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	<title>La zona morta &#187; La Cacciatrice di Spiriti</title>
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		<title>RHOLANDO CAPOFRECCIA 05: L&#8217;EPILOGO SANGUINOLENTO</title>
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		<pubDate>Fri, 31 May 2013 22:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ero indecisa se raccontare ai miei avi quanto avevo scoperto, specialmente sulla natura reale dei fratelli Del Maino. Shamandala pensava che dovessi stare zitta e lavorare in silenzio, perché raccontare a Rholando che il gobbo e l&#8217;altro suo amichetto erano dei vampiri non era tanto saggio, vista la paura che si era preso quella volta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ero indecisa se raccontare ai miei avi quanto avevo scoperto, specialmente sulla natura reale dei fratelli Del Maino. Shamandala pensava che dovessi stare zitta e lavorare in silenzio, perché raccontare a Rholando che il gobbo e l&#8217;altro suo amichetto erano dei vampiri non era tanto saggio, vista la paura che si era preso quella volta da ragazzino. Mi sarei mossa da sola. Riflettevo. Come si ammazzano i vampiri? Oltre al paletto nel cuore piantato di notte nel corpo del non morto, davvero avrei dovuto tagliare loro la testa e riempire la loro bocca di aglio? Shamandala sorrideva, evidentemente quanto raccontava Bram Stoker nel suo celeberrimo romanzo non andava bene in quella circostanza. Non avevo piani e, secondo quanto mi aveva raccontato il mio avo, alla sua morte mancava un giorno e mezzo. Tempi veramente brevi che mi facevano supporre che se avessi spiato i protagonisti della cospirazione, avrei trovato anche il modo per distruggerli.</p>
<p>L&#8217;ora di cena arrivò senza che me ne preoccupassi particolarmente, rimasi nascosta nella mia stanza tutto il pomeriggio, in completa solitudine, a contemplare il da farsi. Quando Laura mi chiamò per dirmi che il banchetto era servito, quasi sussultai, presa com&#8217;ero dai miei mille pensieri. Scesi sorridendo, per non dare nell&#8217;occhio, e continuai con quella maschera tutta la serata, fino a che, ad un certo punto, un servitore annunciò la visita di Eugenio Del Maino. Si sedette a tavola con noi, senza troppi formalismi e mi accorsi che, nonostante gli fosse stato messo davanti un bel cosciotto d&#8217;agnello, non lo guardò nemmeno. Lo osservai. Dalle labbra turgide e rosse spuntavano timidamente denti perlacei, che il gobbo tentava di nascondere portandosi alla bocca un fazzoletto di seta. Era venuto a chiedere l&#8217;aiuto di Rholando per certi affari di cui quest&#8217;ultimo sapeva già e aveva un&#8217;aria insistente, più viscida del solito, muoveva i suoi occhi furtivi sui miei avi, sui loro figli e sulla croce che Rholando portava sulla giubba. Doveva essere quel talismano che lo frenava, pensai che se non fosse stato per quell&#8217;oggetto forse i bambini sarebbero stati già prosciugati del loro sangue. Ad un tratto mi rivolse la parola. Una stupidaggine, neanche mi ricordo cosa mi chiese, voleva vedere se avevo il coraggio di guardarlo negli occhi, mentre gli rispondevo. Accettai la sfida con molto piacere, replicai per le rime per farlo rimanere come uno scemo. Mentre gli altri commensali sorridevano, il gobbo mi lanciò un&#8217;occhiata tremenda, intimidatoria. Mi sentii un fuoco dentro, questo qua volevo farlo fuori io.</p>
<p>Quando tutti andarono a letto, implorai Shamandala di starmi vicino. In quella lunga giornata non si era fatta vedere e io non potevo sprecare il poco tempo che mi separava dalla probabile morte del mio avo aspettando che lei si facesse viva. Controllai nel mio zaino, la scatola di madreperla era con me. Mi rimisi i miei abiti, ero decisamente più comoda, e poi cercai nel mio taschino una piccola crocetta che mi aveva regalato la nonna. La legai ad una cordicella e me la misi intorno al collo. Presi la via d&#8217;uscita dal palazzo di Rholando, mi sentivo carica, volevo concludere la faccenda entro l&#8217;alba, sebbene quegli esseri fossero molto più grandi e forti di me. Mi feci coraggio: ero riuscita a far fuori gli Stregoni, non sarebbe stato tanto diverso distruggere dei vampiri. Camminando a passo svelto, mi trovai davanti a palazzo Del Maino. Mi ero fatta l&#8217;idea che fossero loro quelli da far fuori per primi, coloro che tengono serrate le fila della loro squadra. Il nipote dell&#8217;Ubione mi sembrava un tipo un po&#8217; ingenuo, che si era alleato con i suoi antichi nemici solo per sgozzare il duca. Il portone era aperto e in breve tempo mi trovai all&#8217;interno del cortile. Alcune sale al piano nobile erano illuminate, i padroni di casa dovevano trovarsi lassù ad ordire trame oscure. Presi la scala sotto il portico, mi sarei recata in quella stanza e li avrei fatti fuori. Mi sentivo carica, la forza che mi aveva permesso di rinchiudere nella scatola di madreperla spiriti difficili scalpitava nel mio stomaco e esplose rabbiosa, quando spalancai la porta del salone dove Eugenio e Pietro Del Maino se ne stavano seduti davanti ad una fanciulla mezza nuda e spaventata. Si voltarono attirati dalla confusione ed io aprii verso di loro la scatola, intonando una litania. Successe. Vidi me stessa diventare enorme e prendere a due mani i due vampiri, sbatterli in aria e spiaccicarli contro le pareti, incurante dei servitori che accorrevano per aiutarli. Spezzai le loro schiene tra le dita, tranciai le loro teste dal corpo e le buttai nel fuoco del camino. Poi tornai ad essere la solita piccoletta, stremata dalla fatica, insozzata di sangue. Aiutai la giovane ragazza a rivestirsi e a tornare a casa sua, poi corsi al palazzo di Rholando, con l&#8217;idea di raccontargli tutto.</p>
<p>Mentre mi avvicinavo con aria stanca alla casa, sentii che qualcuno dietro di me faceva il mio stesso percorso. Immaginai che fosse il nipote dell&#8217;Ubione ed ero decisa ad affrontarlo a viso scoperto, così come avevo affrontato i due fratelli. Mi voltai di scatto: era lui che mi seguiva, doveva essere nel palazzo dei suoi amici, nascosto da qualche parte. Mi urlò qualcosa che non capii e cominciò a correre verso di me. Mi bastò solo guardarlo per farlo bruciare, di quell&#8217;omone non rimaneva altro che un mucchietto di cenere accanto ad una cloaca a cielo aperto. Questa volta sembrava che tutto si fosse veramente concluso. Andai a casa, chiesi di poter fare un bagno e i servi me lo prepararono senza fiatare, guardandomi con occhi spalancati per come mi presentavo. Fuori albeggiava e, quando fui pronta, aspettai Laura e Rholando per raccontare loro quanto era successo. Non potevano credere alle mie parole, ma sapevano che quanto raccontavo sarebbe stato provato il giorno successivo, quando il mio avo sarebbe dovuto morire. Invece non gli successe niente, la rocca non venne presa dai vampiri e Rholando Capofreccia morì alla veneranda età di settant&#8217;anni nel suo letto, lasciando moglie e figli inconsolabili per la gravosa perdita. Dopo aver descritto quanto era successo in quella notte scellerata, mi misi a letto. Ero stanchissima e mi addormentai quasi subito.</p>
<p>Mi svegliai nel mio letto, ero tornata a casa. Fuori il sole brillava sui campi verdi e bagnati dalla rugiada e sul mio comodino, accanto alla scatola di madreperla, c&#8217;era il crocifisso del mio avo, che avevo salvato. Avevo un nuovo talismano da aggiungere al mio armamentario.</p>
<h3>Roberta Lilliu</h3>
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		<title>RHOLANDO CAPOFRECCIA 04: CHI SONO I FRATELLI DEL MAINO?</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Mar 2013 23:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La minuscola piazzetta era circondata da piccole case dalle mura in pietra, molto spesse, con delle finestre che sembravano fessure.  Ad ovest si trovava la chiesa dalla facciata affrescata: un maestoso san Cristoforo si ergeva minaccioso a protezione del villaggio, sorto accanto ad un fiume, di cui sentivo scrosciare le acque, e a cui le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La minuscola piazzetta era circondata da piccole case dalle mura in pietra, molto spesse, con delle finestre che sembravano fessure.  Ad ovest si trovava la chiesa dalla facciata affrescata: un maestoso san Cristoforo si ergeva minaccioso a protezione del villaggio, sorto accanto ad un fiume, di cui sentivo scrosciare le acque, e a cui le donne si recavano per poter lavare i panni sporchi tutte insieme. Si stava svolgendo il mercato; accanto alla chiesa si trovavano delle misere bancarelle, dove i contadini vendevano quanto avevano prodotto in quella settimana: piccoli formaggi dall&#8217;odore invitante, radici ancora sporche di terra, qualche cavolo. Nessuno si era accorto di me. Sapevo di essere comparsa dal niente vicino al pozzo al centro della piazza, ma il villaggio era talmente preso dalla sua quotidianità che non si era accorto di me. Tanto meglio, mi dissi, potevo iniziare a fare domande a queste persone senza suscitare in loro diffidenza.  Mi avvicinai a uno dei banchetti del mercato e, facendo finta di dare un&#8217;occhiata alla merce esposta, avevo intenzione di domandare qualsiasi cosa avesse a che fare con il tizio strano dell&#8217;altrettanto curioso giuramento della chiesa. Rimasi sbalordita. Non capivo un accidenti di quello che la signora accanto a me e il mercante si dicevano, parlavano una lingua nasale, dura, che non lasciava spazio a libere interpretazioni. Quando poi il venditore si rivolse a me, forse per chiedermi cosa volevo, mi prese il panico, non sapevo cosa rispondere. Ad un tratto sentii una mano che mi toccava la spalle ed immediatamente tutto quello che mi veniva detto era finalmente chiaro. Mi voltai, ma dietro di me non c&#8217;era nessuno. L&#8217; uomo, spazientito, continuava a domandarmi se volevo comprare quei cavoli che fissavo costantemente, ma io dissi di no e mi allontanai. Finalmente capivo queste persone! E se le capivo poteva essere arrivato il momento per svolgere le mie indagini.</p>
<p>Mi recai in chiesa. Mi inginocchiai accanto ad un altare, sul fondo dell&#8217;aula, ascoltando quanto accadeva intorno a me. In una cappella laterale vicino a dove mi trovavo io, stavano delle donne che recitavano preghiere in latino, suppliche per l&#8217;anima di un defunto che, forse, doveva avere bisogno del perdono divino. Mi alzai e mi avvicinai, rimanendo in un angolo, a queste, che portavano il lutto. Nel pavimento della cappella si trovava una lapide con l&#8217;incisione ancora ben visibile, come se delle spoglie mortali vi fossero state riposte da poco tempo. Pensai che queste fossero delle sue congiunte e mi sarebbe piaciuto chiedere loro qualche notizia sul morto, ma mi sembrava maleducato. Trovai che fosse più consono seguirle, senza farmi vedere, dopo la loro orazione.</p>
<p>La preghiera durò ancora una mezz&#8217;ora: nonostante questi salti temporali l&#8217;orologio che portavo al polso non aveva risentito di niente, così alle quattro del pomeriggio, mentre il sole cominciava a nascondersi ad ovest colorando le montagne di rosa, le donne si decisero a recarsi presso la loro dimora. Vedendo il loro abbigliamento, piuttosto sontuoso nonostante il lutto, pensavo che abitassero in qualche castello ed infatti avevo quasi avuto ragione. Non abitavano in un vero e proprio castello, ma in una casa-torre, un edificio piuttosto massiccio in pietra, collocato accanto ad un torrente che si buttava nel fiume del paese poco più a valle. Per raggiungere la casa-torre, le donne dovettero farsi abbassare il ponte levatoio, in modo da accedere ad un piccolo cortiletto che fungeva da rivellino. Non potevo seguirle oltre, mi limitai ad osservare quelle donne da dietro un albero, sperando di non dare nell&#8217;occhio. La famiglia che abitava in quel luogo doveva essere importante, perché aveva a disposizione una piccola guarnigione ben armata, con cui feci conoscenza piuttosto presto. Mi stavo allontanando dal mio nascondiglio, quando mi sentii prendere alle spalle e buttare a terra, senza nessun motivo. L&#8217;uomo che mi aveva atterrato mi intimava di dirgli chi ero e che cosa volevo, ma non sapevo proprio che dirgli. Mi trascinò nella casa-torre, in uno scantinato chiuso con sbarre di ferro, dove, in un angolo, era collocato un secchio di acqua fredda. La piccola cella era illuminata con una candela e io mi stavo per mettere a piangere, perché come al solito mi ero cacciata in un guaio ed ero da sola. Il mio carceriere mi gridò di pensare a chi mi mandava a spiare le padrone, perché presto avrei dovuto renderne conto al suo signore. Appena fui sola, mi misi a piangere. Era brutto essere trattata in  un modo così brusco da un estraneo. Seduta per terra, piagnucolavo come una bambina impaurita, cercando di pensare ad un modo di venir fuori da quella situazione. Mi pulii il viso con le mani: era stranamente peloso, come se ci fosse una barba piuttosto ispida a coprirlo. Mi spaventai ancora di più, mi alzai e andai a guardare il mio riflesso nell&#8217;acqua del secchio. Per quanto questo fosse poco chiaro, era evidente che avevo assunto le sembianze di un uomo! Ecco perché le donne si erano spaventate! Avranno sicuramente pensato che volessi fare loro del male! Tutto cominciava ad essere chiaro. Nell&#8217;epoca in cui Rholando aveva vissuto la sua breve vita, in molti territori della regione si combatteva una tremenda guerra fra guelfi e ghibellini. Rimuginavo su quanto avevo letto in un libro di storia locale: per diverso tempo nelle nostre vallate eserciti guelfi contrastarono l&#8217;esercito ducale ghibellino, che voleva annettere al Ducato di Milano quei territori, da cui passavano strade commerciali che permettevano una comunicazione con i cantoni svizzeri e il Nord Europa. Dovevo essere stata presa per un ghibellino, forse incaricato di scatenare l&#8217;inferno. Ora che tutto questo era stato appurato, la questione non cambiava. Come ne uscivo? Speravo nell&#8217;intervento di Shamandala e in un&#8217;evasione spettacolare, ma la strega non si fece vedere che a tarda notte, quando cominciavo a perdere le speranze e quando pensavo di essere destinata alle torture peggiori, come mi aveva anticipato il mio carceriere. Mi apparve al di là delle sbarre e dal di fuori mi porse la mano, sorridendomi. Mi fidai di lei, come al solito, così mi alzai per andare a prendere la sua mano. Quando me la strinse, mi ritrovai fuori dalla mia prigione, con il mio solito aspetto da ventenne un po&#8217; sfigata. Mi disse di stare zitta, poiché avremmo iniziato a spiare il signore del paese, per capire qual era il legame fra quest&#8217;ultimo e il tizio del giuramento.</p>
<p>Il vecchio signore se ne stava seduto su una panca, in una stanza della sua casa-torre, osservando da una feritoia la vallata circostante, resa argentea dalla luce della luna. Il suo viso era illuminato dal chiarore della torcia che teneva nella stanzetta e aveva uno sguardo pensieroso, come di chi sa che sta perdendo la guerra. Era simile all&#8217;uomo del giuramento, avevano gli stessi occhi fiammeggianti, la stessa corporatura robusta e la stessa capigliatura ispida e scura. Non avrebbe mai parlato, anche perché non poteva vederci, e allora Shamandala decise di forzare la situazione, lanciando un incantesimo che lo spingesse a raccontare la sua storia. Il vecchio si drizzò sulla sua panca, annusando l&#8217;aria e guardandosi intorno. Poi si afflosciò, sospirò profondamente, ed iniziò.</p>
<p>«Mi chiamo Bortolo Ubione, sono il signore di questa vallata, che appartiene alla mia stirpe da quattro generazioni, quando la strappammo ai nostri rivali, i signori di Gromlongo. L&#8217;abbiamo sempre difesa, a scapito della nostra salute e delle nostre ricchezze. La nostra terra è tutto, così come lo sono coloro che la abitano, nostri fedeli servitori e sudditi. Io non ho figli maschi, le donne che abitano in casa mia sono quanto rimane della mia gloriosa genia, le mie quattro figlie, e le mie cognate, vedove dei miei fratelli. Uno di loro, Cassione, è morto da poco tempo, quasi tre mesi, assassinato in battaglia dagli armigeri del duca di Milano, che vuole il nostro piccolo dominio. E&#8217; stato seppellito nella nostra chiesa, pianto da tutti, semplici villani e compagni d&#8217;arme. Ho preso dunque nella mia casa suo figlio Alfio, uomo ormai adulto e dall&#8217;animo infuocato, che vuole vendicare il sacrificio del padre: per questo si è trasferito nella città del duca, aiutato da nostri amici che abitano laggiù e che si sono ritagliati un posto nella corte del loro signore, grazie ai loro servigi. Questi due fratelli sono arsi dalla stessa sete di vendetta di mio nipote, poiché loro padre è stato imprigionato dal vecchio duca, spellato vivo ed ucciso senza pietà poiché si era opposto al potere dell&#8217;invasore. Loro padre, così come altri signori insieme a noi, faceva parte di una lega, una sorta di confraternita che ha giurato di uccidere il duca e la loro promessa e suggellata da un particolare rituale, che porta a bere il sangue dei propri confratelli».</p>
<p>Ci ritrovammo nella camera messa a disposizione da Rholando: dunque quanto avevo visto non era altro che  un rituale, come avevo sempre sospettato. I congiurati stavano cercando di fare la festa al duca e per arrivare a lui senza intoppi dovevano liberarsi delle persone di cui il signore di Milano si fidava, ecco il perché dell&#8217;assassinio del mio antenato. E in questo punto c&#8217;era qualcosa che non mi convinceva: se quel rito cui avevo assistito era solo un formalismo, perché a Rholando era stato rubato il talismano che aveva forgiato contro i vampiri? Bortolo Ubione forse non aveva detto tutto quanto, o forse non sapeva proprio tutto. Suo nipote era quel tipo poco raccomandabile che avevo visto nella chiesa e se trovavo un modo per spiarlo potevo scoprire qualcosa di più su di lui. Chi era proprio un&#8217;incognita per me erano i fratelli Del Maino, di cui ignoravo il vero nome. Ero stata proprio cretina a non indagare anche su quelle persone&#8230; pensai alle migliaia di guerre che si erano combattute in epoca medievale per questioni territoriali, le alleanze erano dettate dalla convenienza del momento, dalle esigenze e dalla necessità di difendersi da invasori via via sempre più importanti. Ricordai che l&#8217;Ubione aveva parlato dei signori di Gromlongo, antichi nemici del suo casato&#8230; che fossero gli stessi Del Maino? Shamandala, che non mi aveva mai abbandonato e aveva ascoltato il flusso dei miei pensieri, mi sorrise, si alzò e venne verso di me, porgendomi la sua mano. Sapevo già cosa voleva, così mi preparai per una nuova gita  e chiusi gli occhi. Quando li riaprii ci trovavamo in un villaggio a ridosso di una montagna grigia, bagnata e fredda, un posto molto triste, rispetto a quello che avevo visitato in precedenza. In cima alla collina si trovava una torre possente, alla cui sommità c&#8217;era un fuoco, che serviva a comunicare con le altre fortezze dei monti circostanti l&#8217;avanzata del nemico. Doveva essere quello il  quartier generale dei signori di Gromlongo. Shamandala mi porse nuovamente la mano e in un attimo ci ritrovammo nella sala del signore, nascoste in una bolla che ci rendeva invisibili agli occhi degli altri. Nella stanza ci trovai, impegnati in una conversazione piuttosto animata, i fratelli Del Maino: parlavano utilizzando quell&#8217;idioma a me sconosciuto con degli altri uomini, rudi e grossolani quanto loro. Shamandala sembrava comprendere quanto veniva detto e  potevo star sicura che in un secondo momento mi avrebbe spiegato quanto stava succedendo. La situazione era strana però, mi sembrava di essere tornata in un tempo passato, prima che i due fratelli raggiungessero la grande città&#8230; Shamandala mi mise una mano sulla spalla e tutto fu di nuovo chiaro: i fratelli Del Maino erano i discendenti dei signori di Gromlongo, sconfitti da Bortolo Ubione. Con quest&#8217;ultimo era stato necessario allearsi però, nonostante la poca fiducia reciproca, poiché il duca di Milano, Ludovico, voleva impossessarsi delle loro vallate ricche di minerali: era stato necessario fare fronte comune contro quel damerino che veniva da lontano, che voleva fare il signorino in casa degli altri. Nella sala della torre gli uomini continuavano nella loro discussione, che andava raddolcendosi nei toni. Dovevano aver trovato un compromesso e uno di loro tirò fuori da un armadietto a muro un calice, che venne passato fra tutti gli astanti. Ci si ripropose davanti agli occhi lo stesso rituale che avevamo visto celebrare in chiesa, solo che quando tutti bevvero, ci rendemmo conto della trasformazione che avveniva. Erano loro i vampiri! I fratelli Del Maino, una volta a Milano, avrebbero contagiato con il loro morbo anche il nipote dell&#8217;Ubione, perché in questo modo il loro legame non avrebbe potuto rompersi e la loro vittoria sarebbe stata vicina! Mi voltai verso Shamandala e in un attimo ci trovammo di nuovo nella mia camera. Avevo finalmente capito chi avrebbe ucciso il mio avo e chi gli avrebbe rubato il talismano.</p>
<h3>Roberta Lilliu</h3>
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		<title>RHOLANDO CAPOFRECCIA 03: I CONGIURATI</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Dec 2012 23:00:11 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il banchetto era finito ed io non avevo capito perché Shamandala mi avesse indicato uno dei migliori amici del mio avo. Certo, anche a me sembrava una persona strana, ma forse il mio giudizio era dovuto al fatto che era la prima volta in vita mia in cui vedevo <em>veramente</em> una persona con la gobba, uno che camminava tutto storto, mica come quel politico ultraottantenne che ogni tanto scongelano e invitano nei programmi tv. Lo osservai meglio, mentre parlava con Laura: eh bé, un po&#8217; viscido lo sembrava per davvero. Dovevo sapere qualcosa di più su questo Eugenio Del Maino.</p>
<p>Mi bastò fare qualche domanda a Rholando, quando tutti gli invitati se ne andarono a casa loro. Inizialmente sembrava non capire il perché di quelle richieste ed io non me la sentii di parlargli male del suo amico. Pensavo che sì, Shamandala non sbagliava mai nelle sue indicazioni, ma non mi andava di caricare un altro fardello sulle spalle di quest&#8217;uomo, che non riusciva nemmeno a godersi la gioia di essere diventato di nuovo padre, tanto era spaventato di morire. Una cosa me la disse però, i fratelli Del Maino abitavano in un palazzo signorile a poca distanza dal duomo e così, il giorno dopo, mi alzai prima del solito per non essere vista e andai a svolgere le mie indagini.</p>
<p>Milano con i carri, senza tram e senza marciapiedi, con delle case piuttosto basse che mi permettevano di osservare il cielo poco prima dell&#8217;alba. Svoltato l&#8217;angolo, ecco la cattedrale, ancora in piena fase costruttiva, che si ergeva in mezzo ad una fitta serie di casupole di legno che la circondavano su tutti i lati. Quanto avrei voluto fare una fotografia per sigillare questo momento e questo spettacolo nella mia memoria, avrei voluto perdermi in quel dedalo di viuzze per capire se quel detto che dice che si stava meglio quando si stava peggio poteva essere vero ma no, non potevo proprio ed anzi, dovevo anche darmi una svegliata. Palazzo Del Maino non era niente di che: mattoni a vista, ogive che si aprivano sulla via con decorazioni marcapiano in cotto con putti, ghirlande e tralci di vite. Dovevo escogitare un modo per infilarmi là dentro. Potevo fingere di essere una mendicante e provare ad entrare per la cucina e poi svignarmela, oppure avrei potuto arrampicarmi fino alla finestra&#8230; i miei pensieri furono interrotti da uno scalpiccio di cavalli, un uomo usciva dal portone del caseggiato, posto in modo insolito sul destriero. Era il gobbo! Dove stava andando? Gli corsi dietro per un po&#8217; e vidi che stava risalendo la Corsia dei Servi, inondata di casupole come il sagrato del duomo. L&#8217;avevo perso di vista e mi sarei mangiata le mani, non avevo pensato a procurarmi un mezzo di locomozione adatto alla situazione. Avevo comunque pensato di fare la strada che aveva fatto lui, magari con qualche colpo di fortuna&#8230;</p>
<p>Quando riaprii gli occhi, mi ci volle qualche istante per capire che quella situazione l&#8217;avevo già vissuta, in un certo senso. Shamandala mi stringeva la mano e mi imponeva di fare silenzio, perché in quest&#8217;occasione era molto difficile che i suoi fratelli venissero a salvarci. Non era per niente brillante essersi nascosti dietro una tenda, o meglio, un arazzo, un panno estremamente pesante e polveroso che mi impediva di vedere che ci fosse in quella sala. Lo sapevo che stavamo origliando una conversazione privata, ma di chi? Ad un tratto un colpetto di tosse e poi due parole dette con un tono inconfondibile: Madre Natura doveva essere stata implacabile con Eugenio, dotandolo non solo di una gobba enorme ma anche di una voce ridicola e stridula. Parlava solo lui, l&#8217;altra persona doveva annuire solamente e neanche prendere in considerazione di rispondere in modo educato; tuttavia quello che venne detto mi lasciò perplessa, più che altro perché venivano pronunciate parole a me incomprensibili. Quando rispose, mi risultò difficile capire chi fosse l&#8217;interlocutore di Eugenio Del Maino: la sua voce, così pacata e cupa, non mi permetteva di identificarlo. Smisero di parlare; il dialogo era finito e a noi non rimaneva altro che tornare nel palazzo di Rholando, senza aver cavato un ragno dal buco.</p>
<p>Mentre me ne stavo in camera, pensavo che forse avrei potuto parlare di tutta questa faccenda con Laura. Lei era intelligente, attenta, dotata del sangue freddo necessario per capire che quanto le dicevo se lo sarebbe dovuto tenere per sé e magari avrebbe potuto darmi qualche informazione su Del Maino. Mi sembrava un pensiero sensato, così uscii dalla mia stanza per andare in quella della padrona di casa, che se ne stava sdraiata sul letto. Sembrava piuttosto stanca e provata, mentre teneva la piccola Isa sul petto, addormentata. Gliela presi dalle braccia e la sistemai nel suo lettino, poi mi avvicinai a Laura e le chiesi cosa avesse.</p>
<p>« Non saprei, è dalla sera della cena che mi sento molto debole, come se avessi sempre la febbre. Deve essere la stanchezza per il parto, mi è successo anche quando ho avuto gli altri due bambini. Come diceva mia madre, il trucco è starsene a letto qualche giorno e riposare, farsi curare dalla levatrice e tutto andrà bene. Le altre volte ha funzionato. Avevi bisogno di qualcosa?»</p>
<p>« Non vorrei disturbarti, visto che non stai bene!»</p>
<p>« Non preoccuparti, sono a tua disposizione. Dimmi pure.».</p>
<p>Le raccontai quanto avevo sentito e Laura ascoltava, senza guardarmi in faccia. Quando terminai, si voltò verso di me con uno sguardo enigmatico, era evidente che anche lei, come me, non sapeva come leggere questo fatto.</p>
<p>« E&#8217; sempre stato un amico fidato, altrimenti non l&#8217;avremmo scelto per diventare il padrino della piccola Isa. Non è mai stato invadente e ha sempre mantenuto sul suo passato una sorta di velo, così  come suo fratello. Sai, loro non sono di Milano, ci si sono trasferiti in passato, a causa del lavoro che svolgono, sono dei banchieri. Sappiamo solo che provengono da un piccolo paese vicino alle montagne, niente di più.». Lasciai Laura tranquilla a riposare, pregandola di chiamarmi se avesse avuto bisogno di qualcosa. Era già scesa la notte sulla città, che appariva silenziosa e scura, triste. Non avevo sonno: come facevo a combattere l&#8217;insonnia in una realtà in cui non era ancora stato inventato né il computer né il libro tascabile? Cavolo, mi dissi, sedendomi su una panca a guardare fuori dalla finestra. Ad un tratto non mi sentii sola. Mi voltai e accanto a me c&#8217;era Shamandala, che mi invitava a prenderle la mano. Ci ritrovammo in un batter d&#8217;occhio nella chiesa dove si era svolto il battesimo. Protette da un incantesimo, i partecipanti a quella che sembrava una riunione segreta non potevano né vederci né sentirci. Erano presenti alcune delle persone che avevo visto al banchetto, ovviamente c&#8217;erano anche i fratelli Del Maino, seduti nel primo banco. Nessuno diceva niente, sembrava che stessero aspettando l&#8217;arrivo di qualcuno. Il portone in fondo alla navata si aprì ed insieme ad una ventata di aria fresca entrò anche un uomo robusto, dalla lunga barba rossa e con occhi verdi fiammeggianti. Si mise davanti al suo pubblico ed iniziò a parlare. Mi ci volle un momento per capire che avevo davanti il tizio con cui aveva parlato il gobbo quella mattina, ma non riuscivo a capire chi fosse. Lui al banchetto non c&#8217;era e, osservandolo bene, non sembrava nemmeno un tipo molto raccomandabile. Cercai di farmi una nota delle persone presenti: tutte capivano quello strano dialetto, pertanto sembrava evidente che provenissero tutte dal medesimo luogo. In un momento mi fu tutto chiaro, potevano essere dei congiurati, forse volevano fare la festa al duca, no? Shamandala, sempre attenta ai miei pensieri, mi sorrise, ma la nostra attenzione venne attirata da un comportamento molto strano che tennero tutti i presenti. Si tolsero i guanti, si tagliarono i polsi e versarono il loro sangue in un unico calice, da cui bevvero tutti. Questo non sembrava solo un patto di sangue, no. Anzi. Sembrava che ci fosse qualcosa di più, quel qualcosa di cui aveva parlato Rholando al momento del nostro primo incontro. Ero spaventata e con uno strattone pregai Shamandala di riportarmi nella stanza del palazzo del mio avo.</p>
<p>Una volta al sicuro, spiegai a Shamandala quanto avevo dedotto. Se questi congiurati volevano sbarazzarsi del duca, era necessario per loro eliminare anche degli uomini a lui più fedeli e tra questi c&#8217;era Rholando, che infatti è morto a Soncino durante un assedio, senza il suo talismano. Ma perché prendersi un talismano che non ha più nessun valore, se la persona che lo porta è morta? Avevo tanta confusione in testa, l&#8217;unica cosa che mi sembrava chiara era che dovevo scoprire qualcosa di più su queste persone, partendo dal loro paese d&#8217;origine. Forse dovevano vendicare un torto subito. Shamandala mi prese per mano e, quando riaprii gli occhi, non mi trovavo più nella camera da letto, ma in una piazza di un piccolo paese circondato da montagne bianchissime e bellissime.</p>
<h3>Roberta Lilliu</h3>
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		<title>RHOLANDO CAPOFRECCIA 02: IN UN&#8217;ALTRA EPOCA</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Oct 2012 22:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Cacciatrice di Spiriti]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sembrava un sogno, ma sapevo che non lo era. Prima di tutto quelle spade luccicavano troppo e non credo che se qualcuno di loro avesse provato a passarmela da parte a parte mi sarei svegliata nel mio letto. Cosa mi rimaneva da fare? Iniziai ad urlare come un&#8217;isterica, a piangere, o meglio, ci provavo, non sono mai stata una lacrima facile. Ad un tratto sentii un ordine provenire dall&#8217;alto della torre del mastio e i soldati abbassarono le loro armi, senza però perdermi di vista. Quando Rholando scese nel cortile mi mise una mano sulla spalla e mi presentò ai suoi sottoposti.</p>
<p>« Signori, non abbiate timore per la mia incolumità. Questa fanciulla è una mia nipote che è venuta a trovarmi e rimarrà qui alla rocca per qualche tempo, il suo nome è Isadora.» disse Rholando. Poi mi prese per un braccio e mi portò nella torre.</p>
<p>« Spaventata? Non per così poco, mi auguro. Sicuramente ti sarà successo qualcosa di più tremendo.»</p>
<p>« Sì, ovvio, ma mi rendo conto che non deve essere facile vedere una persona che compare dal nulla ed è vestita in modo così strano.» risposi. Rholando sorrise, porgendomi degli abiti un po&#8217; più femminili. Lo guardai stranita, cosa significava? Che mi sarei dovuta fermare per molto più tempo di quello che avevo previsto?</p>
<p>« Isa, dovrai rimanere con me per il tempo necessario e non preoccuparti per tuo padre, ricorda che c&#8217;è sempre Shamandala a vegliare su di lui. Tu mi dovrai stare accanto per impedire la mia morte e con oggi siamo esattamente ad una settimana prima del mio omicidio. Lo so perché oggi mia moglie partorisce il nostro terzo bambino e noi dobbiamo andare a Milano. Preparati, e anche alla svelta, perché il viaggio è lungo e partendo a quest&#8217;ora arriveremo sicuramente domani mattina molto presto.»</p>
<p>« Come fai a sapere che lei partorirà proprio oggi?»</p>
<p>« La nascita di un figlio è un qualcosa che non si dimentica ed inoltre io rivivo questi giorni per una seconda volta. Shamandala ci ha fatto un incantesimo per riuscire ad uccidere gli Stampa che, tra l&#8217;altro, conoscerai, poiché dobbiamo andare a salutare il nostro duca Francesco e loro sono dei cortigiani che vivono presso il suo castello.».</p>
<p>Rholando uscì dalla camera ed io rimasi lì con quel vestito troppo lungo e troppo stretto, che mi impediva di respirare. Lo misi meglio che potei e poi mi incamminai verso la porta che dava sulle scale, per scendere al piano di sotto. Ad un tratto il vestito mi andò molto meglio, lo sentivo leggero e non mi stringeva più sui fianchi, sembrava una magia&#8230; mi voltai, Shamandala era accanto a me e mi sussurrò di tenere gli occhi aperti e che ci avrebbe aspettati in città, nel palazzo del mio avo.</p>
<p>Com&#8217;era strano viaggiare in carrozza, non vedevo l&#8217;ora di raccontare tutto questo a mio padre, che sicuramente stava russando nel suo nuovo letto da single. La campagna sembrava più vivida, era incredibile per me non vedere i capannoni, i rondò e i camion sulle strade. Tutto era nuovissimo e curioso e anche il dover portare dietro un&#8217;arma perché, come diceva Rholando, non si sa mai, era affascinante. Seduta all&#8217;interno dell&#8217;abitacolo, mi sentivo un po&#8217; a disagio con questo mio antenato che, vedendolo, doveva avere sì e no quattro o cinque anni più di me. Aveva un&#8217;aria fiera, due occhi verdi e profondi e i capelli corvini, elemento particolare, perché tutti in famiglia abbiamo sempre avuto i capelli biondi o rossicci. Era alto e vigoroso, sembrava un tipo molto pratico e&#8230; cavolo, mentre lo fissavo così mi resi conto di essermi presa una cotta per lui. Va bé, pensai, mi sarebbe passata.</p>
<p>« Come si chiamano i tuoi bambini?» gli chiesi, per rompere un po&#8217; il ghiaccio. Si voltò verso di me ed iniziò a parlarmi della sua famiglia: la sua prima bambina, che ormai aveva quasi dieci anni, si chiamava Anna Bianca, mentre il secondo figlio, a cui avrebbe passato il compito di cacciare gli spiriti, si chiamava Alberto ed era il suo orgoglio, così vivace e svelto, sarebbe stato un predestinato magnifico. E il terzo che stava per arrivare non sapeva, se fosse nato maschio gli sarebbe piaciuto chiamarlo come suo padre, Armentius, e se fosse stata una femmina si sarebbe chiamata come sua madre, Orlundia, nome strano, si rendeva conto, perché sua madre non era di queste parti, ma veniva da un luogo lontano bagnato dal mare e dove la gente ha la pelle bruciata dal sole. Le sue erano solo idee, perché avrebbe dovuto parlarne con sua moglie Laura, una donna energica e forte, diceva, figlia di un banchiere.</p>
<p>« Sai, quando ci hanno fatto sposare eravamo poco più che dei bambini col naso ancora sporco di moccio. Per di più non ci sopportavamo, io quando la vedevo le tiravo le trecce e lei mi buttava addosso delle piccole pietre raccolte in cortile. I nostri genitori avevano già  trattato anche per una nostra eventuale separazione. Poi ci siamo sposati, io avevo quindici anni e lei tredici, ed è stato difficile, almeno all&#8217;inizio. Poi no, tutto è stato in discesa. Ci eravamo sempre amati, forse, e lei è sempre stata in grado di capire il mio compito. Il mio unico rammarico, quando mi hanno ucciso, è stato il non poter passare più tempo né con lei né con i miei figli, perché per quanto riguarda il compito, lei sapeva che avrebbe dovuto spiegare il da farsi ad Alberto.».</p>
<p>Scese la notte e con lei anche una fitta nebbia, che avvolse tutto. Si intravedeva appena il terreno dei campi, poi tutto quanto era stato costruito era stato ingoiato da quella massa grigia ed informe. Avevo sonno e Rholando mi disse di dormire, sembrava che il viaggio sarebbe durato meno di quanto si aspettava, poiché eravamo già prossimi all&#8217;abbazia di Chiaravalle. Il palazzo cittadino del mio avo si trovava vicino a quello che era stato il palazzo di Bernabò Visconti, accanto alla chiesa di San Giovanni in Conca, dove si sarebbe tenuto il battesimo del nascituro. Arrivammo al palazzo nelle prime ore del mattino e si sentivano già dall&#8217;androne d&#8217;ingresso le urla della futura mamma, in preda a dolori lancinanti. Rholando mi ordinò di stare con i suoi figli, che erano svegli e non vedevano l&#8217;ora di conoscere il loro fratellino. Rimasi con loro, facendoli giocare e divertendomi molto con questi bimbetti che parlavano un italiano simile a quello che avevo studiato per molti anni al liceo. Ad un tratto arrivò la levatrice, asciugandosi mani e braccia: la bambina era nata, stava bene e anche la mamma era in ottima forma, anche se stanca. I bambini entrarono subito, io rimasi un po&#8217; in disparte, mi sembrava inopportuno entrare a gamba tesa in una situazione così intima e familiare. Rholando però non la pensava così e, con un gesto della mano, mi invitò ad entrare. Mi spinse davanti al letto, dove mamma e figlia se ne stavano tranquille a studiarsi a vicenda.</p>
<p>« Buonasera&#8230;» farfugliai, osservando la nuova nata, che aveva i capelli rossi come i miei e gli occhi chiarissimi. Laura mi guardò sorridendomi e mi chiese se non la trovavo bellissima anche io ed io non potei fare a meno che annuire.</p>
<p>« Si chiamerà Isadora, come te, perché se passerà la sua vita insieme a suo padre lo dovrà a te!» disse Laura, accarezzando la sua figliola. Rholando, preso un po&#8217; alla sprovvista, annuiva ed io non sapevo cosa rispondere, sbalordita.</p>
<p>Il giorno dopo, quando mi svegliai, mi sembrò così strano aver dormito in un letto dove le lenzuola erano di raso e le coperte di una pelle di non so che animale. Cercavo di adattarmi a questa nuova realtà, consapevole che sarebbe durata poco, e poi non volevo dare nell&#8217;occhio. Mi vestii, mi spazzolai i capelli e aprii la porta della camera, sbirciai nel corridoio nella speranza di vedere qualcuno che mi dicesse un qualcosa tipo <em>abbiamo servito la colazione nella sala da pranzo</em>, come se nel Medioevo esistessero sale da pranzo e ci fosse l&#8217;abitudine di mangiare latte e biscotti. Richiusi la porta, mi sentivo proprio una scema, poi presi coraggio ed andai a trovare la moglie del mio avo. Laura se ne stava seduta sul letto con in braccio la piccola Isa, aveva appena finito di allattarla, e la nutrice la stava rimettendo nella culla. Appena mi vide mi sorrise e mi invitò ad entrare, mandò via la sua serva e mi fece sedere accanto a lei.</p>
<p>« Finalmente ti conosco, Cacciatrice. So chi sei, Shamandala mi è apparsa in sogno e mi ha parlato di te molto tempo fa, preannunciandomi la tua venuta e la tua volontà di salvare mio marito da morte certa. Non posso che esserti grata, mi rendo conto di quanto possa essere gravoso per te un compito del genere.» mi disse, guardandomi negli occhi.</p>
<p>« Spero tanto di compiere quanto ti è stato predetto, perché mi sento molto insicura, non mi è mai capitato un compito del genere e non so nemmeno da che parte iniziare. Rholando mi ha detto di stare insieme a lui il più tempo possibile, pronta ad intervenire, ma se sono stati veramente i vampiri a farlo fuori, bé ecco, non so proprio come fare. Ora voglio studiare i cortigiani del duca, pare che la famiglia Stampa sia implicata nell&#8217;uccisione di tuo marito. Si tratta di un&#8217;idea, anche se lui sembra molto convinto di questo, e non voglio escludere niente. Sarebbe necessario dare una festa per la venuta della vostra bambina nella vostra dimora, di modo che io possa dare un&#8217;occhiata a questa gente.»</p>
<p>« Va bene, avevamo già intenzione di dare un banchetto per festeggiare il battesimo della nostra piccola, che sarà stasera e a cui presenzieranno anche il nostro signor duca. Sarà un&#8217;occasione informale dove ti presenteremo ai nostri amici come una nostra lontana nipote che è venuta a farci visita. Spero tu sia d&#8217;accordo.». Annuii. Era vero, Laura era molto in gamba e pronta ad aiutarmi.</p>
<p>Quella sera ci recammo tutti dall&#8217;altra parte della piazza, dove sorgeva la chiesa si San Giovanni in Conca. Era stranissimo per me poterla vedere tutta intera, quanto rimane oggi in superficie corrisponde solamente a quanto si trova sopra la cripta della  chiesa, a uso di spartitraffico nel centro di Milano. Avevo sempre sognato questa visita e forse, con un po&#8217; di fortuna, avrei potuto ammirare i monumenti funebri di Bernabò e della sua signora, Regina della Scala. I miei avi mi ascoltavano impallidendo: era impensabile per loro che un uomo potesse distruggere un tempio per motivi di comodità. La chiesa era buia, con qualche piccola candela che illuminava poco l&#8217;ambiente e, accanto al fonte battesimale, ecco il sacerdote che aspettava e due uomini, che dovevano essere i testimoni. La cerimonia fu molto breve e, dopo che sulla testa della piccola Isa venne versata l&#8217;acqua santa, i suoi genitori la portarono a casa, seguiti da questi due signori, due amici di Rholando. Si chiamavano Eugenio e Pietro Del Maino e facevano parte della corte di Francesco II. Sembravano due persone tranquille, amiche dei miei avi, ma avevano qualcosa che non mi convinceva, non sapevo spiegare il motivo di questa diffidenza ma decisi di stare attenta. Sapevo che li avrei rivisti presto, perché la sera successiva era stato organizzato il banchetto per la nascita della piccola Isa.</p>
<p>La sera successiva Laura venne nella mia camera con un abito verde smeraldo e una collana di rubini, che mi prestava per l&#8217;occasione. « Con questo sarai bellissima, Cacciatrice. La mia serva ti aiuterà a lavarti e a vestirti, poi ti pettinerà. Vedrai, ti divertirai molto. Non so come ci si diverta nella tua epoca ma anche noi non ci facciamo mancare niente!» Laura sembrava su di giri. Era felice di festeggiare con persone che riteneva amiche l&#8217;arrivo della sua ultima nata. Rholando invece mi sembrava un po&#8217; agitato, sapeva che avrebbe ospitato in casa sua i suoi assassini.</p>
<p>« Non abbandonarmi mai, Isadora, mai, chiaro? Osserva tutti, specialmente gli Stampa, poi mi dovrai raccontare tutto.» mi sussurrò quando vennero annunciati i primi ospiti. Entrammo tutti nella sala dei banchetti, dove ci aspettava una tavola imbandita di ogni tipo di pietanza e delle strane bacinelle piene d&#8217;acqua accanto al tavolo, che servivano a lavarsi le mani fra una portata e l&#8217;altra, dato che ogni tipo di oggetto contundente era bandito. Il posto di capotavola era stato preso da un signore dai lunghi baffi, un po&#8217; grassoccio, che fissava tutti con l&#8217;aria un po&#8217; annoiata e talvolta sbadigliava: era il duca Francesco II, che non aspettava altro che poter mettere le sue dita sulla coscia di fagiano che si trovava proprio davanti a lui. I miei avi mi presentarono come una loro nipote giunta da lontano e poi iniziò la cena. I partecipanti al convivio, per quanto altolocati, sembravano dei bambini ancora poco educati, si strappavano il cibo dalle mani, masticavano a bocca aperta e mi sembrò addirittura di sentire un uomo digerire sonoramente. Fra una portata e l&#8217;altra mi guardavo intorno, per cercare qualche elemento utile al mio scopo. Sembravano tutte persone carine, nonostante tutto, sinceramente amiche dei padroni di casa, ma doveva esserci qualcosa. Ad un tratto la mia attenzione venne attirata da una sorta di fiammella blu che volteggiava per la stanza: dovevo vederla solo io, evidentemente, gli altri erano ancora intenti a masticare il loro cibo. La fiammella blu fluttuava e andò a fermarsi sopra la testa di Eugenio Del Maino, senza che lui si accorgesse di niente. Improvvisamente la fiammella scomparve e dietro l&#8217;ospite vidi Shamandala, che mi faceva segno di tacere.</p>
<h3>Roberta Lilliu</h3>
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		<title>RHOLANDO CAPOFRECCIA 01: IL VIAGGIO NEL TEMPO</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Aug 2012 22:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Cacciatrice di Spiriti]]></category>

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		<description><![CDATA[Ero accovacciato nei pressi dell&#8217;unica feritoia che dava sul rivellino, assistevo alla disfatta dei miei soldati e all&#8217;inevitabile presa della rocca da parte dei Veneziani. Erano strani, questi qui. Fauci aguzze che sbucavano da labbra violacee, dimensioni enormi che facevano pensare che fossero esseri di un&#8217;altra natura, occhi luminosissimi e veloci nel vedere il nemico. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: small;">Ero accovacciato nei pressi dell&#8217;unica feritoia che dava sul rivellino, assistevo alla disfatta dei miei soldati e all&#8217;inevitabile presa della rocca da parte dei Veneziani. Erano strani, questi qui. Fauci aguzze che sbucavano da labbra violacee, dimensioni enormi che facevano pensare che fossero esseri di un&#8217;altra natura, occhi luminosissimi e veloci nel vedere il nemico. Avevo paura di loro. Era la prima volta, da quando ero stato mandato in questo luogo ameno dal mio duca, che avevo il terrore di andare a combattere accanto ai miei uomini. Mi sentivo un vigliacco e agli occhi del mio servo, che se ne stava in un angolo della stanza pronto ad obbedire ad uno qualsiasi dei miei ordini,   lo ero di sicuro. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">«Ci uccideranno tutti, signore. Forse è veramente il caso di abbandonare la rocca. Dovreste, a mio avviso, cercare di riparare dal castellano più vicino, in modo da contattare al più presto il duca. E&#8217; possibile che il messaggio che gli avete mandato nel pomeriggio sia stato intercettato, altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui siete stato lasciato da solo a combattere queste bestie». Continuavo ad osservare quanto stava per accadere nel rivellino, ormai i nemici si erano impossessati degli spalti e stavano per penetrare nel cortile principale. Anche isolare la torre del mastio sarebbe stato inutile, era solo questione di tempo e ci avrebbero presi. Scrissi rapidamente due righe per il duca e consegnai la pergamena al mio servo, facendogli giurare che se non avesse più sentito mie notizie l&#8217;avrebbe recapitato a destinazione e poi, dopo aver raccattato quattro stracci e la scatola di madreperla, corsi verso il piccolo passaggio che metteva in comunicazione la torre del mastio e il ponte di fuga. Appena fummo sul ponte, il mio servo ed io ci salutammo, consapevoli che avremmo preso strade diverse. La rocca alle nostre spalle era ormai messa a ferro e fuoco. Avevo poco tempo per arrivare al convento dei Carmelitani, che si trovava a qualche miglio di distanza. Era l&#8217;unico luogo in cui potevo nascondermi e aspettare che le acque si calmassero, per poi partire alla volta di Milano. Dovevo fare in fretta e correre per la boscaglia, nella speranza di non essere visto dai Veneziani, che sicuramente se ne stavano a bivaccare nei boschi e nei dintorni delle cascine del paese. La serata sembrava aiutarmi: come sempre nella stagione fredda, la campagna era avvolta in una nebbia fittissima, che permetteva solo di intravedere i profili degli edifici. Tutto intorno a me era spettrale: i rami neri degli alberi spogli, i canali d&#8217;irrigazione asciutti, i bastoni umidi per terra seminascosti dalle foglie ingiallite. Cercavo di fare più in fretta possibile e di non  fare rumore, pensavo che se mi fossi attardato per un motivo banale la mia esperienza terrena si sarebbe conclusa in quattro e quattr&#8217;otto. Ad un tratto ecco davanti a me la scalinata che permetteva l&#8217;accesso alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, era quello il mio nascondiglio. Sapevo che dietro l&#8217;altare maggiore vi era una piccola apertura piantonato da un frate e quest&#8217;ultimo mi avrebbe permesso di nascondermi nel convento. Dovevo muovermi. Mi guardai intorno e non vidi nient&#8217;altro se non la nebbia fittissima della Bassa padana, allora mi misi a correre verso la gradinata., ma la mia attenzione venne attirata da un dardo fiammeggiante che passò appena sopra la mia testa, andando a conficcarsi nel portone della chiesa. Chi lo tirò non lo seppi mai, forse era la stessa persona che mi conficcò un coltellaccio nelle spalle, lasciandomi agonizzare sui gradini di Santa Maria delle Grazie.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Si provava a tornare alla normalità in casa mia. Eravamo stati per un po&#8217; di tempo ospiti dei miei nonni, perché ci riusciva difficile mettere il naso in quella casa dove avevamo vissuto momenti felici con quella che era stata per noi madre e moglie. Ci sentivamo in lutto e almeno all&#8217;inizio pensavamo che fosse improbabile riprendere con la vita di ogni giorno. Come si faceva a riprendere qualcosa che si era interrotto così bruscamente? La nonna, quando mi vedeva particolarmente abbattuta, mi sussurrava che prima o poi sarebbe passato, perché anche un dolore così grande piano piano svanisce, come un grande temporale che quando sta per terminare diventa una pioggerella sottile. Io le sorridevo ed inizialmente facevo una grande fatica a crederle. Poi un giorno papà ed io decidemmo che avevamo passato fin troppo tempo a crogiolarci nella sofferenza: era ora di rientrare in possesso delle nostre vite e, in primo luogo, della nostra casa. L&#8217;avremmo trasformata, avremmo cancellato ogni traccia della sua presenza, perché lei ci aveva lasciati e traditi e noi dovevamo dimenticarla. Ci vollero ancora una quindicina di giorni per ridipingere i locali e arredarli nuovamente, ma una volta terminato tutto, eravamo davvero soddisfatti di come la nostra nuova casa era venuta. La prima sera che ci dormimmo, festeggiamo quell&#8217;avvenimento che consideravamo storico con una bella cena, un bel film alla televisione e una dormita soda nei nostri letti. Parlavamo del futuro, finalmente felici, e quasi non potevamo crederci.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">«Vado a letto, pa&#8217;. Buonanotte&#8230; possiamo farcela» gli dissi, alzandomi dal divano. Rispose a mezza voce, aveva le lacrime agli occhi. Salii in camera, accesi la luce e andai nel mio piccolo bagno per lavarmi i denti. Ci rimasi dentro per una buona mezz&#8217;ora e, quando tornai in camera, andai dritta verso il mio cassettone per prendere il pigiama. Da quando era successo tutto quel macello con la Stregona del Fuoco, Shamandala non era più venuta a farmi visita: questo per me aveva voluto dire che erano finiti gli spaventi, il trovarmela davanti senza che facesse il benché minimo rumore mi metteva sempre parecchio in agitazione e non mi abituavo mai. Fu per questo che quando mi beccai un tizio con un coltellaccio conficcato fra le scapole che sanguinava sul mio letto nuovo un po&#8217; mi spaventai. Non gridai ma mi cadde il bicchiere d&#8217;acqua che volevo lasciare sul comodino accanto al letto, rompendosi in mille pezzi. Tornai in bagno a prendere uno straccetto per raccogliere i pezzi di vetro e asciugare l&#8217;acqua, sperando di non ritrovarmi più quell&#8217;essere sul letto e invece no, era ancora lì che mi aspettava, evidentemente voleva parlarmi. Mi fece sistemare i vetri rotti, mi indicò dov&#8217;erano finite le schegge più piccole e poi, una volta che ebbi terminato, mi suggerì di sedermi con un cenno della mano e mi invitò ad ascoltarlo attentamente.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">«Cacciatrice, ho bisogno del tuo aiuto. Sono Rholando Capofreccia, tuo avo, capitano nella rocca di Soncino ai tempi di Francesco II Sforza, duca di Milano. Sono stato ucciso in una notte di novembre, mentre cercavo di scappare, durante la presa della fortezza che comandavo, da esseri che credevo umani ma che non lo erano. Se io sono stato un codardo a fuggire, loro lo sono stati più di me, perché mi hanno assassinato mentre non potevo vedere i loro volti e non potevo difendermi. Il problema non è questo però, poiché quella notte stavo scappando con due oggetti molto importanti per la nostra famiglia. Uno di questi è la scatola di madreperla, che Shamandala ha recuperato subito dopo la mia morte, e che è arrivata fino a te. Il secondo oggetto è allo stesso modo molto importante, poiché si tratta di un talismano che ho realizzato io stesso per proteggere prima me e poi la nostra stirpe dagli esseri demoniaci. Una notte, quando ero ancora un paggio presso la corte del castellano di Angera, sono stato svegliato da dei rumori furtivi nella mia camera. Non ricordavo di aver mai visto prima d&#8217;allora un essere enorme dalle fauci risplendenti, gli occhi brillanti come rubini e dalle unghie ritorte e affilate che provava a mordermi. Mi spaventai moltissimo ed iniziai ad urlare come un ossesso, scalciando e pregando Dio di risparmiarmi la vita. Feci talmente tanta confusione che il soldato di ronda nel corridoio entrò nella mia camera per vedere cosa stava succedendo e quando quest&#8217;ultimo entrò, nella stanza c&#8217;ero solo io che piangevo come il bambino che ero. Il giorno dopo ne parlai con il mio confessore, un monaco che viveva da eremita in una cella nei pressi del castello, e lui, dopo avermi ascoltato, mi suggerì di realizzare una croce d&#8217;argento che avrei dovuto tenere sempre al collo, una volta che fosse stata benedetta, affinché proteggesse me e la mia famiglia dagli spiriti demoniaci. Feci come mi aveva detto e avevo giurato che l&#8217;ultimo giorno della mia vita terrena avrei consegnato quel talismano al cacciatore predestinato, insieme alla scatola di madreperla. Quando, dopo la mia morte, tornai al mio cadavere, vidi Shamandala che mi diceva che del mio talismano non vi era più traccia. L&#8217;ho cercato per tutto questo tempo senza mai trovarlo ed è per questo che sono qui, devi aiutarmi a trovarlo, perché si avvicinano tempi bui per tutti noi». Speravo di non sentire più una frase del genere, avevo già i brividi. Domandai se sapeva chi fossero i suoi assassini, dopo quasi cinquecento anni forse poteva averlo capito. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">«Sono stati dei vampiri. Io pensavo che fossero i nostri nemici di sempre, i Veneziani, che molto spesso attaccavano i confini del Ducato per appropriarsene ed ampliare il loro stato, ma ho avuto conferma da Shamandala che non si trattava di loro. Queste creature demoniache erano state mandate esplicitamente per uccidermi, poiché sapevano del mio potere, erano stati avvertiti da coloro che volevano sbarazzarsi di me, i cortigiani Stampa, che sarebbero poi diventati marchesi di Soncino. Anche questi erano vampiri e lo sono ancora, mascherati da persone normali che vivono in mezzo alla tua gente».</span></p>
<p><span style="font-size: small;">«Tu non sai che facce hanno? Insomma, potresti seguirmi in questa ricerca ed indicarmeli, magari con un po&#8217; di fortuna&#8230;».</span></p>
<p><span style="font-size: small;">«No, non c&#8217;è tempo da perdere. Devi tornare indietro con me, devi stare al mio fianco per evitare il mio assassinio e devi aiutarmi a non farmi rubare il talismano. Con il buon Dio dalla nostra potremmo pensare di ammazzare i marchesi».</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Questo era il momento in cui mi domandavo perché non potevo essere una ragazza qualsiasi. Non mi ci vedevo proprio acquattata in un bosco pronta ad intervenire mentre un mio antenato veniva massacrato. E poi come potevo fare a tornare indietro nel tempo? Dovevo forse buttarmi dentro nello specchio, come quella volta che si era rivelato l&#8217;apertura verso un altro mondo? Stavo per chiedere a Rholando tutto questo quando lui mi invitò a mettermi a letto e ad addormentarmi. Feci come mi diceva, sembrava piuttosto sicuro di sé e io non provai a contraddirlo. Mi sdraiai, tirai le coperte sul naso e ricordo che mi addormentai subito, sognandomi Shamandala che mi aspettava in un androne buio. Stava aprendo una tenda rossa e mi invitava a passarvi sotto. Quando lo feci, mi trovai nella rocca di Soncino, più precisamente nella corte principale, attorniata da soldati pronti ad uccidermi con le loro spade se solo avessi fatto un passo falso.</span></p>
<h3><span style="font-size: large;">Roberta Lilliu</span></h3>
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		<title>SHAMANDALA 05: LA VERA STORIA DI IDROPANTE</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jul 2012 22:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Cacciatrice di Spiriti]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando credi di essere un eroe, Dio ti punisce ricordandoti che sei solo un uomo ed è questo che è successo a me. Sono morto in un modo ridicolo, se si pensa al valore con cui ho affrontato la mia avventura terrena. I miei discendenti credono che io sia deceduto in una battaglia e per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: small;">Quando credi di essere un eroe, Dio ti punisce ricordandoti che sei solo un uomo ed è questo che è successo a me. Sono morto in un modo ridicolo, se si pensa al valore con cui ho affrontato la mia avventura terrena. I miei discendenti credono che io sia deceduto in una battaglia e per certi versi è così, l&#8217;unico dettaglio, che è stato accuratamente omesso nel libro sulla mia famiglia, è che sono scappato dalla mischia, consapevole che non ce l&#8217;avrei fatta. Avevo circa quarantacinque anni, avevo avuto una moglie che mi aveva lasciato da giovane, dando alla luce la mia ultima figlia, Menarbia. Possedevo un castello e dei terreni, che mi erano stati donati da Carlo, il mio imperatore, come premio ai miei servigi. I miei due figli più grandi, Isoardo e Ildeberto, avevano lasciato la mia dimora per prepararsi al meglio alla loro vita, andando a studiare alla corte del mio imperatore. Solo mia figlia era rimasta a casa con me: aveva a quell&#8217;epoca circa dodici anni e non poteva sentire la mancanza della madre sia perché non l&#8217;aveva mai conosciuta sia perché Shamandala era sempre con lei, insegnandole a leggere e scrivere e ricamare. I miei servitori pensavano che la Strega fosse la mia concubina, ma non me ne importava, io e lei sapevamo il rapporto di amicizia profonda che ormai ci legava ed è stato grazie a lei che in molte occasioni sono riuscito a riportare a casa la pelle.  Questo non successe quella notte che decisi di andare a fare una cavalcata nei miei poderi. Era una notte buia, la luna non aveva ancora fatto capolino dalle nubi cariche di pioggia che si muovevano nel cielo. L&#8217;aria era fresca  e trasportava la brezza tipica dei grandi temporali. Qualche volta si poteva vedere nel cielo qualche fulmine spaventoso e la mia ferita doleva in un modo incredibile, come non era mai successo prima. Tuttavia ero deciso a concludere quel giro e così frustai il mio destriero per farlo correre più veloce. Ad un tratto vidi dalla campagna arrivare orde di esseri rantolanti che si trascinavano verso di me, strabuzzando gli occhi, chi li possedeva ancora, e sputando denti. Mi fermai e cercai con la mano nella mia saccoccia la scatola di madreperla, qualora  fosse stato necessario, l&#8217;avrei avuta a portata di mano. I fulmini si fecero più minacciosi e li vedevo cadere in mezzo alla campagna. Il mio cavallo s&#8217;imbizzarrì quando una saetta diede fuoco ad un albero poco distante da noi e mi fece cadere, incidente che mi causò la rottura del mio osso del collo. Fu una morte rapidissima e senza dolori fisici, quello che mi ero sempre augurato, ma fu strano all&#8217;inizio capire quanto mi stava succedendo.  Ricordo di essermi alzato in piedi e di aver visto accanto a me il mio corpo, la mia faccia con gli occhi spalancati e senza espressione. La scatola di madreperla era lì vicino a quello che restava di me e il mio cavallo era scappato sempre più impaurito, strappando la gualdrappa nei rovi. Intanto gli spiriti, che dovevano far parte di qualche esercito ormai sconfitto da secoli, si stavano avvicinando e sembravano avere delle intenzioni bellicose. Dov&#8217;era finita tutta la mia baldanza? Mi resi conto che ero loro pari, non avrei potuto imprigionarli e non avrei potuto difendermi. In più ero solo, la Strega non si era fatta vedere e a me non rimase che cercare di prendere la scatola e scappare verso il mio castello. Non ci riuscii: la mia mano la attraversava e rimaneva poco tempo, i fantasmi erano alle mie spalle. Scappai e, mentre correvo, pensavo all&#8217;onta che mi stava ricoprendo, non ero mai fuggito per paura in tutta la mia vita e se anche in quel momento mi ritrovavo dall&#8217;altra parte, consideravo gravissimo quel mio comportamento. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Entri nel rivellino attraversando il ponte levatoio, che veniva calato per permettere agli armigeri di entrare nel castello, lo attraversai e salii al piano superiore, dove si trovava la camera della mia bambina e dove ero sicuro di trovare Shamandala intenta a ricamare alla luce di una candela. La trovai invece sulla scala che mi aspettava: aveva tra le mani la mia scatola e, prendendomi per mano, mi portò nella stanza di mia figlia, che dormiva tranquillamente. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">« Come farà la mia figliola senza di me, ora che i suoi fratelli sono ad Aquisgrana? Sai bene che non ho parenti e che non mi fido di nessuno. Ho sempre paura che qualche stregone attacchi i miei figli per arrivare a me.» « Non preoccuparti per la giovane Menarbia. E&#8217; vero, è ancora una bambina, ma è la persona più adatta a portare avanti il tuo compito. Ora la sveglierò e le parleremo».</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Ricordo ancora le lacrime calde che la mia dolce ragazzina versò quando la Strega le disse che non c&#8217;ero più. Pianse per tutta la notte, mentre Shamandala le raccontava come mi ero procurato la ferita che aveva lasciato quell&#8217;orrendo segno sulla mia fronte e di quella che era stata la mia attività fino alla mia morte. Anche lei poteva sentirla, così come l&#8217;avevo sentita io in tutti quegli anni, ma per tutta quella notte non poté vedermi, finché Shamandala non mi prese per mano e Menarbia mi vide. Il nostro saluto fu triste, ci abbracciamo e parlammo di tutto, del passato, del futuro e del compito che lei avrebbe dovuto portare avanti al mio posto, mentre la Strega le porgeva la scatola di madreperla. Avrebbe poi continuato il suo figlio più intelligente, perché di spiriti errabondi ce ne sarebbero sempre stati e la nostra missione non poteva avere un termine. Mi chiese se l&#8217;avrei abbandonata e le dissi che no, non l&#8217;avrei mai fatto e da quel momento, quando lei divenne la Cacciatrice, la aiutai in molte occasioni, insegnandole come fare e a come non avere paura di quegli esseri orrendi che venivano a tirarle i capelli. Fui presente anche quando passò l&#8217;incarico e la scatola  al suo primo figlio Lothario e mi feci vedere anche da lui ma molto meno frequentemente, fino a sparire del tutto dalla vita dei miei discendenti. Sapevo che mi sarei fatto vedere di nuovo dalla Cacciatrice della Profezia, che doveva ancora venire.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Appena morto le nebbie del segreto che avvolgevano le mie origini sparirono: scoprii che il motivo per cui i Durpazi non si erano più occupati di Shamandala stava nel fatto che lei aveva deciso di prendersi cura di me e dei miei discendenti. Mia madre, Radegonda, era una delle concubine di Pipino, il padre dell&#8217;imperatore Carlo, ed era una delle più belle donne della corte, con i suoi capelli lunghissimi color del grano maturo e la sua figura longilinea. Era stata allontanata dall&#8217;accampamento reale per volontà della regina,la legittima moglie di Pipino, che era invidiosa della sua bellezza e del fatto che quest&#8217;ultimo passasse più tempo con l&#8217;amante che con lei. La accusò pubblicamente di essere una strega, di praticare la magia nera e la fece cacciare lontana. Fu in quella circostanza che Radegonda venne scelta dai Durpazi, che le apparvero tutti insieme durante una notte di luna piena e le preannunciarono che sarebbe tornata all&#8217;interno della sua comunità con il compito di leggere il futuro della sua gente nel fuoco e nella cera che colava dai candelabri. Le dissero che avrebbe avuto anche molto potere e che sarebbe stata circondata da persone pronta a servirla, che si sarebbe potuta vendicare della regina che l&#8217;aveva mandata via. Radegonda, che sapeva già di essere incinta, rifiutò quanto le veniva proposto, e gli Dei dei Ghiacci  presero questo rifiuto come un atto di disobbedienza ingiustificabile. Maledirono lei e anche il bambino che non era ancora nato, condannandoli ad una vita di stenti. Lei morì dopo qualche tempo, poco prima che si spegnesse anche il suo antico amante, che fece promettere a Carlo di prendersi cura del suo fratellastro, io. Il futuro imperatore mi fece crescere come un cavaliere e ricompensò sempre generosamente i miei servizi, mi trattò con la dolcezza e l&#8217;affetto che solo un fratello può nutrire per un suo congiunto. Dopo il mio terribile ferimento mi affidò alle cura della sua strega più fidata, Shamandala, che continua ora il suo compito con la mia discendenza.</span></p>
<h3><span style="font-size: large;">Roberta Lilliu</span></h3>
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		<title>SHAMANDALA 04: LA SCONFITTA DEGLI STREGONI</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 22:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Cacciatrice di Spiriti]]></category>

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		<description><![CDATA[Me ne stavo tornando al Palazzo di Ghiaccio. Il cielo era livido, in lontananza sembrava schiarirsi, ma era troppo presto per l&#8217;alba. Qualche goccia cominciava a cadere sul viottolo sterrato che correva in mezzo ai campi, alzandone la polvere. I miei fratelli dovevano aspettare me, Grüne doveva essere tornato e immaginavo che volesse aggiornarci su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: small;">Me ne stavo tornando al Palazzo di Ghiaccio. Il cielo era livido, in lontananza sembrava schiarirsi, ma era troppo presto per l&#8217;alba. Qualche goccia cominciava a cadere sul viottolo sterrato che correva in mezzo ai campi, alzandone la polvere. I miei fratelli dovevano aspettare me, Grüne doveva essere tornato e immaginavo che volesse aggiornarci su quanto avevano detto i Durpazi. Io sapevo com&#8217;era andata: gli Dei dei Ghiacci Eterni, così sfuggenti, avranno sicuramente ascoltato mio fratello, letto nella sua mente e nel suo cuore, visto nei loro specchi glaciali quanto avevamo combinato tutti noi. Dopo essersi confrontati guardandosi negli occhi e comunicato intrecciandosi i capelli a vicenda, avrebbero spiazzato  Grüne dicendogli che, per quanto fossero orgogliosi di come noi, loro creature, stavamo gestendo tutta quella situazione, loro non potevano intervenire. O meglio, non in questo momento. Mi sembrava di vederli, aprire le braccia e comunicare all&#8217;unisono che si tiravano fuori dalla questione. Avevo paura che se avessero letto nel mio cuore e nella mia mente, mi avrebbero incenerito: pensavo che ci avessero abbandonato, poiché avevo già dovuto contare solo su di me dal momento in cui avevo deciso di occuparmi di Idropante.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Gli spiriti dei guerrieri morti cominciavano a barcollare verso i loro rifugi. I loro rantoli non  mi permisero di sentire nitida la voce di Isa che mi chiamava urlando. Mi voltai e, socchiudendo gli occhi, la vidi litigare furiosamente con sua madre, completamente trasformata, circondata da un&#8217;aurea rossa.  Litigavano per una cassetta, quella dove erano conservate le gemme della bestia. Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, ma era necessario tornare da Isa, poteva avere bisogno di aiuto.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">La cascina dove viveva la famiglia Capofreccia era avvolta da fiamme rosse che non bruciavano. Ora era tutto più chiaro: la madre di Isa stava dando problemi. L&#8217;esorcismo al quale l&#8217;avevo sottoposta tempo prima non era irreversibile e sapevo che poteva esistere qualcosa  che poteva ricondurla nelle braccia e al servizio dei suoi genitori. Questo qualcosa dovevano essere le gemme del serpente. Era impossibile per me entrare in casa e poi non sapevo quanto potesse essere forte la Stregona del fuoco. Avevo bisogno dell&#8217;aiuto dei miei fratelli. Li chiamai, arrivarono subito. Dovevamo sbrigarci. Decidemmo di mettere al riparo i nonni di Isa: con un incantesimo li trasferimmo, mentre dormivano, al Palazzo di Ghiaccio. Il padre di Isa doveva essere ancora nella sua casa, spaventato quanto la figlia del cambiamento repentino della moglie. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Con un sortilegio collettivo creammo una barriera  per proteggerci dagli attacchi della strega e poi entrammo nella casa. Le stanze del piano terra erano immerse nel più assoluto silenzio. Ad un tratto un mormorio: in un angolo, legato ad una sedia, il padre di Isa, con uno straccio in bocca per non urlare e un&#8217;aria stravolta. Lo liberammo subito e poi lo mandammo al Palazzo di Ghiaccio. Salimmo al piano superiore e nella stanza di Isa si stava combattendo per la scatoletta di piombo. La Stregona del fuoco era ormai tornata quella di una volta e, benché fuori piovesse ormai a dirotto, la Cacciatrice non era in grado di usare nel modo più efficace il suo potere. Non potemmo intervenire, con un calcio al petto la Stregona riuscì a rubare la scatola e sparì con una fiammata. Isa, a terra, piangeva senza sosta. Non riusciva a capacitarsi di quello che era successo e non sapeva come rimediare. Mi avvicinai a lei e la consolai, poi guardai i miei fratelli: nella sua casa non era al sicuro, decisi che sarebbe venuta anche lei al Palazzo.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Rifocillammo lei e il resto della sua famiglia e mentre loro mangiavano e cercavano di riposare, Grüne ci informava sull&#8217;incontro con i Durpazi. Era andata proprio come avevo immaginato. Non c&#8217;era tempo per stare a rimuginare su quanto accaduto, dovevamo trovare un modo per recuperare le gemme. E poi dovevamo nascondere i Semi del Male perché, per quanto fossero al sicuro, avevo la certezza che la Stregona del fuoco volesse cercarli e rubarli. Sicuramente avrebbe voluto liberare anche le sue sorelle. Quanto avevano dette queste ultime si stava realizzando e ne parlai con i miei fratelli. Grüne, accompagnato da Jurgerer, andò a controllare i Semi del Male, mentre Treznor ed Angusal, gli altri miei due fratelli, ed io scendemmo a controllare le altre tre Stregone. Sentivo che qualcosa non andava e quando mi trovai davanti la porta spalancata e i kanut sgozzati ne ebbi la prova. I blocchi di ghiaccio erano stati distrutti e nell&#8217;aria risuonavano gli echi delle risate di scherno delle Stregone. Tornammo al piano superiore con la paura che anche i Semi del Male fossero spariti ma Jurgerer invece teneva stretta fra le mani il cofanetto di cristallo di gesso, pronto a nasconderlo nel posto più sicuro che conoscevamo, la Montagna Sacra abitata dai Durpazi. Ad un tratto però nella sala entrò un vento nerastro e appiccicoso che ridusse in cenere i kanut presenti. Mi spaventai moltissimo, sapevo cosa aspettarmi, o meglio, chi. Gli Smilzi erano penetrati nel Palazzo di Ghiaccio e resero l&#8217;ambiente talmente oscuro che ci rubarono i Semi del Male senza che potessimo fare niente. Appena l&#8217;oscurità svanì, corsi a controllare se Isa e suo padre stavano bene. Quest&#8217;ultimo agonizzava con un pugnale nel collo, della figlia più nessuna traccia.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Grüne gli fece un incantesimo, lo addormentò e piano piano gli tolse il pugnale dal collo, bloccando l&#8217;emorragia con un panno bianco che lentamente si inzuppava di sangue. Poi sigillò la ferita sfiorandogliela con le dita. Concluse con un altro sortilegio, per fargli recuperare tutte le energie vitali e lo trasportammo tutti insieme alla Montagna Sacra. I Durpazi erano già al corrente di tutto quello che era successo e questa volta ero proprio curiosa di sapere se ci avrebbero aiutato. Ci dissero che del padre di Isa si sarebbero occupati loro, era al sicuro in quel luogo, della Cacciatrice ci saremmo dovuti occupare noi. Dovevamo trovarla più in fretta possibile, una volta trovata gli Dei dei Ghiacci Eterni sarebbero intervenuti per distruggere definitivamente Vlore ed Olaf.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Sapevo dove trovare gli Smilzi. Si nascondevano in quella basilica che era stata fatta costruire dal re Autari molto tempo fa. Quest&#8217;ultimo non lo sapeva, ma la scellerata madre degli Smilzi  non era morta nella grotta dove aveva sempre vissuta. Lei era nata vicino al grande fiume e quando si sentì morire, chiese ai suoi figli di trasportarla in un luogo che avrebbe indicato come adatto per la sua sepoltura. Così fu. Gli Smilzi se ne stavano nascosti di giorno e il re longobardo non sapeva che nel luogo da lui scelto per edificare una basilica in onore del santo cavaliere Alessandro ci fosse la tomba di una donna che si era unita col demonio. Gli Smilzi comparivano in quel luogo solo di notte, l&#8217;unico momento in cui lo spirito della loro madre ricompariva e con questo compivano rituali magici. Questa strana storia ci era stata raccontata quando Idropante ed io, partiti dalla dimora di messer Martius, ci imbattemmo nuovamente negli Smilzi a Fara, dove ingaggiammo una battaglia tremenda e, per qualche tempo, lo spirito della donna venne rinchiuso nella scatola di madreperla. Purtroppo Idropante non riuscì a portare la scatola nella pieve, per completare il rituale: la scatola gli venne rubata e danneggiata e i fantasmi che si trovavano al suo interno vennero liberati. Dello spirito della donna non si seppe più niente e neanche degli Smilzi, che sparirono per un certo tempo.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Lo dissi a Grüne e fu così che in un attimo ci trovammo davanti all&#8217;entrata di quella che una volta era la basilica. In quel momento mi resi conto quanto tempo fosse passato: dell&#8217;edificio sì modesto ma spazioso rimanevano solo dei brandelli di muro e le specchiature dell&#8217;abside. Pensavo che anche lo spirito della meretrice si fosse risvegliato e dovevamo muoverci, poiché stava per sorgere il sole. Eravamo tutti insieme e il nostro potere era al massimo: entrammo nell&#8217;edificio e trovammo Isa rinchiusa in una gabbia circondata dagli Smilzi. Sopra le loro teste lievitava un trono fatto di ossa su cui era accomodata una donna dalla pelle rinsecchita e vestita di pellicce di animale. Portava dei gioielli fatti con ossa e sulla fronte portava il marchio del demonio con cui aveva generato gli Smilzi. Nelle mani teneva i due scrigni contenenti le gemme e i Semi del Male. Ad un tratto comparvero le Stregone, che presero gli scrigni e portarono via la gabbia, mentre gli Smilzi ci attaccavano. Grüne lanciò un incantesimo e il soffitto cadde loro in testa, stordendoli.  Jurgerer appiccò il fuoco, bruciandoli. Il gas violaceo si liberava dai loro resti e, prima che questo si propagasse, lo ingabbiammo in una bolla magnetica. Treznor ed Angusal iniziarono a recitare una litania e il pavimento si ruppe. La terra sottostante si mosse come se fosse scavata da una trivella e, ad un tratto, riemersero i resti della madre degli Smilzi. Se ci fossimo liberati di quelle ossa, gli Smilzi sicuramente non sarebbero tornati in quel luogo, forse li avremmo distrutti definitivamente. C&#8217;era bisogno del potere di tutti noi. Ci tenemmo per mano e all&#8217;unisono invocammo i Durpazi, che ci aiutassero benedicendo il nostro sortilegio. Le parole che venivano pronunciate dai miei fratelli avevano l&#8217;aspetto di pioggia argentea, che ricoprì la bolla violacea e le ossa della meretrice. Una volta ricoperto il tutto, una luce fortissima esplose nella stanza e disintegrò la bolla e i resti mortali. Quando tornò la normalità, il soffitto dell&#8217;edificio era al suo posto e così anche il pavimento, intonso.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">«Un problema è stato risolto, ora dobbiamo cercare gli Stregoni» disse Jurgerer. Ormai questi ultimi non si consideravano più dei prigionieri, quindi ci sembrava inutile andare a cercarli alla cascina al Serio Morto.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">«Un tentativo si potrebbe fare, è meglio non dare niente per scontato» aggiunse Angusal. Decidemmo di dividerci, alcuni si recarono al cascinale, mentre Angusal, Grüne ed io ci recammo là dove molto tempo prima si stendevano le acque del lago Gerundo. Era in questo luogo che Vlore aveva fomentato le guerre fra i Discendenti delle Fate Bianche, conflitti che avevano portato alla loro distruzione. Mentre ci recavamo in quel luogo, Treznor e Jurgerer ci comunicarono che il cascinale al Serio Morto era completamente sparito, sprofondato nella terra. Ci stavano raggiungendo. Il vecchio fondale del lago era ormai occupato da campi coltivati e fattorie sparse. Al centro di questa distesa di campi si trovava una pietra bianca, levigata e di notevoli dimensioni. Sopra di essa era adagiata la gabbia dove Isa, piuttosto provata, era tenuta prigioniera. Era una trappola. Quando arrivarono gli altri due miei fratelli cercammo un modo per liberare la Cacciatrice, ma sapevamo che gli Stregoni e le loro figlie, nascosti chissà dove, ci stavano osservando. Attendevano una nostra mossa per attaccarci. Treznor iniziò a battere i piedi in terra e a muovere le mani sopra la sua testa. Voleva rinchiudere la prigione di Isa in una bolla protettiva ed aveva bisogno dell&#8217;aiuto di tutti noi. Lo imitammo ma, immediatamente, una lancia infuocata si conficcò in terra a poca distanza da noi. Erano usciti allo scoperto, il piano di Treznor era riuscito. Vlore ed Olaf erano ricomparsi in tutta la loro forma e cattiveria. Circondati dalle loro figlie, tenevano nelle loro grinfie Isa, che non smetteva di piangere e di chiamare la madre, irriconoscibile. Era evidente che si sentiva impotente ma nessuno poteva fare niente:se fossimo intervenuti in uno scontro, era probabile che avremmo avuto la peggio. Decidemmo di invocare i Durpazi, questo era il loro momento. Li pregammo, tenendoci per mano, di raggiungerci, avevamo bisogno di loro, erano gli unici in grado di distruggere definitivamente gli Stregoni. Non si fecero attendere tanto. La campagna divenne una landa glaciale, cominciò a cadere una fitta neve e comparvero gli Dei dei Ghiacci Eterni, che in un attimo chiusero gli Stregoni in una sorta di recinto di ghiaccio. Questi ultimi cercarono di ribellarsi, ma il potere dei Durpazi era troppo forte. I nostri nemici vennero rinchiusi in un blocco glaciale enorme e un Signore dell&#8217;Artico, recitando alcune parole che fu impossibile sentire, fece esplodere il cubo e gli Stregoni vennero bruciati da fiamme bluastre. Sopra i loro resti mortali si vedevano le loro anime dannate che cercavano di fuggire, ma i Durpazi incenerirono anche quelle, buttandovi addosso del sale.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">I Durpazi sparirono subito e toccò a me liberare Isa e ad aiutarla a riprendersi. La portammo subito al Palazzo, dove suo padre e i suoi nonni la stavano aspettando. C&#8217;erano da rimettere insieme i cocci, riprendersi dopo la brutta la delusione avuta dalla madre  ed affrontare la questione che forse anche Isadora avrebbe potuto perdere la ragione e cedere alla malvagità. Decidemmo che sarebbe rimasta da noi  e, appena Isa si  fosse ripresa, l&#8217;avrei sottoposta ad un rituale che l&#8217;avrebbe liberata dalla cattiveria.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Ci volle qualche tempo  ad Isadora e suo padre  per riprendersi  dal tradimento e dall&#8217;abbandono della Stregona del fuoco. Lì io non potevo fare niente, oltre che tenere d&#8217;occhio la Cacciatrice  e consolarla, per quanto mi riuscisse difficile. Sapevo che sarebbe tornata in forma  e avrebbe continuato a svolgere la sua missione. Era come in pausa , ma sarebbe sicuramente tornata ed io sarei stata con lei.</span></p>
<h3><span style="font-size: large;">Roberta Lilliu</span></h3>
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		<title>SHAMANDALA 03: GLI SMILZI DI VALNERA</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 23:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Cacciatrice di Spiriti]]></category>

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		<description><![CDATA[Le tre Streghe si  trovavano isolate nel palazzo di ghiaccio, bloccate all’interno di blocchi gelidi, uno per ciascuna. Non potevano parlare fra di loro ed era stato fatto un incantesimo che impediva loro qualsiasi tipo di comunicazione non verbale. I blocchi che le ospitavano erano stati posizionati in modo che esse non potessero nemmeno comunicare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le tre Streghe si  trovavano isolate nel palazzo di ghiaccio, bloccate all’interno di blocchi gelidi, uno per ciascuna. Non potevano parlare fra di loro ed era stato fatto un incantesimo che impediva loro qualsiasi tipo di comunicazione non verbale. I blocchi che le ospitavano erano stati posizionati in modo che esse non potessero nemmeno comunicare con lo sguardo. Era stata presa ogni tipo di precauzione per non farle mettere in contatto, per evitare qualsiasi tipo di insurrezione. Nonostante questo, non erano state fiaccate nell’orgoglio, mantenevano quell’aria di sfida che le aveva sempre caratterizzate e si vedeva che consideravano questo momento di prigionia come una semplice pausa, un impedimento momentaneo alla conclusione della loro missione. Dovevano portarla a compimento, era lo scopo della loro famiglia. Ero curiosa di sapere se i kanut che le osservavano avevano notato dei cambiamenti nelle prigioniere, specialmente sapendo quanto era successo ai Semi del Male. Scesi le scale che conducevano ai sotterranei, accompagnata da Jungerer, uno dei miei fratelli. Preferivamo non scendere mai da soli: se qualcosa andava storto, una strega poteva uscirne piuttosto male se si scontrava con tre streghe incattivite. Sulla porta d’ingresso della stanza che custodiva i blocchi, ci promettemmo di stare in guardia, quelle tre avrebbero potuto manipolare le nostre menti, anche se dentro il palazzo di ghiaccio i loro poteri erano meno efficaci. Entrai prima io nella stanza, seguita da mio fratello. Mi accorsi che le Streghe si erano accorte della nostra presenza, emettevano rumori striduli, come grida appena soffocate. Mi piazzai davanti al blocco della Stregona dell’acqua. Lei mi guardò con aria di sfida. Le permisi di parlarmi.</p>
<p>« Sei venuta a vedere come stiamo, Strega. E lo so perché sei venuta, ti si legge in faccia. I Semi del Male stanno trasformando il loro aspetto, non è vero? Cosa ti aspettavi, pensavi che sarebbero rimasti immutati nel tempo?». Rimasi perplessa: come faceva a sapere dei Cristalli?</p>
<p>« Ricorda: Vlore ed Olaf sono solo momentaneamente sconfitti. Ritorneranno e per i tuoi protetti e per te non ci sarà via di scampo.».</p>
<p>La mano di mio fratello sulla spalla mi fece sussultare, ero rimasta allibita per quanto appena udito. Ce ne andammo dalla prigione e parlammo di quanto mi era stato detto. Jurgerer era preoccupato quanto me per quello che aveva dettola Stregona, non eravamo affatto pronti ad un nuovo scontro con Vlore ed Olaf. I Semi del Male andavano distrutti e avevamo bisogno dei Durpazi, i Creatori, gli unici che potevano occuparsi di queste cose. Ma questi erano impegnati e a noi non rimaneva che aspettare. L&#8217;attesa mi logorava.</p>
<p>Pensai ad Isa, se era successo qualcosa in questo periodo in cui non ci eravamo viste, se aveva fatto incontri strani e se la sua caccia agli spiriti proseguiva senza gravi intoppi. Ero agitata e mi agitavo nello stesso tempo perché sapevo di dover mantenere la lucidità necessaria se si fosse verificato qualche problema. Non potevo nemmeno controllare i Semi del Male: dovevo aspettare le precise indicazioni di Grüne, ma temevo che sparissero o che si trasformassero ulteriormente. Nell&#8217;attesa di novità a palazzo, decisi di andare da Isa.</p>
<p>Era una notte bellissima e limpida e il cielo era pieno di stelle. Nella campagna intorno all&#8217;abitazione dei Capofreccia c&#8217;era una calma e un silenzio indescrivibile, ma era tutta apparenza: se chiudevo gli occhi sentivo brusii di fantasmi disperati che camminavano trascinandosi malconci per il sentiero. Se aprivo rapidamente gli occhi riuscivo a vederli di sfuggita e vedevo il cielo diventare purpureo, pozze di sangue emergere dal terreno, in ricordo delle mille battaglie combattute in questi luoghi. Anche la prima volta che giunsi qui era in atto una tremenda battaglia, talmente atroce che a Idropante e a me fu impedito di proseguire il nostro cammino.</p>
<p>Per raggiungere la località di cui parlava Idropante, il conte Auteramo ci aveva suggerito di prendere un sentiero che dalla città portava presso un fiume, un piccolo fiume che verso la pianura si gettava in un altro corso d&#8217;acqua. Seguendo quest&#8217;ultimo, saremmo giunti a Fara. Era la strada migliore da prendere: effettivamente seguendo i corsi dei fiumi non potevamo perdere la via e inoltre non rischiavamo di morire né di fame né di sete. Sul dorso dei nostri cavalli, iniziammo il nostro viaggio. Sarebbero serviti almeno quattro giorni di cammino e dovevamo fare in fretta, perché sapevamo che si trattava di un territorio problematico: Fara era stata fondata dai Longobardi e si professavano tali i suoi abitanti. Pertanto non avevano accettato di buon grado i nuovi signori. Si erano opposti con tutte le loro forze e, a differenza di quanto era successo in città, riuscivano a tenere testa ai Franchi, che secondo i dispacci che ci aveva mostrato Auteramo, erano davvero sotto scacco. Idropante aveva il compito di intervenire. Durante il nostro viaggio lo vedevo turbato, raccontava che non gli piaceva troppo l&#8217;idea di andare a imporre la propria autorità su altre persone. Era un dovere per lui, un obbligo imposto dal re, quella persona che gli aveva permesso di vivere degnamente e di ricevere un&#8217;educazione. Era fuori discussione non obbedire, ma lo faceva controvoglia, era come se si sentisse ricattato. Gli domandai se sapeva qualcosa sulle sue origini: se fosse stato un bastardo o il figlio di una schiava non avrebbe certo fatto quel tipo di vita. Non sapeva cosa rispondere, non se ne era mai curato troppo. Aveva solo risposto che a volte farsi troppe domande era come torturarsi.</p>
<p>Camminavamo lungo il corso del piccolo e turbolento fiume già da due giorni, doveva essere sul punto di gettare le sue acque nell&#8217;altro corso più grande, che poi proseguiva ancora più a sud. Argenteo, correva tra le rocce e la nebbia, stava per calare la notte e avevamo bisogno di riposare. Ci si prospettava un&#8217;altra notte all&#8217;addiaccio, quando incontrammo sul nostro cammino un piccolo villaggio, costruito su uno strapiombo che dava sul fiume, in prossimità di una piccola chiesa di grosse pietre grigie. Potevamo chiedere asilo, non era necessario che informassimo i contadini chi eravamo in realtà, semplicemente eravamo due pellegrini che si erano smarriti. Ci sembrava una buona scusa che ci avrebbe permesso di appoggiarci per quella notte ai villani. Per quanto mi riguardava, decisi di fingere di avere il viso mutilato, mi coprii con un velo per impedire che gli altri vedessero la mia cicatrice.</p>
<p>Bussammo alla prima porta che incontrammo.</p>
<p>« Scusate, buon uomo, l&#8217;ora e il modo. Siamo due pellegrini, ci siamo perduti e non sappiamo dove andare a coricarci. Vi chiedevamo asilo per questa notte, se possibile anche qualcosa per mangiare. Se non è troppo disturbo vorremmo stare nella stalla.».</p>
<p>L&#8217;uomo che ci aveva aperto la porta, un tizio piccolo e tozzo, dalle grosse mani e dal colorito paonazzo, ci sorrise e ci invitò subito ad entrare. Ci fece accomodare alla sua tavola, ci fece portare dalla serva due scodelle e vi versò dentro della zuppa calda. Poi tagliò due pezzi di polenta e ce li porse. Martius era davvero molto gentile. E ciarliero.</p>
<p>« Pellegrini, mangiate pure tutto quello che volete. Intanto farò preparare per voi due giacigli nella stalla. Purtroppo non posso concedervi altro, sto sistemando la mia dimora, dopo l&#8217;ultimo attacco era ridotta ad una rovina. Il mio nome è Martius, sono il signore di questa manciata di casupole.».</p>
<p>« Siete stati attaccati, signore?» chiese Idropante.</p>
<p>« Sì, ormai più di quattro lune fa. Quei maledetti che corrono su e giù per il fiume, sapete? Deve esserci in atto una guerra per il potere. E&#8217; per quello che si combatte, alla fine. O per la  terra o per la prepotenza degli uomini. Penso che in questo caso stiano combattendo per la terra. A me l&#8217;unica cosa che interessa è che ci lascino in pace, siamo gente semplice, ma non siamo mica stupidi. Stiamo costruendo un recinto per chiuderci dentro. Non vogliamo guai.».</p>
<p>Il suo aspetto gioviale era alterato da uno sguardo velato di tristezza: raccontò che durante l&#8217;attacco subito quegli strani cavalieri si erano portati via il figlio, l&#8217;unica persona che rimaneva della sua famiglia. Ricordava perfettamente quanto era accaduto, in quella notte di luna piena. Dopo il pasto serale, si stavano preparando per andare a letto quando, ad un certo punto, sentirono nitido come non mai l&#8217;urlo di una donna. Uscirono dal loro piccolissimo castello e videro dei cavalieri magrissimi e altissimi, come delle lunghe ombre, con fiaccole in mano, intenti a bruciare le casupole del villaggio, a sgozzare i bambini e a stuprare le loro madri. Un senso d&#8217;impotenza aveva preso l&#8217;uomo, che non aveva ricordato di avere una spada con cui potersi difendere e aiutare la sua gente. Raggelato, non aveva  blaterato nessuna parola quando uno dei cavalieri caricò il suo ragazzo, che non era che un fanciullo,sul suo scheletrico destriero e se ne andò. Martius, come gli altri sopravvissuti, se ne rimase nella piazza del paese come inebetito, mentre il villaggio andava a fuoco. Dopo questa vicenda, dopo che ognuno ebbe pianto per i propri congiunti, col cuore più indurito che mai, si provvide a rimettere a posto il villaggio, ricostruendolo e fortificandolo.</p>
<p>« Ogni tanto li vediamo passare quei bastardi,sapete, in lontananza. Li osservi mentre corrono in sella ai loro cavalli, mentre urlano per farti avere paura. Qua non sono più tornati, per fortuna, ma hanno fatto la stessa cosa che hanno fatto a noi in altri villaggi. A me rimane il terrore per quello che può essere successo a mio figlio, non aveva ancora quindici anni, era l&#8217;unico figlio che mi era rimasto.».</p>
<p>Finimmo la cena in silenzio, poi fummo accompagnati nella stalla. Ringraziammo il signore per la sua ospitalità e andammo a dormire.</p>
<p>Quando Idropante congedò il padrone di casa, chiudendo il portone mi disse che pensava che quei cavalieri non fossero dei semplici soldati ma che fossero gli Smilzi di Valnera. Questi esseri, provenienti da una remota valle dove si parla un idioma sconosciuto, erano esseri discendenti di una strega che aveva fatto un patto con il Diavolo. Questa donna era stata allontanata dal resto della sua tribù perché, secondo la tradizione, aveva l&#8217;abitudine di rosicchiare le ossa dei compagni che morivano a causa della fame e degli stenti. Sempre secondo quelle dicerie, la donna recuperava le carcasse di notte, mentre gli altri dormivano, e, dopo aver compiuto il suo spuntino, sistemava le ossa in modo strano, leggendo in quelle posizioni dettagli relativi al suo futuro e  a quello di chi le stava intorno. Idropante continuò il suo racconto dicendo che sicuramente la donna sapeva che sarebbe stata cacciata dalla tribù: non si ribellò, andò a sistemarsi in una grotta sperduta di quella valle che è conosciuta con il nome di Valnera e, quando venne visitata dal Demonio, gli chiese di avere dei figli da mettere al suo servizio. Il Diavolo acconsentì, ma Idropante non sapeva più niente di quella leggenda, che gli era stata raccontata appena giunto in questo territorio con Carlo Magno.</p>
<p>Quindi, gli domandai, sospettava che questi cavalieri fossero i discendenti di quell&#8217;unione balorda. Lui annuì. Pensava inoltre che avessero preso il ragazzo di Martius per farne uno di loro. Dovevamo salvarlo, forse era ancora possibile fare qualcosa. E poi questi Smilzi erano dei non morti di cui Idropante voleva sbarazzarsi. Disse che dovevamo stare vigili: ci sistemammo sui nostri giacigli con occhi sbarrati, attenti a qualsiasi rumore udissimo.</p>
<p>Mentre Idropante se ne stava tranquillo e tentava di riposare un pochino, io riflettevo su quanto sentito poco prima. Gli Smilzi di Valnera, progenie del Demonio e di una strega, erano dei non morti al soldo di qualcuno, ma di chi? Ritenevo poco probabile che la loro “madre” fosse una strega come me. Una tizia che leggeva il futuro in ossa incrociate era semplicemente una negromante e, essendo un&#8217;umana, doveva essere morta già da un po&#8217;. Che il suo spirito fosse rimasto sulla terra per comandare i suoi innumerevoli “figli”? Le mie riflessioni furono interrotte da un grido selvaggio che si udì in lontananza, proveniva dai campi che si allungavano verso il fiume. Idropante si drizzò in piedi e corse subito al portone della stalla: proprio da dove provenivano quelle urla acutissime si vedevano i cavalieri con i loro destrieri e delle fiaccole accese in mano. Non servì nemmeno che lo domandasse: ero già pronta a partire per vedere dove andavano. Con quelle torce infuocate non sembrava che avessero intenzioni pacifiche, anzi, era evidente che volessero seminare il panico nelle campagne della zona. Dovevamo fare qualcosa. E poi, seguendoli, forse avremmo scoperto da chi erano manovrati.</p>
<p>La notte era freddissima e l&#8217;aria tagliava la pelle  come se fosse una lama ben affilata. Gli Smilzi di Valnera correvano piuttosto velocemente, ma riuscimmo a riprenderli. Ci fermammo poco distanti da loro, che si erano fermati a loro volta. Non riuscivo a leggere nelle loro menti, erano protetti da una bolla violacea che tratteneva tutto quello che si dicevano fra loro e che pensavano. A nostro svantaggio giocava anche il fatto che le condizioni atmosferiche erano buone. Niente temporali, niente Idropante cacciatore.  Dovevamo assolutamente escogitare qualcosa. La situazione precipitò quando gli Smilzi ripresero la loro corsa verso un mucchietto di casupole impastate col fango che si trovavano poco distante.</p>
<p>« Ecco dove vogliono andare!» mi gridò Idropante. Gli Smilzi avevano già dato fuoco alla prima capanna, gli abitanti ne stavano uscendo disperati e il massacro stava per cominciare quando io mi intromisi. Di questa faccenda dovevo occuparmene io, il potere di Idropante non era adatto contro quello demoniaco degli Smilzi. Scesi dal mio destriero e provocai una scossa di terremoto battendo un piede a terra. Gli Smilzi si fermarono all&#8217;istante e guardarono tutti verso di me, che mi stavo avvicinando a loro. Non riuscivano a vedermi; con un gesto della mano spaccai la terra sotto i loro piedi, per fare in modo che non fuggissero. Intanto chiesi ad Idropante di occuparsi dei villani. Gli Smilzi sibilavano, vedevo le loro lingue biforcute muoversi nell&#8217;aria e i loro artigli graffiare la terra in cui erano incastrati. Appena fui visibile, mi sputarono addosso il loro veleno. Uno sputo mi colpì la mano, bruciandomela. Roteai gli occhi ed iniziai una danza stranissima ed irripetibile e sussurrai col pensiero queste parole: « Su ki Dimoniu otrassu ghidipi! Dittalama nizeia!».Gli Smilzi bruciarono all&#8217;istante, la stessa sorte toccò ai loro destrieri. Il pericolo era scampato, i villani, per quanto spaventati, erano più sereni al pensiero che sarebbero stati di nuovo al sicuro. Ci accorgemmo di uno Smilzo sopravvissuto nel momento in cui tutti furono rientrati nelle loro casupole. Ci avvicinammo, Idropante lo toccò con il fodero della spada e, quando vedemmo il suo viso, capimmo che eravamo davanti al figlio di ser Martius. Il processo per renderlo uno Smilzo non era del tutto completato e l&#8217;incantesimo che avevo fatto aveva eliminato la sua parte demoniaca.</p>
<p>« Dobbiamo riportarlo da suo padre, Shamandala.» disse Idropante, caricandolo sul cavallo. Ero d&#8217;accordo, ma prima di consegnarlo al padre era necessario sottoporlo ad un rituale che gli permettesse di cancellare dalla sua mente e dal suo corpo quest&#8217;esperienza. In caso contrario, se ci fossero stati altri Smilzi, questi sarebbero venuti a prenderlo nuovamente.</p>
<p>Appena tornati nella stalla, lo feci adagiare sul fieno, gli avvolsi il capo con una pezza e tolsi dalla mia sacchetta tre pietre di fiume, mettendone una su ogni occhio e una sulla fronte. Poi meditai, raccontai al ragazzo cosa leggevo nel suo animo per fare in modo che la sua vita riaffiorasse nella sua memoria. Era quasi l&#8217;alba e con un pugnale gli tagliai i polsi: dalle ferite uscì il liquido verdastro che gli Smilzi mi avevano sputato addosso. Una volta che il veleno uscì completamente, ricucii le ferite al ragazzo semplicemente sigillandole con le mie dita. Tolsi le pietre e il panno dalla testa del ragazzo e chiesi ad Idropante, che era stato accanto a me durante tutto il rituale, di andare a chiamare Martius, poiché il suo ragazzo avrebbe ripreso conoscenza in breve tempo. Quando il padre entrò nella stalla, vide suo figlio seduto, un po&#8217; affaticato, ma sorridente. Non avevano parole, l&#8217;uomo per aver ritrovato un figlio che pensava perduto, e l&#8217;altro, che non sapeva raccontare cosa gli era capitato.</p>
<p>Partimmo nuovamente per Fara, con la promessa che se avessimo avuto bisogno di qualcosa avremmo potuto contare sulla disponibilità di messer Martius. Ci sentivamo sereni, contenti di riprendere il nostro cammino, senza immaginare minimamente che l&#8217;episodio accaduto non era isolato, ma era l&#8217;inizio di una battaglia che ci avrebbe fatto incontrare di nuovo gli Smilzi.</p>
<p>Isa si spaventò molto quando, aprendo gli occhi, mi trovò ai piedi del suo letto: non era più abituata a queste mie entrate furtive. Appena si riprese, le raccontai quanto stava accadendo al palazzo di ghiaccio. Ascoltò attentamente e poi, grattandosi la testa, mi disse che anche sua madre aveva notato che qualcosa stava cambiando nelle pietre blu  che avevano recuperato dopo che erano state attaccate da quella serpe mandata dagli Stregoni. La madre di Isa raccontava che le gemme erano diventate rosse come rubini e scottavano, tanto che erano giorni che non venivano spostate dalla cassa di piombo che le conteneva. Doveva esserci un legame con i Semi del Male, ma quale? Chissà se Grüne, a colloquio con i Durpazi, era riuscito a scoprire qualcosa in più.</p>
<p>« Quindi mi tengo pronta per ballare di nuovo: bene! Mi sto annoiando ultimamente!» disse Isa. Me ne andai promettendole che mi sarei fatta vedere al più presto possibile e che, se avesse avuto bisogno, mi sarei subito presentata. Andai al palazzo. Grüne doveva aver terminato il suo colloquio con i Durpazi.</p>
<h3>Roberta Lilliu</h3>
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		<title>SHAMANDALA 02: IL CONTE IMPOSSESSATO</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 23:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Cacciatrice di Spiriti]]></category>

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		<description><![CDATA[Li tirammo fuori incuriositi. Nessuno di noi sapeva cosa si sarebbe trovato davanti e vedevo che i miei fratelli fremevano, mentre il kamut apriva lo scrigno di cristallo di gesso. Erano già passate le prime tre settimane e dovevamo scoprire se i Semi del Male erano rimasti dei semplici cristalli o si erano evoluti. Quando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Li tirammo fuori incuriositi. Nessuno di noi sapeva cosa si sarebbe trovato davanti e vedevo che i miei fratelli fremevano, mentre il kamut apriva lo scrigno di cristallo di gesso. Erano già passate le prime tre settimane e dovevamo scoprire se i Semi del Male erano rimasti dei semplici cristalli o si erano evoluti. Quando si è davanti all&#8217;incertezza del futuro, sia prossimo o lontano, ci sentiamo tutti piuttosto sconquassati: emozioni, mille pensieri, castelli in aria, domande e via dicendo. Erano le stesse sensazioni che provai quando mi trovai abbandonata a me stessa insieme ad Idropante. Ripenso spesso a quell&#8217;avvenimento. E&#8217; stata l&#8217;origine di tutto: se mi fossi rifiutata di rimanere a Pavia, i miei fratelli ed io non avremmo potuto togliere il panno rosso dallo scrigno in quel momento, tutti emozionati e tremolanti. Superficialmente sembrava che niente fosse cambiato. I cristalli non avevano mutato di dimensione, sembrava solamente che pulsassero e che ci fosse una variazione nel colore. In lontananza, nel massimo silenzio che potevamo ottenere, pareva di sentire un insieme di voci, qualcosa di incomprensibile e difficile da decifrare. Grüne ci disse che era sufficiente, i cambiamenti erano stati registrati e i Semi del Male potevano essere riavvolti nel panno rosso e risistemati nello scrigno. Decise anche che avremmo ricontrollato la situazione dopo una settimana. Sembrava preoccupato: gli pareva che ci fosse qualcosa che non tornava. Doveva pensare, riflettere se era necessario andare a parlare con i Durpazi, d&#8217;altronde loro avevano tutte le risposte. Eh sì, mi dissi, almeno ogni cento anni si verifica una situazione in cui Grüne non sa come muoversi e questa è una di quelle occasioni. Ed era una di quelle anche quando mi recai al palazzo di ghiaccio per informare lui e gli altri miei fratelli che avevo capito qual era il compito assegnatomi dai Durpazi. Ricordo che mi prese da parte e mi disse che se volevo occuparmi della strana faccenda  del cavaliere che vedeva i fantasmi non potevo contare su di lui. I Durpazi gli avevano proibito di aiutarmi, senza dargli nessuna spiegazione, e a lui non era rimasto altro che ubbidire, se io avessi accettato, come feci.</p>
<p>L&#8217;idea che avevo in mente non era di restare a Pavia. Idropante aveva ricevuto l&#8217;ordine di occupare le corti sparse per il regno quindi, appena lui si fu sentito meglio, ci dirigemmo verso nord. A dorso di un cavallo, attraversando stradine immerse nella nebbia e pozze d&#8217;acqua che affioravano, ci conoscemmo meglio. Idropante era nato nella corte di Carlo Magno, ma non sapeva chi fosse sua madre: era sempre stato assegnato ad un precettore che gli aveva insegnato a leggere e a scrivere, oltre che a parlare in latino, e quando non era con lui era con quello che tutti indicavano come suo padre. Un tizio corpulento, gran bevitore e malato di gotta, che aveva altri cinque figli maschi più grandi. Tutti loro erano scuri di capelli e di carnagione, con occhi neri, niente a che vedere con Idropante, biondo e con occhi blu. Inoltre raccontava che loro non lo prendevano tanto in considerazione, sembrava proprio che lo mantenessero per carità cristiana o perché obbligati dal re. Nonostante questo, Idropante era riconoscente a tutti loro: gli avevano permesso di diventare un abile cavaliere e un membro fidato della corte di Carlo. Non ci volevano proprio, diceva, quei mal di testa e quei fantasmi. Mentre mi parlava, sembrava che Idropante si fosse lasciato imbambolare dalle parole di quel frate, che lo aveva additato più volte di essere stato preso dal Demonio.</p>
<p>«Hai paura?» gli domandai. Vedevo che non sapeva cosa rispondere. Ai cavalieri non li si insegna ad essere dei codardi, ma non li insegna nemmeno ad affrontare situazioni come quella che era capitata ad Idropante fra capo e collo. Sospirò. Cercò di essere sincero. « Un po&#8217;. Non so se la mia anima è perduta oppure se questo è un incarico che mi ha dato Dio. Non so come comportarmi. L&#8217;unica cosa che so è che devo obbedire al mio re. Ha detto di fermarmi in un&#8217;antica città, costruita su una collina. La persona che la governa è un vassallo di Carlo. Là potremo riposare».</p>
<p>Dopo una settimana di cammino arrivammo nella città di cui mi parlava Idropante. Lontana da paludi, riaffiorava dalle nebbie argentate imponente nel suo antico splendore. Salimmo lungo una mulattiera e, giunti alle porte della città, venimmo subito ricevuti dal conte Auteramo in persona, che ci accompagnò al suo palazzo. Era un uomo di età indefinibile, anziano. Capelli argentei e lunghi, legati da un nastro vermiglio, si diceva a corte che fosse una persona molto preparata, uomo di fiducia del re e prima di suo padre, era stato inviato a sorvegliare questo territorio, subito dopo che Carlo Magno aveva deciso di impossessarsi del regno dei Longobardi. Proprio nel momento in cui noi eravamo impegnati ad assediare Pavia, Auteramo si stava impadronendo del potere del gastaldo della città. Se Carlo era stato magnanimo con il suo nemico, lo stesso non si poteva dire per l&#8217;anziano conte che, pare, avesse bruciato il disgraziato e l&#8217;avesse fatto buttare giù dalle mura della città. Giusto per far capire ai Longobardi chi avevano davanti.</p>
<p>Il suo palazzo si trovava accanto ad una chiesa fatta costruire dagli Ostrogoti qualche secolo prima. Era come se questa sprofondasse nel terreno, era piccola e buia, con il portale sbarrato. Forse era anche per le dimensioni della chiesa che l&#8217;abitazione di Auteramo mi sembrò così imponente. Doveva avere innumerevoli stanza, pensai. Entrammo e subito degli schiavi ci presero i bagagli. Il cavallo era già stato portato nelle stalle per rifocillarsi. Le nostre stanze erano già pronte: Carlo Magno doveva aver mandato un dispaccio in cui veniva annunciato il nostro arrivo. Dopo qualche ora eravamo tutti seduti a tavola, il conte ci aveva fatto preparare un banchetto.  Carni salate, formaggi, piccoli panini fragranti e marmellate erano stati preparati appositamente per noi. Auteramo era seduto a capo tavola, su uno scranno tutto intagliato. Era appoggiato mollemente su uno dei braccioli. Teneva fra le dita uno dei boccali di birra che affollavano la tavolata, con un sorrisetto enigmatico che non riuscivo ad interpretare. Non riuscivo a leggere nella sua mente e questo mi rendeva piuttosto nervosa. Sospettavo che ci fosse sotto qualcosa, ma Idropante, quando gli comunicai il mio pensiero, mi sorrise. Era ovvio che non la pensasse come me. Io decisi comunque che sarei stata attenta, pronta ad intervenire con qualche incantesimo. Ero turbata anche perché, per la prima volta, sapevo di non poter contare sull&#8217;aiuto dei miei fratelli e dei Durpazi. Sorridevo, ma stavo in guardia come non mai.</p>
<p>A tavola insieme a noi erano sedute tre giovani donne, le figlie del conte. Erano tutte e tre bellissime e sicuramente in età da marito ed infatti mi domandavo cosa facessero ancora nella casa paterna. Erano vestite con abiti preziosi, sete tempestate di gemme preziose, i loro capelli intrecciati con cura. Ci guardavano con occhi curiosi e, soprattutto, avevano sul viso lo stesso ghigno che portava loro padre. La cena iniziò.</p>
<p>«Ai miei ospiti, amici di re Carlo e quindi amici miei. Potete rimanere presso la mia dimora per tutto il tempo che desiderate, siete i benvenuti!» disse Auteramo a voce alta. Iniziammo a mangiare. Mi rendevo conto che la mia ferita sulla bocca doveva essere rivoltante e inoltre mi impediva di nutrirmi senza inorridire gli altri, quindi mi limitai a bere una zuppa con una cannuccia che mi ero fabbricata. Tirando su la testa dalla scodella, in mezzo al vapore emanato dalla brodaglia calda, mi parve di vedere un&#8217;ombra che si muoveva dietro Idropante. Inizialmente pensai di essermi sbagliata, poi la rividi dietro una delle figlie del conte. Ad un tratto quest&#8217;ombra svanì e immediatamente la ragazza sembrò trasformarsi. Ruppe un bicchiere solo tenendolo fra le mani e cominciò a ridere istericamente, iniziando a levitare con il suo scranno sopra le nostre teste. Idropante sembrava spaventato mentre io non sapevo cosa fare. Le altre figlie e il padre, invece, sembravano tranquilli. Le ragazze calmarono la sorella, che tornò a sedersi a tavola e riprese il pasto dove l&#8217;aveva interrotto. L&#8217;ombra era svanita e Auteramo non proferì parola riguardo a quanto accaduto. La cena si concluse come se niente fosse: ad Idropante venne spiegato come muoversi in città, come comportarsi con la popolazione e come il vecchio gastaldo aveva, per così dire, abbandonato la sua corte all&#8217;arrivo di Auteramo. Era strano che lui stesso si vantasse di un gesto del genere. Solitamente un cavaliere, un uomo d&#8217;onore, se ha commesso delle barbarie se le tiene per sé, con la speranza che vengano dimenticate. Appena fummo da soli rivelai ad Idropante quali fossero le mie sensazioni e anche lui mi confidò di essere piuttosto spaventato. Non riusciva a capacitarsi di quanto aveva visto durante il banchetto e aveva, da allora, la sensazione di essere osservato. Gli chiesi se se ne voleva andare, avremmo sicuramente trovato un altro alloggio, ma non ne voleva sapere. Era stato mandato in quel luogo dal suo re e non aveva nessuna intenzione di disobbedire.</p>
<p>Mentre tutti gli abitanti del palazzo dormivano, ne approfittai per fare due passi nei corridoi e nelle sale, alla ricerca dell&#8217;ombra che avevo visto durante la cena. Potevo muovermi con discrezione, senza rischiare di essere scoperta: mi piaceva ricominciare a volare per le stanze trasportata dagli spifferi che penetravano nel palazzo. Osservai le figlie del conte, beatamente addormentate e serene, niente le turbava. Anche la ragazza che era stata presa dall&#8217;ombra sembrava serena, dormiva succhiandosi il dito. Entrai nella camera di Auteramo e mi nascosi dietro una tenda. Ero decisa a rimanere in osservazione del conte, era strano che anche lui non avesse reagito durante il pasto a quello che accadeva alla figlia. Forse sapeva cosa  stava succedendo. Dormiva coperto da pellicce, gli abiti ben sistemati sopra un piccolo cassone vicino alla finestra. Ad un certo punto l&#8217;ombra si materializzò sopra il letto. Muoveva quelle che dovevano essere le braccia, sbraitava, emetteva un rumore sordo, percettibile appena. Quasi subito, dal corpo del conte si irradiò una luce violacea che si concentrò creando una figura che non riuscivo ad interpretare. Era come se sopra il corpo del conte addormentato ci fossero due ombre e queste sembravano litigare! Non potevo credere ai miei occhi. L&#8217;ombra violacea tornò nel corpo del suo ospite e l&#8217;altra sparì senza lasciare traccia. Spaventata e immobile nel mio nascondiglio, pensai di scappare.  Sarebbe stato il caso di correre da Idropante ed informarlo di quanto visto o cercare l&#8217;ombra che si era  dileguata? Mentre riflettevo, una forza incontrollabile mi sollevò da terra, venni trasportata in una stanza e le porte vennero chiuse con un rumore assordante. Le tavole che chiudevano le finestre vennero sbarrate. Non si vedeva niente, avevo paura , non sapevo dove mi trovavo e chi mi voleva lì. Ad un tratto si accesero delle candele, senza che ci fossero delle torce accese già presenti. L&#8217;ombra mi volteggiava intorno, studiandomi. Ecco chi mi voleva lì. Doveva vedere la mia paura come si vede un&#8217;immagine riflessa nello specchio. Si sedette davanti a me ed attaccò:</p>
<p>«Strega, finalmente mi hai trovato. Sono lo spirito di Auteramo. Sono stato cacciato dal mio corpo dal fantasma del gasindio che ho fatto buttare giù dalle mura della città quando l&#8217;ho conquistata. Sai, sono sempre stato un sanguinario. Dopo le numerose campagne in Sassonia re Carlo pensò di regalarmi una sorta di piccolo regno, come ricompensa a tutti i miei servigi. Per questo mi mandò in questa regione. Dovevo solo aspettare che lui conquistasse Pavia. Ed io ubbidì.</p>
<p>La situazione politica in questa città non era delle migliori per me. Tutta la popolazione era a favore dei Longobardi e dei Franchi non ne volevano proprio sentire parlare. Teuperto, il gasindio, si arroccò nella città aiutato dai suoi cittadini, così, quando il mio esercito ed io riuscimmo ad espugnare  la città, fu necessario compiere un gesto eclatante, dovevo conquistare il rispetto del popolo, anche terrorizzandolo. Feci catturare il gasindio e, davanti alla chiesa di San Vincenzo, lo torturai, in modo che tutti potessero vederlo. Carboni ardenti sotto i piedi, pungiglioni negli orifizi, frustate: resistette per una settimana, ma poi spirò, sotto lo sguardo terrorizzato degli astanti. Lo bruciai io stesso ed in seguito lo feci buttare dalle mura e tornai al mio palazzo. Dopo cena me ne andai a letto ma non dormii serenamente. Vedevo Teuperto  dal corpo martoriato, mi urlava che si sarebbe vendicato. Il sogno era così spaventoso che mi svegliai di soprassalto e, seduto sul letto, mi trovai il gasindio, ormai ridotto a brandelli, che mi prendeva per il petto e tirava fuori dal mio corpo  il mio essere, quello che tu vedi come un&#8217;ombra. Dentro il mio corpo entrava  il gasindio sotto forma  di ombra violacea. Aveva preso il mio posto e il giorno dopo fece venire ad abitare a palazzo le sue tre figlie. Qualche volta riesco ad impossessarmi dei loro corpi, le loro anime sono ancora piccole e c&#8217;è sufficiente posto anche per me per un brevissimo periodo, è l&#8217;unico modo che mi è rimasto per farmi sentire.</p>
<p>Avevo preso accordi con re Carlo affinché indicassi a messer Idropante come comportarsi nel territorio circostante, ma siete arrivati nel momento in cui il mio corpo è impossessato dallo spirito di Teuperto, per questo, tu, strega, devi farmi tornare in possesso di quello che è mio. Fai i sortilegi che vuoi, prepara gli intrugli che ti servono, ma devi riportare l&#8217;ordine nella mia vita.».</p>
<p>L&#8217;ombra sparì e vidi la luce del sole entrare dalle fessure delle finestre. Era iniziato un nuovo giorno. Dovevo subito informare Idropante di quanto scoperto, così, con l&#8217;occasione di un giro di perlustrazione della città, gli parlai di quanto avevano sentito le mie orecchie. Ascoltò con attenzione e riflettemmo insieme sul da farsi. Tutta questa faccenda gli ricordava la sua occupazione, ormai diventata abituale: il cercare spiriti. Effettivamente il gasindio era morto ma il suo fantasma, al posto di gironzolare per dei vicoli o dei corridoi, si era insediato nel corpo di un vivo per vendetta, cacciandone il vero proprietario. Idropante era dell&#8217;idea che  avremmo dovuto agire insieme, ma come fare? Dovevamo escogitare un piano, rimanemmo d&#8217;accordo che al nostro ritorno a palazzo avremmo osservato il comportamento del conte.</p>
<p>La giornata passò velocemente: all&#8217;orizzonte si profilavano delle nubi cariche di pioggia ed Idropante  iniziava ad aggirarsi per le stanze del palazzo con gli occhi rivoltati, la ferita sulla nuca che si riapriva e perdeva sangue e la cicatrice sulla fronte che diventava vermiglia. Straparlava, come fanno i ragazzini quando hanno la febbre, e mi chiamava urlando, tenendo ben salda e vicino la scatola di madreperla che gli avevo donato dopo il nostro primo incontro. In quelle condizioni spaventò molto le figlie del gasindio, che si nascosero in una sala, sbarrandone l&#8217;ingresso. Idropante si muoveva come una marionetta nei corridoi, imprecando e chiamando a gran voce Teuperto: aveva dimenticato che doveva tenere per sé quanto gli avevo raccontato, anzi, voleva sfidare lo spirito violaceo e mandarlo all&#8217;inferno. Ad un tratto ecco davanti a lui il vecchio conte Auteramo, che lo osservava con aria di sfida. «Cosa vuoi, Idropante?»</p>
<p>«Rivoglio il corpo di Auteramo! Tu te ne devi andare all&#8217;inferno!».</p>
<p>Osservavo quanto succedeva, pronta ad intervenire. Dietro il conte vidi l&#8217;ombra dell&#8217;anima di Auteramo, attenta a balzare nel suo corpo appena fosse stato possibile. Idropante prese per la veste il vecchio conte, scuotendolo e gridando allo spirito violaceo di lasciare quel corpo. Il fantasma di Teuperto uscì immediatamente e le spoglie senz&#8217;anima del vecchio conte caddero pesantemente sul pavimento. L&#8217;ombra rientrò in un istante in possesso del suo corpo e, appena possibile, scappò via. Idropante correva alla ricerca dell&#8217;anima del gasindio, che era scappata via. Doveva essere andata a nascondersi in uno dei corpi delle figlie: era necessario, questa volta, che intervenissi. Non potevo lasciare che Idropante si avventasse in malo modo su qualcuna di quelle ragazzine impaurite. Quando fummo davanti al portone sbarrato dietro cui si nascondevano le tre ragazze, suggerii ad Idropante queste parole: « Noinimui, tui sideppi benni, sacavida tiesti da spaccia!». Dopo che lui le pronunciò, gli si materializzò davanti lo spirito violaceo. Sembrava neutralizzato, immobile, nessun sibilo e nessuna parola da parte sua. Idropante tirò fuori la scatola di madreperla e gliela aprì davanti. Lo spirito entrò subito e, una volta dentro la scatola, ci recammo in una chiesa, affinché il passaggio dell&#8217;anima venisse completato. Inserita in una fessura dell&#8217;abside, aspettammo il tempo necessario, in compagnia di voci demoniache che si lamentavo e ci gridavano di battaglie non finite e di spiriti maligni pronti a farci fuori. All&#8217;alba del nuovo giorno, lo spirito di Teuperto si trovava nel luogo in cui avrebbe dovuto essere da qualche tempo.</p>
<p>Resi noti i fatti, Auteramo ci ringraziò. Fece preparare un banchetto d&#8217;addio e questa volta, dimostrandosi più accondiscendente e benevolo, accettò le nostre richieste e fece liberare le figlie del gasindio, che non avevano colpa di quanto successo. Non mi piacque però il loro sguardo,  non sembravano per niente grate della loro liberazione. Lasciai stare, non potevo certo occuparmi di quelle sottigliezze.</p>
<p>Ripartimmo. Dovevamo fare un lungo viaggio che ci avrebbe ricondotto in pianura, in un piccolo villaggio che prendeva il nome di Fara Autarena, perché Autari vi aveva fatto costruire una basilica dedicata a sant&#8217;Alessandro.</p>
<p>Ricordare questo episodio mi dà fiducia e Grüne lo sapeva, come sapeva anche che insieme avremmo trovato una soluzione al problema dei Semi del Male. Risistemammo la scatola sotto il pavimento di marmo nero. Mio fratello andò a chiedere udienza ai Durpazi, mentre io decisi di andare a fare visita alle figlie di Vlore e Olaf.</p>
<h3>Roberta Lilliu</h3>
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		<title>SHAMANDALA 01: L&#8217;INIZIO</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 23:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Cacciatrice di Spiriti]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando mi occupai delle Streghe, le figlie di Vlore e Olaf, la decisione di confinarle in una parete di ghiaccio dell&#8217;Artico era già stata presa. Per quanto fossero stati ridotti in mille pezzi da Isadora, i due Stregoni erano eterni e forse potevano essere in grado di rigenerarsi. Pensavo che avrebbero potuto aver bisogno delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando mi occupai delle Streghe, le figlie di Vlore e Olaf, la decisione di confinarle in una parete di ghiaccio dell&#8217;Artico era già stata presa. Per quanto fossero stati ridotti in mille pezzi da Isadora, i due Stregoni erano eterni e forse potevano essere in grado di rigenerarsi. Pensavo che avrebbero potuto aver bisogno delle loro figlie e del loro potere, quindi nasconderle era davvero una buona idea. Mi aiutarono i miei fratelli: congelate e lucide, si trovavano all&#8217;interno di un blocco di ghiaccio, sorvegliate a vista da un kanut, uno dei nostri servitori. Una volta conclusa questa faccenda,tornai sul luogo della battaglia. C&#8217;era solo desolazione: nessun essere umano avrebbe potuto percepire il grande conflitto che si era appena concluso. Dell&#8217;esercito degli Stregoni non era rimasto niente, con un incantesimo Isa l&#8217;aveva dissolto nel nulla, ma io sapevo che c&#8217;era ancora qualcosa sul versante sulla collina di San Vigilio che andava cercato. Si diceva che gli esseri maligni avessero dentro del loro corpo quello che viene chiamato il Seme del Male e questo poteva valere sia per gli Stregoni sia per i membri del loro esercito. Ignoravo se questo cristallo potesse ricreare il suo spirito maligno e non sapevo nemmeno se Isa fosse a conoscenza della sua esistenza.</p>
<p>Setacciai palmo a palmo il campo di battaglia e trovai solamente due cristalli, quelli degli Stregoni, quasi seppelliti nel terriccio. Li raccolsi e, dopo averli ripuliti, me li misi in tasca. Era necessario nasconderli in un luogo sicuro.</p>
<p>Non avevo intenzione di avvertire Isa. Aveva fatto un buon lavoro ed era sicuramente provata, come le succedeva quando il suo strano potere prendeva il sopravvento. Sarei andata a trovarla, ma non entro breve tempo. Anche lei aveva bisogno di tornare alla quotidianità. Giunta al palazzo dell&#8217;Artico, mostrai ai miei fratelli i cristalli. Con la forza delle nostre menti scavammo un pozzo nel pavimento di marmo nero del salone e li nascondemmo dentro, avvolti in un panno rosso dentro uno scrigno di cristallo di gesso. Ci promettemmo che ogni tre settimane avremmo controllato i Semi del Male e che avremmo studiato un modo per distruggerli.</p>
<p>Anche i miei fratelli sono come me, anche loro sono eterni. Anche loro hanno la mia stessa origine. Eravamo spiriti e venivamo trasportati dai venti. Non ricordo molto di quel periodo: solamente quando i mari ribollivano, la terra si scaldava e si induriva, le nubi roteavano nel cielo. Ricordo anche quando i Durpazi, gli abitanti eterni dei ghiacci artici, ci richiamarono e ci permisero di incarnarci in statue di ghiaccio scolpite da loro. E&#8217; così che sono&#8230;nata, così ho acquisito la forma che Isadora può vedere davanti a sé. Così sono diventata Shamandala. Benché riuscissi ancora a farmi trasportare dai venti, ho sempre trovato molto più divertente muovermi fra quelli che, apparentemente, sono i miei simili. Mi sono sempre spacciata per una fuggiasca o una strega, ho conosciuto molte vite, molti luoghi e molte storie. Quando Cesare venne pugnalato, io c&#8217;ero, spiavo Bruto che uccideva suo padre dall&#8217;ombra in cui ero nascosta e c&#8217;ero anche quando Clodoveo, il re dei Franchi, si fece battezzare dal vescovo Remigio. Fu più o meno in quel periodo che mi resi conto che esistevo perché avevo un compito e quando ne chiesi conto ai Durpazi mi spiegarono che dovevo stare accanto ad una persona, capostipite di un clan che avrebbe salvato l&#8217;umanità. Non mi diedero altre informazioni, avrei dovuto capire da sola chi fosse il mio protetto. Avevo tutto il tempo per trovarlo, così, semplicemente, mi mescolai tra i membri della tribù che avevo sempre osservato dall&#8217;ombra, predicendo fortuna e calamità. Quest&#8217;attività mi permise di vivere tranquilla all&#8217;interno della corte dei re che sono venuti dopo Clodoveo: penso di aver causato del rispettoso timore, visto che nessuno si è mai permesso di essere invadente con me. Il fatto che non invecchiassi mai e che non morissi non ha mai provocato grosse curiosità e guai, solo l&#8217;astio del confessore del re, che vedeva in me qualcosa di demoniaco. In tutto questo tempo la mia ricerca continuò sempre e pensai veramente di aver trovato la persona cui sarei stata accanto tutta la  vita quando nacque Carlo. Era un bambino davvero sveglio, gioioso e vivace, l&#8217;unico che sembrava  non avere paura di me. Alla morte di suo padre, Carlo divenne re: la sua fiducia in me non era mai venuta meno, tanto che dava più attenzione a quanto gli dicevo io che a quanto gli veniva detto dalla madre e dai suoi consiglieri. Per questo non mi sembrò così strano quando mi propose di seguire lui e il suo esercito in una campagna che si preannunciava impegnativa. Si trattava di usurpare un trono e Carlo mi voleva lì per potergli predire cosa fare e come farlo. Acconsentii a partire: a cavallo di un mulo, coperta da pelli di animali, seguii il mio re mentre valicava le Alpi per giungere in un luogo che tempo prima faceva parte di un grande impero. La meta da raggiungere era il palazzo di Desiderio, re dei Longobardi, e Carlo voleva ucciderlo, come voleva uccidere anche il resto della famiglia reale. Non gli importava che il sovrano fosse suo suocero: Desiderio era solamente una pedina che andava eliminata dallo scacchiere. Carlo voleva essere re di un territorio senza confini, addirittura diceva di voler diventare imperatore e voleva che la corona gli venisse messa in testa dal papa. Di questa sua ambizione non faceva mistero e io sapevo che sarebbe riuscito nell&#8217;intento. Ma prima di diventare imperatore doveva diventare re dei Longobardi.  L&#8217;assedio dove Desiderio tentava strenuamente di difendersi durò per diverso tempo: i soldati di Carlo, stanchi e sporchi, stavano accampati sotto le mura di Pavia pronti a sferrare l&#8217;attacco finale, mentre Carlo interrogava i suoi consiglieri sul da farsi. Il re batteva i pugni sul tavolo, era necessario espugnare la città e sbarazzarsi del vecchio sovrano, i consiglieri studiavano le carte con una candela in mano. Io, nascosta nell&#8217;ombra, ascoltavo in silenzio. Non ho mai mostrato agli altri quanto provo: gioia, tristezza, noia. Agli altri non importa, sono sensazioni che riguardano me e mi hanno sempre aiutato a predire il futuro. Quella sera sentivo che la mia schiena era percorsa da brividi, una sensazione strana che mi faceva avere paura per quanto sarebbe accaduto di lì a poco. Chiusi gli occhi e vidi davanti a me una scena infernale: l&#8217;esercito di Carlo che veniva sventrato, frecce infuocate, tizzoni ardenti lanciati dalle mura della città&#8230;mi feci avanti. Chiesi al mio re di potergli parlare e, dopo che gli riferii quanto avevo visto, lui prese la decisione di attaccare. Per quanto i suoi consiglieri non fossero d&#8217;accordo, Carlo pensò che mentre lui se ne stava tranquillo nella sua tenda, i suoi nemici si stavano organizzando da dentro le mura della città. Era necessario quindi agire, nel minore tempo possibile. Furono chiamati i generali e fu ordinato loro di preparare l&#8217;esercito e di attaccare, subito.</p>
<p>Mi ritrovai così nella battaglia: per quanto ne avessi viste altre, non ricordavo qualcosa di così sanguinoso e devastante. Vedevo intorno a me giovani cavalieri morire colpiti da pietre, da frecce, da colpi di spada. Era necessario per me aiutare l&#8217;esercito del mio re con un incantesimo, altrimenti la sconfitta sarebbe stata certa. Cercai d&#8217;appartarmi, rovistando nella mia sacca alla  ricerca delle mie pietre magiche, quando qualcuno mi prese alle spalle, mi sbatté a terra insultandomi. Era uno dei consiglieri di Carlo, ferito, che mi accusava del massacro che si stava compiendo. Non seppi reagire e anche quando lui mi bruciò la lingua e mi tagliò le labbra con un pugnale io non reagii. Quell&#8217;uomo, disperato, voleva impormi il silenzio perpetuo, ma non gli riuscì, perché benché io non parli, mi faccio capire comunque molto bene. Lui non poteva sapere che ero, e sono, capace di intrufolarmi nella mente della gente e pensava di fare un favore al suo re, eliminando la strega che aveva causato tutto questo. Mi lasciò stordita in mezzo ai cespugli ma mi ripresi velocemente. Pregai i Durpazi affinché favorissero l&#8217;esercito di Carlo e poi mi incamminai verso la mischia.</p>
<p>L&#8217;esercito di re Desiderio, asserragliato sulle torri, tentava di difendersi dai cavalieri di  Carlo, che avevano abbattuto il portone d&#8217;ingresso e iniziavano a penetrare nella capitale. Chiusi gli occhi. Vidi Carlo correre verso il palazzo dove era nascosto il vecchio suocero, con la spada sguainata, pronto a  ucciderlo. Il sovrano stava seduto sul suo trono, circondato dalle figlie e da alcuni suoi fidati cavalieri che tentarono di difendere la famiglia reale dal cognato impazzito. Ad un tratto Carlo si fermò: lasciò cadere la spada a terra e chiuse Desiderio e la sua famiglia nella sala del trono, facendola piantonare dai suoi uomini. Aveva deciso di non ucciderli. Riaprii gli occhi decisa a andare da lui ma, ad un certo punto, la mia attenzione venne attirata da un giovane cavaliere dalla armatura bianchissima che urlava come un matto, poiché una freccia gli era entrata nella nuca. Era un ferita orrenda: l&#8217;uomo barcollava con la punta della freccia che veniva fuori dalla fronte, urlando e imprecando. Poi, con un gesto colmo di forza, quella forza che gli uomini possiedono nei momenti più difficili della loro vita, il cavaliere strappò la freccia dalla nuca. Barcollò ancora per qualche metro e poi cadde. Pensai che fosse morto. Non potevo perdere tempo con lui in quel momento. Era un&#8217;altra vittima della battaglia, una persona in più che si era sacrificata alla causa del suo re.</p>
<p>Non pensai più al cavaliere. Dopo la battaglia e la presa di Pavia, Carlo divenne re dei Longobardi come voleva e, tutto sommato, si mostrò di buon cuore con il suocero sconfitto: lo fece incarcerare in un monastero e nessuno seppe più niente di Desiderio. Dopo questa campagna era proprio giunto il momento di tornare a casa. Carlo era felice, confidava che il suo sogno di diventare imperatore non era lontano, anzi, giocando bene le sue carte, lo sarebbe diventato fra qualche anno. Era necessario tessere dei buoni rapporti con il papa e quest&#8217;ultimo non gradiva che questi ultimi fossero consigliati da fattucchiere. Carlo mi chiamò per parlarmi. Rimase inorridito dallo sfregio che avevo sul viso, ma questo particolare gli permise di cacciarmi dalla corte nel modo più veloce possibile. Fu chiarissimo: non poteva più contare sui miei servigi  e non poteva farmi rimanere presso di lui, sapevo da chi era composta la corte, da persone talmente spregevoli che per tornaconti personali avrebbero venduto persino le loro madri. Non poteva rischiare di mettere in forse il suo progetto e aveva deciso di lasciarmi a Pavia. L&#8217;ultimo servigio che però mi chiedeva era di controllare un suo cavaliere, perché da dopo la battaglia si comportava in un modo piuttosto bizzarro. Non ero arrabbiata con Carlo, me lo aspettavo che le nostre strade si sarebbero divise. Mi spiaceva non potergli dire cosa pensavo e, per fargli capire che non serbavo rancore nei suoi confronti, acconsentii a vedere il suo cavaliere. Lo portarono su una barella, accompagnato da un frate, che pensava che fosse indemoniato: gli buttava addosso l&#8217;acqua benedetta ma quello non reagiva. Aveva sulla fronte una cicatrice orrenda e questa mi permise di capire chi avevo davanti. Feci uscire tutti dalla stanza: il cavaliere mi raccontò quanto  gli stava accadendo, dei fortissimi mal di testa, dei temporali che glieli procuravano e degli spiriti che vagavano per le campagne. Aveva paura, pensava di essere diventato pazzo e mentre mi raccontava io finalmente capii qual era la missione affidatami dai Durpazi. Era quest&#8217;uomo il capostipite della famiglia che avrebbe salvato l&#8217;umanità!</p>
<p>Appena terminato il racconto, passai l&#8217;indice e il pollice sopra la cicatrice sulla mia bocca, in seguito passai le due dita sulla ferita del cavaliere. Ora poteva comprendermi. Caddi in trance: predissi che lui aveva il compito di catturare gli spiriti che girovagavano nelle terre dei vivi, che il suo dono sarebbe stato tramandato di generazione in generazione, che coloro che lo possedevano lo avrebbero manifestato durante i temporali e lo avrebbero perso  raggiunta la maturità. Ci sarebbe però stato un discendente che avrebbe conservato il dono e avrebbe salvato il mondo dall&#8217;apocalisse. Aprii gli occhi. Tra me e il cavaliere si trovava una scatola di madreperla. Sapevo che sarebbe servita a portare a termine il suo compito e gli intimai di conservarla perché avrebbe accompagnato anche le generazioni successive. Non sapevo come si doveva usare e non lo sapeva nemmeno il cavaliere, che si chiamava Idropante. L&#8217;unica cosa che sapevo era che dovevo stare con lui, dovevo diventare la sua consigliera. Lui poteva capirmi senza che io parlassi e quando Carlo ripartì per la Francia, lui rimase con me in quello che era il vecchio regno longobardo.</p>
<h3>Roberta Lilliu</h3>
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