida mentre osserva Asha, ferma a zampe spalancate, a fare scudo ai tre rannicchiati alle sue spalle, muti e ciechi di terrore.</p>
<p>- Spostati, nomade.</p>
<p>- Grande spirito, risparmiali, ti imploro.</p>
<p>- Le loro vite sono mie ora, piccola Coleot. &#8211; Le antenne frustano l’aria con tutta la forza della loro furia. &#8211; Non te ne farò dono.</p>
<p>- Non te lo chiedo. Permettimi di pagarle.</p>
<p>Skol-os si accosta a lei, e Asha si ritrova specchiata in un occhio vasto come la sua tenda, eppur minuscolo in confronto al resto del corpo smisurato. Piccole venature rosse nuotano nel nero fatto di fame, e rabbia, e cose morte e dimenticate.</p>
<p>- Non credere di poter comprare una vita con della carne secca, Namib, ma solo…</p>
<p>- …con un’altra vita.</p>
<p>Skol-os tace, la sorpresa balugina nel nero vitreo.</p>
<p>- Rifletti bene su ciò che mi chiedi.</p>
<p>- L’ho fatto.</p>
<p>- E tuo figlio?</p>
<p>- È perso.</p>
<p>Che strano effetto, poterlo finalmente dire a voce alta. Come se qualcuno le avesse appena sfilato dieci primavere dalla chitina.</p>
<p>- Lo so che è perso, l’ho sempre saputo. Nemmeno tu, mio signore, puoi restituirmelo. Ciò che è passato, non torna. &#8211; Fa un cenno verso i tre disgraziati. &#8211; Ma forse posso comprare un po&#8217; di futuro. Anzi, tre.</p>
<p>- Un futuro marcio &#8211; sputa Skol-os, ma Asha scrolla la testa.</p>
<p>- Io ho deciso la mia strada, e Kolo la sua. Che decidano della loro con le proprie zampe.</p>
<p>Per un po’, Skol-os tace, meditabondo, mentre Asha attende placida il suo destino. Pensieri informi vorticano nell’occhio, mentre la sabbia mormora con dolcezza. Infine, si rialza.</p>
<p>- Molto bene.</p>
<p>Una zampa cala di scatto, e schianta l’effige di Artria, lasciando che la sua polvere si mischi alla sabbia. Baruk e gli altri si lasciano sfuggire uno strillo strozzato.</p>
<p>- Strisciate via, indegni! Che il prezzo delle vostre vite possa schiacciarvi fino alla fine dei vostri giorni.</p>
<p>Le teste dei tre si rialzano, incredule.</p>
<p>- Via! &#8211; ruggisce il dio, e i tre fuggono, ebbri di paura, cadendo e rialzandosi, fuori dal buio, nella luce. Finalmente, spariscono.</p>
<p>Alle spalle di Asha, le placche di Skol-os scricchiolano.</p>
<p>- Ti porterò nella memoria e nella carne, piccola Coleot. Sii fiera.</p>
<p>E Asha, fiera, lo è davvero. Di sé, di Kolo, di ciò che è stato. Di ciò che ha visto e fatto e vissuto. Di ogni luna che ha visto levarsi e tramontare. È questo l’ultimo pensiero che riesce a formulare, prima che le zanne di Skol-os la avvolgano. Poi, finalmente, il buio la accoglie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando Yukotan e gli altri varcano la soglia della grotta, la trovano vuota. Solo le placche rosse testimoniano il passaggio di ciò che Baruk e gli altri hanno chiamato mostro. Nient’altro, però. Niente creature, niente Asha.</p>
<p>La piangono, perché lunghi sono stati i giorni che hanno vissuto con lei, e cantano, perché non hanno nemmeno il conforto di una chitina da poter seppellire. E poi, quando il sole torna a scaldare le corazze degli Scorpidi, ripartono, perché l’inverno è stato duro, e la primavera non attende nessuno, nemmeno il lutto.</p>
<p>E mentre avanzano, coi cuori pesanti e la groppa di Sabbia ora vuota, nemmeno il pensiero delle Piane Erbose li consola, perché un altro pezzo della loro memoria è morto.</p>
<p>Avanzano, e li accompagna il flebile canto delle sabbie che giunge dal profondo del deserto, dietro di loro, proprio da lì dove le nuvole si stanno dissipando.</p>
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		<title>XIV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: III CLASSIFICATO</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Oct 2025 22:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[SENTINELLA di Roberto De Filippis Saphira sedeva alla sua scrivania, coperta di mappe e annotazioni. Era stanca. A notte fonda, alla luce di una candela consumata, cercava di trovare una soluzione a quella situazione disperata. Alla porta, qualcuno bussò. “Comandante?” “Entra, Khellendros.” Il soldato entrò nella stanza e si fermò di fronte alla scrivania del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48959" rel="attachment wp-att-48959"><img class="alignleft  wp-image-48959" title="centuria" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/centuria7-600x177.png" alt="" width="480" height="142" /></a></strong></h3>
<h3><strong>SENTINELLA</strong></h3>
<h3>di Roberto De Filippis</h3>
<p>Saphira sedeva alla sua scrivania, coperta di mappe e annotazioni.</p>
<p>Era stanca. A notte fonda, alla luce di una candela consumata, cercava di trovare una soluzione a quella situazione disperata.</p>
<p>Alla porta, qualcuno bussò.</p>
<p>“Comandante?”</p>
<p>“Entra, Khellendros.”</p>
<p>Il soldato entrò nella stanza e si fermò di fronte alla scrivania del comandante, sull’attenti.</p>
<p>“Che notizie?” chiese la donna, senza muovere lo sguardo dalle mappe.</p>
<p>“Comandante, c’è una cosa che dovreste vedere.”</p>
<p>Saphira alzò gli occhi e guardò il soldato. Khellendros appariva turbato.</p>
<p>“Altri problemi? Non credo che la nostra condizione possa peggiorare, Khellendros.”</p>
<p>“E’ accaduta una cosa strana, comandante. E’ comparso un uomo alle porte della città.”</p>
<p>“Che significa, è comparso? Siamo assediati, nessuno può arrivare alle porte.”</p>
<p>“Camminava come se niente fosse, nella terra di nessuno fra gli schieramenti. E’ arrivato alle porte e ha chiesto di entrare”</p>
<p>Saphira si strofinò le tempie. “Ha chiesto di entrare? E chi diavolo era? Una spia?”</p>
<p>“L’abbiamo pensato anche noi, comandante. Anche se non ha molto senso che una spia chieda il permesso di entrare, non crede? In ogni caso, l’abbiamo interrogato.”</p>
<p>“E?”</p>
<p>“Ha detto di conoscerla, comandante. Ha detto che è qui per saldare un debito che ha con voi.”</p>
<p>“Continua.”</p>
<p>“Ora è nelle segrete. Non ha detto né il suo nome, né altro.”</p>
<p>“Era armato o aveva qualche oggetto con sé?”</p>
<p>“Solo un pugnale, comandante. Ve l’ho portato. Non aveva altro.”</p>
<p>Khellendros pose lentamente il pugnale sulla scrivania. Un oggetto bellissimo, sembrava più un ornamento che un’arma.</p>
<p>Saphira lo prese e lo esaminò con attenzione.</p>
<p>“Non è possibile…”</p>
<p>“Comandante?”</p>
<p>“Portami da quell’uomo, Khellendros.”</p>
<p>Saphira e Khellendros si addentrarono nelle segrete. Le guardie si misero sull’attenti al passaggio del loro comandante. Giunsero nei sotterranei; solo due celle erano occupate. Saphira passò davanti alla prima cella, ignorandola. Nella seconda cella c’era un uomo, steso sulla branda, immobile.</p>
<p>“Tàti.”</p>
<p>L’uomo si alzò e guardò la guerriera dai capelli rossi. Sorrise.</p>
<p>“Sono contento di vederti, Saphira.”</p>
<p>“Cosa ci fai qui, Tàti?”</p>
<p>“Sono venuto ad aiutarti.”</p>
<p>Saphira lo osservò con attenzione. Tàti aveva lo stesso aspetto dell’ultima volta in cui l’aveva visto, diversi anni prima. Non sembrava invecchiato di un giorno. Eppure, qualcosa di diverso c’era, nel suo sguardo. Una determinazione, una sicurezza che non aveva mai visto in lui.</p>
<p>“E come pensi di aiutarmi? Cosa sai della situazione qui?”</p>
<p>“Nulla. Quando sono arrivato, ho visto l’esercito che vi sta assediando.”</p>
<p>“Sei arrivato da sud. Come hai attraversato i territori nemici?”</p>
<p>“In volo. Sul mio drago.”</p>
<p>“Em è qui ?”</p>
<p>“Sì. Anche lui è pronto ad aiutarti, nel modo che riterrai più opportuno.”</p>
<p>Saphira si voltò verso Khellendros, che aveva seguito la conversazione con una certa perplessità, finché non aveva udito “drago”.</p>
<p>“Un drago? Possiamo contare sull’aiuto di un drago? Ma è magnifico!”</p>
<p>Saphira fulminò Khellendros con un’occhiata: “Farai meglio a stare zitto, Khellendros”</p>
<p>“Sì, comandante.”</p>
<p>Lei si voltò di nuovo verso Tàti.</p>
<p>“Sei sparito per anni, Tàti. Non ci hai aiutato, quando avevamo bisogno di te. Quello che hai fatto non è perdonabile. Non sai neppure cosa sta accadendo qui, o quanto sia grave la situazione. E comunque, la tua presenza, o quella di Em, non fa molta differenza.</p>
<p>La città cadrà, e molto presto. Tutti quelli che sono qui, verranno uccisi, o peggio fatti prigionieri. E, ora che sei qui, anche tu subirai questo destino.</p>
<p>E probabilmente, è quello che meriti!”</p>
<p>Saphira si voltò furibonda e lasciò a grandi passi le segrete. Tàti non replicò, ma l’espressione sul suo viso non cambiò.</p>
<p>Khellendros rimase lì interdetto, senza saper bene cosa fare.</p>
<p>Tàti sedette di nuovo sulla branda.</p>
<p>“Tu sei Tàti? Ci sono delle storie su di te…”</p>
<p>“Sì, sono io.”</p>
<p>“Quelle storie sono vere?”</p>
<p>“Non so cosa raccontano di me. Manco dall’impero da diversi anni. Vuoi chiedermi di una storia in particolare?”</p>
<p>“Solo di una. E’ vero che hai salvato la vita alla nostra sacerdotessa?”</p>
<p>“Quale sacerdotessa?”</p>
<p>“Giselle, la sacerdotessa della dea.”</p>
<p>Tàti sembrava sorpreso: “Giselle una sacerdotessa?”</p>
<p>“Allora, la storia è vera o no?”</p>
<p>“Immagino di sì. Anche se l’ho solo portata via dal suo villaggio distrutto.”</p>
<p>“Allora non posso che esserti grato. Davvero puoi aiutarci?”</p>
<p>“Sì.”</p>
<p>“Parlerò con il comandante.”</p>
<p>Khellendros non aggiunse altro e lasciò le segrete.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Saphira entrò nella sala di comando sbattendo la porta. Iniziò a camminare nervosamente per la stanza, stringendo i pugni. Poi udì Khellendros bussare.</p>
<p>“Cosa c’è adesso?”</p>
<p>“Posso entrare, comandante?”</p>
<p>“Entra, dì quello che hai da dire e sparisci.”</p>
<p>Khellendros aprì lentamente la porta, fece qualche passo e rimase lì in piedi.</p>
<p>“Allora?”</p>
<p>“Non possiamo perdere questa occasione, comandante. Potrebbe essere il miracolo che aspettavamo…”</p>
<p>“Non è nessun miracolo, Khellendros. E’ solo un uomo chiuso nelle nostre segrete.”</p>
<p>“Non è un uomo qualunque, comandante, e lei lo sa. La gente racconta storie su di lui, accanto al fuoco, nelle taverne. Il guerriero del nord. E il suo drago!”</p>
<p>“Non hai mai visto un drago, vero Khellendros?”</p>
<p>“No.”</p>
<p>“E non avevi mai visto prima d’ora il famoso guerriero del nord, o visto in azione?”</p>
<p>“No, comandante.”</p>
<p>“Un drago non può sconfiggere da solo un esercito. E’ una creatura molto potente, è vero, ma ce ne occorrerebbero una decina, per fare la differenza. In quanto al tuo guerriero del nord, non credo più agli eroi da molto tempo.”</p>
<p>“Ma potrebbe salvare la sacerdotessa!”</p>
<p>“E’ solo questo che ti importa, vero?”</p>
<p>Khellendros esitò “Qualunque aiuto questo guerriero possa darci, comandante, non credo che siamo nelle condizioni di rifiutare.”</p>
<p>Saphira lo trapasso con lo sguardo “Immagino di no. Ma ci parlerai tu. Torna da lui e spiegagli tutto. Senti cosa ha da dire, e prima di accettare torna da me.”</p>
<p>Khellendros sorrise: “Certamente, comandante.” E corse via.</p>
<p>“Sciocco innamorato” sussurrò Saphira.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rimasta sola nella stanza di comando, Saphira cominciò a calmarsi e si sedette alla sua scrivania. Ricordi le riaffioravano nella mente. Erano passati molti anni…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[…]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Sono io che vi do la caccia, Serpente. Chiama pure tutte le tue legioni, se possono salvarti dalla morte, ora!”</p>
<p>La guerriera lasciò cadere l&#8217;arco, e con un gesto fulmineo estrasse una scimitarra che portava alla cintura e tagliò la gola al guerriero del Serpente.</p>
<p>“No, Saphira!!”</p>
<p>Pochi secondi, e il nemico si accasciò in una pozza di sangue, privo di vita.</p>
<p>Nysia iniziò a correre verso Tàti.</p>
<p>“Ora la tua vita mi appartiene, Tàti” disse Saphira con un sorriso.</p>
<p>Nysia raggiunse Tàti, e lo sorresse prima che crollasse al suolo. Sanguinava copiosamente.</p>
<p>“La tua vita è mia, e io non ti consento di morire.”</p>
<p>“Tu mi hai salvato la vita, Saphira.</p>
<p>E finché vivrai, la mia vita ti apparterrà.”</p>
<p>[…]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Era vero, aveva salvato la vita a Tàti, e lui ora era qui per rendere onore a quel debito.</p>
<p>La prima cosa da fare era andare a parlare con il drago dorato.</p>
<p>Saphira lasciò la stanza e salì le scale della fortezza, raggiungendo rapidamente la cima di una torre.</p>
<p>Giunta lì, scrutò il cielo notturno. Sapeva che Em, fra i suoi molti poteri, poteva rendersi invisibile; era così che aveva attraversato indenne le file nemiche. Poteva solo chiamarlo e sperare che rispondesse; di sicuro non si era allontanato troppo da Tàti.</p>
<p>“Em ! “</p>
<p>All’inizio non accadde nulla. Poi sentì un forte vento scuoterla, e percepì una figura possente che si avvicinava, anche se non poteva vederla. Saphira rimase immobile.</p>
<p>Il drago d’oro apparve sulla torre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Saphira.” La voce del drago era imperiosa, il suo portamento maestoso.</p>
<p>“Ci serve il tuo aiuto, Em. Ancora una volta.”</p>
<p>“Ti ascolto.”</p>
<p>“I nemici ci hanno accerchiato. La nostra sacerdotessa è loro prigioniera.”</p>
<p>“Perché non l’hanno uccisa ?”</p>
<p>Di certo il drago non si perdeva in chiacchiere, pensò Saphira.</p>
<p>“Abbiamo un ostaggio. Un ostaggio molto prezioso per loro. E’ un guerriero del Serpente.”</p>
<p>“Farete uno scambio ?”</p>
<p>“Lo scambio è stabilito per domani, ma non mi fido di loro. Certamente tenteranno qualche trucco. E non ho alcuna intenzione di consegnargli il Serpente.”</p>
<p>“Vuoi che vada a cercare i tuoi alleati e ti porti rinforzi ?”</p>
<p>“Non arriverebbero mai in tempo. Dobbiamo cavarcela da soli.”</p>
<p>“Cosa vuoi che faccia, dunque ?”</p>
<p>“Quando Tàti partì, lasciò la sua spada alla fortezza sul lago, ricordi ?”</p>
<p>“Certo.”</p>
<p>“Portami quella spada, Em. Ne avrà di nuovo bisogno.”</p>
<p>Il drago non replicò, mosse le grandi ali e si levò in volo.</p>
<p>Saphira lo seguì con lo sguardo mentre si dirigeva verso nord, nella notte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Khellendros scese nelle segrete. Passò davanti alla prima cella, dove era prigioniero il guerriero del serpente. Esitò un momento, poi si diresse verso la cella di Tàti.</p>
<p>Era ancora steso sulla branda, e aspettava.</p>
<p>“Ho parlato con il comandante. Mi ha chiesto di spiegarti la nostra attuale situazione.” Cominciò Khellendros.</p>
<p>“I nemici ci assediano, come sai già. Sono superiori in numero, e si preparano ad un assalto finale. Non possiamo contare sull’arrivo di aiuti esterni, gli alleati sono lontani e impegnati in altre battaglie.</p>
<p>La città ha una posizione strategica molto importante per la guerra. In più, sono riusciti a catturare la nostra sacerdotessa. Molti soldati sono fedeli alla dea, e la sua assenza li ha demoralizzati.”</p>
<p>“Chi c’è nella cella accanto ?” chiese Tàti.</p>
<p>Khellendros rimase per un momento sorpreso.</p>
<p>“So recepire la presenza di un guerriero del serpente. Chi l’ha catturato ?”</p>
<p>“Sono stato io.” Disse Khellendros.</p>
<p>Tàti si alzò e guardò Khellendros con più attenzione.</p>
<p>“Devi essere molto valoroso. Non è un nemico facile da sconfiggere, ed è ancor più difficile catturarlo vivo.”</p>
<p>“Avevo un buon motivo. Avendo anche noi un ostaggio, hanno lasciato la sacerdotessa in vita.”</p>
<p>“Come posso aiutarvi ?”</p>
<p>“Il nostro piano è creare un diversivo. Proporremo un duello; un nostro campione contro il loro. Mentre gli orchi saranno impegnati a seguire lo scontro – loro amano questo genere di cose – io libererò Giselle dal loro accampamento.</p>
<p>Se riuscirò, e Giselle sarà di nuovo al sicuro fra le mura, uccideremo il guerriero del Serpente. E’ una minaccia troppo grande per noi, non possiamo lasciarlo libero. Non ci capiterà un’altra occasione di ucciderlo.”</p>
<p>“Gli orchi si infurieranno e assalteranno la città, a questo punto.” Disse Tàti.</p>
<p>“Se la sacerdotessa sarà di nuovo fra noi, reggeremo l’assalto. Siamo pronti.”</p>
<p>“E il loro campione ?”</p>
<p>“E’ molto forte. Ma tu puoi tenergli testa, se le storie sul tuo conto sono vere.”</p>
<p>“Mi occorrerà una spada. E non può essere un’arma qualunque.”</p>
<p>“Il comandante se ne sta già occupando.”</p>
<p>“Allora sono pronto a fare quanto dici. Sarò il vostro campione.” Disse Tàti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tornato nella sua stanza, Khellendros strinse l’amuleto magico che portava al collo. Si concentrò sull’immagine di Giselle…</p>
<p>“Giselle!”</p>
<p>“Sono qui.”</p>
<p>“Abbiamo un piano, amore mio.”</p>
<p>“So che vuoi cercare di liberarmi. E’ troppo rischioso. Sono in troppi a farmi la guardia, e non mi perdono di vista un secondo.”</p>
<p>“Domani, tutti i loro occhi saranno puntati da un’altra parte. Possiamo farcela.”</p>
<p>“E il serpente ? Lui sa, non è possibile nascondergli nulla.”</p>
<p>“Morirà.”</p>
<p>“Pregherò la dea perché ci dia la forza.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Terminata la comunicazione magica, Khellendros andò a fare rapporto al suo comandante. Saphira lo attendeva.</p>
<p>“Comandante.”</p>
<p>“Dunque ?”</p>
<p>“Abbiamo il nostro campione. Ha accettato.”</p>
<p>“E tu sei pronto ? E’ una missione molto rischiosa.”</p>
<p>“Non credo di avere scelta.”</p>
<p>Saphira scrutò il suo secondo con attenzione.</p>
<p>“Non voglio eroi che si immolano stupidamente, Khellendros. Vi rivoglio qui entrambi vivi domani, sono stata chiara ?”</p>
<p>“Agli ordini, comandante.” rispose freddamente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rimasta sola, Saphira sapeva che la attendeva la parte più difficile.</p>
<p>Tornò nelle segrete, e senza dire nulla, aprì la cella di Tàti.</p>
<p>Lui si alzò e la seguì. Saphira uscì con lui all’esterno, sulle mura. Stava albeggiando.</p>
<p>Per un po’ rimasero in silenzio. Poi fu Tàti a parlare.</p>
<p>“Non mi hai chiesto nulla. Non mi hai chiesto di Nysia.”</p>
<p>“So già ogni cosa. Lei è stata qui.”</p>
<p>Tàti la guardò con stupore “Hai parlato con lei ?”</p>
<p>“Certamente. Ma non ti dirò ciò di cui abbiamo parlato… non prima di aver risolto questa situazione.”</p>
<p>“Non sono venuto qui per farmi uccidere, Saphira.”</p>
<p>Sul volto della guerriera c’era un sorriso ironico. “Conoscendoti, questa sarebbe una novità.”</p>
<p>“Molte cose sono cambiate. Dimmi cosa devo fare.”</p>
<p>“Bene. Non ci serve che tu vinca. Quello che voglio è che il duello duri il più a lungo possibile, per dare il tempo a Khellendros di riportare Giselle all’interno delle mura.</p>
<p>Quando ciò avverrà, sentirai il suono di un corno. E potrai ucciderlo, o scappare, come preferisci.”</p>
<p>“Questo è ancora più difficile, Saphira. Se l’avversario è forte, bisogna abbatterlo il prima possibile. Più tempo gli darò, più è probabile che sia lui a uccidere me.”</p>
<p>“Infatti non lo sto chiedendo a un guerriero qualsiasi. Ho un intero esercito qui dentro. Lo sto chiedendo a te, perché so che tu puoi farlo.”</p>
<p>Tàti guardava il sole che sorgeva, e in lontananza, il profilo di un drago che si avvicinava da nord.</p>
<p>“La tua spada sta arrivando, a quanto pare.” Saphira sorrise.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’esercito degli orchi era imponente. Si era schierato davanti alla città, a una certa distanza, per non essere alla portata delle frecce e delle catapulte degli avversari.</p>
<p>La porta della città si aprì, e ne uscirono a cavallo Saphira, Tàti e il prigioniero, incatenato.</p>
<p>Dallo schieramento degli orchi, sui loro lupi mannari, si fecero avanti tre figure.</p>
<p>Su uno dei lupi c’era una donna. Man mano che i due gruppi si avvicinavano, Tàti riconobbe Giselle. Indossava una semplice veste bianca, e portava il medaglione della dea al collo. Era illesa.</p>
<p>“Non l’hanno toccata.” Disse Tàti a Saphira.</p>
<p>“Persino gli orchi reputano sacro il potere di guarire. Ma la uccideranno comunque, se non glielo impediamo.”</p>
<p>II loro prigioniero era silenzioso, ma aveva un sorriso beffardo sul volto.</p>
<p>Giunti a metà strada, i sei cavalieri si fermarono. Il capo guerra degli orchi fu il primo a parlare.</p>
<p>“Consegnateci il Serpente, e avrete la vostra sacerdotessa.”</p>
<p>Tàti conosceva le usanze degli orchi. Scese da cavallo, e piantò la propria spada nel terreno. “Io, Tàti, guerriero del nord, sfido il vostro campione. Se sarà lui a vincere, avrete il guerriero del Serpente e terrete la sacerdotessa. Altrimenti, voi ci riconsegnerete la sacerdotessa e la vita del Serpente sarà nostra.”</p>
<p>I due orchi lo scrutarono con attenzione, poi risero sguaiatamente. Il capo guerra parlò di nuovo. “Ancora meglio, piccolo umano. Il mio campione ti farà a pezzi, e la tua testa appesa a un palo ornerà la mia tenda.”</p>
<p>Scambiò delle parole in orchesco con il compagno. Giselle lanciò a Tàti uno sguardo implorante, ma non poterono dirsi nulla. Il secondo orco prese le briglie del lupo di Giselle e si allontanò con lei, tornando verso il loro accampamento.</p>
<p>Il Serpente continuava a sorridere.</p>
<p>Saphira guardò Tàti.</p>
<p>“Non farti ammazzare, amico mio.”</p>
<p>“Credo che tu non mi abbia detto tutto, Saphira.”</p>
<p>“Solo quello che ti serve sapere.” Strizzò l’occhio e tornò verso le mura con il prigioniero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[…]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Siedi, Tàti. Oggi non ci alleneremo.”</p>
<p>“Sì, maestro.”</p>
<p>“Ti impartirò due lezioni. Come le altre volte, ascolta le mie parole con attenzione. Ora non capirai, ma nel corso della tua vita, quando sarà il momento, ti torneranno alla mente.</p>
<p>Per prima cosa, parleremo della paura.”</p>
<p>“La paura?”</p>
<p>“Sì, Tàti. Ricordi l’ultima volta che abbiamo combattuto?”</p>
<p>“Certo, maestro. Quei briganti che ci hanno assalito. E’ stato facile.”</p>
<p>“Avevi paura?”</p>
<p>“Io non ho paura di niente, maestro! E di sicuro non avevo paura di quegli avversari così deboli.”</p>
<p>Juza lo guardò severamente. “Non avere paura significa essere incoscienti, Tàti. La paura è necessaria.</p>
<p>Io avevo paura.”</p>
<p>“Tu, maestro??”</p>
<p>“Avevo paura che tu potessi essere ucciso. Tutti hanno paura di qualcosa, Tàti. Comprendi le tue paure, e impara a conviverci, così potrai controllarle.</p>
<p>E’ attraverso la paura che si impara il coraggio; non ci può essere coraggio senza paura.</p>
<p>Il coraggio è far sì che la tua paura non ti blocchi. Combattere anche se hai paura. Andare anche a rischiare la vita, e battersi con tutte le proprie forze, ma andare comunque. Questo è il coraggio.”</p>
<p>Tàti rimase senza parole.</p>
<p>“La seconda lezione è: in qualsiasi situazione ti troverai nella tua vita, per quanto terribile possa essere, per quanto disperata possa sembrarti la tua condizione… cerca la via di salvezza. C’è sempre. La nostra dea ce ne offre sempre una. Tu devi solo cercarla, e saperla cogliere. Ma c’è.</p>
<p>E questa è la fede.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[…]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli orchi si erano radunati a semicerchio per seguire lo scontro; l’esercito di Saphira era sulle mura e faceva lo stesso.</p>
<p>I due avversari si fronteggiavano. Il campione degli orchi fissava il suo nemico con odio, stringendo la sua arma. Tàti era in posizione di difesa.</p>
<p>Il duello andava avanti già da molto tempo. Entrambi si erano causati piccole ferite, ma nessuno dei due aveva ancora inferto all’altro danni significativi.</p>
<p>Gli orchi non ridevano più. Ammiravano la forza in battaglia e l’abilità con le armi. Ma la cosa più importante è che erano concentrati sui due avversari.</p>
<p>Khellendros ce l’aveva fatta? Mentre riprendeva fiato, Tàti sperava di udire il suono del corno.</p>
<p>Il nemico lo assaltò di nuovo. Il grosso maglio lo mancò. Tàti fece un affondo con la spada, ma l’armatura del nemico resse.</p>
<p>Doveva concludere lo scontro, era sfinito. Sapeva come fare: c’era un punto debole nella sua difesa. Ma era costretto a guadagnare ancora tempo.</p>
<p>Poi accadde qualcosa. Gli orchi urlavano. Si voltò per un secondo, e vide Khellendros e Giselle che correvano disperatamente verso la città. Visibili e a piedi. Khellendros arrancava sorretto da Giselle, era ferito.</p>
<p>“Maledizione…”</p>
<p>Tutto avvenne molto rapidamente. Un contingente di orchi prese i lupi e si lanciò all’inseguimento. Il suo avversario, furioso, lo attaccò. Mentre parava i suoi colpi, Tàti cercava di pensare.</p>
<p>Sulle mura, Saphira e il suo prigioniero guardavano la scena.</p>
<p>Il Serpente rise: “Avete perso.”</p>
<p>Saphira lo fissò. “Sta a vedere.”</p>
<p>Prese il suo arco, incoccò una freccia e mirò con molta attenzione.</p>
<p>“Cosa speri di fare, donna? ”</p>
<p>“Io non sbaglio mai un colpo.” E scoccò la freccia.</p>
<p>Tàti cercava di tenere a bada il suo avversario, e nel contempo di seguire la fuga di Khellendros e Giselle. Non ce l’avrebbero mai fatta. I lupi erano sempre più vicini.</p>
<p>Di fronte a lui, il ghigno del campione si spense quando una freccia, spuntata dal nulla, si piantò nel suo occhio destro.</p>
<p>Con l’unico occhio rimasto, l’orco lo fissò con stupore, e riuscì a mormorare:</p>
<p>“…tu non hai onore”.</p>
<p>Poi si accasciò al suolo.</p>
<p>Tàti guardò il suo avversario morto sul terreno.</p>
<p>Udì la voce di Saphira.</p>
<p>“Salva quei due ragazzi, stupido onorevole guerriero! Volevi saldare il tuo debito? Questo è il momento!”</p>
<p>Il suo istinto prese il sopravvento. Iniziò a correre.</p>
<p>Khellendros era caduto. Giselle tentava di rimetterlo in piedi, ma lui non riusciva a muoversi.</p>
<p>“Ti prego, alzati! Stanno arrivando!”</p>
<p>“Sto morendo, Giselle… salvati almeno tu.”</p>
<p>Gli orchi li stavano raggiungendo, e Tàti era ancora lontano. Non avrebbe fatto in tempo.</p>
<p>Il Serpente guardava Saphira con disprezzo.</p>
<p>“Hai perso comunque, donna.”</p>
<p>Saphira lo colpì con il guanto d’armi. Il Serpente si piegò.</p>
<p>“Silenzio.”</p>
<p>Giselle strinse la mano di Khellendros e rivolse la sua ultima preghiera alla dea.</p>
<p>Il vento intorno a loro si mosse furiosamente.</p>
<p>Le ali di un drago.</p>
<p>Em divenne visibile un attimo prima di soffiare.</p>
<p>Gli orchi bruciavano.</p>
<p>Em prese delicatamente Giselle e Khellendros fra gli artigli, e spiccò il volo.</p>
<p>Il capo guerra degli orchi dava ordini frenetici.</p>
<p>“Il drago! Abbattete il drago! Colpitegli le ali!”</p>
<p>Centinaia di frecce volarono dirette verso Em. Molte lo mancarono, altre furono fermate dalle sue robuste scaglie. Ma alcune gli trapassarono le ali.</p>
<p>Il suo volo si fece incerto. Altre frecce volarono verso di lui.</p>
<p>Saphira si voltò verso il Serpente.</p>
<p>“E’ il momento di morire.”</p>
<p>“Non uccideresti mai un prigioniero in catene, donna.”</p>
<p>Con un rapido gesto, Saphira sguainò il pugnale di Tàti, e lo piantò nel cuore del Serpente.</p>
<p>Lui la fissò con orrore, prima di cadere morto al suolo.</p>
<p>Si voltò verso i suoi comandanti.</p>
<p>“Suonare la carica. Si va in battaglia.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Em stava precipitando. Tàti raggiunse il punto in cui sarebbe caduto. Gli orchi, in assetto da battaglia, stavano avanzando.</p>
<p>All’ultimo momento, il drago riuscì a mutare la sua caduta in una planata, e atterrò vicino a Tàti. Posò Khellendros e Giselle al suolo. Giselle cercò disperatamente di tamponare le ferite di Khellendros.</p>
<p>“Usa il potere della guarigione su di lui, Giselle…” le disse Tàti.</p>
<p>“Non ce la faccio. Non ci riesco.”</p>
<p>“Morirà, solo tu puoi salvarlo. Prega la dea.”</p>
<p>Giselle piangeva e stringeva fra le braccia Khellendros. Le sue mani e il suo corpo tremavano. Poi iniziò a calmarsi, e continuando a stringerlo iniziò a mormorare le parole della guarigione.</p>
<p>Em guardò Tàti: “Un’ultima battaglia, guerriero?”</p>
<p>“Non sarà l’ultima.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le porte della città si aprirono, e l’intero esercito difensore si riversò sul campo di battaglia.</p>
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		<title>XIV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: II CLASSIFICATO</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Oct 2025 22:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[CONGELATO di Christian Folli “Congelato?” “Esatto, signor Smith.” Un brivido. Leggero. Non sono diventato uno degli uomini più potenti del pianeta perdendo la calma di fronte agli ostacoli. “Mi spieghi meglio.” “E’ semplice. Lei si sdraia nella celletta di conservazione. Ha la forma di una bara, ma non potevamo fare diversamente. E’ progettata per resistere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48959" rel="attachment wp-att-48959"><img class="alignleft  wp-image-48959" title="centuria" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/centuria7-600x177.png" alt="" width="480" height="142" /></a></strong></h3>
<h3><strong>CONGELATO</strong></h3>
<h3>di Christian Folli</h3>
<p>“Congelato?”</p>
<p>“Esatto, signor Smith.”</p>
<p>Un brivido. Leggero. Non sono diventato uno degli uomini più potenti del pianeta perdendo la calma di fronte agli ostacoli.</p>
<p>“Mi spieghi meglio.”</p>
<p>“E’ semplice. Lei si sdraia nella celletta di conservazione. Ha la forma di una bara, ma non potevamo fare diversamente. E’ progettata per resistere alle temperature più estreme e alle pressioni più elevate. Colleghiamo il suo corpo all’apparecchio tramite elettrodi e cavi (le risparmio la spiegazione scientifica completa), alcuni dei quali si inseriscono nei vasi sanguigni e altri si connettono direttamente ai neuroni. Quando attiviamo il processo, blocchiamo il funzionamento degli organi vitali, a cominciare dal cervello e dal cuore, portando la temperatura dell’organismo parecchio sotto lo zero. Concludiamo la procedura ricoprendola completamente di uno spesso strato di ghiaccio.”</p>
<p>Ho sempre valutato rischi e benefici, ma questa volta ho poco tempo a disposizione. L’impatto dell’asteroide con la Terra avverrà tra una settimana esatta.</p>
<p>“Quante persone avete ibernato finora?”</p>
<p>“Quattro, proponendolo ad altre cinque, incluso lei.”</p>
<p>Uno dei cinque è il Presidente, che me ne ha parlato stamattina.</p>
<p>“Immagino abbiate dei posti anche per coloro che hanno lavorato al progetto.”</p>
<p>“Lo abbiamo promesso a tutti gli ideatori. Purtroppo, i posti realmente a disposizione saranno solo quattro o cinque. Non c’è stato tempo per fare di più. Io naturalmente sono uno degli eletti. Gli altri…”</p>
<p>Già, gli altri. Non è questa la circostanza per pensare agli altri. Fortunatamente non ho amici. Mia moglie ha chiesto il divorzio il mese scorso. Mia figlia è una cretina sinistroide che pensa solo alle battaglie per i diritti dell’umanità e non mi rivolge quasi la parola.</p>
<p>“Mi risponda francamente. Quali sono le probabilità di successo?”</p>
<p>“Dal punto di vista tecnico, molto alte. Il vero problema è che non sappiamo quanti  sopravviveranno all’impatto con l’asteroide. Non siamo in grado di dotare l’apparecchiatura di un – chiamiamolo così – “timer di scioglimento del ghiaccio”. Lasceremo istruzioni non troppo complesse per poter de-ibernare i partecipanti da qui a un centinaio d’anni, quando gli effetti devastanti dovrebbero essere svaniti, a detta dei nostri cervelloni. Ma se gli esseri umani si saranno estinti o se nessuno troverà le celle di conservazione o se nessuno sarà in grado di invertire il processo, non ci sarà niente da fare.”</p>
<p>Un altro piccolo brivido. Un rischio calcolato. Con un’enorme incognita.</p>
<p>“In sostanza, dobbiamo sperare che qualcuno sopravviva, che costoro continuino a riprodursi e che generino se non degli scienziati almeno qualcuno abbastanza intelligente da capire come fare a scongelarci fra circa un secolo, dopo aver ritrovato le cellette di conservazione.”</p>
<p>“Esatto, signor Smith.”</p>
<p>“E per fare questo mi chiedete quasi la metà del mio patrimonio.”</p>
<p>“Deve considerare che quella cifra verrà divisa fra parecchie persone, alcune delle quali hanno capito perfettamente di avere ancora una settimana di vita….”</p>
<p>Sorrido. Pochi concetti ma chiari. E nessuna alternativa.</p>
<p>“Ho ancora alcune cose da sistemare.”</p>
<p>“Mi dica lei quando.”</p>
<p>“Vogliamo fare dopodomani?”</p>
<p>“A dopodomani, signor Smith.”</p>
<p align="center"><sup>*****</sup></p>
<p>Dove mi trovo?</p>
<p>“…”</p>
<p>Un suono in lontananza. Indistinto.</p>
<p>“…”</p>
<p>Ancora il suono. Meno flebile.</p>
<p>“..ith..”</p>
<p>Un abbozzo di senso dell’io. Frammenti di ricordi.</p>
<p>“..Smith..”</p>
<p>Smith. Sì, certo. Sono io. La memoria inizia a diventare più vivida.</p>
<p>“Signor Smith!”</p>
<p>Comincio a riprendere consapevolezza. Non posso muovermi né parlare, immerso nell’oscurità assoluta. Ovvio, dal momento che sono ricoperto da un abbondante strato di ghiaccio. Non avverto freddo, anche se il mio sangue sta circolando, altrimenti non avrei ripreso conoscenza.</p>
<p>“Signor Smith!”</p>
<p>Ora la voce è abbastanza forte. La odo direttamente nella testa.</p>
<p>“Ah, signor Smith! Adesso mi sente! Lo vedo dai segnali degli elettrodi collegati ai suoi neuroni. Scienza e fantascienza sono concetti sempre più relativi e fluidi, non è vero, signor Smith?”</p>
<p>La nebbia si dissolve dalla mente. L’asteroide. Qualcuno è sopravvissuto. E mi hanno trovato. Quanto tempo sarà passato? E come sarà la Terra?</p>
<p>“Bene, signor Smith! La sua attività elettrica cerebrale si fa più vivace. Lei inizia a ricordare. E a porsi domande.”</p>
<p>Il tono della voce suona strano. Provo inquietudine. Sono sepolto vivo dentro una bara di ghiaccio. Spero non ci voglia molto per scongelarmi.</p>
<p>“Ah, signor Smith! Lei non credeva che un giorno sarebbe riuscito a risvegliarsi uscendo dall’ibernazione, non è vero?”</p>
<p>Una leggera sensazione di freddo. Le funzioni del corpo che si riattivano.</p>
<p>“Ma lei vorrà sapere molte cose, signor Smith. Inizierò dalla più importante. Da quando lei ha subito il processo di congelamento ad oggi sono passati soltanto dieci anni.”</p>
<p>Dieci anni! Com’è possibile?</p>
<p>“Ah, signor Smith! L’India! Dobbiamo ringraziare l’India! Mentre in occidente i nostri scienziati si arrovellavano invano, nel paese dalla saggezza ultramillenaria sono stati completati calcoli astronomici di una complessità inaudita, che hanno permesso di indirizzare un missile proprio contro l’asteroide, frantumandolo in mille pezzi prima dell’impatto con la superficie del nostro pianeta. Sfortunatamente, questo avveniva solo il giorno prima della data prevista per la catastrofe e pertanto i frammenti dell’asteroide sono comunque precipitati causando un numero spaventoso di vittime, sia direttamente sia originando terremoti, maremoti e uragani. Inoltre, per anni, i superstiti hanno vissuto immersi in un denso strato di polveri, smog e fumi. E’ stato un disastro, ma nulla in confronto a ciò che sarebbe accaduto senza il missile degli Indiani.”</p>
<p>Mentre ascolto ho l’impressione che il corpo inizi a riscaldarsi. Il buio è ancora completo, ma a tratti mi pare di poter muovere appena la palpebre o la punta delle dita.</p>
<p>“Tuttavia, signor Smith…..”</p>
<p>Perché questa pausa?</p>
<p>“…..è mio dovere informarla che si sono verificati altri eventi, sia durante il periodo più critico sia dopo che la situazione si è, diciamo così, normalizzata.”</p>
<p>Ovvero?</p>
<p>“Mentre il ghiaccio che la avvolge continua a sciogliersi gradualmente, la aggiornerò su alcuni fatti accaduti in sua… assenza.”</p>
<p>Di nuovo quell’inflessione nella voce. Ora avverto i battiti del cuore. Veloci.</p>
<p>“Lei ricorderà, signor Smith, che il giorno in cui venne ibernato le fu comunicato che la cella di congelamento a lei destinata si era guastata e forse non sarebbe stata riparata in tempo. A quel punto lei “convinse”, con molta generosità, il responsabile del progetto a sostituire la sua capsula con un’altra, già destinata a un certo signor Grooves, un multimiliardario ricco quanto lei ma, se mi è consentito, senza i suoi appoggi politici. Purtroppo non fu possibile aggiustare la cella e il signor Grooves morì nel crollo del suo rifugio, abbattuto da un frammento del meteorite.”</p>
<p>Perché me lo racconta? E’ ovvio, in situazioni di guerra o catastrofe vige la legge del più forte.</p>
<p>“Ho un’altra storia da raccontarle. Quando si rese conto della catastrofe imminente, onde poter disporre di tutto il denaro possibile – e in effetti dovette utilizzarne davvero tanto, signor Smith! -, lei si sbarazzò del suo socio accusandolo falsamente di aver manipolato il bilancio della vostra multinazionale. Il signor Loomin fu quindi arrestato, seppure del tutto innocente, come lei ben sa, e morì d’infarto in prigione poche ore prima della caduta dell’asteroide.”</p>
<p>Loomin. Intelligentissimo, altrimenti non l’avrei tenuto come socio. Ma un debole.</p>
<p>“Lei sta iniziando a fare dei piccoli movimenti, signor Smith.”</p>
<p>Vero. Piccoli movimenti delle estremità e della lingua. Anche le tenebre cominciano a rischiararsi.</p>
<p>“Ah, signor Smith! Mi duole avvisarla che la prossima comunicazione sarà la più triste. Sebbene non aveste grandi rapporti, lei aveva una figlia, Sophie, che, per contro, era attaccatissima a sua moglie, o dovrei dire ex-moglie, dato che le aveva intentato una causa di divorzio. Sophie era un’idealista, una persona di nobili principi, e soprattutto una ragazza estremamente sensibile. Sopravvisse alla catastrofe dell’impatto, ma non a ciò che ne seguì: morte, devastazione, sciacallaggi. Si suicidò dopo poche settimane.”</p>
<p>Sophie! Suicida! Una giovane imbecille, ma pur sempre mia figlia.</p>
<p>Non è più buio. Avverto che lo strato di ghiaccio intorno a me si fa sempre più sottile. Posso socchiudere le palpebre. Intravedo delle sagome.</p>
<p>“Come lei ha sempre saputo, signor Smith, sono i soldi a far girare il mondo. E qualcuno ha pagato per essere qui al momento del suo risveglio.”</p>
<p>Ora posso distinguere abbastanza chiaramente tre figure umane intorno alla mia celletta.</p>
<p>“Il ghiaccio sta per svanire, signor Smith. Mi permetta di presentarle coloro che la accoglieranno. Il signor Roger, fratello del signor Grooves. Il signor William, figlio del signor Loomin. L’ultima la conosce. Amalia, la sua ex-moglie.”</p>
<p>Il ghiaccio si è sciolto quasi del tutto. Vedo più distintamente le tre figure. Una ha i capelli lunghi. Tutte tengono in mano un oggetto lungo e affilato. Un coltello.</p>
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		<title>XIV TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA: I CLASSIFICATO</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Oct 2025 22:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[GHOSTWRITER di Nicola Catellani Il blocco dello scrittore è una brutta bestia. Dario se ne rendeva conto sempre di più. Funziona così: stai lì davanti al tuo portatile, con la pagina bianca che ti fissa dallo schermo, poi tu fissi lei, provi a scrivere due frasi, non ti piacciono, le cancelli, apri un altro file [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong><a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?attachment_id=48959" rel="attachment wp-att-48959"><img class="alignleft  wp-image-48959" title="centuria" src="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/wp-content/uploads/centuria7-600x177.png" alt="" width="480" height="142" /></a></strong></h3>
<h3>GHOSTWRITER</h3>
<h3>di Nicola Catellani</h3>
<p>Il blocco dello scrittore è una brutta bestia. Dario se ne rendeva conto sempre di più. Funziona così: stai lì davanti al tuo portatile, con la pagina bianca che ti fissa dallo schermo, poi tu fissi lei, provi a scrivere due frasi, non ti piacciono, le cancelli, apri un altro file per prendere appunti, torni alla pagina bianca&#8230;</p>
<p>Alla fine vai su internet a cercare ispirazione, e lì ti perdi.</p>
<p>E fu sera e fu mattina: secondo giorno. Idem. Dario stacca la connessione internet per evitare distrazioni, ma le cose non migliorano. Anzi, il tempo non passa mai, e sullo schermo nulla cambia. Impreca ad alta voce, invocando un’ispirazione che non arriva.</p>
<p>Di notte ha anche gli incubi.</p>
<p>Aveva affittato quella vecchia villa veneta del Settecento per una settimana, sicuro che l’ambiente l’avrebbe ispirato. Era il sistema usato per i suoi precedenti romanzi, e aveva sempre funzionato alla perfezione: la baita in montagna, la vecchia casa cantoniera, la canonica dismessa della pieve. In quelle occasioni l’ispirazione era fluita in lui, e già dal primo giorno le sue dita avevano danzato sui tasti. La settimana gli era bastata per le prime stesure, poi si era trattato solo di rifinire.</p>
<p>Questa volta, invece, niente. Colpa della villa? Era stata ristrutturata, ma solo in parte: all’esterno mostrava ancora lo stile dell’epoca, invece all’interno – nelle poche stanze in affitto – l’ammodernamento era evidente. I lavori nella parte più caratteristica dell’edificio erano fermi da tempo. Dario aveva camminato a lungo nel parco del giardino, ammirando la villa dall’esterno, immaginandosi la vita in quel luogo nel Settecento. Ma, una volta all’interno, niente ispirazione.</p>
<p>E, la seconda notte, l’incubo.</p>
<p><em>Dario cammina in un salone d’epoca, forse in quella stessa casa, ma i confini sono indistinti. Gli affreschi incomprensibili, confusi. Arriva all’altro capo del salone e apre la grande porta lignea. Si trova in una piccola stanza, una biblioteca di antichi volumi. C’è una poltrona con lo schienale rivolto verso di lui. Qualcuno è seduto sulla poltrona. Dario si ferma, teme di essere entrato dove non dovrebbe. La persona si alza dalla poltrona e si volta.</em></p>
<p><em>È un uomo di una sessantina d’anni, con parrucca bianca e abito decisamente settecentesco. Ha un libro in mano. Sorride a Dario e gli dà il benvenuto. Si presenta come </em>Guidubaldo Pallavicino<em>, o qualcosa di simile. Scrittore veneto. Dario si presenta a sua volta come scrittore. Guidubaldo pare rallegrarsene. Dario rivela di avere il blocco dello scrittore. Guidubaldo si rallegra ancora di più, e si offre di aiutarlo.</em></p>
<p><em>“Sono un fantasma”, rivela, e solo in quel momento Dario si accorge che il corpo dell’uomo è traslucido. “Potrei entrare in te e scrivere al tuo posto. Son pieno di idee! Son morto da centinaia d’anni e in tutto questo tempo non ho avuto altro da fare che pensare a trame di opere!”</em></p>
<p><em>Dario non crede ai fantasmi, ma quella scena appare fin troppo reale.</em></p>
<p><em>“Vorresti… possedermi?”, chiede, impaurito.</em></p>
<p><em>“Non è così terribile come sembra. È una cosetta momentanea.”</em></p>
<p><em>Il fantasma avanza verso di lui. Dario indietreggia.</em></p>
<p><em>“No, no. Non ti avvicinare!”</em></p>
<p><em>“Davvero, non sarà pericoloso&#8230;”</em></p>
<p><em>Il fantasma vorrebbe sembrare rassicurante, ma non lo è affatto.</em></p>
<p><em>“No! No! Vattene!”</em></p>
<p><em>Dario si gira per tornare di corsa nel salone, terrorizzato.</em></p>
<p><em>La porta è sparita.</em></p>
<p><em>“Mi spiace, Dario, ma non ho altra scelta.”</em></p>
<p><em>Il fantasma gli si lancia contro, affondando nel suo corpo.</em></p>
<p><em>Dario urla di terrore e…</em></p>
<p>…spalancò gli occhi con un gemito, poi un sospiro di sollievo. Si trovava nel suo letto. Era stato solo un incubo.</p>
<p>Placò i battiti del cuore. Era ormai mattina, tanto valeva uscire dal letto. Si alzò nella pallida luce che filtrava dalle tende. Ci mancava anche l’incubo…</p>
<p><em>“Buongiorno!”</em></p>
<p>Quel saluto improvviso lo spaventò.</p>
<p>Era solo in casa. Da dove proveniva quella voce?</p>
<p>“Chi è? Chi parla?”</p>
<p>La risposta terrorizzò Dario ancora di più:</p>
<p><em>“Sono Guidubaldo Pallavicino.”</em></p>
<p>La voce era dentro la sua testa.</p>
<p><em>Posseduto da un fantasma!</em></p>
<p>Dario fu preso dall’angoscia nello scoprire di avere un ectoplasma dentro di sé; ad essa seguirono vari minuti di puro spavento nei quali il povero scrittore colloquiò con quella voce interiore, diviso tra il terrore di essere impazzito e il panico di essere davvero posseduto.</p>
<p>La voce interiore, dal canto suo, fece del suo meglio per rassicurare l’uomo delle sue buone intenzioni, dell’assoluta provvisorietà di quella possessione, del fatto che gran parte delle storie sui fantasmi sono false, e così via.</p>
<p>Dario, per tutta risposta, cercò più volte di scappare dalla casa. Ma ogni volta i suoi occhi si chiudevano di colpo, e si risvegliava seduto su una sedia. Il fantasma riusciva a prendere possesso del suo corpo quanto bastava per non farlo fuggire.</p>
<p>Alla fine, per sfinimento, l’uomo gridò:</p>
<p>“Ma insomma, cosa vuoi da me?”</p>
<p>La voce, con accento chiaramente veneto, rispose:</p>
<p><em>“Ostrega!, te l’ho detto stanotte: farti scrivere un capolavoro.”</em></p>
<p>Scendere a patti con un fantasma poteva essere il male minore… se l’alternativa era la pazzia. Quindi Dario attese che il terrore lo abbandonasse, e provò a intavolare una trattativa.</p>
<p>“Ma… perché?”</p>
<p><em>“Sono uno scrittore, ostrega! Son centinaia d’anni dacché son morto che fremo per poter scrivere delle opere, ma non ne ho mai avuto l’occasione”</em>. La voce interiore sembrava quasi implorante. <em>“In questa casa son vissute decine di persone, ma manco uno scrittore. Così, quando ho capito dal tuo sogno che </em>te xe<em> uno scrittore in crisi, ho pensato: è giunto il mio momento. Posso aiutarti!”</em></p>
<p>“E come?”</p>
<p><em>“Semplice. Prendo possesso del tuo corpo e scrivo io al posto tuo!”</em></p>
<p>Non fu per nulla facile convincere Dario, ma dopo una serie di rassicurazioni (il fantasma non avrebbe preteso la paternità dell’opera; si sarebbe accontentato di una semplice dedica “a Guidubaldo Pallavicino”; la possessione era assolutamente innocua; una volta terminato il lavoro l’avrebbe lasciato libero) egli accettò di sottoporsi al tentativo. In pratica il fantasma sarebbe diventato, letteralmente, il suo <em>ghostwriter</em>.</p>
<p>“Cosa devo fare?”</p>
<p><em>“Siediti, serra gli </em>oci<em>, e al resto penso tutto io. Quando te li farò riaprire sarai sbalordito!”</em></p>
<p>“Ma se chiudo gli occhi, come puoi guidare il mio corpo?”</p>
<p><em>“Non me servono i tuoi oci per vedere. Li devi tenere chiusi per non intralciarmi mentre lavoro.”</em></p>
<p>“Non è che poi mi mandi a sbattere da qualche parte? Io non mi fido.”</p>
<p><em>“Oh, Dario, tì te xe propri un mona! I mona sii riconosse dal fatto che i dovarìa tasèr coi parla e che i dovarìa parlar coi tase.</em><span style="color: #ffff00;"><strong> (1) </strong></span><em>Sta’ bono e serra gli oci!”</em></p>
<p>Dario, molto dubbioso, obbedì.</p>
<p>Non provò alcuna sensazione dello scorrere del tempo. Quando il fantasma gli fece riaprire gli occhi poteva essere passato un minuto come mezza giornata.</p>
<p>“Ebbene?”, chiese. La situazione attorno a lui sembrava invariata. “Finito?”</p>
<p><em>“No, non ho nemmeno iniziato”</em>, rispose l’altro, con un leggero imbarazzo, <em>“Non trovo carta, penna e calamaio. Dove li hai cacciati?”</em></p>
<p>“Carta, penna e… Ma il calamaio non si usa più da decenni!”</p>
<p><em>“E dove intingi la penna?”</em></p>
<p>“Ma la penna non si intinge!”</p>
<p>Dario sospettò che il fantasma fosse rimasto isolato in quella casa un po’ troppo a lungo.</p>
<p>“Scusa, ma i precedenti abitanti di questa villa non scrivevano mai niente?”</p>
<p><em>“Da più di cinquant’anni qui non ghe vive nessuno. È stata ristrutturata da poco. Prima g’ha vissuto per oltre quarant’anni una vedova analfabeta”.</em></p>
<p>“E non sei mai uscito?”</p>
<p><em>“Sono un fantasma, </em>insemenìo<em>! Son legato a star qua. Allora, g’avemo ‘sta carta e penna?”</em></p>
<p>Dario sospirò, e si sedette al portatile poggiato sul tavolo. La situazione non si prospettava semplice.</p>
<p>“Ormai non si usano più carta e penna per scrivere. Adesso c’è questo.”</p>
<p>Aprì il computer e lo accese. Lo schermo s’illuminò.</p>
<p><em>“Ostrega!”</em>, esclamò il fantasma, sorpreso. Il corpo di Dario, contro la sua volontà, si ritrasse di colpo all’indietro. <em>“Cosa xè questo libro infuocato?”</em></p>
<p>“Si chiama computer. Forza, possiedimi e usalo.”</p>
<p>Chiuse gli occhi.</p>
<p>Li riaprì. Situazione invariata. Anche stavolta erano trascorsi solo pochi secondi.</p>
<p><em>“Non funziona così, Dario”,</em> lo rimproverò il fantasma, <em>“Io non prendo possesso della tua mente, ma solo del tuo corpo. Se devo usar il </em>libro de fogo<em> me g’hai da spiegar come se fa.”</em></p>
<p>Spiegare l’uso della videoscrittura a uno scrittore del Settecento? Dario non era riuscito nemmeno a spiegarlo a sua madre…</p>
<p>Aprì una pagina bianca sullo schermo.</p>
<p>“Immagina che questo sia un foglio di carta. Qui sotto ci sono dei tasti con le lettere dell’alfabeto. Se spingi un tasto, la lettera compare sul foglio. Così, vedi?”</p>
<p>Premette la A, e comparve sullo schermo.</p>
<p><em>“Xè miracoloso!”</em>, si sbalordì il fantasma, e costrinse il corpo di Dario a farsi un rapido segno di croce.</p>
<p>Dario gli mostrò l’uso dei tasti per gli spazi, la punteggiatura e per andare a capo. Non azzardò oltre.</p>
<p>“Adesso fai una prova tu.”</p>
<p>Chiuse gli occhi.</p>
<p>Li riaprì. La pagina era ancora bianca.</p>
<p>“Cosa succede?”</p>
<p><em>“Le lettere sui tasti… son tutte in disordine! Guarda qua: Q, W, E, R, T, Y… Come se fa a trovar la lettera bona, senza l’ordine alfabetico? Ciò!, a cercar una lettera alla volta, qui si fa notte.”</em></p>
<p>Sullo schermo comparivano solo poche lettere, alcune ripetute di fila per una decina di volte, segno che il fantasma aveva avuto il dito pesante sul tasto.</p>
<p><em>“Mi g’ho bisogno de carta e penna, non del tuo </em>libro de fogo<em>.”</em></p>
<p>Dario non tentò nemmeno di ribattere. Nella valigia aveva infilato cinque o sei fogli bianchi, in caso di appunti, e anche una biro. Li mise sul tavolo. Guidubaldo si mostrò dubbioso.</p>
<p><em>“E il calamaio?”</em></p>
<p>“Non serve. L’inchiostro è dentro la penna.”</p>
<p><em>“E la carta assorbente per asciugare l’inchiostro?”</em></p>
<p>“Non serve. Questo inchiostro si asciuga subito. Sei pronto?”</p>
<p><em>“Mettiti a sedere, si comincia sul serio.”</em></p>
<p>Dario si sedette e chiuse gli occhi.</p>
<p>Li riaprì. Si aspettava ancora una pagina bianca, invece si ritrovò i fogli tutti vergati da una calligrafia larga, antiquata, piena di ricciolini e particolarmente arzigogolata. All’esterno la luce del sole era più vivida: doveva essere quasi mezzogiorno.</p>
<p><em>“Ho finito i fogli.”</em> spiegò il fantasma.</p>
<p>“Non ne ho altri. Posso… uscire dalla casa per comprarli?”</p>
<p>“<em>Ciò, io devo restar qua, ma tu vai pure. Non puoi tentare la fuga, g’avemo un contratto spiritico! Tornerai, e io rientrerò.”</em></p>
<p>Dario raccolse il primo foglio e lesse le frasi.</p>
<p>O meglio, provò a leggerle. Le lettere maiuscole sfoggiavano cartigli svolazzanti ovunque, e le minuscole… le S sembravano F, le A non si distinguevano dalle O e dalle U, le M dalle N, le righe erano schiacciate l’una sull’altra, la punteggiatura quasi del tutto assente.</p>
<p>“Ma non si capisce niente!”</p>
<p><em>“La tua penna xe scarsa”</em>, rispose Guidubaldo, sprezzante, <em>“Troppo corta, poco maneggevole. Ci voleva una vera penna d’oca e l’inchiostro.”</em></p>
<p>Dario s’impegnò a decifrare l’apparente titolo dell’opera.</p>
<p>“Vediamo… <em>‘La gran vittoria del servetto Pantalotti contra il dottor Scatolone e monsignor Turibolo, ossia ragionamenti fantastici posti in forma di dialoghi rappresentativi, composti dall’illustrissimo sior scrittore Dario…’</em>. Ma che roba è?”</p>
<p><em>“Il titolo, ciò. Cos’altro dovrebbe essere, in capo al foglio?”</em></p>
<p>“Ma non puoi scrivere un titolo così!”</p>
<p><em>“E come vorresti scriverlo, di grazia?”</em></p>
<p>“Al giorno d’oggi non si usano più questi lunghi titoli ampollosi. I titoli devono essere brevi, fatti per colpire l’immaginazione del lettore. È sufficiente intitolarlo ‘La gran vittoria’.”</p>
<p><em>“Oh, bella! E come si capisce di chi è la vittoria?”</em></p>
<p>“Si scrive nella presentazione del romanzo sul retro del libro rilegato. Ma poi… che razza di storia vuoi raccontare? Pantalotti? Scatolone?”</p>
<p><em>“Oh, Dario, ma non devi andare a comprare i fogli? Su, prendi i sghei e va’ a reméngo.”</em></p>
<p>Il corpo di Dario si trovò indirizzato a viva forza verso la porta.</p>
<p>Gli fu sufficiente uscire dal cancello per non sentire più la voce interna del fantasma. Dario provò a chiamarlo un paio di volte, ma niente. Meditò se prendere l’auto, fuggire da lì e non tornare mai più: ma gli premeva il portatile. Sarebbe tornato, suo malgrado.</p>
<p>Prima di recarsi in cartoleria, però, fece una rapida ricerca col cellulare su “Guidubaldo Pallavicino”. Solo Wikipedia gli mostrò un riferimento: “Guidubaldo Pallavicino, detto <em>L’Incompiuto</em>, (1711-1770), scrittore”. A quanto pareva, il tipo era esistito davvero! La voce riportava poche righe: Pallavicino in tutta la vita aveva prodotto solo un paio di dimenticati libretti per il teatro (<em>“Sigismondo, ossia il postiglione burlato”</em> e <em>“L’ingenuo Federigo, dramma per musica di un solo personaggio”</em>). Poi, invidioso del successo del commediografo Carlo Goldoni, si era lanciato a scrivere numerose altre opere di teatro, senza mai terminarne nessuna. Da qui il nomignolo <em>“L’Incompiuto”</em> che l’aveva accompagnato fino alla morte.</p>
<p><em>L’Incompiuto</em>, sospirò Dario, avviando l’auto, <em>Sono posseduto da un fantasma incapace di finire quello che inizia!</em></p>
<p>Appena rientrato in casa avvertì la presenza del fantasma dentro di sé. Poggiò la risma sul tavolo e mise subito le cose in chiaro.</p>
<p>“Guidubaldo, prima di continuare voglio che tu mi dica cos’hai intenzione di scrivere su questi fogli. Fammi un riassunto della trama.”</p>
<p><em>“Molto ben. Senti che roba! Xe la storia de un servetto che, per poter magnar a volontà, va al servizio di un dottore e un monsignore, </em>sensa<em> che l’uno sappia dell’altro. È una commedia che…”</em></p>
<p>“Che ho già sentito.” l’interruppe, brusco “<em>Arlecchino servitore di due padroni</em>, di Carlo Goldoni. Trovane un’altra.”</p>
<p><em>“Ostrega,”</em>, borbottò il fantasma, con disappunto, <em>“Beh, no xe problema. G’ho un’altra storia: una bella locandiera viene corteggiata dai suoi clienti, un marchese, un conte e un mercante…”</em></p>
<p>“Sempre Goldoni.”</p>
<p><em>“Ciò!”</em>, esclamò, irritato <em>“No xe possibile che il ciarpame di quello scribacchino sia ancora noto dopo tutti questi anni! Quel teatrante!”</em></p>
<p>“Dimostrami di saper scrivere qualcosa di nuovo. Non voglio accuse di plagio.”</p>
<p><em>“Non xe plagio, semmai rielaborazione. Anche quel massone di Goldoni ha copiato altre opere. Ghe n’era una francese su un avaro che…”</em></p>
<p>“Sforzati di più.”</p>
<p><em>“Ben ben”</em>, si calmò, <em>“Lassamo star il Goldoni. Senti questa, come xe drammatica: una coppia di poveri morosi se vogliono sposar, ma un signorotto s’invaghisce della bella sposina e vuol impedir il matrimo…”</em></p>
<p>“Come no! Ritenta.”</p>
<p><em>“Uff. Allora… gh’è un marinaio il quale naufraga tutto solo su un’isoletta deserta, e g’ha da rimaner vivo finché…”</em></p>
<p>“Già fatto.”</p>
<p><em>“Una storia di magia: un gruppo di gnomi g’ha un anello fatato che dev’essere distrutto in un vulcano prima che…”</em></p>
<p>“Già fatto.”</p>
<p><em>“Un burattino di legno…”</em></p>
<p>“Fatto!”</p>
<p><em>“Ostregheta, ma cos’è? Han già scritto tutto quel che si può scrivere?”</em></p>
<p>Molti tentativi dopo, fu chiaro che la fantasia di Guidubaldo non era così fervida… oppure le sue idee erano già state sfruttate a fondo negli ultimi tre secoli. La voce interna del fantasma era sempre più depressa, e anche Dario non vedeva vie d’uscita.</p>
<p>“Potresti lasciar perdere tutto, e uscire dal mio corpo”, buttò lì.</p>
<p><em>“Non posso, g’avemo fatto un patto. Prima dobbiamo finire l’opera. È la regola dei patti spiritici.”</em></p>
<p>“Finire l’opera…”, sbuffò Dario, ormai insofferente “Mica facile, con <em>l’Incompiuto.</em>”</p>
<p>Citare il soprannome fu un errore. D’improvviso Dario si sentì paralizzare arti e viso, e nella testa gli rimbombò una voce ringhiosa:</p>
<p><em>“Chi ti ha parlato dell’Incompiuto??”</em></p>
<p>Muovendo a fatica le labbra, Dario rispose intimorito:</p>
<p>“Il… il <em>libro di fuoco</em>… Lascia che ti mostri…”</p>
<p>La paralisi si allentò, e Dario si trascinò al computer. Navigò su internet fino a trovare la scarna voce di Wikipedia su Guidubaldo. Poche righe, e nemmeno un’immagine.</p>
<p>“Questa è… una specie di enciclopedia. Parla anche di te.”</p>
<p>Lo sentì borbottare dentro di sé mentre leggeva lo schermo.</p>
<p><em>“L’Incompiuto… il postiglione… Federigo… Ciò!, ho passato la mia vita a scrivere, e questo xe tutto quel che si dice di me? Un insulto e due operette minori?”</em></p>
<p>“Mi spiace”, Dario fece per spegnere il computer, ma il fantasma bloccò il suo braccio.</p>
<p><em>“Fermo. Il tuo </em>libro de fogo<em> parla anche di… quello scribacchino di Goldoni?”</em></p>
<p>Il cuore di Dario mancò un colpo. Avrebbe voluto mentire, ma non riuscì.</p>
<p>“Sì… c’è… una pagina.”</p>
<p><em>“Voglio vederla.”</em></p>
<p>“Non so… se ti conviene.”</p>
<p><em>“Voglio vederla.”</em></p>
<p>“D’accordo.”</p>
<p>La pagina di Wikipedia su Carlo Goldoni aveva una profusione di disegni, figure, foto di statue dell’autore, e non finiva più di scorrere. C’erano pure i link alle pagine specifiche dedicate a ciascuna delle sue opere. Il fantasma ringhiò dall’inizio alla fine. Poi sbottò:</p>
<p><em>“Ciò! Di quell’imbrattacarte hanno citato anche i temi di scuola… E di me, invece…”</em></p>
<p>Dario non sapeva come saltarci fuori: in quello stato d’animo, il fantasma avrebbe potuto compiere qualsiasi gesto insano col suo corpo, e lui rischiava di patirne le drammatiche conseguenze. Doveva assolutamente impedirgli di piombare nello sconforto.</p>
<p>“Non ti abbattere, dai”, improvvisò, “Ecco, io non ho mai letto le tue due opere, ma non credo fossero davvero ‘operette minori’, come dici tu.”</p>
<p><em>“Invece lo sono”</em>, mormorò scoraggiato il fantasma, <em>“Erano i miei primi lavori. Ho sbagliato a pubblicarle subito. Tutti le hanno criticate, così non g’ho mai avuto il coraggio di dare alle stampe le mie opere successive.”</em></p>
<p>“Quelle che non hai mai terminato?”</p>
<p>Guidubaldo rimase muto per un paio di secondi.</p>
<p><em>“In verità le ho terminate… e xerano molto migliori di quelle,” </em>ammise<em> “Ma non me la son sentita di affrontar la critica. Così… g’ho raccontato che non le aveo ancora finite. E me le son tenute per me.”</em></p>
<p>A Dario parve di sentire un mezzo singhiozzo. Tentò di uscire dall’impasse con l’adulazione.</p>
<p>“Capisco. Eh, sono certo che fossero davvero buone: tu mi sembri uno scrittore in gamba. È davvero un peccato che nessuno abbia potuto vederle stampate. Di certo però i tuoi figli avranno apprezzato i manoscritti.”</p>
<p><em>“Non ho avuto figli.”</em></p>
<p>“Allora tua moglie… i parenti…”</p>
<p><em>“Tutti analfabeti.”</em></p>
<p>E dai, no! Dario si rassegnò. Per tirare su di morale il fantasma ormai non vedeva altra soluzione: fargli scrivere qualcosa di nuovo, qualsiasi cosa fosse. Senza pensare al titolo assurdo o al contenuto trito e ritrito.</p>
<p>“D’accordo, Guidubaldo”, capitolò, “Poiché ormai le tue opere si sono perdute nel tempo, ti lascerò scrivere quello che…”</p>
<p><em>“Ah, ma non son mica perdute.”</em></p>
<p>“Come dici?”, Dario fu colto di sorpresa.</p>
<p><em>“Si trovano in una cassa, nella parte ancora diroccata di questa villa. Tutte quante. Ostrega, Dario, io son mica qui a tener su le mura, son qui a far la guardia alle mie opere!”</em></p>
<p>La cassa era ficcata in uno sgabuzzino, nell’angolo più isolato del solaio. Nei secoli vi era stata ammucchiata ogni sorta di cianfrusaglia, e con tutta evidenza nessuno aveva mai pensato di ripulirlo. Guidubaldo gli rivelò dove trovare la chiave della cassa, e Dario avanzò tra il ciarpame. Spostò tutto il materiale accumulato sul coperchio e fece scattare a fatica la serratura arrugginita.</p>
<p>La cassa traboccava di antichi manoscritti, tutti vergati con la grafia barocca e quasi illeggibile di Guidubaldo Pallavicino, <em>l’Incompiuto</em>. Dario ne sollevò uno, con estrema cautela.</p>
<p>“Incredibili. Mi fanno venire un’idea.”</p>
<p>Dario si accordò col fantasma, prese con sé un manoscritto, saltò in auto e rientrò alla villa dopo tre ore.</p>
<p><em>“Ebben? G’avemo buone nuove?”</em></p>
<p>“Buonissime!”, assicurò, con uno smagliante sorriso. “Ho parlato col direttore del museo: ha confrontato il manoscritto con quelli delle tue due opere, e ne ha confermato l’autenticità!”</p>
<p><em>“Vorrei ben vedere!”</em></p>
<p>“Gli ho detto di averne trovati molti altri. Adesso devo solo fare un’offerta al padrone della villa per acquistare la cassa. Poi potrò portare i libri al museo.”</p>
<p><em>“Te li pagherà molti sghei?”</em></p>
<p>“In verità no: una cifra poco più che simbolica”, ammise Dario, “Senza offesa, ma purtroppo non sei Goldoni… per ora. Però il museo si è comunque dimostrato interessato a organizzare una mostra retrospettiva sulle tue opere ritrovate!”</p>
<p><em>“Cosa sarebbe una mostra retrospettiva?”</em></p>
<p>“Un’esposizione delle tue opere, con commenti e note di critica, e un inquadramento storico. Questa è la parte importante: la storia. Vedi, su di te e sulla tua vita si sa poco più di quello che c’è scritto su Wikipedia. Non è sufficiente per la mostra.”</p>
<p>Dario poggiò il manoscritto sul tavolo e avvicinò il computer.</p>
<p>“In una vera mostra c’è sempre un catalogo con le immagini delle opere e la vita dell’autore. Bene, io mi sono presentato al direttore come studioso esperto della vita di Guidubaldo Pallavicino!”</p>
<p><em>“Ma tu non sai niente di me!”</em></p>
<p>“No, ma mi sono comunque offerto di scrivere il testo del catalogo, raccontando la tua vita e le tue opere.”</p>
<p>Accese il programma di scrittura.</p>
<p><em>“E quindi?”</em></p>
<p>“E quindi, caro Guidubaldo, malgrado tutto riusciremo a portare a termine un’opera: la tua biografia. Anzi, in verità un’auto-biografia: tu detti e io scrivo. Forza, mio <em>scrittore fantasma</em>, non perdiamo altro tempo: quando e dove sei nato?”</p>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><span style="color: #ffff00;"><strong>(1)</strong></span> Dario, sei proprio uno stupido! Gli stupidi si riconoscono dal fatto che parlano quando dovrebbero tacere e tacciono quando dovrebbero parlare</p>
</div>
</div>
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		<title>RACCONTO DI NATALE</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Dec 2024 23:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Faceva freddo e si sentiva solo: intorno a lui, a perdita d’occhio, una distesa bianca. “Come un deserto,” pensò “ma di ghiaccio…”. Avanzava lentamente e a fatica e non soltanto a causa dei disagi di quell’impervio, gelido cammino, ma piuttosto perché non sapeva dove, in realtà, stesse andando. Tutto era buio dentro di lui o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Faceva freddo e si sentiva solo: intorno a lui, a perdita d’occhio, una distesa bianca.</p>
<p>“Come un deserto,” pensò “ma di ghiaccio…”.</p>
<p>Avanzava lentamente e a fatica e non soltanto a causa dei disagi di quell’impervio, gelido cammino, ma piuttosto perché non sapeva dove, in realtà, stesse andando.</p>
<p>Tutto era buio dentro di lui o percepito, forse, soltanto sfocato, al pari di quel candore immacolato che, senza avere termini di paragone, tutto confondeva, tutto annullava…</p>
<p>Chi era? Cosa stava facendo? Avrebbe desiderato specchiarsi anche soltanto in una qualsiasi fonte per sapere almeno che aspetto avesse: di se stesso poteva riconoscere soltanto le sue mani – lunghe, affusolate, nervose… – e quei suoi poveri piedi torturati dal gelo che parevano reggerlo a stento su gambe lunghe e fragili.</p>
<p>Protese una mano a toccarsi il viso: era scarno, dagli zigomi prominenti e, al tatto, il suo naso sembrava possedere una linea dritta e aggraziata e gli occhi dovevano essere piuttosto grandi ed incavati.</p>
<p>Il nome? Qual era il suo nome? Non lo sapeva… non lo ricordava. Guardò il sole che, proprio allora, uscendo da sotto una pesante cortina nerastra, si mostrò a lui.</p>
<p>“Luce, ecco … mi chiamerò Luce”, pensò allora, ma qualcosa gli rivelò che il nome che si era scelto avrebbe soltanto suscitato dei dubbi.</p>
<p>“Dubbi?”, si chiese. “E a chi? Qui non c’è anima viva”. Comunque – almeno per se stesso, per potersi parlare, interrogare e per regalarsi, in qualche modo, un’identità -, si sarebbe chiamato “Luce”.</p>
<p>Per ore seguitò a camminare in quel riverbero sempre più accecante che ora aveva intorno e che gli feriva penosamente gli occhi – di quale colore saranno mai stati i suoi occhi? -, poi, pian piano, anche quell’inatteso sole scivolò oltre l’orizzonte e, con il buio, tornò ad accentuarsi il suo smarrimento.</p>
<p>D’improvviso, ad incrinare quell’ovattato irreale silenzio, gli giunsero, anche se ancora lontani, degli ululati.</p>
<p>“Lupi” pensò, chiedendosi però in qual modo fosse stato in grado di identificarli con quel nome: non ricordava di averli mai sentiti né veduti prima.</p>
<p>Di lì a poco, infatti, iniziò a discernere delle sagome, dapprima confuse, ma che, man mano che gli si facevano più vicine, presero l’aspetto affusolato ed argentato dei terribili predatori.</p>
<p>Ben presto i loro spietati occhi gialli si fissarono su di lui che, nonostante ciò e senza alcuna paura, ricambiò sereno il loro sguardo: rimasero così ad osservarsi – lui e i lupi, divenuti nel frattempo sempre più numerosi – per un tempo che parve interminabile, poi le belve, così come erano venute, gli girarono la schiena e si allontanarono. Nel giro di qualche minuto sentì nuovamente giungergli i loro ululati, ma, ancora una volta, lontani e provenienti dalla direzione opposta a quella da cui erano arrivati.</p>
<p>“Allora Luce, che ne pensi?”, chiese a se stesso e, in cuor suo, si disse che in fondo non era contento che se ne fossero andati. A lui piacevano i lupi… così come era certo che gli fossero sempre stati graditi tutti gli animali, nonché l’intera natura che respirava superba intorno a lui; anche quella così aspra, così ostile come quella che aveva ora intorno: l’inversa copia, lo intuiva, di ciò che gli era stata – un tempo… da qualche parte… – congeniale.</p>
<p>E gli esseri umani? Un oscuro timore lo assaliva ogni volta che pensava a quella sconosciuta genìa a cui lui pure lui riteneva di appartenere; un timore che non contrastava però con il grande empito d’amore che, al contempo, provava nei loro confronti.</p>
<p>Alzò il viso a guardare il cielo: le stelle, così come era accaduto poco prima nel silenzio assoluto con cui l’avevano osservato i lupi, parevano, a loro volta, fissarlo da distanze abissali: la stessa distanza che provava per se stesso, ignorando chi realmente fosse.</p>
<p align="center">******</p>
<p>Il paesaggio prese finalmente a mutare, sparuti ciuffi d’erba iniziarono, qua e là, a farsi strada tra lo strato compatto di neve e l’aria gli parve ora divenuta meno gelida ed affilata.</p>
<p>“Forza Luce,” si spronò affrettando il passo, “vedrai che siamo vicini a… qualcosa. Ma cosa?”</p>
<p>Da non molto lontano iniziò a giungergli un tintinnio di campanelle; “un gregge”, indovinò e di lì poco infatti scorse una trentina di pecore che parevano avanzare riottose e, in mezzo a loro, un pastore, nero e scostante come gli abiti frusti che indossava.</p>
<p>Il guardiano di pecore passò oltre senza neppure guardarlo e lui – dopo quel primo umano incontro sfortunato – si sentì ancora più abbandonato, ancora più penosamente estraneo.</p>
<p align="center">*******</p>
<p>Ormai era giunto a un villaggio che, pur nella sua modestia, lasciava indovinare l’imminenza di una festa.</p>
<p>Ad ingentilire la porta d’ingresso, quasi ogni casa esibiva una vivace ghirlanda, mentre una ricca profusione di lampadine diversamente colorate adornava sia i cancelli dei villini che i rami degli alberi: un’animazione insolita correva poi tra i passanti e, riuscendo a sbirciare dietro i vetri delle finestre, vi si poteva ravvisare un abete più o meno riccamente decorato e un presepe che, esponendo una mangiatoia ancora vuota, mostrava di essere sicuramente in attesa di qualcosa. Ma cosa?</p>
<p>Perplesso e sempre più infreddolito riprese ad avanzare finché non scorse, un poco discosto dal villaggio, un edificio interamente bianco e dalla foggia insolita: da un lato della costruzione si levava infatti una sorte di torre sottile che, al suo vertice, pareva sostenere un oggetto singolare che lui non era però in grado d’identificare.</p>
<p>Senza pensarci due volte vi si diresse e, constatato che la porta era aperta, entrò.</p>
<p>C’era silenzio e quiete in quella grande sala vuota che lo circondava.</p>
<p>“Questa è la mia casa…” si disse e prese ad avanzare: ad ogni passo però la sua speranza si affievoliva e un oscuro disagio ne prendeva invece il posto.</p>
<p>Idoli incomprensibili l’osservavano, scene strazianti occhieggiavano dalle pareti, un luccichio troppo sfarzoso pareva poi addirittura respingerlo e lui desiderò piuttosto poter respirare aria pura e genuina, “l’innocenza di un prato, ad esempio, avvolto dal canto solenne della natura…”, si disse ma, proseguendo tuttavia, finì per trovarsi accanto all’altare. Da una nicchia laterale una scena, improvvisamente famigliare, parve quasi venirgli incontro.</p>
<p>Sotto la volta di una grotta di cartapesta un uomo e una giovane donna – alle cui spalle alitavano un bue ed un asinello – circondavano una mangiatoia. Tutt’intorno a loro, situati a diversi livelli, una multiforme umanità che, pur impegnata nelle più svariate attività lavorative, pareva però convergere tutta verso il vissuto di quella grotta.</p>
<p>“Questa è davvero la mia casa!” bisbigliò e, commosso, allungò una mano per accarezzare il volto minuto della giovane donna, così assorta nella contemplazione della greppia ancora vuota.</p>
<p>“Vorresti rubarla, non è vero?”.</p>
<p>Al pari di una scheggia affilata quella voce stentorea lo colpì alle spalle.</p>
<p>“Come… io…”, farfugliò allora intimorito.</p>
<p>“Fuori di qui… vagabondo!”, insistette allora la voce, mentre un braccio robusto lo strattonava, allontanandolo dal presepe.</p>
<p>“Ma… ma questa è casa mia!”, provò a spiegare Luce.</p>
<p>“Casa tua? Ma cosa stai dicendo, brutto pazzo! Vai fuori… fuori!”.</p>
<p>“È freddo fuori, ti prego…”, provò ad insistere Luce. “Non mi scacciare dalla mia casa!”, aggiunse disperato.</p>
<p>Con un tonfo sordo il pesante portone fu richiuso alle sue spalle e lui si ritrovò di nuovo all’esterno, al freddo – con l’unica certezza ormai raggiunta di non chiamarsi affatto Luce … anche se la luce, in effetti, era una parte di sé -, riconsegnato a una ingiusta solitudine.</p>
<p align="center">******</p>
<p>Il traffico nelle strade era convulso e assordante, lui camminava da ore avendo perso ogni riferimento, ogni riconoscibile orientamento, anche e soprattutto per quanto riguardava se stesso.</p>
<p>“Chi era? Che cosa stava facendo?”.</p>
<p>Non riconoscendosi si tastò inconsciamente il viso per indovinarne i lineamenti: naso lungo e affilato, volto scarno con zigomi prominenti, occhi grandi e incavati. E il suo nome? Qual era il suo nome?”.</p>
<p>Proprio in quel momento dei fari di un’automobile lo illuminarono, quasi accecandolo.</p>
<p>“Luce… Luce…”, si disse allora: “In attesa di ricordare il mio vero nome mi chiamerò Luce… tanto un nome vale l’altro!”.</p>
<p>Intorno a lui – anche se appannata da tanta vociante confusione e dall’aria divenuta così pesante da essere quasi irrespirabile – s’indovinava la festa.</p>
<p>Con il suo nome appena improvvisato – ma che gli regalava comunque un po’ di sicurezza – fermò un passante con la speranza di poterne sapere cosa in realtà si stesse festeggiando…</p>
<p>Concedendo una tregua alla sua fretta l’uomo prescelto, dopo averne osservato per qualche attimo – e con evidente fastidio – la foggia degli abiti e l’aspetto dimesso, si degnò comunque di rispondergli, mentre però riprendeva già la sua corsa.</p>
<p>“Non sei affatto spiritoso, profeta, ma “Il Natale” comunque ti si addice…”.</p>
<p>“Natale… Nascita… ma di che? Di chi…?” pensò Luce, sorvolando sulla battuta spiritosa dello sconosciuto. “Coraggio… Luce!”, si disse poi.</p>
<p>Anche se ormai completamente prosciugato dalla stanchezza, volle tuttavia proseguire il suo cammino alla ricerca di qualcosa che, almeno in parte, riuscisse a rassicurarlo.</p>
<p>Mentre le luci in strada iniziavano ad accendersi, sbucò in una piccola piazza dove sostavano – resuscitandogli un guizzo di ricordo sepolto – una lunga fila di bancarelle: posti in bella mostra innumerevoli “presepi”, di varie fogge e dimensioni, esibivano a un pubblico, accorso numeroso, la famigliola riunita intorno a una greppia ancora vuota.</p>
<p>Luce si avvicinò a uno dei venditori che, ad alta voce, stava spiegando ad un bimbo per quale motivo “il bambinello” fosse ancora rinchiuso nella sua scatolina.</p>
<p>“Questa notte”, sentì poi che gli suggeriva “alle dodici in punto, dovrai collocare il bimbo nella greppia vuota”.</p>
<p>“A mezzanotte…”, ripeté il bambino e parve più un’affermazione che una domanda.</p>
<p>“Sì… a mezzanotte”, confermò l’uomo. “E pensa che a quella stessa ora “il bambinello” verrà posto sulla greppia in tutti i paesi del mondo!”.</p>
<p>Luce, sia pure ancora inconsapevole, sorrise tuttavia a quelle parole e s’incamminò intanto verso un edificio che lo aveva incuriosito per la difformità che mostrava rispetto alle altre case che sorgevano intorno.</p>
<p>Vi trovò penombra e profumo d’incenso… Elementi dapprima riconoscibili e dunque confortanti, sino a quando non si avvide degli idoli e delle immagini incomprensibili e spesso raccapriccianti che lo circondavano.</p>
<p>In punta di piedi allora, quasi al fine di non disturbare tutta quella progenie dolente e misteriosa, si avvicinò all’altare e subito s’imbatté nell’allestimento di un grande ed elaborato presepe posto a fianco dell’altare.</p>
<p>Notò immediatamente che quelle statuine, a grandezza quasi naturale, avevano una strana foggia di vestiti, diversa comunque dalla sua lunga tunica, ma anche dagli abiti dei passanti in cui, sino ad allora, si era imbattuto.</p>
<p>Il bue e l’asinello avevano però un’espressione bonaria e protettiva che inteneriva e l’uomo e la giovane donna accanto alla greppia vuota erano così espressivi da parere in procinto di ricevere il soffio vitale.</p>
<p>“Sono a casa”, si disse Luce, che, in quello stesso istante, capì però di non chiamarsi affatto “Luce”. “Sono finalmente a casa…”, si ripeté comunque.</p>
<p>“Cosa fate lì impalato”, la voce, avulsa ed estranea a tutto quel contesto, lo strappò dolorosamente dalla sua contemplazione.</p>
<p>“Io… io… io sono…”, ma si interruppe. “Questa è la mia casa!”, mugugnò poi e, come un bimbo ingiustamente rimproverato, andava intanto mostrando allo sconosciuto la capanna e indicava poi, con particolare passione, la giovane donna sorridente accanto alla mangiatoia vuota.</p>
<p>“Sì… sì… ho capito”, mormorò l’uomo, dopo aver osservato i vestiti che indossava, “ma dobbiamo chiudere… È ora di chiusura, brav’uomo!”.</p>
<p>“La mia casa è sempre aperta…”, mormorò Luce che non era più “Luce”.</p>
<p>“Ma la nostra invece no!” e, sia pure senza ruvidezza, l’uomo lo sospinse fuori.</p>
<p>Il portone tremò quando fu richiuso alle sue spalle e lui si ritrovò di nuovo all’esterno, in mezzo al caos di una città impazzita, riconsegnato ad una ingiusta solitudine.</p>
<p align="center">******</p>
<p>Un sole spietato rendeva l’aria infuocata e intorno a lui le case assumevano contorni sfocati, ondeggiando come miraggi privi di sostanza.</p>
<p>Avanzava da talmente tanto tempo che non sentiva più di avere un corpo e le sue estremità parevano liquefarsi e confondersi nell’ardore intenso del terreno che calpestava.</p>
<p>“Chi era? Cosa stava facendo?”.</p>
<p>Con una mano, intrisa di sudore, si tastò il volto per aiutarsi a riconoscersi: incontrò un naso diritto ed affilato, zigomi prominenti in un volto per il resto scarno, e occhi grandi e incavati. La lunga tunica, ormai appiccicata al corpo, delineava forme alte e snelle: dove stava andando?</p>
<p>Il piccolo paese che, socchiudendo gli occhi sotto quel riverbero accecante, riuscì a distinguere, era composto di poche sparute abitazioni. Costruite in calce, di un candore immacolato, catturavano e rifrangevano la luce del sole, restituendo appunto quella sensazione di miraggi sfocati che l’avevano così colpito.</p>
<p>Esausto, si sedette in terra all’angolo di un palazzo più imponente degli altri e che, in quel punto, pareva offrire almeno un esiguo spicchio d’ombra.</p>
<p>Da lì, con una visuale un po’ meno annebbiata, poté cogliere la singolare eccitazione che, anche con quel caldo micidiale, pareva aver colto i passanti che, ignorandolo, si trovavano comunque a sfiorarlo.</p>
<p>Osservando ancora meglio ciò che lo circondava, notò festoni colorati appesi alle porte e ai minuti balconi, lampadine colorate e – strappandogli un’esclamazione di meraviglia – vide poi un uomo e un bambino intenti a trascinare verso un’abitazione poco distante un grande abete.</p>
<p>Proprio in quel momento un giovane, girando l’angolo, si trovò a sfiorarlo ed allora, facendosi coraggio, si azzardò a chiedergli “cosa si stesse festeggiando”.</p>
<p>Il giovane si chinò un attimo per osservarlo meglio e, dopo una rapida occhiata, lo vide prima sorridere tra sé e poi mormorargli, mentre già riprendeva il cammino:</p>
<p>“Il caldo… Se si beve poi… dà anche di più alla testa! Comunque, tanto per darti una risposta: buon Natale!”.</p>
<p>“Natale… Nascita…” si ripeté Luce – perché aveva deciso, lì su due piedi, che doveva darsi un nome, qualora qualcuno glielo avesse chiesto, ed optò, osservando tutto quel riverbero accecante, di scegliersi Luce, “tanto un nome vale l’altro…”.  Nascita, dunque; ma di che? Di chi?</p>
<p>Mentre aspettava che il caldo si attenuasse un po’, proveniente proprio dall’edificio al quale si era addossato, udì giungere una musica dolcissima che gli trafisse il cuore.</p>
<p>Sollevatosi da terra, decise allora di seguire quei suoni e, ben presto, si ritrovò nella gradevole penombra di un’ampia sala dove brillavano numerose candele: l’ambiente candido, ma quasi spoglio, lo rincuorò e allora prese ad avanzare verso il centro dove sorgeva l’altare.</p>
<p>Lì accanto, in una nicchia poco profonda, gli veniva incontro un rustico, carezzevole presepe. Da una grotta – che ora, proveniente dalle ombre del passato, iniziava anche a riaffiorare nei suoi ricordi – si affacciavano, protetti alle spalle da un bue e da un asinello, un uomo e una giovane donna vestita nel modo che lui ricordava.</p>
<p>Il cuore gli diede un balzo: era a casa… era finalmente a casa!</p>
<p>D’improvviso avrebbe voluto farsi piccolo, sempre più piccolo… tornare quel bimbo indifeso che era stato, così da potersi sdraiare di nuovo su quella greppia vuota.</p>
<p>“Vi piace?”, la voce che lo raggiunse alle spalle non gli parve aspra ma, piuttosto, amica, rassicurante.</p>
<p>“E’… è casa mia”, si sentì allora di poter affermare. Vedendo poi il sorriso sparire dal volto dell’uomo, sostituito subito da un’aria di sospetto, aggiunse: “È davvero la mia casa ed il mio nome è – non Luce, non più “Luce”! – il mio nome è…”.</p>
<p>L’uomo dalla voce gentile lo guardò di nuovo con tenerezza, ma, con un cenno della mano, lo tacitò.</p>
<p>“Sì… sì… certo… un’altra volta, con più calma mi racconterai tutto… Piuttosto: hai fame? Vuoi che faccia qualcosa per te?”.</p>
<p>“Peccato”, si disse Luce – che non era più soltanto “Luce” -, lui forse avrebbe potuto capire… forse…”.</p>
<p>Anche se il portone si richiuse dolcemente alle sue spalle, fu comunque, ancora una volta, riconsegnato a un’ingiusta solitudine.</p>
<p align="center">******</p>
<p>Ancora… e poi ancora… e poi ancora provò i morsi del gelo. Fu di nuovo oppresso da una calura soffocante e il puzzo e il chiasso delle città tornarono a frastornarlo, finché finalmente iniziò a vedere se stesso ripetere e affrontare all’infinito quelle prove e capì… e allora smise.</p>
<p align="center">******</p>
<p>Era mezzanotte nei piccoli villaggi spersi in mezzo a steppe ghiacciate, così come era mezzanotte nel caos senza tregua delle grandi città, ed era sempre mezzanotte nei lontani paesi arsi dalla calura.</p>
<p>Scavalcando oceani, monti e fusi orari, la Mezzanotte scampanava dappertutto…  Ma in ogni casa, dalla villa più sfarzosa al tugurio più inospitale, nelle chiese di campagna come nelle più fastose basiliche, non si trovò – per quanto si cercasse, per quanto ci si affannasse… – il bambinello da porre sulla greppia.</p>
<p>E fu così che quell’anno tutti i presepi del mondo si trovarono a contemplare una mangiatoia desolatamente vuota, poiché nessuno – quando invece avrebbe ancora potuto -, aveva voluto accogliere quella salvifica “luce del mondo” e, dunque, NESSUNO ne aveva più il diritto.</p>
<h3>Myriam Ambrosini</h3>
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		<title>IDENTITY</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Nov 2024 23:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Il dottor Cau si guardò intorno, era nella sala di psicoterapia di gruppo. Per l’ennesima volta aveva avuto un altro vuoto di memoria. Prese posto in una delle sedie e rimase in attesa dei suoi sette pazienti, meditando se non fosse stato il caso di approfondire questo suo disturbo con uno dei colleghi. Proprio in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il dottor Cau si guardò intorno, era nella sala di psicoterapia di gruppo. Per l’ennesima volta aveva avuto un altro vuoto di memoria. Prese posto in una delle sedie e rimase in attesa dei suoi sette pazienti, meditando se non fosse stato il caso di approfondire questo suo disturbo con uno dei colleghi.</p>
<p>Proprio in quel momento, il dottor Secci entrò, gli sorrise e prese posto, come suo solito, nella poltrona in un angolo della sala. Nonostante almeno un infermiere fosse di guardia fuori dalla porta, era sempre consigliata la presenza di due medici durante le sedute di gruppo, soprattutto con dei soggetti potenzialmente pericolosi come i suoi.</p>
<p>Mancavano pochi minuti all’inizio della terapia, avrebbe potuto chiedergli un incontro privato. Del resto, tra tutti, il dottor Secci era quello con cui andava più d’accordo e che conosceva da più di dieci anni. Sollevò lo sguardo dagli appunti e proprio mentre stava per parlargli, con la coda dell’occhio, scorse dallo stipite della porta i capelli crespi della bambola del suo primo paziente.</p>
<p>“Dora, sei tu? Non vuoi entrare?” chiese gentilmente.</p>
<p>La testolina della bambola fece capolino.</p>
<p>“Ciao, Stella. Puoi chiedere a Dora se ha voglia di entrare?” chiese rivolto alla bambola. Questa si ritrasse velocemente e un attimo dopo comparve una giovane ragazza, che teneva stretta la bambola al petto.</p>
<p>“Ciao, Dora. Su coraggio, vieni a sederti accanto a me.”</p>
<p>La ragazza lo raggiunse, mettendosi a sedere la bambola sul grembo.</p>
<p>“Che belle trecce? Te le sei fatte da sola?”</p>
<p>“Si!” rispose Dora, abbassando la testa.</p>
<p>Dora le stava a cuore, forse un pochino più degli altri. La sua timidezza, la sua insicurezza gli spezzavano il cuore, ma la terapia sperimentale stava andando bene e dopo sette anni di miglioramenti, Dora, era quasi pronta ad abbandonare la bambola che utilizzava come scudo per ogni situazione che la riguardava.</p>
<p>“Ciao, dottor Biancaneve!” salutò un omino tutto sudato. Entrò, spostò da una parte una delle sedie e si mise supino sul pavimento.</p>
<p>Dora emise un risolino sommesso.</p>
<p>“Ciao, Pietro. Non puoi metterti seduto come gli altri? Fallo per me. Almeno per oggi. Ti va?”</p>
<p>“Magari quando ci siamo tutti” disse incrociando le mani sul petto.</p>
<p>“Sei morto?” chiese Dora, timidamente.</p>
<p>“No, ma vorrei averne una nel mio letto stanotte” rispose sollevando per un attimo la testa per guardarla.</p>
<p>“Buongiorno a tutti!” salutò con un enorme sorriso stampato in faccia, un uomo corpulento che indossava un impermeabile sgualcito.</p>
<p>“Spero tu sia vestito sotto a quel coso!” esclamò un’altra paziente dietro di lui.</p>
<p>“Tu che ne dici?” rispose lui, girandosi e aprendo l’impermeabile a mostrare la sua nudità, ridendo a più non posso.</p>
<p>“Fai proprio schifo! Come tutti gli uomini del resto!”</p>
<p>“Roberto, richiudi quell’impermeabile e vieni a sederti, da bravo” lo incitò il dottor Cau.</p>
<p>“Agli ordini Biancaneve!”</p>
<p>“Paola, lasciamo i commenti a quando ci siamo tutti, sei d’accordo?”</p>
<p>“No, ma che alternativa ho?”</p>
<p>Un ragazzo tutto brufoli entrò nella sala, preceduto dai suoi starnuti.</p>
<p>“Buongiorno” salutò e si soffiò rumorosamente il naso.</p>
<p>“Buongiorno, Luca” salutò il dottore, invitandolo a prendere posto.</p>
<p>“Per l’amor del cielo, stammi lontano! Vai, vai. Entra prima tu!” esclamò una donna occhialuta con guanti di lattice, che teneva in una mano un pacchetto di fazzoletti e nell’altra un disinfettante. Incitava un uomo a entrare prima di lei. L’uomo in questione entrò saltellando e si mise a sedere. La donna spruzzò una generosa quantità di disinfettante sulla sedia che doveva occupare e strofinò per bene con un fazzoletto che andò a buttare nel cestino, tenendolo con la punta di due dita, poi si mise seduta.</p>
<p>“Ecco i soliti ritardatari! Aspettavate la carrozza?” esclamò irritata Paola.</p>
<p>“Buongiorno, Sara. Buongiorno, Giovanni” li salutò il dottore. “Bene, ci siamo tutti. Pietro, che ne diresti di metterti seduto insieme a noi?”</p>
<p>Ma l’uomo rimase sdraiato senza rispondere. Roberto non perse tempo, lo raggiunse, si mise in piedi sopra di lui con le gambe divaricate e spalancò l’impermeabile, ridendo.</p>
<p>“Stai attento, una simile natura morta potrebbe anche eccitarmi!” rispose Pietro.</p>
<p>Roberto smise di ridere, si richiuse l’impermeabile e si rimise seduto, apparentemente imbronciato.</p>
<p>“Avanti Pietro fallo per me, vuoi?” chiese ancora dolcemente il terapista.</p>
<p>“Ok, Biancaneve. Per te questo e altro.”</p>
<p>“Qualcuno di voi può spiegarmi, ancora una volta, il motivo di questo soprannome?” chiese il dottore seduto nella poltrona.</p>
<p>“Chi vuole rispondere?” chiese il dottore che li aveva in cura.</p>
<p>“Che domanda stupida!” esclamò Paola.</p>
<p>“No, non lo è” intervenne Sara, spingendosi gli occhiali che le erano scivolati quasi sulla punta del naso.</p>
<p>“Cos’hai detto?” Paola si alzò, con aria minacciosa.</p>
<p>“Paola, mettiti seduta! Ognuno di voi può dare la sua versione se vuole. Siamo qui per questo, ma vorrei che riconosciate a voce alta, con tutti noi, i vostri disagi e perché siete finiti qui. Siete d’accordo?” intervenne il terapista con autorevolezza.</p>
<p>Paola si rimise seduta.</p>
<p>“Stavo dicendo, prima di essere interrotta, che la prima cosa che salta all’occhio è che il dottore ha sette pazienti, proprio come i sette nani e ognuno di noi ha delle somiglianze con questi” spiegò Sara.</p>
<p>“Quindi ognuno di voi si sente in affinità con questi piccoli personaggi. Volete parlarmene?” chiese ancora il dottor Secci.</p>
<p>“Avanti, chi si presenta?” li incalzò Cau. “Dora, vuoi iniziare tu?”</p>
<p>La ragazza prese la bambola e le mosse la testa in segno di assenso.</p>
<p>“Io ho chiesto a te, tesoro.”</p>
<p>Dora appoggiò di nuovo la bambola sul grembo, nascose il viso tra le mani e rispose: “Io sono Mammolo. Ho bisogno di Stella per parlare e interagire con la gente e le cose… qualche volta lo faccio anche da sola&#8230;adesso… Sono qui, perché Stella non mangia per davvero e io stavo morendo&#8230;”</p>
<p>Pietro intanto era scivolato lungo la sedia e aveva incrociato le braccia sul petto, tenendo gli occhi chiusi e da questa posizione rispose: “Pisolo! E sono affetto da necrofilia. Ho ucciso quattro persone, le volevo possedere.”</p>
<p>“Io sono Dotto. Sono la più intelligente, mi pare ovvio! Germofobica e paranoide. Sono qui, perché non uscivo più dalla mia stanza e non ingerivo più nulla, avevo paura di un contagio” confessò Sara.</p>
<p>“Ah! Alla faccia dell’intelligenza!” esclamò stizzita Paola.</p>
<p>“Vuoi essere tu la prossima?”</p>
<p>“Non mi interessa!” rispose Paola secca, drizzandosi sulla sedia e incrociando le braccia, con un moto di stizza.</p>
<p>Roberto si alzò piazzandosi davanti al medico, sorridendo felicemente.</p>
<p>“Io sono Gongolo! Esibizionista di professione”, rise. “E poi con un affare così, non c’è motivo di essere tristi!” esclamò aprendo l’impermeabile e mostrando la sua virilità a tutti i presenti con un giro su se stesso, ridendo a crepapelle!</p>
<p>“Con quell’affarino c’è poco da stare allegri, direi… etcciù” intervenne Luca.</p>
<p>Roberto si ricompose e si rimise a sedere. “Sono qui perché mi mostravo nei parchi. Atti osceni” concluse.</p>
<p>“Io sono Eolo. Misogino… credo. Sono qui perché ho picchiato a morte una donna” disse e starnutì.</p>
<p>“Che vuoi dire con <em>credo</em>?” chiese Cau.</p>
<p>“Che non ne sono più tanto sicuro. Non ho più voglia di ucciderle.” Starnutì ancora.</p>
<p>I medici si scambiarono uno sguardo e sorrisero.</p>
<p>“Cucciolo!” rispose Giovanni, incrociando le gambe all’indiana sulla sedia e infilandosi il dito nel naso. “Soffro di una violenta sindrome di Peter Pan. Odio gli adulti, e a quanto pare non posso stare con i bambini, per certe voglie che non riesco a trattenere come vorrei&#8230;”</p>
<p>“Benissimo, rimane solo l’ultimo dei sette nani da enunciare, vero Paola?» incalzò Roberto.</p>
<p>Paola per tutta risposta, grugnì, si alzò, girò la sedia mettendosi poi a cavalcioni su di essa, dando le spalle al resto del gruppo. “Traviso negativamente la realtà e i comportamenti degli altri, questo mi procura una forte rabbia e aggressività. I sette maniaci, altroché nani!”</p>
<p>“A me sembra che riesci a controllarti di più, adesso” la incoraggiò Cau.</p>
<p>Per tutta risposta Paola sollevò le spalle, sospirò e si rimise in cerchio di fronte agli altri. “Brontolo, e sono qui per tentato omicidio!” esclamò.</p>
<p>“Sono molto contento di come procede la terapia sperimentale. Oggi è il grande giorno, vero dottore?” disse sorridendo il dottor Secci, rivolto al collega.</p>
<p>“Assolutamente, oggi vedremo se questa terapia può concludersi con la vostra guarigione, ma avete dimenticato un particolare che “ci” lega tutti alla favola di Biancaneve e i sette nani, ho ragione?” chiese dolcemente, guardandoli tutti.</p>
<p>Il sorriso sul volto del dottor Secci scomparve per lasciare posto alla preoccupazione. Di che parlava?</p>
<p>“Io lo so” disse Dora coprendosi con la bambola.</p>
<p>“Va bene, dillo tu, ma senza questa.” Il dottor Cau si alzò, strappò la bambola dalle mani di Dora e la consegnò nelle mani di Luca. “Tienila tu!”</p>
<p>Dora si irrigidì, serrando le mascelle e respirando velocemente, rispose: “Amiamo tutti la favola da quando eravamo piccoli.” Poi lentamente si rasserenò.</p>
<p>“Vuoi di nuovo la tua bambola?” chiese Luca.</p>
<p>Dora lo osservò per un attimo la bambola e poi sollevò lo sguardo. “No, non mi serve più!”</p>
<p>“Brava, Dora. Ora puoi andare” disse Cau.</p>
<p>La ragazza uscì dalla sala con passo sicuro, senza voltarsi, abbandonando per sempre la sua tanto amata bambola.</p>
<p>“Veniamo a te “Eolo”. Dimmi perché siamo legati alla favola sin da piccoli?”</p>
<p>“Perché era l’unico momento che la mamma ci dedicava, l’unico momento in cui ci dava amore&#8230;”</p>
<p>“La bambola che hai è una femmina. Cosa provi per la bambola che hai tra le mani?”</p>
<p>Luca guardò la bambola e scosse leggermente la testa, poi disse: “Niente.”</p>
<p>“Staccale la testa! È una femmina! Fallo!” lo incitò il medico.</p>
<p>Luca afferrò la testa della bambola con una mano e le spalle con l’altra, ma titubò, tremante.</p>
<p>“Non ci riesco&#8230;”</p>
<p>“Sara è Paola sono donne, le odi?”</p>
<p>“No.” Affannava sconvolto.</p>
<p>“Bravo Luca, puoi andare.”</p>
<p>Luca si alzò, sistemando con cura la bambola nella sedia dov’era seduta Dora e uscì dalla stanza.</p>
<p>“Roberto, cosa faceva la mamma, quando non ci leggeva la favola?”</p>
<p>Ma l’uomo non rispose.</p>
<p>“Gongolo, ti ho fatto una domanda!”</p>
<p>“Cose sbagliate&#8230;” rise.</p>
<p>“Dimmene una.”</p>
<p>“Dovevo mostrarmi nudo davanti a degli uomini e loro mi scattavano delle fotografie… sorridi, mi dicevano, sorridi…” disse mentre il suo viso si riempiva di tristezza.</p>
<p>“Fammelo vedere!”</p>
<p>“No!”</p>
<p>“Fammelo vedere!”</p>
<p>“Ti ho detto di no!”</p>
<p>“Perché?”</p>
<p>“Non è il momento, non più&#8230;” Roberto piangeva.</p>
<p>“Bravo Roberto. Puoi andare.”</p>
<p>Lui si abbottonò per bene l’impermeabile, sorrise debolmente con il viso bagnato di lacrime e uscì dalla sala.</p>
<p>“Fossero state solo le foto&#8230;” disse Pietro, mettendosi seduto ma tenendo gli occhi chiusi.</p>
<p>“Che altro succedeva quando la mamma non ci dava amore” incalzò Cau.</p>
<p>“Quei corpi caldi e sudaticci, sopra di noi&#8230;”</p>
<p>“L’alito fetido, l’odore di saliva putrida sulla mia bocca… sul mio corpo” aggiunse Sara.</p>
<p>“Apri gli occhi, Pietro. Avvicinati a Sara. Sara alzati e avvicinati a Pietro.”</p>
<p>I due obbedirono e si misero uno di fronte all’altro al centro del cerchio.</p>
<p>“Avvicinatevi un po’ di più, quasi a sfiorarvi.”</p>
<p>Lo fecero, mentre l’emozione riempiva i loro occhi di lacrime e il mento tremava.</p>
<p>“Pietro, avverti il calore del suo corpo?”</p>
<p>“Si&#8230;”</p>
<p>“Cosa provi?”</p>
<p>“Amore, vorrei abbracciarla…”</p>
<p>“Sara, senti il suo odore?”</p>
<p>“Si… Profuma&#8230;”. Sara si tolse il guanto e gli accarezzò il viso.</p>
<p>Pietro piegò leggermente la testa per godere a pieno di quel tocco tiepido e confortevole. Si strinsero in un abbraccio carico di emozione, di fratellanza per il loro trauma subito. I medici si sorrisero.</p>
<p>“Va bene, potete uscire dalla sala” anche gli occhi del dottor Cau erano lucidi e a stento riuscì ad ingoiare il nodo che gli serrava la gola.</p>
<p>“Erano malati anche loro&#8230;” sussurrò Giovanni. “Anche loro, come noi erano guasti&#8230;”</p>
<p>“Non tutti gli adulti sono così” disse il dottore.</p>
<p>“Si, ora lo so. È giunto il momento di prendere il mio posto nel mondo come adulto. Non voglio fare del male più a nessun bambino.” Giovanni si teneva il viso tra le mani.</p>
<p>“Quanti anni hai Giovanni?”</p>
<p>“Quarantadue.”</p>
<p>“Sono fiero di te. Puoi andare.”</p>
<p>Quando Giovanni fu uscito, il medico spostò una sedia e si mise a sedere davanti all’ultima paziente.</p>
<p>“Sei ancora arrabbiata?” le domandò.</p>
<p>“No, non più.” Paola teneva lo sguardo basso, era triste.</p>
<p>“Ora sai spiegarmi perché prima lo eri?”</p>
<p>“Nostra madre ci ha abbandonato, ma vedi? Nonostante quello che ci ha fatto, io l’amavo lo stesso. Evidentemente lei no. È tempo che me ne faccia una ragione. È giusto dottore?”</p>
<p>“È giusto! Puoi andare.”</p>
<p>Si alzarono e si strinsero in un abbraccio.</p>
<p>“Grazie, Dottore&#8230;” disse e uscì dalla sala.</p>
<p>I due medici rimasero soli.</p>
<p>“Sono soddisfatto! La terapia sperimentale ha avuto successo, ne ero sicuro!” esclamò Cau.</p>
<p>“Sì, ma attendiamo qualche giorno, per sicurezza.”</p>
<p>“È saggio, aspetteremo” concordò sedendosi sulla sedia a consultare i suoi appunti.</p>
<p>Secci uscì dalla sala, ma rimase ad osservarlo attraverso lo “specchio spia” della saletta di controllo, dove una collega era intenta a registrare dei dati sul PC.</p>
<p>Il soggetto al di là del vetro, aprì la valigetta che era rimasta adagiata sul tavolino e ne estrasse una parrucca del colore dell’ebano.</p>
<p>“Maledizione!” esclamò Secci.</p>
<p>“Che succede?”</p>
<p>“È ancora qui!”</p>
<p>Intanto il soggetto, si era tolto il camice e lo aveva sistemato con cura, su una delle sedie.</p>
<p>“E quindi solo una delle personalità ha resistito. È comunque un grande successo” lo incoraggiò la collega.</p>
<p>Intanto il soggetto aveva indossato la parrucca color ebano, e truccava le sue labbra con un rossetto del colore del sangue.</p>
<p>“La personalità che ha resistito è quella cardine, quella che ha dato origine a tutte le altre.” Il medico era avvilito.</p>
<p>Intanto il soggetto si rimise seduto e, stracciando il rivestimento del suo quaderno, rivelò la copertina della favola di Biancaneve e i sette nani che iniziò a leggere, mentre sorrideva.</p>
<p>“Ho paura che Biancaneve non potrà fare a meno dei suoi sette compagni. Presto o tardi ritorneranno&#8230;”.</p>
<h3>Annamaria Ferrarese</h3>
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		<title>DISTOPIA 2070</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Nov 2024 23:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da alcuni anni erano stati azzerati i reati impuniti. Non solo per via dei satelliti intramillesimali. Era l’intelligenza artificiale a prevedere ogni accaduto. Le norme comportamentali venivano studiate attraverso paradigmi di previsione scientifica. I cromosomi, certamente. E poi l’infanzia. L’infanzia di ognuno era soppesata attraverso l’indagine molecolare. Non esistevano più aree private della vita. Ogni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da alcuni anni erano stati azzerati i reati impuniti. Non solo per via dei satelliti intramillesimali. Era l’intelligenza artificiale a prevedere ogni accaduto.</p>
<p>Le norme comportamentali venivano studiate attraverso paradigmi di previsione scientifica. I cromosomi, certamente.</p>
<p>E poi l’infanzia.</p>
<p>L’infanzia di ognuno era soppesata attraverso l’indagine molecolare. Non esistevano più aree private della vita. Ogni anno venivamo sottoposti a un test genetico. Le reazioni genetiche testimoniavano quel che avevamo vissuto. Incidenti, traumi, lutti, malattie, amori.</p>
<p>Nel 2071 l’azienda di cybergenetica Colxter aveva inventato un nano-chip in grado di riprodurre visivamente le esperienze vissute dai pazienti. Dalla molecola allo schermo. Nonostante il progresso, a nessuno veniva evitata un’infanzia complicata.</p>
<p>Il Ministero degli Interni si era spaccato. Alcune psicologhe avevano suggerito la possibilità di allontanare i bambini dai genitori con bassa intelligenza emotiva. Questo avrebbe fatto crollare i crimini a sfondo sessuale. Ma avrebbe anche appiattito la società, a detta di altri. La Fondazione Famiglie &#8211; Tipo &#8211; Allargate non convinceva alcune frange della società, soprattutto coloro che si ritrovavano nel modello dell’ex presidente Hush Individuo &#8211; Affermazione &#8211; Vertice. Le psicologhe a favore delle Famiglie &#8211; Tipo &#8211; Allargate vennero accusate di voler sovvertire l’ordine sociale. Chi commette crimini deve pagare. Il libero arbitrio prima di tutto. Così, la prassi rimase la stessa: i crimini venivano ampiamente predetti; i criminali agivano secondo le regole meccaniche della Nuova Criminologia; i criminali venivano prontamente incarcerati. La frontiera della Nuova Criminologia dovete avanzare. Il settore di studio non era più la predizione. Divenne la deviazione dalla norma. Capitava che qualcuno, individuato dai Tetra Computer come futuro criminale, riuscisse a non perpetrare il crimine. Com’era possibile? Come aveva fatto? Qualcuno non era diventato quello che avrebbe dovuto diventare. Una società totalmente ordinata, scientifica, predittiva. E poi le eccezioni, che incrinavano la superficie compatta, standard, normata.</p>
<p>Anche io ero tra quelle eccezioni. Mi era stato diagnosticato un imminente raptus omicida, che avrei dovuto compiere entro il quarantesimo anno di età. Superai l’anno fatidico, venni meno all’impegno sociale. Durante i controlli annuali, c’era chi mi guardava storto. Facevo fare brutta figura al Ministero.</p>
<p>In tema di ordine pubblico, le campagne politiche degli ultimi anni vertevano tutte sul tema della prevenzione dei reati. L’infallibilità della pena era cosa acquisita. I neo repubblicani del Presidente Hush avevano a lungo cavalcato l’onda della prevenzione, con le loro psicologhe d’assalto e i fondi della Coltrex.</p>
<p>Ero un caso clinico.</p>
<p>Qualche professore, durante le telelezioni, mi aveva detto che nel secolo precedente la gente leggeva su delle liste bianche derivate dagli alberi di indagini compiute da poliziotti per assicurare alla legge persone che avevano commesso un crimine. Delitti irrisolti: così li chiamava il professore. Mi pare qualcosa di scarso interesse. I medici cercavano di capire come avessi fatto a evitare il raptus, il delitto. Dovevo trascorrere un pomeriggio al mese disteso su un letto d’acqua, collegato con il neurolink ai Tetra Computer.</p>
<p>Io sapevo come avevo fatto, ma non l’ho mai rivelato a nessuno.</p>
<p>Ve lo svelerò ora. Più semplice di quel che chiunque aveva pensato.</p>
<p>Beh, il motivo per cui non sono andato incontro al mio destino ce lo avete proprio di fronte agli occhi, in questo momento.</p>
<p><em>Quel che conta è portare avanti le lancette del giallo, in ogni modo.</em></p>
<h3>Daniele Vacchino</h3>
]]></content:encoded>
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		<title>GASLIGHT</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Nov 2024 23:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In omaggio all’omonima pellicola del 1944, regia di George Cukor Le mie emozioni si fecero cupe, come se un inesorabile imbrunire avesse sorvolato sulla stesa dei miei giorni, prima felici. Mi ritrovai a riporre il mio cuore dentro una murata, nuovamente, e a prepararmi alla guerra di logoramento. Andiamo con ordine, per quanto mi è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><em>In omaggio all’omonima pellicola del 1944, </em></p>
<p align="right"><em>regia di George Cukor</em></p>
<p>Le mie emozioni si fecero cupe, come se un inesorabile imbrunire avesse sorvolato sulla stesa dei miei giorni, prima felici. Mi ritrovai a riporre il mio cuore dentro una murata, nuovamente, e a prepararmi alla guerra di logoramento.</p>
<p>Andiamo con ordine, per quanto mi è consentito.</p>
<p>Il mio nome è Marialuisa. Incontrai Dante in un sito di incontri, quando mi trasferii al nord per lavoro. Era l’ennesimo dei miei traslochi. Abitare un monolocale nel centro di una città grigia non agevola l’umore. Sprofondai per giorni in una letargia che mi dominava nei periodi di transizione.</p>
<p>Provenivo da un anno travagliato. Lo sprofondo è la cavità in terreni alluvionali, ai piedi di rocce calcaree. Dante permise il mio ritorno alla pianura di luce. Riemersi prima che la mia anima annottasse del tutto.</p>
<p>Dedicai a Dante tutte le mie energie e fui ricompensata da un effluvio di elogi e attenzioni. Ero per lui una dea pallida, rara, in controluce. Lo sommersi di attenzioni e di emozioni e ne fui ricambiata. Un sole transitorio.</p>
<p>Fu quando andammo a vivere insieme che emerse la sua doppiezza. Nonostante fosse a conoscenza delle cattiverie subite ad opera del mio precedente fidanzato, prese ad accusarmi di freddezza. Ripeteva come un bambino ferito che gli avevo mancato di rispetto in quella e quell’altra occasione.</p>
<p>Negli spazi comuni non ci trovavamo a nostro agio: Dante disponeva con acribia i suoi indumenti puliti negli armadi; al contrario, io tolleravo un certo disordine nei cassetti.</p>
<p>Prese a dire che gli avevo spostato oggetti e indumenti. Facevo di tutto per convincerlo del contrario.</p>
<p>Dopo i litigi, saltuariamente e solo quando veniva a porgermi le sue scuse, cercavo di portare solarità nel rapporto agevolando momenti intimi che lo eccitassero: ho sempre amato i vestiti da notte in pizzo e organza e Dante perdeva la testa quando li indossavo.</p>
<p>Ma le cose scesero ancora: iniziò ad accusarmi di avere conversazioni segrete con altri uomini sulle messaggerie telefoniche. Ma si trattava solamente di spasimanti che cercavano con ogni apprezzamento di ricevere briciole da me! Null’altro. Presi a negarmi fisicamente. Avevo paura di lui, delle sue reazioni.</p>
<p>Un’ombra agitava le scure giornate d’inverno: si affacciava il timore di essere osservata, di essere pedinata. Gli spostamenti da casa all’ufficio, che effettuavo attraversando un grande parco pubblico in penombra, divennero occasione di spasmo interiore. Non era la prima volta che mi sentivo in trappola e Dante lo sapeva bene. La mia migliore amica era arrivata a minacciarmi con un coltello. Era una ragazza bruttina che voleva condividere tutto con me, ma era invidiosa della mia vita e aveva escogitato di prendere il mio posto. E Dante ora giocava con i miei buoni propositi.</p>
<p>Le liti in casa divennero all’ordine del giorno. Mi accusava di ribaltare la realtà dei fatti, di essere una bugiarda seriale. Continuava a insinuare che avessi spostato oggetti e indumenti nelle camere. Inestricabili fili ci legavano.</p>
<p>Non fu di alcuna utilità coinvolgere un’amica comune, che avevo preventivamente informato della preoccupante situazione in cui mi trovavo. Dante in un primo momento si sentì in colpa, provò un forte dolore. Poi ripresero le accuse.</p>
<p>Fu durante il periodo di quarantena che le cose precipitarono. L’obbligo di vivere a stretto contatto perenne mi paralizzò. Mi negai sotto ogni forma, per quell’uomo non provavo più nulla. L’avevo mai provato? E per gli altri prima di lui? La mia vita una camera senza soffitto. Dante non si lavava più. Mi sequestrò il telefono cellulare.</p>
<p>Una notte, durante una lite in cui confessai che per lui non avevo mai provato alcun sentimento, prese un coltello. Nella semioscurità della camera da letto mi si avvicinò e disse che mi aveva dato tutto il suo amore e che non accettava di essere scartato così. Un urlo di disperazione mi salvò. Vennero i carabinieri. Quel pazzo venne portato in caserma.</p>
<p>Nelle stanze vuote ritrovai un velo di pace. Anche Dante si era rivelato per quel che era: un folle, un invidioso, un mostro. Come il mio precedente fidanzato, come la mia migliore amica.</p>
<p>Avrei presto fatto le valigie: una nuova città mi attendeva. Avrei trovato qualcuno di normale, finalmente, disposto ad accettare la mia luce?</p>
<p><em>I componenti della <a href="http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=65892">Famiglia Manson</a> nei crimini compiuti durante la fine degli anni Sessanta entravano nelle case senza rubare nulla, ma spostavano i mobili per turbare i residenti.</em></p>
<p align="right">Victor George Bishop,<em> Witness To Evil</em></p>
<h3>Daniele Vacchino</h3>
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		<title>POCHE CASE IN CAMPAGNA</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Sep 2024 22:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo l’ennesima lite, me ne andai. Ero stufo di sentire sempre le solite recriminazioni. Sapevo già in partenza quali erano le mie colpe, era proprio inutile che tutti continuassero a rinfacciarmele. E poi vogliamo parlare della scena penosa che mi ero trovato davanti, con loro seduti intorno al tavolo ad aspettarmi? Mia sorella poi? Cosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo l’ennesima lite, me ne andai. Ero stufo di sentire sempre le solite recriminazioni. Sapevo già in partenza quali erano le mie colpe, era proprio inutile che tutti continuassero a rinfacciarmele. E poi vogliamo parlare della scena penosa che mi ero trovato davanti, con loro seduti intorno al tavolo ad aspettarmi? Mia sorella poi? Cosa ci faceva lei, che si è sempre disinteressata di me, specialmente dopo il suo trasloco in città? Davvero non capivo.</p>
<p><em>Sai, siamo tutti preoccupati per te, il tuo drastico calo nel rendimento scolastico. Perché ti sei chiuso a riccio e non esci più con i tuoi amici? E la tua fidanzata? Così carina, che le è successo? Perché non viene più qui?</em></p>
<p>Dovevo averli guardati tutti male. Io sfido chiunque però, a non detestare nell’immediato una combriccola di gente con cui hai la sfiga di condividere il sangue, che ti osserva in silenzio mentre tu vorresti solo mangiare, perché dopo hai l’interrogazione di Fisica da preparare. Sul tavolo c’era il mio piatto di pasta coperto con un altro piatto, il tovagliolo bianco sulla destra e sulla sinistra i miei voti scolastici dell’ultimo quadrimestre, che erano stati addirittura stampati, per renderli più reali e più dolorosi, evidentemente. Li guardai appena, quei voti, e presi la forchetta, scoperchiai il piatto ed iniziai a mangiare. La pasta era fredda e collosa, mentre masticavo sentivo il mio stomaco chiudersi e nel frattempo sentivo il lamento di mia madre che mi chiedeva conto della mia vita. Non risposi a nessuna delle sue domande. Non risposi nemmeno a mio padre, che arrivò a darmi un scrollata prendendomi per una spalla. Ignorai mia sorella che sbraitava, perché doveva fare la dura, visto che gli altri erano stati, secondo lei, dei mollaccioni che stavano crescendo un debole incapace di prendersi le proprie responsabilità. Io sapevo che c’era: ero stufo del liceo, dei miei compagni pidocchiosi, della mia vita di provincia. Stavo aspettando di finire la scuola, per poi trasferirmi lontano, magari all’estero, in una bella città universitaria con tante belle biblioteche antiche in cui sedermi e ammirare tutti quei volumi odorosi di vecchiume. Questi continuavano, per nulla scoraggiati dal mio mutismo. Finii la mia pasta, allontanai il piatto, bevvi un sorso d’acqua e mi alzai. Mi diressi verso l’ingresso, presi il mio cappotto e uscii di casa, nonostante loro. Le urla mi arrivarono prima dall’ingresso, poi dal vialetto, girai l’angolo e mi misi a correre nella nebbia che si stava abbassando.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Era un pomeriggio di gennaio freddo, il sole quel giorno non si era fatto proprio vedere. Corsi un bel po’, sentivo il cellulare vibrare in tasca, era mio padre che mi chiamava. Non risposi. Smisi di correre e imboccai una stradina che si staccava dalla via principale proseguendo verso la campagna. Amavo quella strada, era un’esplosione di colori e odori in qualsiasi stagione, uno di quei pochi posti che riuscivano a calmarmi qualsiasi fosse il mio livello di nervosismo. Mentre camminavo sul sentiero, sentivo l’odore del fumo che arrivava dalle cascine poco distanti, stavano bruciando sterpaglie e pezzi di legna. Il rumore dell’acqua del fossato che correva accanto al sentiero mi faceva compagnia e mi piaceva, speravo di essere libero così in un futuro molto prossimo: la luce cominciava a calare, forse sarebbe stato meglio tornare a casa, sentire un’altra lavata di capo, farmi mettere in punizione e ritirarmi in camera, perché un’altra insufficienza in Fisica non me la potevo proprio permettere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eppure. Eppure non potevo fermare la mia camminata: era come se qualcosa mi attirasse nel silenzio della campagna, camminavo sempre parallelo alla roggia e sentivo il freddo della sera e la nebbia che si facevano più fitti, fino ad avvolgermi e farmi perdere per qualche istante la bussola. Tutto era grigio intorno a me, ero dentro un banco di nebbia e il gelo penetrava nei vestiti pesanti, nelle scarpe. Continuai a camminare e mi trovai in un luogo che all&#8217;inizio mi sembrava di non aver mai visto: la roggia scorreva sempre al mio fianco in mezzo a delle case, il sentiero si era fatto una piccola strada che proseguiva in questa minuscola località di cui mi aveva parlato il nonno, quando era ancora vivo. Era un piccolo villaggio di quattro case che si era formato a metà strada fra due paesi più grandi ed era abitato dai contadini che durante la stagione agricola si insediavano lì, in modo da non dover tornare nelle case d’origine, spesso molto distanti. Era un luogo disabitato da anni, mi diceva il nonno, e io c’ero stato, una volta: ricordo di aver visto infissi marci, vetri rotti, stanze polverose e sedie ribaltate a terra. Le case, rosa e marroni, erano umide come l’aria che le circondava, il silenzio avvolgeva tutto dandomi l’impressione di trovarmi in un luogo fantastico. Continuai a camminare: alla fine della strada sarei tornato indietro, erano le cinque ed era ormai buio. Ad un tratto la mia attenzione venne attirata da un terrazzino sporgente sulla roggia: una piccola lampadina illuminava due donne sedute ad un tavolo, intente a bere caffè e a giocare a carte. Erano vestite con abiti leggeri, parlavano e ridevano fra loro, ignorandomi completamente e io avevo paura di disturbarle, se fossi passato accanto a loro. Non capivo cosa si dicessero, non capivo nemmeno perché non sentissero il freddo pungente della sera. Mi fermai all’ingresso di un vicoletto per poterle osservare senza essere visto, per poter origliare e cercare di capire a cosa stessero giocando. Si stava alzando una brezza portata dalla campagna, non potevo più sentire le loro voci e anzi, sembrava che le due donne non fossero neanche più sedute al loro posto. Uscii dal mio nascondiglio, mi avvicinai alla roggia per guardare meglio sul terrazzino, quando all’improvviso sentii una mano sulla spalla. Mi girai di scatto e una delle due donne mi osservava con la bocca spalancata, senza denti, e gli occhi fuori dalle orbite. Mi misi ad urlare, corsi via disperato, cominciai a frugare nella tasca per cercare il mio telefonino ma questo cadde per terra rompendosi. La donna mi era addosso, era velocissima, mi si avvicinava con la bocca e gli occhi spalancati come se volesse mangiarmi la faccia. Urlai, finii a terra anche io.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ero caduto dalla sedia malamente. Avevo sbattuto la testa nella credenza della cucina e i medici del 118 avevano ritenuto che fosse necessario portarmi in ospedale. Mi avevano messo i punti, avevano deciso che sarei rimasto in ospedale qualche giorno per accertamenti, perché la botta era stata brutta e si erano spaventati tutti. Io non avevo voglia di parlare, mi sentivo strano, avevo mal di testa, ma a mia madre questo non interessava: seduta sulla poltrona accanto al letto, continuava con la sua lagna, offrendomi tutto il tipo di supporto necessario. Mio padre e mia sorella mi guardavano dalla porta, in silenzio. Io stavo lì, fermo, e osservavo la sera scendere anche nella stanza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Erano andati via tutti e io cercavo di addormentarmi, anche se avevo male dappertutto. La porta era aperta e la fioca luce del corridoio illuminava la mia stanza. Fissavo la porta, pensando a tutto e a niente, quando ad un certo punto mi sembrò di vedere quella donna dalla bocca spalancata che correva in corridoio. Passando davanti alla mia porta mi aveva fissato, ne ero sicuro.</p>
<h3>Roberta Lilliu</h3>
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